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    Predefinito Rassegna di imperialismo umanitario

    www.resistenze.org - osservatorio - mondo - politica e società - 07-11-08 - n. 249

    da Rebelion - www.rebelion.org/noticia.php?id=74974&titular=críticas-honestas-y-lúcidas-para-la-izquierda-occidental-
    Traduzione dallo spagnolo per www.resistenze.org di FR

    Rassegna di imperialismo umanitario

    Critiche oneste e lucide per la sinistra occidentale

    di Pascual Serrano - Le Monde Diplomatique

    05/11/2008

    Negli ultimi anni, parte delle forze progressiste internazionali hanno equiparato gli interventi umanitari con la solidarietà che tradizionalmente caratterizza la sinistra. Questo libro, del belga Jean Bricmont, si occupa di smantellare quest’idea con una lucidità agghiacciante. Al fine di esercitare ingerenze militari, il potere usa qualunque tipo di argomenti.

    Ad uso e consumo della popolazione meno politicizzata e all’oscuro della politica internazionale, viene agitato lo spauracchio del terrorismo o di armi distruttive in mano a pericolosi dittatori. Alla élite ed agli intellettuali, invece, le azioni militari vengono presentate come interventi umanitari che legittimano l’ingerenza. Pertanto, buona parte dell’etica della sinistra contempla la necessità dell’esportazione della democrazia e i diritti umani attraverso gli interventi militari del primo mondo, riducendola al relativismo morale e all’indifferenza per la sofferenza. Sicché finisce con l’essere proprio questa sinistra ad interiorizzare “l’ideologia della guerra umanitaria come un meccanismo di legittimazione”.

    Eppure basta ricordare la legislazione internazionale, lo stesso preambolo della Carta delle Nazioni Unite che stabilisce la priorità di “preservare le future generazioni dal flagello della guerra”, per cui è fondamentale il “rispetto della sovranità nazionale e la non ingerenza nelle questioni interne degli altri Stati”. Evidentemente, il primo passo della guerra è inviare un esercito in un altro paese senza il consenso di quest’ultimo. E’ un errore ritenere che vi siano governi buoni (che possono invadere) e cattivi (che meritano di essere invasi e destituiti). Accettando questa opzione, cioè l’invasione legittima, autorizziamo la legge del più forte.

    Il Brasile (democratico come gli USA) invaderebbe l’Iraq per instaurare la democrazia? Accetteremmo che la Siria bombardasse in modo preventivo Israele? Ricordiamoci che la Siria è già stata attaccata varie volte da Israele, quindi un suo attacco preventivo sarebbe fondato.

    Non dimentichiamoci che il potere si è sempre presentato come altruista. Dire che si bombarda la Yugoslavia per impedire la pulizia etnica, che si invade l’Afghanistan per difendere i diritti delle donne o si occupa l’Iraq per portare la democrazia e liberare il paese da un dittatore, non è molto diverso dal discorso della Santa Alleanza per reprimere le idee illuministe che ispirarono la Rivoluzione Francese, o quello di Hitler che invase i Sudeti cecoslovacchi per difendere la minoranza tedesca. Sembra che questa sinistra dal fervore internazionalista umanitario dimentichi che in tempi recenti l’interventismo occidentale (vale a dire quello statunitense) è quello che ha appoggiato Suharto contro Sukarno, i dittatori guatemaltechi contro Arbentz, Somoza contro i sandinisti, i generali brasiliani contro Goulart, Pinochet contro Allende, l’apartheid contro Mandela, lo Sha contro Mossadech e i golpisti venezuelani contro Chavez.

    Il cinismo interventista è arrivato così lontano da presentarsi come la difesa della democrazia.

    Ma se si trattasse davvero di democrazia, si dovrebbero ascoltare le costanti condanne dei paesi non allineati, che rappresentano il 70% della popolazione mondiale. Si veda il caso di Cuba, il cui embargo è costantemente condannato da tutti i paesi delle Nazioni Unite. Se per democrazia intendiamo ascoltare l’opinione pubblica, qui abbiamo un esempio di come applicarla senza l’invio di soldati.

    Paragonare gli interventi attuali, per umanitari e democratici che sembrino, con gli esempi storici di internazionalismo come furono le Brigate Internazionali durante la Guerra Civile è, secondo Bricmont, una terribile sciocchezza. Quando noi oggi diciamo: “dobbiamo intervenire per…”, non è che andiamo sul posto fisicamente come fecero valorosamente e generosamente quei brigatisti, ora il “noi” significa dire che ci andranno le forze armate dei paesi potenti. Non si può confrontare l’interesse per la democrazia dei brigatisti internazionali, con quelli dell’US Air Force, come la storia di quest’esercito dimostra. E poi è ben diverso il valore in campo; i brigatisti diedero la vita, noi diciamo che bisogna intervenire seduti comodamente nel sofà di casa nostra.

    Secondo l’autore, vi è poi un'altra importante differenza tra l’internazionalismo proletario e l’attuale umanitarismo interventista. Allora c’erano interessi comuni tra i movimenti sindacali, anarchici, comunisti o socialisti, che ritenevano di dover far fronte comune fra lavoratori contro un nemico comune. Ma ora, “in termini di obiettivi politici, cosa hanno in comune la sinistra con il Dalai Lama, con l’Esercito di Liberazione del Kosovo [UCK], con i separatisti ceceni, con Natan Sharansky e Vaclav Havel?”. Tutti questi hanno avuto l’appoggio della sinistra occidentale. D’altro canto, nel caso di una solidarietà materiale protagonista e diretta, si può controllare lo sviluppo di quest’intervento, appunto come capitava con le Brigate Internazionali, ma i difensori dei diritti umani via intervento militare, “non hanno influenza, neppure moderata, sulla forza che appoggiano, cioè l’esercito degli Stati Uniti”.

    Un altro errore è pensare che una società democratica sia garanzia che la sua presenza militare in altri paesi sia rispettosa dei diritti umani. Dai tempi del colonialismo ad oggi, le invasioni seguite dall’uso della tortura e da quel campo di concentramento che è Guantanamo, ha dimostrato che non è vero. Frequentemente si richiama il nazismo e la Seconda Guerra Mondiale come esempio di passività di fronte alle dittature, una storia da cui dovremmo imparare la lezione secondo cui la pacificazione non è sempre valida. Ma quello che accadde con l’espansionismo nazista non corrisponde a ciò che permettiamo oggi, ossia che un paese invada con l’argomentazione altruista che lo fa per proteggere certe nazionalità minoritarie. Le Nazioni Unite sono state create apposta, per impedire la guerra di tutti contro tutti in nome della difesa di minoranze etniche.

    L’errore di fondo è crederci superiori, tanto da crederci in diritto di violare la carta fondativa delle Nazioni Unite ed ignorare la sovranità dei paesi. E’ vero che i diritti umani sono un valore universale, ma esigiamo dai paesi del Terzo Mondo il rispetto di quegli stessi diritti umani che noi non rispettavamo quando eravamo al loro stesso livello di sottosviluppo. Non riusciamo a capire che la corruzione poliziesca non può sparire se la polizia non guadagna abbastanza da vivere, né smetteranno le coltivazioni illecite se i contadini muoiono di fame coltivando mais, o che la mancanza di libertà di stampa è irrilevante per chi non sa né leggere né scrivere ed ogni giorno muoiono migliaia di bambini per denutrizione.

    Tutto ciò, che fino a qualche decennio fa era ovvio, la sinistra se l’è dimenticato, il che suppone una vittoria del concetto neoliberale dei diritti umani. Gli intellettuali occidentali non smettono di ripetere che le nazioni del Terzo Mondo devono risolvere i loro problemi come si fa nel mondo sviluppato, senza capire che questa situazione di sottosviluppo dovrebbe essere confrontata con quella europea e statunitense che esisteva un tempo. Così lo sviluppo cinese (sfruttamento lavorativo, lavoro infantile..) è lo stesso che esisteva in Inghilterra ai tempi di Dickens. Dimentichiamo che la nostra ricchezza, confort e democrazia si basano, in primo luogo, su di uno sfruttamento di risorse naturali che non può essere imitata nel resto del mondo. Vogliamo che la Cina rispetti i diritti umani come noi, ma ci stupisce che consumi tanto latte e cereali come facciamo qui, perché destabilizza il mercato mondiale. Inoltre, dimentichiamo che nessuna delle violazioni e degli abusi del Terzo Mondo possono essere confrontati con la crudeltà di ciò che hanno fatto i paesi ricchi all’epoca del colonialismo.

    Lo stesso vale quando questi intellettuali di sinistra vogliono porsi al di sopra del bene e del male con le loro posizioni equidistanti del tipo: “Né Milosevic né la NATO”, “Né Saddam né Bush”, quando l’unica cosa da fare è denunciare la violazione della legalità internazionale da parte di una potenza che invade. Jean Bricmont ritiene che volersi collocare al sopra delle parti è solo una dimostrazione di buone intenzioni senza un vero impegno, per evitare di sbagliare, a costo di non offrire nessuna alternativa concreta per il mondo reale.

    “Ovviamente, se non facciamo nulla che possa avere qualche effetto sulla realtà, così non correremo nessun rischio ed eviteremo che ci accusino di appoggiare Stalin o Pol Pot”. E da questa morale così immacolata e così incapace, la sinistra si permette di trovare dei difetti in un Chavez vociferante, in un Castro protagonista o in un Lula troppo moderato, e questo capita con qualsiasi governante che si trovi a dover, necessariamente, tenere i piedi per terra.

    L’autore propone in alternativa a questa posizione opportunista, “difendere il diritto internazionale contro l’egemonia statunitense”. Quando gli intellettuali di sinistra esprimono pubblicamente il loro appoggio, non si sa bene in che cosa consista quell’appoggio, non si differenzia tra appoggio passivo ed attivo. Siccome “la maggioranza di noi non ha né armi né segreti da dare alla causa con cui simpatizziamo”, il nostro “appoggio” è tutto sentimentale, immeritevole e meschino come quello del tifoso di calcio che tifa con una birra in mano a casa sua.

    Questo costume viene dai tempi dell’Internazionale Comunista, quando c’era un centro rivoluzionario che ascoltava e diffondeva le nostre opinioni fino all’altro capo del mondo, qualcosa che oggi non c’è più.

    Secondo Bricmont, “un minimo di modestia dovrebbe farci comprendere che appoggiare una resistenza che non ci costa niente non è tutto, perché in realtà è quella resistenza che sostiene noi. Dopo tutto, questa resistenza è molto più effettiva bloccando l’apparato militare statunitense, almeno temporaneamente, che i milioni di manifestanti che hanno marciato pacificamente contro la guerra e che, sfortunatamente, non hanno potuto né fermare i soldati né le bombe dei loro stessi governi.” Per l’autore è chiaro che il suo non è un discorso per rimanere a casa “a coltivare il nostro giardino”. Perché la gente che critica il fatto che non siamo intervenuti in Ruanda, dove circa 8.000 persone sono morte in cento giorni, non si sente responsabile di fronte al fatto che lo stesso numero di persone muore in Africa ogni giorno, tutto l’anno, a causa di malattie relativamente facili da curare? C’è una differenza tra intervento e cooperazione, e per cambiare la nostra mentalità ci vorrebbe più modestia e meno arroganza. La nostra superbia ci fa pensare che il primo mondo può aggiustare tutti i conflitti del globo, da qui il dilemma che in Iraq la situazione ci suggerisca l’uscita delle truppe occupanti. “Sarebbe molto più realista ammettere che non abbiamo soluzioni ai problemi, e che di conseguenza, la migliore cosa che possiamo fare è non immischiarci”. L’opzione più raccomandata sarebbe “cooperazione pacifica, non ingerenza, rispetto della sovranità nazionale e soluzione dei conflitti mediante la mediazione dell’ONU”.

    La conclusione è che “l’ideologia dell’intervento in nome dei diritti umani è stato lo strumento perfetto per distruggere i movimenti pacifisti e i movimenti antimperialisti”. Le organizzazioni per i diritti umani, prima di queste invasioni, chiedono che si rispettino le leggi della guerra, invece di denunciare l’illegalità dell’invasione. E’ un po’ come se chiedesse ai violentatori di usare il preservativo.

    Ma nonostante le dure critiche, la conclusione del libro esprime una speranza. I media e gli intellettuali dominanti non sono poi così potenti, hanno perso il referendum della Costituzione Europea in Francia, hanno perso ogni elezione in Venezuela e negli USA non sono riusciti ad impedire che la maggior parte della popolazione si opponesse all’invasione dell’Iraq.

    Basta constatare la facilità con cui gli Stati Uniti fecero cadere Mossadeqh o Arbentz negli anni cinquanta con quello che sta succedendo in Iraq oggi, per non dire nulla di Venezuela e Iran.

    Non resisto, devo riportare il paragrafo finale: “Tutti quelli che preferiscono la pace al potere, e la felicità piuttosto che la gloria, dovrebbero essere grati ai popoli colonizzati della loro missione civilizzatrice: liberandosi dal giogo hanno reso gli europei più modesti, meno razzisti e più umani. Speriamo che il processo continui e che gli USA siano costretti a seguire la stessa via. Quando la nostra causa è ingiusta, la sconfitta può essere liberatoria”.

    Jean Bricmont. “Imperialismo Umanitario. L’uso dei Diritti Umani per vendere la guerra”
    http://www.resistenze.org/sito/os/mp...m07-003988.htm

  2. #2
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    La demonizzazione di Slobodan Milosevic

    Di Michel Parenti
    Tradotto dall’inglese da Beatriz Morales Bastos per Rebelión

    Il ceto dirigente statunitense professa dedizione alla democrazia. Ciò nonostante, durante gli ultimi 50 anni, governi eletti democraticamente - colpevoli di aver introdotto programmi economici “redistributivi” o di rivendicare percorsi indipendenti che mal si conciliavano col sistema del libero mercato globale patrocinato dagli Stati Uniti - si sono visti nel mirino dell’apparato di sicurezza nazionale statunitense. In questo modo, governi democratici in Argentina, Bolivia, Brasile, Cile, Cipro, Repubblica Dominicana, Grecia, Guatemala, Haiti, Siria, Uruguay ed in molte altre nazioni, sono stati rovesciati dalle rispettive forze armate, finanziate ed assistite dagli Stati Uniti. I dirigenti militari subentrati hanno quindi cancellato le riforme egualitarie e spalancato le porte dei loro paesi agli investitori ed alle imprese straniere.

    L’apparato di sicurezza nazionale statunitense ha anche partecipato segretamente ad azioni destabilizzanti, guerre di potere mercenarie ed attacchi militari diretti contro governi rivoluzionari o nazionalisti in Afghanistan (a metà degli anni ’80), Angola, Cambogia, Cuba, Timor Est, Egitto, Etiopia, Isole Figi, Grenada, Haiti, Indonesia (sotto Sukarno), Iran, Giamaica, Libano, Libia, Mozambico, Nicaragua, Panama, Perù, Portogallo, Siria, Yemen del Sud, Venezuela (sotto Hugo Chavez), Sahara Occidentale ed Iraq (sotto Saddam Hussein, autocratico ed appoggiato dalla CIA, fintanto che non emerse la sua politica economica di nazionalizzazione e non cercò di ottenere prezzi migliori dalla vendita del petrolio).

    Il metodo propagandistico utilizzato per screditare molti di questi governi non è particolarmente originale, anzi, a questo punto, risulta facilmente prevedibile. Si denunciano i dirigenti come magniloquenti, ostili e psicologicamente tarati. Vengono catalogati come demagoghi assetati di potere, uomini forti e volubili e della peggior razza di dittatori, assimilati allo stesso Hitler. I paesi in questione vengono tacciati come Stati “canaglia” o “terroristi”, colpevoli di essere “anti-statunitensi” o “anti-occidentali”. Una minoranza selezionata è anche condannata come appartenente all’“asse del male”. Quando i dirigenti statunitensi prendono di mira un paese o demonizzano il suo dirigente, vengono appoggiati da pubblicisti ideologicamente sintonizzati, esperti, accademici, ex-funzionari di governo. Insieme creano, nell’opinione pubblica, un clima tale da consentire a Washington di compiere quanto necessario per arrecare gravi danni all’infrastruttura ed alla popolazione della nazione designata, il tutto in nome dei diritti umani, della lotta contro il terrorismo e per la sicurezza nazionale.

    A tal proposito non esiste esempio migliore che l’infaticabile demonizzazione del presidente democraticamente eletto Slobodan Milosevic e la guerra contro la Yugoslavia appoggiata dagli USA. Louis Sell - funzionario degli Affari Esteri statunitense - ha scritto un libro (“Slobodan Milosevic and the Destruction of Yugoslavia”, Duke University Press, 2002), che rappresenta un’opera somma su Milosevic, piena delle abituali immagini prefabbricate e delle presunzioni politiche dello stato di sicurezza nazionale statunitense. Il Milosevic di Sell è una caricatura, una persona astuta, avida di potere, un pazzo furioso che attacca compagni fidati ed approfitta delle divisioni interne al partito.

    Questo Milosevic è, al tempo stesso, un “socialista ortodosso” ed un “opportunista nazionalista serbo”, un demagogico “secondo Tito” assetato di potere, che vuole un potere dittatoriale su tutta la Yugoslavia e contemporaneamente porta ansiosamente avanti politiche che “distruggono lo Stato che Tito creò”. L’autore non dimostra attraverso riferimenti a politiche e specifici programmi che Milosevic è responsabile dello smembramento della Yugoslavia, semplicemente ce lo ripete, più e più volte. Si potrebbe pensare che forse abbiano a che fare con questo i secessionisti sloveni, croati, bosniaci mussulmani, macedoni ed albanesi del Kosovo, e gli interventisti degli Stati Uniti e della NATO.

    Secondo la mia opinione, il vero peccato commesso da Milosevic fu resistere allo smembramento della Yugoslavia ed opporsi all’imposizione dell’egemonia USA. Cercò inoltre di evitare alla Yugoslavia il peggio delle spietate privatizzazioni e restrizioni che già avevano afflitto altri vecchi paesi comunisti. La Yugoslavia fu l’unica nazione d’Europa che non richiese di entrare nell’Unione Europea o nella NATO o nell’OCSE (Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione Europea).

    Secondo alcuni intellettuali di sinistra la vecchia Yugoslavia non poteva definirsi stato socialista, poiché aveva permesso un’eccessiva penetrazione da parte di imprese private e FMI. Ma i politici statunitensi sono ben noti per non avere la stessa visione del mondo degli intellettuali puristi della sinistra. Per loro la Yugoslavia era sufficientemente socialista con il suo sviluppato sistema di servizi sociali ed un’economia pubblica per oltre il 75%. Sell chiarisce bene che in Yugoslavia la proprietà pubblica e la difesa di tale sistema economico da parte di Milosevic, furono considerazioni centrali nella guerra di Washington contro la Yugoslavia. Milosevic, lamenta Sell, era “compromesso con il socialismo ortodosso”. “Descriveva con continua enfasi la proprietà pubblica dei mezzi di produzione e la produzione statale delle merci come le migliori garanzie di prosperità”. Dovette andarsene.

    Per esporre le sua argomentazioni contro Milosevic, Sell ricorre spesso all’abituale argomento “ad hominem”. Così leggiamo che nella sua infanzia Milosevic era “un tantino bigotto” e, pertanto, “un solitario per natura”, un tipo di bambino strano, giacché “non gl’interessavano gli sport né altre attività fisiche” e “disdegnò le monellerie infantili a favore dei libri”. L’autore cita un anonimo compagno di classe, il quale riferisce che la madre di Slobodan “lo vestiva in modo grazioso e lo crebbe mite”. Ancor peggio, Slobodan non si univa mai a loro quando gli altri bambini rubavano negli orti - senza dubbio un segno indiscutibile di patologia infantile.

    Più avanti Sell descrive Milosevic come “taciturno”, “incline ad un vita appartata” e dedito ad un “caparbio fatalismo”. Ma i dati stessi di Sell - quando fa una pausa nella sua caratterizzazione negativa e passa ai dettagli - contraddicono lo stereotipo di disadattato “solitario taciturno”. Riconosce che il giovane Milosevic lavorò bene coi colleghi quando iniziò l’attività politica. Niente affatto incapace di stabilire relazioni strette, Slobodan conobbe una ragazza, sua futura moglie, ed insieme godettero di un vincolo duraturo per la vita. All’inizio della sua carriera, quando era a capo della Banca di Belgrado, si dice che Milosevic era “comunicativo, si preoccupava per il personale della banca ed era molto popolare tra i dipendenti”. Altri amici lo descrivono come una persona che andava d’accordo con la gente, “disteso ed alla mano”, sposo fedele con sua moglie e padre orgoglioso e devoto con i figli. Sell ammette che Milosevic era a volte “sicuro di se stesso”, “estroverso” e “carismatico”. Ma lo stereotipo negativo è talmente fermamente radicato a causa delle asserzioni ripetitive (e di anni di propaganda da parte dei media occidentali e dei circuiti ufficiali) che Sell può limitarsi a passar sopra alle prove che lo contraddicono - anche quando è lui stesso ad offrirle.

    Sell fa riferimento ad un anonimo “psichiatra statunitense che ha studiato Milosevic da vicino”. Leggasi “da lontano”, dal momento che nessuno psichiatra statunitense ha mai trattato, e nemmeno intervistato, Milosevic. Tale innominato psichiatra si suppone abbia diagnosticato al dirigente Yugoslavo una personalità “malignamente narcisistica”. Sell ci dice che questo narcisismo maligno riempie Milosevic di autodelusione, lasciandogli una “personalità tediosa” che è una “farsa”. “Le persone con il tipo di personalità di Milosevic spesso non possono o non vogliono riconoscere la realtà dei fatti che divergono dalla loro personale percezione del modo in cui il mondo è o dovrebbe essere”. Come fa a sapere tutte queste cose il Dott. Sigmund Sell? Sembra trovare la prova nel fatto che Milosevic osò tracciare un percorso divergente da quello emanato da Washington. Senza dubbio solamente una patologia personale può spiegare cotanta ostinazione “anti-occidentale”. Inoltre ci viene detto che Milosevic aveva il suo “punto debole” nel fatto di non essersi mai sentito a suo agio con la nozione di proprietà privata. Se non è una prova questa di narcisismo maligno, che cos’è dunque? Sell non prende mai in considerazione la possibilità che lui stesso e gli interventisti globali che la pensano al par suo, non possano o non vogliano “riconoscere la realtà dei fatti che divergono dalla loro personale percezione del modo in cui il mondo è o dovrebbe essere”.

    Milosevic, ci viene detto ripetutamente, cadde sotto la crescente influenza di sua moglie, Mirjana Markovic, “l’autentico potere dietro il trono”; in un’occasione la definisce anche “Lady Macbeth”. La ritrae come una vera maniaca, posseduta da un’ira incontrollabile, i suoi occhi “vibravano come un animale spaventato”; “soffre di schizofrenia profonda” con un’“inconsistente discernimento della realtà” ed è un’”ipocondriaca” incurabile. Inoltre, non simula “gran che” ed ha una personalità “fantasiosa” e “traumatizzata”. Come suo marito, col quale condivide “una relazione molto anomala”, ha un “rapporto autistico col mondo”. Peggio ancora, ha un’”ideologia marxista dura”.
    Ci resta da chiederci in qual modo il Milosevic disadattato ed autistico fu capace di lavorare come un popolare professore universitario, organizzare e dirigere un nuovo partito politico e svolgere un ruolo attivo nella resistenza popolare contro l’interventismo occidentale.

    In questo libro, ogni volta che si citano le parole di Milosevic o di qualsiasi altro della sua cerchia, questi “grugniscono”, “parlano in fretta e furia”, “parlano tra i denti” o “si vantano”.
    Al contrario i politici che si sono meritati l’approvazione di Sell “osservano”, “espongono”, fanno notare” e “concludono”. Quando uno dei superiori di Milosevic esprime la sua inquietudine circa i “rumorosi serbi del Kosovo” (come li chiama Sell) che manifestavano contro i maltrattamenti patiti per mano degli albanesi kosovari secessionisti, Milosevic “dice a denti stretti”: “Perché avete tanta paura della strada e del popolo?” Qualcuno di noi potrebbe pensare che questa sia un’ottima domanda da fare a denti stretti ad un dirigente di governo, ma Sell la considera una prova della demagogia di Milosevic.

    Ogni volta che Milosevic faceva qualcosa a favore del comune cittadino, come quando tassò gli interessi dei conti in valuta straniera, una politica impopolare tra l’elite serba, ma apprezzata dagli strati più poveri della popolazione, viene tacciato di manipolare il favore popolare. Così dobbiamo accettare la parola di Sell, secondo cui Milosevic non volle mai il potere per evitare la fame, viceversa era semplicemente affamato di potere. Sell opera con un paradigma non falso-credibile. Se il leader in questione è irresponsabile nei confronti del popolo, ciò costituisce una prova della sua propensione dittatoriale; se è responsabile verso il popolo, ciò dimostra il suo demagogico opportunismo. Fedele alla visione ufficiale statunitense del mondo, Sell etichetta “Milosevic ed i suoi subalterni” come “partigiani della linea dura”, “conservatori” ed “ideologi”, “anti-occidentali” rinchiusi nel “dogma socialista”. Al contrario i secessionisti croati, bosniaci ed albanesi kosovari, che lavorarono tenacemente per smembrare la Yugoslavia e consegnare le rispettive repubbliche alle tenere benedizioni del neocapitalismo, sono definiti “riformatori dell’economia”, “dirigenti neoliberali” e “filo-occidentali” (leggi: capitalisti a favore delle imprese transnazionali). Sell considera la “democrazia stile occidentale” e la “moderna economia di mercato” come necessariamente correlati.
    Non ha nulla da dire sulle tremende difficoltà dei paesi dell’Europa dell’Est che hanno abbandonato le loro deficitarie ma sopportabili economie pianificate per le spietate estorsioni del laisser-faire capitalistico.

    La sensibilità di Sell di fronte alla demagogia non si estende a Franjo Tudjman, il croata cripto-fascista ed antisemita che parla bene di Hitler e che ha imposto il suo severo governo autocratico alla Croazia da poco indipendente. Tudjman sminuì l’olocausto considerandolo un’esagerazione ed acclamò apertamente all’organizzazione nazi-croata degli Ustascia della seconda guerra mondiale. Arrivò perfino ad includere nel suo governo alcuni veterani dirigenti ustascia. Sell non dice parola alcuna di tutto ciò e considera Tudjman semplicemente come buon veterano nazionalista croato. Allo stesso modo non ha parole critiche per il dirigente bosniaco mussulmano Alija Izetbegovic. Commenta laconicamente che nel 1946 Izetbegovic “fu condannato a tre anni di carcere per appartenenza ad un gruppo chiamato i Giovani Mussulmani”. Si resta con l’impressione che il governo comunista di Yugoslavia avesse oppresso un devoto mussulmano. Ciò che Sell non menziona è che durante la seconda guerra mondiale il giovane mussulmano reclutò attivamente unità mussulmane per le SS naziste; queste unità perpetrarono orribili atrocità contro il movimento di resistenza e la popolazione ebrea della Yugoslavia. Izetbegovic se la cavò con una sentenza di soli tre anni.

    In questo libro si dice pochissimo della pulizia etnica perpetrata contro i serbi da parte dei dirigenti appoggiati dagli USA, come Tudjman ed Izetbegovic, durante e dopo le guerre contro la Yugoslavia sostenute dagli USA. Al contrario, non si fa menzione della diversità e tolleranza etnica esistenti nella Yugoslavia del presidente Milosevic. Tutto ciò che restava della Yugoslavia nel 1999 erano la Serbia ed il Montenegro. Ai lettori non si dice mai che questa nazione era l’unica residua società multietnica che rimaneva delle ex-repubbliche yugoslave, l’unico luogo in cui serbi, albanesi, croati, gorani, ebrei, egiziani, ungheresi, zingari, e molti altri gruppi etnici potevano convivere con misure certe di sicurezza e tolleranza.

    L’implacabile demonizzazione di Milosevic si estende al popolo serbo in generale. Nel libro di Sell i serbi sono nazionalisti esasperati. I serbi del Kosovo, che manifestano contro i maltrattamenti ricevuti dai nazionalisti albanesi, sono descritti come persone che hanno un “crescente desiderio di sangue”. I lavoratori serbi, che manifestano per difendere i loro diritti e le conquiste faticosamente acquisite, sono sminuiti da Sell come “gli strumenti più bassi della banda”. I serbi che per secoli hanno vissuto nella Krajina ed in altre zone della Croazia sono denigrati e etichettati come occupanti coloniali. All’opposto, i secessionisti nazionalisti sloveni, croati e bosniaci mussulmani e gli irredentisti albanesi kosovari sono semplicemente alla ricerca di “indipendenza”, “autodeterminazione”, “sovranità e differenziazione culturale”. In questo libro, i pistoleri albanesi dell’UCK non sono trafficanti di prima linea, terroristi ed esecutori di pulizie etniche, ma combattenti e patrioti.

    Le presunte azioni militari dei serbi, descritte nei termini più vaghi, sono ripetutamente definite “brutali”, mentre gli assalti e le atrocità commesse contro i serbi da parte di altri gruppi nazionalisti sono generalmente accettate come rappresaglie ed atti difensivi, o sono sminuite da Sell che le considera “false”, “molto esagerate”, ed “oltremodo sbandierate”. Milosevic, afferma Sell, disseminò “propaganda maliziosa” contro i croati, ma non ne riporta alcuna in concreto. Sell offre uno o due esempi di come i villaggi serbi furono saccheggiati ed i loro abitanti violentati ed assassinati da parte dei secessionisti albanesi. In funzione di ciò riconosce, malvolentieri, che “qualcuna delle accuse dei serbi… ha un fondo di verità”. Ma non fa nulla di più al riguardo.

    La storia, comoda e ben ordita, circa il massacro serbo degli albanesi disarmati nel villaggio di Racak, strombazzata in modo grossolano dal diplomatico statunitense e disinformatore di lunga data, William Walker, è accettata incondizionatamente da Sell, che ignora tutte le prove contrarie. Una squadra televisiva dell’Associated Press aveva filmato la battaglia che ebbe luogo a Racak il giorno prima che la polizia serba ammazzasse vari membri dell’UCK. Un giornalista francese che era stato a Racak più tardi in quello stesso giorno, trovò prove di una battaglia, ma non prove di un massacro di civili disarmati; tanto meno le trovarono gli stessi osservatori della missione di verifica del Kosovo di Walker. Tutte le relazioni dei periti rivelarono che, in pratica, le 44 persone uccise avevano usato armi da fuoco e tutte erano morte in combattimento. Sell semplicemente ignora queste prove.

    La storia molto mediatizzata del modo in cui i serbi, presumibilmente, avrebbero ammazzato 7000 mussulmani a Srebrenica, è accettata senza alcuna critica anche quando le indagini più esaustive non hanno dissotterrato più di 2000 corpi di nazionalità indeterminata. S’ignorano i precedenti massacri portati invece a termine dai mussulmani, che rasero al suolo una cinquantina di villaggi serbi intorno a Srebrenica, secondo le informazioni di due corrispondenti della BBC e di altri giornalisti. Allo stesso modo passa sotto silenzio la totale incapacità del gruppo di periti occidentali di localizzare i 250.000 o 100.000 o 50.000 corpi di albanesi (il numero continua a cambiare) che si dicono assassinati dai serbi in Kosovo.

    L’interpretazione di Sell di ciò che accadde a Rambouillet lascia molto a desiderare. Secondo le condizioni di Rambouillet, il Kosovo sarebbe diventato una colonia della NATO. Milosevic avrebbe potuto anche accettarlo, seppure a malincuore, disperato per non poter evitare un attacco totale della NATO al resto della Yugoslavia. Ma, per essere sicura che la guerra fosse inevitabile, la delegazione statunitense aggiunse una sorprendente condizione, chiedendo che le forze ed il personale della NATO avessero libero accesso a tutta la Yugoslavia, uso senza restrizioni dei suoi aeroporti, treni, porti, servizi di comunicazione e radiotelevisione, senza costi ed immuni da qualsiasi giurisdizione delle autorità yugoslave.

    La NATO avrebbe anche avuto la possibilità di modificare a proprio uso tutte le infrastrutture della Yugoslavia, incluse strade, ponti, gallerie, edifici e strutture pubbliche. In effetti non solo il Kosovo, ma tutta la Yugoslavia, si sarebbe vista sottomessa allo straordinario equivalente di un’occupazione coloniale assoluta.

    Sell non menziona questi dettagli. In cambio ci assicura che le esigenze della NATO di accesso senza restrizioni alla Yugoslavia non erano nulla più che una forma di protocollo introdotta “in gran parte per ragioni legali”. Un’idea simile di accordo, ma meno radicale - afferma - faceva parte del pacchetto di Dayton. In più, l’accordo di Dayton riduce la Bosnia ad una colonia occidentale. Ma, se non c’era nulla di male nell’ultimatum di Rambouillet, allora perché Milosevic lo rifiutò? Sell attribuisce la resistenza di Milosevic alla sua perversa “mentalità da bunker” ed alla sua necessità di sfidare il mondo.

    Non vi è una sola parola in questo libro che descriva i 78 giorni di bombardamenti massicci, per 24 ore al giorno, della NATO sulla Yugoslavia; nessun accenno al fatto che tali bombardamenti causarono la perdita di migliaia di vite, ferirono e mutilarono altrettante migliaia, contaminarono gran parte delle terre e dell’acqua con uranio impoverito e distrussero la maggior parte del settore industriale pubblico e delle infrastrutture del paese, mentre lasciarono perfettamente intatte tutte le strutture delle imprese private occidentali.

    Le fonti di Sell si basano sulla condivisione della versione ufficiale statunitense della battaglia dei Balcani. Non sfiorano né citano osservatori che offrono una prospettiva critica più indipendente, come Sean Gervassi, Diana Johnstone, Gregory Elich, Nicholas Stavrous, Michel Collon, Raju Thomas e Michel Chossudovsky. Importanti fonti occidentali, che segnalo nel mio libro sulla Yugoslavia, offrono prove, testimonianze e documentazione che discordano dalle conclusioni di Sell, incluse fonti degli Interni dell’Unione Europea, della Commissione della Comunità Europea per i Diritti delle Donne, dell’OSCE e della sua Missione di Verifica in Kosovo, della Commissione delle Nazioni Unite sui Crimini di Guerra e di altre Commissioni delle Nazioni Unite, varie relazioni dei Dipartimenti di Stato, relazioni dei ministeri tedeschi degli Affari Esteri e della Difesa, e della Croce Rossa Internazionale. Sell non si avvale di queste fonti.

    Ignora anche testimonianze e dichiarazioni di congressisti statunitensi che visitarono i Balcani, un ex-funzionario del Dipartimento di Stato sotto l’amministrazione Bush, un ex-sottufficiale del comando statunitense europeo, diversi generali delle Nazioni Unite e della NATO e negoziatori internazionali, piloti spagnoli, squadre di periti di differenti paesi ed osservatori delle Nazioni Unite, i quali hanno fornito rivelazioni in contraddizione col quadro dipinto da Sell e da altri difensori della versione ufficiale USA.

    Riassumendo, il libro di Sell è pieno zeppo d’incongruenze su informazioni riservate, accuse senza fondamento, supposizioni senza indagine e stereotipi zavorrati ideologicamente.

    Si tratta di un buon lavoro, fintanto che la disinformazione continua ad essere la tendenza dominante.



    Note.

    Ustascia: Organizzazione che nel 1941 i paesi dell’Asse - Germania, Italia e Giappone - incaricarono della cosiddetta operazione “Indipendenza croata” e che nel 1945 fu espulsa dai partigiani yugoslavi e dall’Esercito Rosso (N.d.t.)


    Gli ultimi libri di Michel Parenti sono “To Kill a Nation: the Attack on Yugoslavia” (Verso), e “Terrorism Trap: September 11 and Beyond” (City Lights). Il suo ultimo lavoro, “The Assesination of Julius Caesar: A People History of Ancient Rome”, è stato candidato al Premio Pulitzer.


    http://www.resistenze.org/sito/te/po/yu/poyu4c27.htm

  3. #3
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    http://www.contropiano.org/Documenti...truppe_ONU.htm



    Darfur
    Come i laboratori della guerra umanitaria
    stanno preparando l’intervento militare contro il Sudan

    Perché il Sudan rifiuta le truppe ONU

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    Ci provo io...

    Perché il Sudan rifiuta le truppe ONU

    di Sara Flounders


    Gli sforzi statunitensi di ristabilire l'occupazione e la dominazione coloniale hanno sofferto una nuova battuta di arresto il 4 settembre. Il governo del Sudan non ha autorizzato lo stanziamento delle forze delle Nazioni Unite nella sua regione occidentale del Darfur.

    Il 1 settembre, gli Stati Uniti e la Gran Bretagna, attraverso il Consiglio di sicurezza dell'ONU, avevano fatto approvare la Risoluzione riguardante l'invio di oltre 20.000 caschi blu in Sudan al posto dei 7.000 uomini delle Forze dell'Unione africana.

    Il consigliere presidenziale Mustafa Osman Ismail ha reso noto che il governo Sudanese rifiuta la sostituzione delle forze dell'Unione africana, approvata, con una più ampia presenza ONU, perché il fine del mandato delle Nazioni Unite è un "cambio di regime". (Reuters, 4 sett.).

    Gli Stati Uniti hanno sostenuto che è essenziale che forze dell'ONU subentrino alle truppe dell'Unione africana perché queste non hanno fondi sufficienti, sono sottodimensionate e sotto-equipaggiate per il ruolo di "peacekeeping" a loro assegnato (per quanto si suppone sia la NATO, guidata dagli USA medesimi, a dover provvedere alla logistica, al trasporto aereo, all'attrezzatura ed agli approvvigionamenti per le forze dell'Unione africana).

    Russia, Cina e Qatar si sono astenute dal voto nel Consiglio di Sicurezza, che hanno criticato, anche se né Cina né Russia hanno esercitato il diritto di veto. La Risoluzione stabilisce che il dispiegamento avrebbe luogo "sulla base dell'accettazione del governo [sudanese]." Una campagna di pressione internazionale per costringere il Sudan ad accettare forze straniere è stata organizzata dagli USA.

    Il Sudan ha buone ragioni di sospettare di una decisione spinta da Stati Uniti e Gran Bretagna. L'Inghilterra è il brutale ex colonizzatore del Sudan, da sempre contraria alla sovranità del paese africano; e per Washington, un "cambio di regime", il rovesciamento del governo sudanese, è nelle agende dei Repubblicani come dei Democratici. Sanzioni e i divieti agli investimenti, commercio, crediti e prestiti da parte statunitense sono stati posti in essere da oltre un decennio. Nel 1998, durante l'amministrazione Clinton, 17 missili Cruise hanno distrutto il complesso para-medico di El Shifa che rappresentava la maggior risorsa medica di base per il disperato fabbisogno sudanese.

    Il Sudan è ben consapevole di come gli Stati Uniti hanno utilizzato una risoluzione dell'ONU nel 1990 per giustificare gli attacchi che distrussero le infrastrutture in Iraq. I 13 anni di sanzioni imposti dall'ONU sull'Iraq, richieste da Washington, hanno provocato la morte di oltre un milione e mezzo di iracheni.

    Gli Stati Uniti hanno occupano la Corea del Sud per più di 50 anni sotto una risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell'ONU. Oltre 4 milioni di coreani morirono nella guerra del 1950-53 disputata sotto la bandiera delle Nazioni Unite. Le forze ONU in Iugoslavia, Congo e Haiti sono state una coperta per l'intervento e l'occupazione europea e statunitense. Non sono mai state forza di pace o riconciliazione.

    Nonostante l'enunciato della risoluzione ONU, alcuni funzionari del Dipartimento di stato USA hanno insistito per un interpretazione del testo che permetta alle truppe delle Nazioni Unite di muovere verso il Darfur, anche senza l'accordo del Sudan. Ma il corpo diplomatico ritiene improbabile che gli altri paesi offrano truppe per una missione a cui il governo sudanese si oppone. Il Sudan ha promesso di attaccare qualsiasi forza entri nel paese senza invito. (French Press Agency [AFP], 1 sett.)

    Tutti gli stati membri dell'ONU sanno che il Pentagono ha la capacità di sbarcare le sue forze ovunque sul pianeta; sanno che con la loro dirompente potenza di fuoco e le loro tattiche possono occupare una nazione. Ma il mondo intero sa anche che in Iraq, in Afghanistan ed ora in Libano, la determinata resistenza di base non può essere piegata così facilmente.

    Il Sudan è il più grande paese dell'Africa - grande come l'Europa Occidentale. La regione occidentale del Darfur è più grande dell'Iraq. Se 150.000 militari USA non possono soggiogare l'Iraq, 20.000 caschi blu in Darfur dovrebbero fronteggiare una sostenuta opposizione in una regione nota per il suo radicato sentimento anti-coloniale.

    Il Vicepresidente sudanese Ali Osman Taha ha promesso che il suo paese sosterrà l'opposizione ad un contingente ONU in Darfur ed ha indicato in Hezbollah un modello di resistenza. "Abbiamo opzioni e piani per controbattere l'intervento internazionale", ha detto. (AFP, 1 sett.)

    La campagna "Salviamo il Darfur"

    La campagna internazionale di pressione sul Sudan ha fra i suoi finanziatori le più importanti forze politiche che hanno sostenuto l'invasione statunitense in Iraq.

    Una manifestazione molto ben finanziata per "Salvare il Darfur" è stata organizzata per il 17 settembre in Central Park di New York, con lo scopo di richiedere l'invio di forze ONU in Sudan. Interverranno celebrità, gruppi musicali di grido i maggiori statisti statunitensi, sia Repubblicani che Democratici.

    Il raduno è un consapevole tentativo di dividere il movimento contro la guerra USA in Iraq, di demonizzare ulteriormente il mondo arabo e musulmano, e tentare di vendere una nuova guerra come un'azione umanitaria.

    Tra i gruppi in sostegno dei profughi del Darfur alcuni sono rimasti in silenzio e altri hanno sostenuto apertamente il bombardamento israeliano nel Libano, che ha creato oltre un milione di rifugiati. Erano fra i fautori più convinti dell'invasione e dell'occupazione USA dell'Iraq. Il Presidente George W. Bush ha incontrato gli organizzatori della campagna "Salviamo il Darfur" alla Casa Bianca ed ha lodato i loro sforzi.

    Anche se "Salviamo il Darfur" conta molte organizzazioni sia religiose che di tutela dei diritti civili, la campagna è soprattutto un'iniziativa delle più radicali organizzazioni della destra evangelica cristiana e sionista.

    Il Jerusalem Post del 27 aprile, in un articolo intitolato "Gli ebrei USA progettano una manifestazione per il Darfur", viene descritto il preminente ruolo delle organizzazioni sioniste in un raduno simile a "Salviamo il Darfur" svoltosi a Washington, D.C., il 30 aprile.

    L'Associazione Nazionale Evangelica, l'Alleanza Evangelica e altri gruppi religiosi, fermi elettori di Bush, sono le altre maggiori forze "mobilitate" per il Darfur.

    Il primo a parlare di genocidio in Darfur è stato il Gen. Colin Powell nel 2004, quando era Segretario di Stato. Il Sudan era in cima alla lista per un "cambio di regime" sia durante l'amministrazione Clinton, che durante le amministrazioni Bush.

    Nonostante i grossolani sforzi dei media di semplificare e ridurre il conflitto ad una lotta tra gli arabi "Janjaweed" invasori contro il popolo africano, è importante sapere che tutti i gruppi contendenti sono africani, tutti sono indigeno o locali, e tutti sono musulmani sunniti. L'arabo è la lingua comune, insieme ad un centinaio di dialetti locali. La popolazione sudanese è quella etnicamente più variegata al mondo: oltre 400 gruppi etnici con la loro propria lingua o dialetto.

    Una carestia sta infuriando nell'area a causa delle siccità che nell'ultimo decennio hanno colpito l'Africa settentrionale. La lotta per gli scarsi approvvigionamenti di acqua contrappone per la sussistenza i contadini contro gli allevatori nomadi.

    C'è un argomento che tutte le forze che dichiarano preoccupazione per il popolo sudanese non accennano mai: il ruolo dell'imperialismo nel tenere il Sudan povero e sottosviluppato. Il Sudan ha risorse enormi e una gran disponibilità di minerali. La politica di Washington verso il Sudan consiste nel fomentare scontri nazionali e regionali, antagonismi nel sud e all'ovest, cosicché le multinazionali americane possano tener sotto controllo lo sviluppo delle industrie del petrolio, dell'oro, dell'uranio e i depositi di rame che potrebbero rendere il Sudan prospero.

    Il governo USA si è assicurato una risoluzione dell'ONU nel suo ultimo tentativo di intimorire il Sudan. Ma il vero problema è che l'impero statunitense è troppo esteso ed incapace di vincere tutte le guerre che ha provocato al fine di dominare il pianeta.

    L'utilizzo da parte di Bush del bigotto neologismo "islamo-fascismo", nonchè la sua dichiarazione di Guerra senza fine (la III mondiale) contro i paesi che lottano per difendere la loro sovranità ha incontrato resistenza dall'Iraq, all'Afghanistan, al Libano. Le nuove minacce contro la Siria, l'Iran, la Somalia ed il Sudan indurranno le nazioni a pensarci due volte prima di inviare i loro uomini a combattere per la dominazione statunitense.

    7/9/2006

    This article is copyright under a Creative Commons License. More (in francese): http://www.michelcollon.info

  5. #5
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