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    Predefinito LIBRARIA - Buttafuoco e Pera

    Vivaddio. Mentre i giudici spagnoli danno l’assalto al cielo e condannano Cristo in croce per la seconda volta, questa volta espellendolo dall’aula perché non segue le lezioni di ateismo militante, escono in Italia due bei saggi affini e opposti, in gloria di Dio, la Croce e la religione. Parlo del Cristo liberale di Marcello Pera, che cerca di conciliare la Benedetta Croce con Benedetto Croce, in un libro dal titolo ipercrociano, Perché dobbiamo dirci cristiani. Il liberalismo, l’Europa e l’etica (oggi in uscita da Mondadori, pp. 196, euro 18), che sostiene la fede d’Occidente e reputa cristianesimo e liberalismo “congeneri”. E parlo del Cabaret Voltaire (Bompiani, pp. 226, euro 18) di Pietrangelo Buttafuoco, che sostiene invece la fede d’Oriente, e reputa cristianesimo e islam congeneri o consuoceri del sacro, ambedue sgorgati dalla Tradizione. Sono due esortazioni al sacro: quella di Pera è di un ateo devoto, o comunque di un uomo laico di scienza convertitosi in età matura alla civiltà cristiana, identificandola con l’Occidente; folgorato sulla via di New York, vorrei dire; dove la Fallaci sostituisce quasi la Madonna. L’altro, Buttafuoco, venuto dalla Sicilia orientale, e sottolineo orientale, che invece ammira l’islam, Khomeini incluso, si ricongiunge alle radici arabo-normanne della sua Sicilia, e ritiene che l’islam possa bruscamente risvegliare il sacro nell’Occidente stanco e disperato... In entrambi l’islam funziona da reagente e detonatore: ma per Pera in senso antagonistico, per Buttafuoco in senso emulativo. Per contrappasso e analogia, a voler essere danteschi. In entrambi riaffiora l’esigenza di una religione civile, intesa come ispirazione religiosa della vita pubblica. Ma in Pera la religione civile somiglia a quella americana, quella che sul dollaro scrive In God we trust, “crediamo in Dio”. In Buttafuoco la religione civile ha un’ascendenza fascio-islamica, una forma raffinata e ironica di integralismo. Lasciate che io esprima la mia simultanea (continua)...

    http://www.libero-news.it/articles/view/405469

    Non c’è liberalismo senza Dio

    Il saggio di Marcello Pera con un testo del Papa. «Il cristianesimo, chance dell’Europa»

    «La mia posizione è quella del laico e liberale che si rivolge al cristianesimo per chiedergli le ragioni della speranza», di una «speranza» possibile per la nostra società, per la politica, per il mondo delle istituzioni, ed in particolare per la vecchia Europa, «la terra più scristianizzata dell'Occidente e se ne fa un vanto». Dove vivere come se nessun Dio esistesse «non sta dando i frutti promessi». Europa che al cristianesimo deve ritornare «se vuole davvero unificarsi in qualcosa che assomigli ad una nazione, una comunità morale». Nel suo nuovo libro (Mondadori), Marcello Pera si mette sulle orme di Kant, (che nella Critica della ragion pratica affermava: «La speranza comincia soltanto con la religione»), e di Benedetto Croce («Non possiamo non dirci cristiani»). Ma ancora di più segue la lezione «scientifica» dell'empirismo inglese di Locke (che scrisse La ragionevolezza del cristianesimo), dei Padri fondatori della nazione americana e di Tocqueville. E proprio a partire dallo studio dei problemi drammatici di ordine morale, politico, religioso posti dalla convivenza umana contemporanea (da quelli bioetici a quelli dell'integrazione) giunge a spingersi più in là: dal «non possiamo non dirci» al «dobbiamo dirci cristiani».
    I cambiamenti dell'ultimo scorcio del XX secolo richiedono, secondo Pera, per logica interna, questo ulteriore sviluppo, rispetto ai tempi in cui la società era ancora per larga parte permeata dal cristianesimo e dal suo spirito religioso. Perciò arriva a sostenere, dimostrandolo, che «alzare la bandiera cristiana» è l'unica occasione affinché non solo l'Occidente, ma anche ogni singolo essere umano (il liberalismo è per sua natura non etnocentrico, ma universalista) possa ancora avere una prospettiva positiva, una chance. «Non si tratta — annota Pera — di conversioni o illuminazioni o ravvedimenti». Sono queste «tutte cose importanti, delicate e rispettabili ma che attengono alla sfera della coscienza personale». «Si tratta di coltivare una fede (altra espressione appropriata non c'è) in valori e principi che caratterizzano la nostra civiltà, e di riaffermare i capisaldi di una tradizione della quale siamo figli». E ancora: «I grandi Padri del liberalismo classico, questo problema lo avevano chiaro (...). Oggi che è diventato anticristiano, il liberalismo è senza fondamenti e le sue libertà sono appese nel vuoto». Si potrebbe dire che le «equazioni laiche» di Pera — ordinario di Filosofia della scienza a Pisa, studioso di Karl Popper, già coautore insieme all'allora cardinale Ratzinger del bestseller Senza radici — a livello della «ragion pratica» o della phronesis aristotelica, fanno il paio con quello che sul piano della metafisica è il teorema di Gödel, che dimostra matematicamente la necessità dell'esistenza di Dio.
    Da una parte: «Dio esiste necessariamente, come volevasi dimostrare ». Dall'altra: «Per ciò e per concludere, dobbiamo dirci cristiani». Pera scrive: «Liberalismo e cristianesimo sono congeneri. Togliete al primo la fede del secondo, e anch'esso scomparirà». Il liberale è «cristiano per cultura». Per lui il «dono di Dio» è solo «un patrimonio di virtù, costumi, civiltà: la nostra». Differente dal «cristiano per fede» in Gesù Cristo, personalmente incontrato, seguito, amato. Ma essere solo «cristiano per cultura», giunti ormai alla fine del primo decennio del XXI secolo, non basta nemmeno più, secondo Pera: «Colui che si limita o si sente limitato, a sentirsi cristiano per cultura» non deve negarsi alla possibilità anche di credere in Cristo. «È necessario che la ricchezza dell'esperienza umana non sia amputata della presenza nella nostra vita del senso del divino, del sacro, del mistero, dell'infinito». Naturalmente questo è «un appello, motivato e drammatico, non ancora (se mai lo sarà) una soluzione teoreticamente già disponibile». Sono ragionamenti che hanno delle conseguenze «politiche» che faranno molto discutere. Pera, ad esempio, confuta quelli che negli ultimi anni sono diventati dei veri e propri tabù del dibattito pubblico italiano e internazionale. E cioè che possa esistere il cosiddetto «dialogo interreligioso». In questo, lo stesso Benedetto XVI, nella lettera che introduce al volume (un evento eccezionale, se non unico) e che qui pubblichiamo integralmente, gli dà apertamente ragione. Si deve piuttosto parlare di «dialogo tra culture ».

    Allo stesso modo Pera dimostra la contraddittorietà intrinseca del concetto di «multiculturalità». Affinché quello che la ragione riconosce come necessario possa accadere nella vita di ciascuno e nella storia di nazioni e popoli, ci vuole una decisione. «Alla fine, sta a noi scegliere. (...) La scelta cristiana, di darsi a Dio (credente in Cristo, ndr) o di agire velut si Christus daretur (cristiano per cultura, ndr) ha prodotto i migliori risultati. Quella scelta ha grandi vantaggi, anche nel campo dell'etica pubblica. (...) Non separeremo la moralità dalla verità, non confonderemo l'autonomia morale con la libera scelta individuale, non tratteremo gli individui, nascenti o morenti, come cose, non acconsentiremo a tutti i desideri di trasformarsi in diritti, non confineremo la ragione nei soli limiti della scienza, non ci sentiremo più soli in una società di estranei o più oppressi in uno Stato che si appropria di noi perché noi non sappiamo più orientarci da soli». Ma una simile decisione, nessuno può nasconderselo, può essere generata solo dall'incontro con un fatto che susciti una fiducia e un'attesa. Di Ratzinger, «Papa della speranza cristiana», Pera scrive: «Posso solo dire che, nonostante tutte le mie sollecitazioni interiori, questo lavoro non ci sarebbe stato se Benedetto XVI non avesse scritto e parlato e non testimoniasse ciò di cui scrive e parla». Un fatto, insomma, che mantenga «aperta» la ragione a quella possibilità che tutto (il relativismo, l'aggressività del fondamentalismo religioso, la reificazione dell'uomo) «invoca » come necessaria. Solo la speranza, di cui scrive Paolo nella Lettera agli Ebrei, colma lo iato tra la condizione percepita dalla ragione come necessaria e la realtà. È per questo che Charles Péguy, nel Portico del Mistero della seconda virtù, fa dire a Dio: «La fede che più amo è la speranza».
    Maria Antonietta Calabrò
    23 novembre 2008


    http://www.corriere.it/cultura/08_no...4f02aabc.shtml


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    Predefinito

    Perché dobbiamo dirci periani

    da Camillo di rocca
    Oggi, sul Corriere, Maria Antonietta Calabrò fa un bello scoop. Pubblica la sontuosa lettera del Papa a Marcello Pera e racconta il nuovo libro di Pera dal titolo "Perché dobbiamo dirci cristiani" in questo modo: "Marcello Pera si mette sulle orme di Kant,… e di Benedetto Croce… Ma ancora di più segue la lezione «scientifica» dell’empirismo inglese di Locke… dei Padri fondatori della nazione americana e di Tocqueville". Ma non è finita: "Si potrebbe dire che le «equazioni laiche» di Pera… fanno il paio con quello che sul piano della metafisica è il teorema di Gödel".
    Maria Antonietta Calabrò, sul piano della realtà empirica, era la portavoce di un Presidente del Senato, uno che mi pare di ricordare si chiamasse proprio Pera.


    http://www.camilloblog.it/archivio/2...dirci-periani/

    SCHEDA BOL PERA


    Buttafuoco non è ancora uscito, poi aggiorno.

 

 

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