Dialogo tra le culture, non tra le religioni
lo scrive Benedetto XVI, il rabbino Di Segni approva
Testata: Corriere della Sera
Data: 24 novembre 2008
Pagina: 33
Autore: Maria Antonietta Calabrò
Titolo: «Il rabbino capo con Ratzinger: dialogo solo tra le culture»
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Da pagina 33 del CORRIERE della SERA del 24 novembre 2008, riportiamo l'articolo di Maria Antonietta Calabrò "Il rabbino capo con Ratzinger: dialogo solo tra le culture":
Il dialogo fra le religioni non è possibile «senza mettere fra parentesi la propria fede », e bisogna semmai parlare di «dialogo tra le culture» afferma Benedetto XVI nella lettera che fa da prefazione al nuovo libro di Marcello Pera, Perché dobbiamo dirci cristiani (Mondadori) pubblicata ieri dal Corriere. Gli ebrei, per bocca del rabbino capo di Roma Riccardo Di Segni, sono d'accordo. Dubbi invece nel mondo dell'Islam. Per l'Ucoii (Unione delle comunità e organizzazioni islamiche in Italia), «bisogna approfondire». «Non si strumentalizzino le parole del Pontefice», afferma invece il rappresentante della grande moschea di Roma Ahmad Giampiero Vincenzo.
«Credo che bisogna essere molto grati al Papa per questa precisazione e per la giusta chiarezza», dichiara Di Segni. «Ci sono dei limiti insuperabili di ciascuna fede che vanno rispettati. L'importante è avere chiaro che non si può dialogare a livello teologico — spiega — altrimenti si creano solo degli equivoci e anche una retorica controproducente e tanti nuovi ritualismi». A questo proposito Di Segni ricorda quanto recentemente deciso dall'Assemblea dei rabbini italiani, il cui presidente, Giuseppe Laras, ha annunciato che il prossimo anno non ci sarà la giornata per il dialogo tra ebrei e cattolici del 17 gennaio. «Ecco, quella decisione va proprio nel senso che è necessaria una pausa di riflessione e che dobbiamo chiarirci in quale maniera si debba collaborare, ma sicuramente non sul piano teologico. Anche la giornata comune era stata costruita con delle possibilità di equivoco». Di Segni precisa infine che «bisogna approfondire bene quello che vuole dire il Papa» e che « il nostro non è uno sbarramento, ma semmai cogliamo la palla al balzo per aprire una nuova porta». «Al di là di questo, è giusto invece il dialogo fra culture», secondo Di Segni: «Apparteniamo a mondi differenti, ma abbiamo responsabilità comuni, doveri comuni e anche interessi comuni » Da parte sua, l'Ucoii sottolinea come «occorre precisare cosa il Papa intende dire con "dialogo interreligioso in senso stretto"». «Il dialogo fra credenti esiste — dice il portavoce Izzeddin Elzir — certamente non dialoghiamo sulle nostre fedi, perché ognuno crede in ciò che crede, ma dialoghiamo su come possiamo convivere insieme, ciascuno nella propria diversità». «Le parole del Pontefice devono essere ben interpretate, senza strumentalizzazioni da parte di chi mira allo scontro di civiltà e di religioni» ha dichiarato Ahmad Giampiero Vincenzo, presidente dell'Associazione intellettuali musulmani italiani, rappresentante della moschea di Roma e consulente tecnico per l'immigrazione della commissione Affari costituzionali del Senato. «Occorre — secondo Vincenzo — sempre più mettere in rilievo i principi che le religioni hanno in comune, a partire dalla fede nello stesso e unico Dio». Quindi, conclude, «il dialogo interreligioso è essenziale».
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Cervellera cita il recente forum tra Santa Sede ed esponenti islamici. “Quando sono arrivati, i musulmani volevano impostare un dialogo di tipo teologico ed è stato proprio il Pontificio consiglio per il dialogo interreligioso a chiedere che si affrontassero piuttosto questioni concrete: dignità dell’uomo, diritti religiosi, condizione femminile, eccetera”. Insomma, l’obiettivo della gerarchia cattolica sembra quello di sottrarsi a una deriva astratta, a un approccio idealistico che porta dritti all’indistinzione: “Questo non significa rinunciare a priori al dialogo – precisa Cervellera – Ma è possibile realizzarlo solo a partire da identità forti, in tal modo ciascun interlocutore è più curioso dell’altro e valorizza la diversità di vedute”. Un metodo che pare funzionare meglio dove i cristiani sono una minoranza, come in Giappone. Proprio ieri, a Nagasaki, sono stati beatificati 188 martiri cristiani. “Il Giappone – osserva padre Cervellera – sta smarrendo alcuni caposaldi della sua cultura: l’interruzione della catena generazionale, lo smarrimento dei punti di riferimento sociali testimoniato da un’ondata impressionante di omicidi. In questo senso, la testimonianza cristiana assume il valore di una provocazione culturale”.
http://www.ilfoglio.it/soloqui/1428
Finalmente, così la sì finisce di relativizzare la divinità di Cristo e di dare spazio alle argomentazioni islamiche sulle "origini del Cristianesimo" funzionali al loro proselitismo.
Bene che si parli di culture, che sono fonte di separazione.
carlomartello





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