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    Predefinito Ossezia del sud la guerra continua

    Ossezia del sud la guerra continua
    di Giulietto Chiesa - da La Stampa, 06/11/2008

    Tzkhinval - La strada che scende verso Tzkhinval dal tunnel di Ruk era,
    nel primo tratto, interamente “ossetina”. Poi, dopo il villaggio di
    Shava, c'era una discontinuità composta di cinque villaggi interamente
    georgiani. Si chiamavano Kekhvi, Tamarasheni, Kurtà, Achabetti Superiore
    e Inferiore. Una specie di enclave dentro un'altra enclave. I georgiani
    avevano scelto Khekvi come capitale alternativa dell'Ossetia del Sud, e
    vi avevano installato un loro presidente , Sanakoev.

    Il passato prossimo è d'obbligo perché adesso quei cinque villaggi non
    ci sono più, e nemmeno Sanakoev, fuggito chissà dove. Restano, unici
    intatti, gli edifici bianchi del “governo” di Tbilisi sulle alture.

    Dalla macchina che ci porta veloce verso la capitale, quella vera,
    dell'Ossetia del Sud, si vedono solo rovine annerite dal fumo, macerie
    di case sventrate, tubature spezzate. Non una sola casa è rimasta in
    piedi, come se un tifone tropicale fosse passato sopra queste terre dove
    fino all'altro ieri abitavano cinquemila persone.

    Ma non ci sono tifoni tropicali in Ossetia del Sud. Questi villaggi
    hanno subito la vendetta degli ossetini. Anche se non ci sono state
    vittime perché gli abitanti non armati, donne, vecchi, bambini , erano
    stati evacuati di notte, prima dell'attacco georgiano della notte tra il
    7 e l'8 agosto.

    La gente di Tzkhinval mi spiegherà, poco dopo, che una delle cause, la
    più immediata, effetto del furore vendicativo degli ossetini, fu proprio
    questa. “Se ne sono andati di notte, sapevano che saremmo stati
    attaccati, sapevano che eravamo le vittime designate e non ci hanno
    avvertito – dice piangendo Olesia Kadzhaeva, una giovanissima madre di
    due bambini che è riuscita a scamparla in quelle tre notti tragiche.
    “Erano nostri vicini, hanno lasciato che ci massacrassero”.

    Tra l'ultimo villaggio georgiano e la periferia di Tzkhinval c'è un
    chilometro e mezzo. Sembra inpossibile ma una invalicabile frontiera di
    odio separava quelle comunità così vicine da sfiorarsi. Da decenni
    ormai.E la strada princiale era una trappola per gli ossetini che
    cercavano di fuggire verso il valico. Una trappola in cui sono morti a
    decine, e in cui sono morti anche decine di soldati delle colonne russe,
    prese nell'imboscata, che il 10 agosto avevano cominciato a scendere in
    soccorso degli ossetini.

    Per evitare quella trappola mortale il governo di Tzkhinval aveva
    costruito una variante, la strada di Zarskoe, dal nome del villaggio
    principale, che consentiva di uscire dall'accerchiamento attraverso
    altre valli: due ore di tornanti per sfociare a Zhava e salire al valico
    sulla cresta.

    Chiedo alla gente che mi si affolla intorno: ma se vi eravate accorti
    che l'attacco si stava preparando perché non siete fuggiti? Inna
    Guchmasova, Maja Zasseeva, altre due giovani madri, spiegano, con
    affanno e anche con un po' di acrimonia, all'ospite straniero, che
    dovrebbe sapere e non sa, come quasi nessuno in occidente: “Certo che
    sapevamo! E infatti molti di noi a migliaia, sono stati evacuati, tra il
    2 e il 7 agosto, in Ossetia del Nord. Perché l'offensiva, i primi
    cannoneggiamenti, erano cominciati allora. Tutti ci aspettavamo un
    assalto. Ma molti pensavano che fosse una delle solite provocazioni,
    qualche colpo di cannone, qualche sventagliata di mitragliatrice. Noi
    viviamo in queste condizioni da diciassette anni”.

    “Io ci sono nata in questa guerra - dice Maja – ma non potevamo
    immaginare una guerra con bombardamenti aerei, e razzi grad che
    piovevano al ritmo incessante di uno ogni due o tre secondi”. Una donna
    più anziana si fa avanti nel crocchio e, guardandomi diritto negli
    occhi, mi apostrofa: “Lei ha un'idea di cosa si prova quando ti scoppia
    vicino un missile grad ? “.

    Si, l'ho provato in Cecenia. Ma furono solo i due primi che colpirono il
    palazzo presidenziale di Dudaev. E mi bastò per tutta la vita.

    Penso ai bambini, a quelli rimasti vivi, che hanno vissuto quel
    bombardamento. A centinaia sono adesso negli ospedali russi per
    “dimenticare” ciò che non dimenticheranno mai più.

    Qui è stato un bombardamento di tre giorni interi. Con l'aggiunta di
    oltre cento tra carri armati e blindati che entrarono in città sparando
    a alzo zero contro le case, mentre la popolazione stava rintanata nei
    sottoscala. Alzo gli occhi. Sono nella piazza principale della città. Il
    palazzo del governo è un mozzicone annerito. Dietro, completamente
    sfondato da diversi razzi, il palazzo del parlamento. I vetri di tutte
    le case della città sono in frantumi; due mesi dopo le finestre sono
    ancora rappezzate con teli di plastica. Non c'è abbastanza vetro, per
    ora. Dormirò in una casa ancora in piedi, con la luce che arriva solo
    alle sette di sera, con i muri interni crivellati di proiettili di
    mitra. Dalla strada hanno sparato all'impazzata.

    Due giorni in mezzo alle macerie di una città distrutta. Interi
    quartieri non esistono più. Case, già povere prima di essere colpite,
    rivelano le loro nudità di intonaci sbrecciati. Ma quello che balza agli
    occhi è che i georgiani non hanno solo bombardato la popolazione civile,
    le case della gente: hanno sparato con i cannoni contro tutti gli
    edifici pubblici di una qualche importanza. Distrutta l'università,
    colpiti gli ospedali, incendiata la biblioteca dove un anno prima avevo
    visto le prove di ballo di decine di ragazzi e ragazze in una pausa
    della guerra che sembrava lontana. Azzerare era evidentemente l'ordine,
    eliminare ogni traccia di convivenza civile.

    Quanti i morti civili? I russi, per bocca del vice-ministro degli esteri
    Aleksandr Grushko, dicono 1682. Impossibile verificare, ma la quantità
    delle distruzioni è immensa. I carri armati georgiani, mi racconta la
    gente, si muovevano solo nelle vie più larghe, per evitare imboscate. E
    giravano le torrette sparando in tutte le direzioni. Vado a vedere la
    Prospettiva Alan Dzheov , ex via Lenin, ora dedicata a un martire della
    guerra di Gamsakhurdia, del 1991. Lunghe serie di case a un piano e
    mezzo, interamente demolite. La scuola n.5 la stanno rimettendo in piedi
    adesso, ma è stata svemtrata in più punti, dall'alto e dal basso. Nel
    suo cortile l'ex campo di calcio era stato trasformato in cimitero: le
    vittime, tutti giovani e giovanissimi, avevano studiato in quella
    scuola. Anche il cimitero è stato colpito, sfondato, le lapidi di marmo,
    con le effigi delle decine dei caduti tracciate sul marmo , come quelle
    dei bambini morti a Beslan, con la tecnica della scultura fotografica,
    sbrecciate dalle schegge.

    La città rivive poco per volta, come è già accaduto nel 1991, guerra di
    Gamsakhurdia, nel 1993, 2004, con Shevardnadze, e in questi ultimi anni
    con Saakashvili. L'Occidente, riunito a Bruxelles, raccoglie 4,5
    miliardi di dollari di promesse per la “ricostruzione della Georgia”,
    che andranno – sempre che arrivino – tutti a Saakashvili, come premio
    per l'aggressione a una popolazione allo stremo che non vuole tornare
    sotto un potere che ha cercato di sterminarla. Una specie di
    contraddizione in termini per chi, come fa l'Europa, afferma di
    riconoscere l'integrità territoriale della Georgia. E allora, magari per
    insipienza, non ci accorgiamo che con questo comportamento riconosciamo
    che l'Ossetia del Sud non fa più parte della Georgia.

    Questa tragedia, oltre che piena di bugie, è anche piena di paradossi. I
    russi, come promesso, si sono ritirati all'interno della nuova linea di
    frontiera. Stanno sulle alture e controllano da lontano. Vado sulla
    linea di demarcazione, dopo avere chiesto, invano, di parlare, almeno al
    telefono, con gli osservatori dell'Unione Europea. I miei accompagnatori
    ossetini mi dicono che hanno un solo numero telefonico dall'altra parte,
    e che non risponde. E' domenica mattina. I soldati russi stanno a due
    chilometri dal confine, nel punto a sud-est della città, sulle alture da
    cui le truppe georgiane hanno martellato le case e le strade della
    città, prima di entrarvi l'8 agosto. La strada è ostruita da blocchi di
    cemento. Guardo con il binocolo, a lungo, dall'altra parte. A un
    chilometro si muovono le auto della polizia goergiana.

    Dunque le forze armate ossetine si trovano a diretto contatto con quelle
    georgiane. E di osservatori europei nemmeno l'ombra. Abbiamo preso la
    responsabilità di controllare la zona cuscinetto, noi europei, ma non
    possiamo farlo con 225 osservatori su una frontiera di decine di
    chilometri che è contestata in tutti i punti e che passa in mezzo ai
    villaggi. Ad ogni momento può scoppiare un nuovo scontro. E infatti ogni
    giorno si spara. Un gruppo di ragazzi di Tzkhinval mi consegna un elenco
    con i nomi di 11 persone sparite nelle settimane dopo la fine della
    “guerra dei cinque giorni”. Quasi tutti giovanissimi, prelevati da
    gruppi armati non identificati che penetrano nel territorio dell'Ossetia
    del Sud. Vivi, morti, ostaggi, merce di scambio? Per ora silenzio.

    Torno nella città che nessuno in occidente, ha chiamato “martire”. C'è
    un matrimonio in corso e, poco più oltre, il funerale di un giovane,
    ferito nei primi scontri dell'8 agosto, mentre a Pechino si aprivano le
    Olimpiadi.

    Qui i giovani, nati in questa guerra di sterminio, si sposano
    prestissimo e fanno subito bambini. Una specie di resistenza
    “demografica” collettiva. Secondo il censimento dell'URSS del 1989 sul
    terrtorio georgiano vivevano 164 mila ossetini. Nel 2002 si erano
    ridotti a 38 mila. Un genocidio e una pulizia etcnica che si sommano
    insieme, perché molti non reggono e fuggono in Ossetia del Nord.

    Mi raccontano le gesta eroiche dei loro soldati, che combatterono con i
    fucili mitragliatori contro i blindati georgiani, costringendoli per tre
    volte a uscire da Tzkhinval, ancora prima che arrivassero i russi. Gli
    ossetini si considerano un popolo guerriero. In città si vedono girare i
    pick-up color grigio-verde catturati ai georgiani in fuga. Mi danno un
    cd con le fotografie delle distruzioni che gli assalitori hanno scattato
    con i loro telefonini. Testimonianze dirette del massacro, scattate dai
    massacratori che pensavano di portarle a casa come trofei e che non sono
    più tornati a casa.

    Mi chiedono ansiosi cosa ne penso, mentre salgo sull'auto che mi porterà
    a Vladikavkaz, dai “fratelli ossetini” del nord . Penso che questa
    ultima guerra ha scritto la pagina finale. L'Ossetia del Sud non tornerà
    mai più sotto il governo georgiano. Quali che siano gli sforzi
    dell'Europa e degli Stati Uniti per affermare un principio che
    significherebbe il massacro finale degli ossetini. Fino a quel fatidico
    8 agosto restava l'incertezza. Oggi la Russia, riconoscendo la sovranità
    di Tzkhinval, l'ha sciolta.

    Questo il preludio lacerante di una storia di sangue che non è ancora
    finita.

  2. #2
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    COMUNICATO STAMPA

    SCUDO STELLARE: GIULIETTO CHIESA(PSE), A PRAGA CONTRO I NUOVI MISSILI

    Incontrerà i sindaci della Lega dei sindaci contro il Radar



    ROMA, 09 NOVEMBRE 2008

    Vado a Praga, domani, per esprimere il dissenso mio e di numerosi parlamentari europei verso l'installazione del nuovo sistema missilistico americano sul territorio della Repubblica di Polonia e del radar nella Repubblica Ceca.
    Vado a Praga per incontrare i sindaci contrari al progetto ed esprimere la mia solidarietà con il 70% dei cittadini cechi che sono contro il radar e la presenza di militari stranieri sul loro territorio.
    Vado a Praga per affermare che i problemi della sicurezza europea collettiva non si possono decidere a Washington, Varsavia e Praga senza consultare tutti gli europei.
    Vado a Praga per difendere l'Europa contro gli antieuropei, come il presidente polacco Kaszynski, che cercano con affanno di trascinare il nuovo presidente americano, Barak Obama, nella stessa avventura di George Bush Junior. A quanto pare - il che è perfino peggio - truccando le carte. Perchè risulta dalle parole del portavoce Denis McDonough che Obama, sebbene pressato durante la conversazione telefonica con Varsavia, "non ha preso alcun impegno" in tema di missili. Buona notizia per l'Europa. Attendiamo conferme.

    Giulietto Chiesa

    ---

    Francesco De Carlo
    Staff Giulietto Chiesa
    3939646288

  3. #3
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    OSSEZIA DEL SUD
    AGOSTO 2008: CRONACA DI GIORNI TRAGICI

    Mostra fotografica dell’Agenzia di stampa russa RIA Novosti

    Una raccolta di fotografie scattate da corrispondenti della RIA Novosti
    racconta la “guerra dei cinque giorni” dell’agosto 2008.

    Nella notte tra il 7 e l’8 agosto, dopo avere annunciato il cessate il
    fuoco, le truppe georgiane hanno aggredito l’Ossezia del Sud, radendo al
    suolo la città di Tskhinvali con l’uso di batterie di missili Grad,
    uccidendo circa duemila persone, in assoluta maggioranza civili. Più di
    un terzo della popolazione dell’Ossezia del Sud, che conta 90.000 unità,
    è stato costretto a fuggire sul territorio russo. La Russia ha dovuto
    mandare rinforzi ai peacekeepers russi dislocati nell’Ossezia del Sud ed
    effettuare quella che il presidente Dmitri Medvedev ha definito
    “un’operazione per costringere la Georgia alla pace”. Dopo questi
    eventi, il 26 agosto la Russia ha riconosciuto l’indipendenza
    dell’Ossezia del Sud e dell’Abkhazia.

    Sin dalle prime ore del conflitto armato i fotoreporter di RIA Novosti
    si trovavano nella zona dei combattimenti. Nonostante le sparatorie e le
    numerose esplosioni, questi giornalisti hanno fotografato i
    bombardamenti e gli attacchi dei carri armati, le case distrutte e i
    piccoli rifugi dove i civili cercavano riparo. Il risultato sono
    testimonianze uniche su questo conflitto, e soprattutto testimonianze
    del lato meno raccontato della guerra. Una realtà passata in secondo
    piano per molti media internazionali, eppure l’inizio e il cuore dello
    scontro armato.

    “Avevo la forte sensazione di dover fotografare tutto questo. Era
    un’immagine terribile, ma forse, un giorno sarà utile e le persone che
    andranno in guerra penseranno alla vita e alla morte. Forse premeranno
    il grilletto una volta in meno e qualcuno rimarrà in vita”, spiega il
    fotoreporter speciale di RIA Novosti Mikhail Fomichev.

    “E’ stato particolarmente terrificante quando un padre mi ha mostrato la
    tomba della figlia, seppellita nel cortile della sua casa. Tombe nei
    cortili: così è stato. Soprattutto nei primi giorni di guerra, quando vi
    sono state molte vittime”. Questa è la testimonianza di Maxim Avdeev,
    21, fotoreporter dell’Agenzia, per il quale il conflitto nell’Ossezia
    del Sud è stata la prima esperienza di riprese in zone di guerra.

    La mostra sarà aperta dal 25 novembre al 6 dicembre.

    B-GALLERY
    Piazza Santa Cecilia, 16
    Trastevere
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  4. #4
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    Un'anticipazione delle foto.

    Dalla mostra moscovita.












  5. #5
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    Sergeij Startsev di RIA-Novosti ha inoltrato l'invito per l'inaugurazione della mostra
    fotografica sulla guerra dell'Ossezia del Sud, dedicato alla stampa, anche ad alcuni di noi.

    Visto il fragoroso silenzio dei mezzi di comunicazione di massa occidentali dopo lo sbugiardamento della loro propaganda, con la quale, lo scorso agosto, hanno partecipato attivamente a un'aggressione che ha cambiato la storia, credo sia giusto contribuire al suo sforzo partecipando a un'iniziativa di per sé interessante e necessaria.

    La S.V. è invitata all’inaugurazione della mostra fotografica dell’Agenzia di stampa russa RIA Novosti

    OSSEZIA DEL SUD

    AGOSTO 2008: CRONACA DI GIORNI TRAGICI

    Venerdì 28 novembre 2008, alle ore 18.30
    B-GALLERY
    Piazza Santa Cecilia, 16
    Trastevere
    ROMA

    Saranno presenti tre testimoni
    degli eventi tragici nella città di Tskhinvali nell’agosto 2008

    Inal Pliev
    Ex-Capo dell’ufficio stampa del Presidente dell’Ossezia del Sud

    Mira Tskhovrebova
    Professore dell’Università statale dell'Ossezia del Sud

    Maria Kotayeva
    Giornalista dell’agenzia di stampa osseta Res


    La Sua presenza o la presenza di un inviato della Redazione sarà
    particolarmente gradita.

    Contatti:
    Sergey Startsev Cell. 338-9146088 startsev.sergey@tiscali.it

 

 

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