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    the dark knight's return
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    Post [Progetto Conservatorismo Italiano] Gustave Thibon,il filosofo contadino

    Questo è solo il primo di tanti autori che discuteremo (vorrei discutere tutti quelli che ho proposto nel Pantheon)

    Gustave Thibon
    Il filosofo contadino.
    Gustave Thibon nasce il 2 settembre 1903 a Saint-Marcel-d'Ardèche nel Midi di Francia, figlio e nipote di contadini: la suggestiva fama di philosophe-paysan, con cui quest'uomo per certo non comune è noto ai suoi estimatori, sembra, fra tempo ed eternità, la più adeguata descrizione di quel "Lavoro i campi per gli dei immortali" che Edmund Burke - il primo critico della Rivoluzione del 1789 per nulla "francese", ma capace di sconvolgere profondamente la nazione primogenita della Chiesa cattolica - mutuò da Cicerone: ""Diis immortalibus sero", disse un antico romano tenendo uno dei manici dell'aratro mentre la Morte teneva l'altro" (1).
    A sei anni inizia a frequentare le scuole elementari del piccolo villaggio in cui abita - subendo, come ricorda a decenni di distanza, il primo indottrinamento nella prospettiva degli "immortali princìpi" dell'Ottantanove che animano l'insegnamento della scuola di Stato francese -, per poi passare, a dodici anni, al collegio di Bourg-Saint-Andéol. "Ma la scuola mi pesava; volevo lavorare [...] la terra" (2). Verso i quattordici anni, Thibon, la cui famiglia non è praticante, diviene agnostico: "Il buon senso - osserverà poi - è una qualità che ho conquistato, ma che è mancata in un'adolescenza popolata di sogni insensati. Sono divenuto un uomo di buon senso solo per reazione, e per reazione in parte contro me stesso" (3). Del resto, l'educazione ideologica impartitagli sin dalla più tenera età scolare e le successive letture di scrittori laico-gauchiste quali Émile Zola e filosovietici come Henri Barbusse - sempre assegnategli dai maestri di scuola - ne fanno un precoce leninista, nemico giurato della proprietà privata.
    Nel 1918, quindicenne, perde la madre; non esercitando il padre alcuna autorità fattuale su di lui, Thibon si trasforma in un monello noto per le corse in motocicletta. Di questa gioventù disordinata, ma già segnata da quella sana curiositas che anni dopo lo condurrà a ben altre mete, scrive Danièle Masson: "Nipote di una nonna che conosceva solamente il provenzale, impara, senza maestri, a leggere Seneca in latino, Platone in greco, Hölderlin in tedesco, Cervantes in spagnolo" (4). Benché egli sia profondamente legato a Saint-Marcel, l'inquietudine spirituale e l'amore per i grandi spazi lo spinge a lasciare la terra natia nel 1925 per recarsi dapprima a Londra, poi in Italia e dunque in Africa Settentrionale dove conosce i patimenti della fame. Nel 1926, a ventitré anni, provato da molte diverse esperienze e senza aver trovato soluzione ai turbamenti che lo agitano, torna sui propri passi e rientra al paese. Vive però una condizione d'insoddisfazione e di precarietà che sostanzialmente lo emargina da un mondo di cui, benché affascinante, non comprende il senso. Al contempo, innamorato dei libri, nutre uno smanioso desiderio di conoscenza.
    In questi anni di ricerca e di prova, i fili tenui, ma comunque forti che ancora in qualche modo lo legano al cattolicesimo passano attraverso la lettura di Léon Bloy e poi di Jacques Maritain. Giungono dunque gli anni Trenta e con essi la svolta decisiva. Conosciuto di persona Maritain - con il quale stringe la prima delle sue poi numerose e fecondissime relazioni intellettuali -, ne segue l'esempio dedicandosi alla lettura di san Tommaso d'Aquino. Il cambiamento spirituale in atto nel giovane Thibon chiede peraltro una preventiva ricalibrazione del rapporto con l'ambiente contadino in cui egli si trova immerso - e da cui in un determinato momento ha pure sentito l'esigenza di allontanarsi, benché mai di negarlo recisamente -, svelandogli una nuova intelligibilità del reale dove le "cose antiche" assumono volto "nuovo", la tradizione parla un linguaggio sempre attuale perché sempre vero, le usanze avite divengono scelta cioè abito coscientemente e volutamente indossato. Il catechismo ricevuto in gioventù ha lasciato il segno e così Thibon, da sempre affascinato dalla liturgia - cioè dal ritmo dell'esistenza secondo la prospettiva divenire-essere, finito-infinito, caducità-perennità di cui è peraltro costantemente marcata tutta la sua successiva riflessione dedicata al tempo e all'eternità -, riscopre positivamente quella dimensione religiosa della vita che si "respirava nell'aria circostante" e si sorprende amante sempre più innamorato, benedettinamente innamorato (la Regula del santo patriarca del monachesimo occidentale affascina profondamente il futuro filosofo-contadino) di "questa religione che, elevandolo al piano divino, non nega alcunché dell'umano" (5).
    È del resto proprio l'incontro con san Tommaso d'Aquino a mutare lo sguardo sulla realtà di quest'uomo affascinato da quella natura che la grazia non distrugge, ma - insegna appunto il dottore angelico - perfeziona: forse pochi uomini come Thibon vivono tanto concretamente, in ogni sua implicazione, questa teologia da cui derivano una concezione ontologica e una fisiologia sociale; una teologia non a caso centrale al magistero della Chiesa cattolica e anima di quella philosophia perennis che gli uomini hanno incominciato a cogliere grazie a un dono degli angeli (6). "La visione tomista del mondo e di Dio - annota Thibon - rispondeva pienamente alle mie esigenze intellettuali per via del suo matrimonio armonico fra natura e grazia. È attraverso la conoscenza che mi sono aperto a Dio. A un certo punto ho sentito imporsi la questione del destino: dove andiamo? da dove veniamo? che facciamo quaggiù? Sartre dice che fino ai quarant'anni ci si crede immortali. Mio pare s'è convertito nello stesso momento in cui mi sono convertito io" (7). Così, registra Danièle Masson, "a venticinque anni [...], Thibon ritrova la fede della propria infanzia e si apre completamente alla Chiesa cattolica e romana [...]" (8).
    "Non sono un autodidatta, perché i libri sono dei maestri - afferma Thibon -. Ma, se ho detto che a scuola il ragazzo impara spesso a manifestare ciò che non è e a diventare ciò che intimamente è, io non ho avuto questa grazia o questa disgrazia e mi sono formato a contatto diretto di libri e di testimoni viventi senza passare per i canali della scuola e dell'università" (9). Per invito di Maritain, pubblica il primo scritto nel 1931 sulla Revue thomiste e nel 1933 - sempre su richiesta del filosofo neotomista - esce il suo primo volume, seguito poi da numerosi altri intervallati - almeno fino al 1950 - al lavoro nei campi. Fra gli anni Cinquanta e Ottanta, Thibon svolge un'intensa attività culturale tenendo conferenze in varie università americane ed europee, e collaborando a periodici come Itinéraires, diretto da Jean Madiran, e Le Figaro-Magazine.
    Gli esordi sono segnati da studi su Sigmund Freud, Ludwig Klages e san Tommaso d'Aquino, ma la produzione della maturità s'incentra sul destino metafisico dell'uomo, su Dio, sull'amore e sulla morte, nonché sui guasti provocati dal disordine morale e sociale. "La terra gli ha insegnato a dominarla obbedendole" (10) ed egli viene formato da quell'"ordine contadino" (11) che, stile di vita e vocazione accolta, senso del limite e dialogo continuo con l'Assoluto, esprime la norma dell'esistenza.
    Il filosofo-contadino è padre di tre figli. La primogenita è Marie-Thérèse - il filosofo cristiano Marcel De Corte ne è il padrino di battesimo -, figlia della prima moglie morta dopo solo un anno di matrimonio: "si chiamava Paulette Gleyze: quasi un'ironia della sorte dato che Gleyze in provenzale significa chiesa" (12). Poi dalla seconda moglie, Yvette, ha Geneviève - padrino al battesimo è il filosofo Gabriel Marcel - e Jean-Pierre (padrino è Jean Hugo, discendente del romanziere Victor e una delle più significative amicizie strette da Thibon negli anni Trenta).
    Pochi autori come Thibon riescono a cogliere - più con la sensibilità del poeta e mediante le fulminazioni e gli "strike of consciousness" (13) dell'aforisma sapienziale, che non attraverso la stretta argomentazione filosofica - l'intimo nesso fra ordine morale e ordine sociale fondato su quella norma divina che della creazione non solo è baricentro ma soprattutto asse irremovibile. Nelle sue opere - sovente raccolte di massime e di sentenze - si fondono in una sintesi efficace l'anelito all'universalità e il più autentico senso del radicamento, tanto che, secondo Danièle Masson, "uno dei modi migliori per comprendere Gustave Thibon è quello di conoscere la sua regione" (14).

    Friedrich Nietzsche e Simone Weil
    Friedrich Nietzsche e Simone Weil esercitano su di lui influenze profonde e costanti.
    Rispetto al primo - di cui ammira la genialità -, Thibon è l'antitesi dello Zaratustra che, ponendosi al di là del bene e del male, annuncia con tragica e penosa soddisfazione la morte di Dio. Thibon ama Nietzsche, ma in realtà in lui ama san Giovanni della Croce, "dottore della notte" (15). "San Giovanni della Croce è il mio paese natale. È il più estremista di tutti i santi" (16).
    Rispetto alla seconda il filosofo-contadino si pone come un "anarchico conservatore" (17); fra i due vi è infatti un'affinità spirituale che gravita interamente attorno alla questione dell'ordine, per afferrare il senso e la realtà del quale la giovane ebrea francese ha consumato anzitempo la propria esistenza. Si tratta di un sodalizio intellettuale con pochi pari, su cui Dio veglia costantemente senza peraltro violare la libertà dei dialoganti. Con la Weil Thibon anima quello che è stato definito "il piccolo partito dell'ordine", che per il filosofo-contadino - lo scrive nelle pagine del presente volume - è il "partito di Cristo". Ed è così, certamente, che Thibon contribuisce a salvare la giovane pensatrice dal deragliamento gnostico a cui avrebbero potuto condurla la brama di conoscenza e il rigorismo. "La grazia di questa guerra fu per me, nel luglio 1941, Simone Weil, che è stata l'incontro della mia vita" (18). L'accoglie, esclusa dall'insegnamento universitario dal governo di Vichy in quanto ebrea e militante di estrema sinistra, su richiesta dell'amico domenicano Joseph-Marie Perrin, vincendo il sospetto che egli nutre verso gli intellettuali e verso la sinistra: nel suo viaggio alla ricerca del senso dell'ordine e del radicamento, dopo quella della fabbrica, la Weil vuole infatti provare anche la condizione contadina. Sono momenti di un'intensità con pochi eguali nella vita di Thibon, di cui resta abbondantissima traccia in tutti i suoi scritti successivi. È dunque il filosofo-contadino a far conoscere al mondo quella giovane donna morta a soli 34 anni a Londra - pubblicandone i quaderni nel 1947 come La Pesanteur et la Grâce -, dalla cui opera per esempio un Augusto Del Noce saprà trarre considerazioni importantissime.
    Thibon nutre profondo rispetto verso questi testimoni - anche involontari, paradossali e per speculum come nel caso del filosofo tedesco - della necessità di Dio. Del resto, da cattolico, il filosofo-contadino è attento alla voce dello Spirito divino che spesso parla per bocca degli ambasciatori più impensati e involontari (Nietzsche e la Weil sembrano quasi gli emblematici rappresentanti della gentilità e del giudaismo acristiani), dichiarando nella stessa logica di volersi anche abbeverare a quelle che definisce fonti della sapienza senza tempo (con modalità che peraltro lo accomunano a molti spiriti magni della cultura cristiana di questo secolo): Atene e Roma. "Nessuna usura del tempo intacca Sofocle, Epitteto, Marco Aurelio e Seneca" (19), osserva il pensatore, giacché per esempio "Marco Aurelio e l'Ecclesiaste affermano spesso la medesima cosa. Santa Teresa chiamava san Giovanni della Croce "mio piccolo Seneca": Senequito. Tutti testimoniano una saggezza universale che viene da più in alto dell'uomo" (20).
    Nietzsche e la Weil: grazie a Thibon sono stati gettati ponti d'oro verso i mondi culturali che si rifanno al pensiero e alla sensibilità drammatica di queste due figure (peraltro altamente emblematiche della condizione moderna), ponti utili a chi, come il filosofo-contadino, non teme di annunciare mai la Croce di Cristo né a "destra" né a "sinistra".
    È qui opportuno, peraltro, glossando l'incontro con la Weil, ricordare l'atteggiamento di Thibon verso il cosiddetto "governo di Vichy", sotto la cui giurisdizione ricade, a partire dal 1940 e a fronte dell'occupazione tedesca del resto del paese, parte sostanziale della Francia. Per lui, abitante del Sud che ha avuto anche occasione d'incontrare di persona il maresciallo Henri Pètain capo di quel governo, Vichy è il male minore fra l'occupazione tedesca e il disordine rivoluzionario; a questo proposito, egli cita la stessa Weil: "Se si sa da che parte la società pende sbilanciata, si deve fare il possibile per aggiunger peso al piatto troppo leggero. Benché possa trattarsi di un male, l'aggiunta del peso con quell'intenzione può forse non sporcare" (21). Nel dopoguerra il filosofo cristiano di origine ebraica Gabriel Marcel salverà Thibon dalle accuse di collaborazionismo a cui sono invece soggetti tutti gli autori di opere uscite sotto il governo di Vichy.

    L'idea cristiana.
    "Chi legge libri cattivi invece che buoni può patire una corruzione subdola; chi non legge alcunché rischia di andare alla deriva per tutta la vita, a meno che su di lui non si eserciti ancora forte l'influenza di quanto Gustave Thibon chiama "abiti morali" nonché quella della tradizione orale" (22). Così osserva un pensatore che ha dedicato tutta la propria esistenza - vita e produzione culturale - alla ricerca, alla descrizione e alla difesa dell'ordine - ordine morale e ordine sociale, secondo la "verità delle cose" (23) -, conscio, assieme a Simone Weil, che l'ordine è la prima di tutte le necessità (24). E lo ha fatto in un testo raccolto in un volume che, intitolato Redeeming the Time, trae ispirazione da un verso del poeta Thomas Stearns Eliot (25) che egli ha eletto a proprio motto e che sostanzialmente presenta il medesimo contenuto di una riflessione di Thibon: "Redimere tempus. - L'unica nobiltà dell'uomo, la sola via di salvezza consiste nel riscatto del tempo per mezzo della bellezza, della preghiera e dell'amore. Al di fuori di questo, i nostri desideri, le nostre passioni, i nostri atti non sono che "vanità e soffiar di vento", risacca del tempo che il tempo divora. Tutto ciò che non appartiene all'eternità ritrovata appartiene al tempo perduto" (26).
    Se Scilla e Cariddi sono spesso le uniche due alternative proposte dall'odierna "battaglia dei libri", alla "buona stampa" compete un ruolo importantissimo e, venendo progressivamente a mancare la presa della tradizione, sempre più sussidiario.
    La cultura coincide con i libri solo in una prospettiva riduzionistica di tipo illuminista, ma i libri costituiscono certamente parte importante della cultura, soprattutto in un'epoca come la nostra in cui l'uomo è sempre più in balia (e preda) di se stesso, e se non altro quali "supporti rigidi" per immagazzinare in maniera durevole dati importanti che contribuiscano a ricordare. La spettro del Fahrenheit 451 - la temperatura a cui la carta stampata cede al calore e alle fiamme distruttrici, sulla cui suggestione Ray Bradbury ha costruito un significativo romanzo-metafora - è un grande nemico. E una nazione, un popolo, un uomo, un tempo privi di cultura non sono civiltà; ovvero non sono comunità umana di nascita e di destino che affonda le radici nella terra e che protrae i rami - alla cui cima spuntano i germogli - verso l'alto, verso il Cielo. Senza cultura, senza cultura popolare - la risposta omogenea, comune e organizzata che un gruppo umano dà ai grandi interrogativi della vita - non si ha né origine né meta, né scopo né significato, e si vive la perenne disperata condizione del naufrago la cui unica certezza è l'aver per sempre perduto la meta. Tanti Ulisse a cui per certo è dato solo lo smarrimento della rotta per Itaca, patria perduta dove intanto i Proci regnano incontrastati da usurpatori.
    Se la pubblicazione di un libro è - stanti i tempi e le condizioni attuali - sempre un avvenimento importante, la pubblicazione di una buona lettura è un avvenimento importantissimo. Quando poi si tratta della ripubblicazione di un buono testo magari perso, dimenticato, accantonato, l'accadimento diventa eccezionale.
    Il tempo è propizio per la festa e per il vitello grasso, allora: due delle opere più importanti di Gustave Thibon - le sue più significative pubblicazioni di argomento sociale (27) - vengono finalmente riproposte dopo anni d'irreperibilità e, per certo, di dimenticanza dei più, fatto salvo un piccolo gregge di fedelissimi.
    Il primo testo di cui si compone il presente volume è stato pubblicato in prima edizione nel 1940 dalla Librairie Médicis con un titolo tanto lapidario quanto significativo, accompagnato da un sottotitolo quasi da composizione di luogo: Diagnostics. Essai de physiologie sociale.
    Il secondo testo è stato invece pubblicato per i tipi editoriali di Lardanchet di Lione nel 1943: il suo titolo-immagine è praticamente divenuto un proverbio, laddove il sottotitolo punta non tanto all'aggiornamento quanto all'approfondimento e all'ampliamento: Retour au réel. Nouveaux diagnostics.
    Diagnostics è stato tradotto una prima volta in lingua italiana da Giuseppe Casella come Diagnosi. Saggio di fisiologia sociale. Venne pubblicato a Brescia nel 1947 da Morcelliana, la casa editrice fondata da Mario Bendiscioli - docente di Storia moderna e contemporanea nelle università di Salerno, Milano e Pavia, nonché decano degli storici cattolici italiani scomparso a novantacinque anni una manciata di giorni fa - che per diversi anni ha costituito una delle più avanzate teste di ponte della sana curiositas della cultura cattolica italiana. Reperendoli nei quattro angoli del globo, Morcelliana ha pubblicato molti tra i più significativi autori di quell'inculturazione della fede cattolica e cristiana cara a Papa Giovanni Paolo II: Étienne Gilson, Hans Urs von Balthasar, Henri de Lubac, Romano Guardini, Gertrude von Le Fort, Sigrid Unset, John C. H. Wu, Hilaire Belloc, Gilbert Keith Chesterton, Paul Claudel, Marcel De Corte, Alberto Castelli, Alexis Carrel, Christopher Dawson, Michele Federico Sciacca, Gabriel Marcel, Henri Daniel-Rops, François Mauriac, Nikolaj A. Berdjaev, Denis de Rougemont e tanti altri.
    Nel 1973 Giovanni Volpe Editore riproponeva a Roma una nuova traduzione di questo testo di Thibon. Quello di Volpe è stato un altro marchio importante della cultura italiana del dopoguerra che, talvolta in maniera pionieristica e praticamente sempre "catacombale" - non certo per scelta snobistica o per vezzo bohémien, ma come triste risultato del tracotante trionfo di un regime culturale omologante e violento nel tacitare i "diversi" -, ha saputo offrire al pubblico opere preziose di autori non allineati, non conformisti nel senso più pregnante e autentico dell'espressione e - oso l'inosabile in un mondo in cui più lo si afferma pubblicamente e meno di solito lo si è davvero - liberi. Con Volpe, il regime culturale socialcomunistico gramsciano che per decenni - ancora? - ha inibito e rattrappito il nostro paese, oggetto di una sovversione subdola attuata per permeazione, infiltrazione e disarmo dell'avversario (il generale Carl von Clausewitz sosteneva che il primo scopo della guerra - psicologica - moderna è quello di fiaccare la volontà di reazione del nemico), ha avuto un cavalleresco, coraggioso e indomito avversario, capace di dar voce ad autori controrivoluzionari, conservatori o comunque non di sinistra - per l'intelligencija al potere dei meri "reazionari" - rispondenti ai significativi nomi di Caspar von Schrenck-Notzing, Armin Mohler, Gerd-Klaus Kaltenbrunner, Erik Ritter von Kuehnelt-Leddhin, Dietrich von Hildebrand, Thomas Molnar, Gioacchino Volpe, Fausto Gianfranceschi, Charles Maurras, Marcel De Corte, Louis Salleron e José Maria Péman, per non citarne che alcuni. A questi - in occasione delle iniziative culturali promosse dalla Fondazione intestata allo storico Gioacchino Volpe o dei dibattiti suscitati e accolti sulle pagine del periodico Intervento, che appunto sempre Volpe editava - si aggiungevano anche storici e studiosi di rango invisi alla vulgata dominante quali Francesco Perfetti e A. James Gregor, scientificamente affiancati da Renzo De Felice e da Augusto Del Noce.
    Per quest'editore "fuori dai ranghi" uscì quindi anche la prima e fino a oggi unica versione in lingua italiana di Ritorno al reale. Nuove diagnosi, pubblicata nel 1972.

    Il realismo della terra.
    Nell'edizione francese originale (e nelle successive) nonché nelle due edizioni comparse in lingua italiana, Diagnosi è stato preceduto da una prefazione di Gabriel Marcel, autore sul quale in questa sede vale davvero la pena di spendere qualche parola.
    Nato a Parigi nel 1889, Marcel è stato pensatore e drammaturgo "abitualmente annoverato tra gli "esistenzialisti cristiani"" (28). Figlio di un ebreo agnostico, non viene battezzato né riceve alcuna istruzione religiosa. Alla morte precoce della madre è affidato a una zia ebrea convertitasi al protestantesimo che gl'impartisce un'educazione fatta di rigidi precetti morali. Dopo alcune esperienze spirituali eterodosse, a partire dal 1917 intraprende un autentico cammino di ricerca della fede culminato il 26 marzo 1929 con il battesimo cattolico. Muore a Parigi nel 1973.
    Tutta la sua opera è segnata dagli interessi per la musica, per il teatro e per la filosofia, all'insegna di un realismo metodologico di natura tomista. Diversamente da Cartesio, "fondatore" della filosofia moderna, Marcel non basa la propria speculazione sulla preminenza del dubbio o dalla ragione matematica che portano all'empirismo e al razionalismo, ma sull'"ammirazione umile di ciò che esiste" (29). Il suo programma filosofico è lineare: "Prima l'uomo sente, poi riconosce, e alla fine "è". Dalla comunità, attraverso la comunicazione, alla comunione (cfr. Homo viator, Ed. Flammarion, Parigi 1945, pp. 34-56). Nell'ultimo atto si cerca di scegliere tra l'essere e il non-essere dell'esistente oggettivato, è una scelta, un "engagément [=impegno]". Il filosofo sarà sempre un "engagé [=impegnato]"" (30). Marcel contrasta così l'intuizionismo e l'idealismo operando una ricerca sull'esistenza dell'essere che si fonda sul primato della persona, ma soprattutto su quel realismo del philosopher hic et nunc "che lo porta a rifiutare qualsiasi filosofia nella quale non appaia la "morsure du réel" [=l'impronta graffiante del reale]" (31). Il filosofo francese - in merito al quale si è parlato di "socratismo cristiano" inteso a superare il nodo gordiano cartesiano - anima quindi la propria speculazione con un'insopprimibile esigenza ontologica. All'ontologia egli giunge riflettendo principalmente sull'identità del soggetto - io - che formula le domande sull'essere: per lui ha più importanza la fattualità dell'esistenza del soggetto interrogante - l'io - che non la stessa azione dell'interrogare. Secondo Marcel, l'io è portatore di un'affermazione che lo precede e che si risolve nella partecipazione misteriosa dell'io stesso all'essere. Contrariamente a quanto affermato da gran parte della speculazione moderna, il primato spetta così all'essere e non alla conoscenza: la realtà non si esaurisce nella conoscenza perché, in una dinamica di mistero, la seconda è un atto umano totalmente dipendente (per partecipazione) da una realtà metafisica. E la realtà metafisica, essendone il presupposto, non viene giustificata a posteriori dalla gnoseologia.
    Nell'astrattismo che si oppone alla filosofia dell'incarnazione "non è possibile rifugiarsi[...], avverte Marcel riecheggiando Gustave Thibon: la strada che porta al paradiso è quella che scava profondamente nel luogo in cui ci si trova" (32).
    Così, "il pensiero filosofico ha in Gabriel Marcel - come fu per Kierkegaard - spiccate caratteristiche di impegno personale e dialogico; ciò che è irraggiungibile con il pensiero - il mistero dell'essere - ci viene rivelato quando ci avviciniamo a "un essere", unendoci a lui con il dono e l'accoglienza, ossia, con la fedeltà, l'ammirazione, l'amore e anche l'invocazione e la preghiera, dato che in ogni cosa è presenza, comunione. Tuttavia, il mio essere non si confonde con la mia vita: questa mi è stata data, io esisto prima di vivere; il mio essere è minacciato dalla mia vita; nell'uso o nell'abuso della libertà è il mio essere che viene messo in gioco, e in questo consiste il senso della mia vita" (33). Del grande convertito francese, il filosofo del senso comune don Antonio Livi scrive: "la sua vita fu un continuo sforzo di comunione con tutto, con tutti e con il Tutto, mediante l'accoglienza e il dono di sé: "Non ci apparteniamo: è la somma e la sostanza, se non della sapienza, almeno di ogni spiritualità degna di questo nome"" (34).
    Ogni etichetta riduzionistica applicata a questo grande protagonista cattolico della rinascita metafisica del XX secolo è dunque fuorviante: "Più che esistenzialista cristiano ("espressione contro la quale non ho smesso di ribellarmi per quindici anni", scrive in Du Refus à l'invocation, IV ed., Ed. Hachette, Parigi 1971, p. 170), Marcel è un filosofo cristiano dell'esistenza; contrapponendosi esplicitamente alla teoria esistenzialistica di Sartre [...], egli scrive che "[filosofia dell'esistenza] non vuol dire necessariamente affermare la priorità dell'esistenza sull'essenza, ma l'impossibilità [...] di ammettere che questa venga ad aggiungersi in maniera inspiegabile a un'essenza che sarebbe autosufficiente" (Prolégomènes à une métaphysique de l'espoir, Ed. Flammarion, Parigi 1952, p. 123)" (35).
    Non a caso, dunque, Marcel spinge Thibon a pubblicare le sue "diagnosi". "Quando Gabriel Marcel mi lesse, lo invitai a venirmi a trovare nell'Ardèche: c'incontrammo subito, quasi ci conoscessimo da sempre, nonostante il fatto che fra noi quasi tutto - formazione, ambiente - fosse diverso" (36). "In un periodico diretto da Fabrègues e da Thierry Maulnier, avevo scritto un articolo sullo spirito di economia. Entusiasta, Gabriel Marcel mi domandò un libro. Gli inviai quel che avevo: saggi diversi, redatti fra il 1934 e il 1939. Avevano un significato politico in senso ampio, eppure si situavano nettamente al di fuori delle instabilità dell'attualità politica.
    Gabriel Marcel ordinò i miei testi, scrivendo una prefazione: così nacque Diagnostics [...]" (37).

    Ritorno al reale.
    In questa sede si è dunque voluto unire i due volumi di meditazioni sociali composti e pubblicati da Thibon a pochi anni di distanza l'uno dall'altro, riproponendo le traduzioni italiane a suo tempo realizzate da Italo De Giorgi e anteponendo a entrambi la prefazione che originariamente Marcel vergò per il solo Diagnosi, il quale nell'edizione Volpe del 1973 fu accresciuto di un'appendice pure mantenuta.
    Ripubblicando Diagnostics nel 1985, Thibon osserva: "Queste pagine sono state scritte quasi mezzo secolo fa, più esattamente fra il 1936 e il 1939, e pubblicate per la prima volta nel febbraio 1940, ovvero prima che la seconda guerra mondiale scoppiasse.
    Sono invecchiate? A parte qualche dettaglio, credo di no. I mali diagnosticati restano identici e, nel complesso, si sono pure aggravati, fattore che incupisce ancora di più il pronostico.
    Degli esempi?
    Rileggo il capitolo dedicato ai rapporti fra la morale e i costumi. Parlavo di una moralità astratta e disincarnata in grado di sopravvivere alla rovina dei costumi. Oggi i costumi continuano a degradare e anche la moralità, ultimo bastione contro il disordine, va affievolendosi.
    Oppure quello sul sovraccarico affettivo dovuto alle condizioni del vivere moderno. Anche qui, l'invasione del nostro spazio interiore da parte della marea sempre montante delle informazioni e degli spettacoli diffusi dai media, il continuo incrociarsi delle necessità e delle distrazioni che divorano il nostro tempo senza riempirlo, la brama di evasione sempre accesa e mai soddisfatta che assomiglia più al prurito che non alla fame: tutti questi fenomeni testimoniano un'erosione ancora più marcata della sostanza stessa dell'essere umano.
    O, infine, le pagine riguardanti gli effetti dissolutori che il collettivismo e lo statalismo provocano nella salute morale delle persone e nell'attiva coesione delle comunità. Non sono forse sempre le stesse utopie che fioriscono a spese sempre delle medesime realtà?
    I vertiginosi progressi, imprevedibili cinquant'anni fa, dell'informatica e della biologia (la macchina che sostituisce il pensiero, i trapianti di organi, le manipolazioni genetiche, e così via) aumentano oggi il pericolo dello snaturamento (il termine tedesco Verwesung sarebbe più incisivo) delle radici profonde dell'esistenza.
    È allora da condannare in blocco tutto questo progresso? Assistiamo oggi a una rivoluzione che non ha precedenti nella storia e l'assenza di riferimenti nel passato rende incerta ogni previsione concernente l'avvenire. "La tragedia dell'uomo moderno - è stato scritto - consiste nell'identificare lo scopo con il perfezionamento dei mezzi". I mezzi privi di scopo si stanno ora ribellando contro i propri autori. La questione decisiva sta dunque in questi termini: l'uomo, investito di poteri smisurati sulla natura e su se stesso, saprà controllare e scegliere i mezzi in vista di uno scopo, oppure verrà schiacciato dalla potenza impazzita? Sarà egli vincitore o vittima delle proprie conquiste?
    La rivoluzione della tecnica chiede, esige una rivoluzione spirituale - che altro non potrà essere se non, secondo l'espressione di Simone Weil, "il ritorno a un ordine eterno momentaneamente sconvolto". Un ordine fondato alla base sul rispetto della natura e dei suoi limiti, alla sommità sul ritorno a Dio unico dispensatore di un infinito che ci attende nell'eternità e che noi rovinosamente cerchiamo invece sulla terra e nel tempo" (38).

    Filosofo della speranza.
    Ho accennato alle fortune ottenute solo ieri anche in Italia da autori importanti come Gustave Thibon. Per alcune persone - che mi precedono (non solo) anagraficamente, e rispetto alle quali mi pongo dunque come semplice raccoglitore di ricordi e di testimonianze - la scoperta del filososofo-contadino ha segnato una svolta decisiva. Anzitutto ha mostrato la possibilità di contrapporsi ai modelli sociali, politici e culturali predominanti, ma vuoti e tendenzialmente nichilistici, senza doversi piegare a quelle categorie di pensiero caratteristiche dell'utopismo di sinistra portatore (quando, come avviene oggi, le sue false certezze s'infrangono sugli scogli della realtà) di relativismo. In secondo luogo, e per diametrum, ha permesso a molti di sottrarsi all'abbraccio altrettanto soffocante degli élan vital volontaristici, irrazionalistici, estetici e romantici apparentemente appaganti ma in vero sterili.
    Con la sensibilità del poeta, Thibon ha insomma offerto materia di riflessione e di contemplazione capace di ricondurre le passioni e la ragione a giusta misura nonché a opportuna armonia gerarchica, preambulum dell'apertura delle stesse a una dimensione misteriosa e trascendente spesso - soprattutto nei termini da lui adoperati - insospettata o temuta. Attraverso la proposizione di una fisiologia sociale che ha le proprie fondamenta e le proprie ragioni in una legge naturale veicolo della norma del creato, il filosofo-contadino illustra un dover essere che non è superomistico perché estrinseco sforzo di adeguamento del proprio essere, ma quando amata dolce connaturalità con il mistero di una Provvidenza paterna, giusta e misericordiosa. Il creato di Thibon, seppur sovente aspro e talvolta enigmatico, è stato ed è per molti una casa accogliente che certo provoca, ma che pure offre profondi motivi di gioia non sempre coincidenti con l'allegrezza del secolo. È un mondo rappacificato quello di Thibon, benché affatto irenistico; ovvero esemplificazione adeguata di una bella espressione dello storico Franco Cardini: "Com'è guerriera la "pace" dei santi!" (39). Un mondo segnato da quella penitenza (costante per l'homo viator) che - come illustra il magistero di Giovanni Paolo II - permette la riconciliazione dell'uomo con sé stesso, dunque con la creazione, infine con il Creatore. Un mondo la cui icona e l'antagonismo fra la rivoluzione metafisica e fisica sovvertitrice della realtà e la controrivoluzione decisiva e ultima, incipit polemico - apologetico - di una nuova alleanza con l'Onnipotente organicamente e "teologalmente" opposta all'eversione tematica e sistematica operata dalle ideologie e imposta dalle ideocrazie, entrambi forti o debolistiche che siano. Questa capitalizzazione del male (strutture di peccato) odia e combatte l'ordine dell'universo detestando Dio: ma, non potendolo colpire direttamente, essa agisce deturpando il creato (speculum Dei) e l'uomo suo principe (imago Dei).
    "Thibon - scrive Danièle Masson a proposito degli anni in cui venivano composte le due opere raccolte nel presente volume - voleva riconciliare l'uomo con se stesso. Gli scritti che in seguito offre a Études carmélitaines a Études sociales, fra 1947 e 1950, andavano nel medesimo senso" (40).
    Il pensiero di Thibon, come del resto ogni grande pensiero cristiano, riguadagna quella dimensione creaturale dell'esistenza - il riconoscersi creatura e il contemplare la creazione - che riconnette a Dio mediante l'innamoramento al reale; l'incanto metafisico, teologico e teologale verso il datum; e un re-incanto del mondo che supera da un lato tutti i razionalismi, dall'altro ogni arcadismo magico-iniziatico.
    È una conversione, dunque, quella che Thibon propone con l'esempio della propria vita. Una conversione al reale concreto e metafisico - il secondo come fonte del primo - che Dio stesso esprime per bocca di san Paolo: "[...] la realtà infatti è Cristo!" (41).
    Questo ritorno a questo reale trasforma l'esistenza terrena in transito, milizia e pellegrinaggio; in un remonter vers Dieu, per dirla con un'immagine evocata dalla lingua francese che sembra suggerire la fatica di chi risale un'erta china; in una - è questo è il fine - consacratio mundi, ovvero in un'offerta a Dio di tutto quanto esiste sub sole in attesa (a questo proposito Thibon scrive pagine straordinarie) di ricongiungersi con lui, alla "sera della vita", attraverso la morte attesa con serenità e trepidazione, timore e speranza. A novantacinque anni Thibon resta un grandioso filosofo della speranza come lo è stato fino alla fine Josef Pieper, nato nel 1904 e scomparso nel 1997 (42).





    dal sito: http://www.conserv-azione.org/mission.htm

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  2. #2
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    Di Gustave Thibon sono un grande estimatore!!!

    Un paio di volte ho fatto dei piccoli incontri con i ragazzi del nostro movimento (nella vita reale) leggendo alcuni suoi brani!

    Vi lancio lì per lì tre concetti (a memoria) molto significativi del "filosofo-contadino":

    1. (contro il riformismo di stampo utopistico giacobino):
    La facile riforma della società li esime [i riformatori] dalla difficile riforma di se stessi!

    2. (contro il democratismo)
    Il fatto che idee tanto assurde ed aberranti come il suffragio universale - nella forma egualitaristica ed indifferenziata attuale - non siano crollate sotto il peso del ridicolo alla loro prima apparizione, non può che dipendere da un fattore: il democratismo nasce dalla corruzione dello spirito religioso. Ogni uomo sente, nella propria intimità, di essere "capace di Dio", di avere una dimensione spirituale. Ma siccome i riformatori giacobini hanno voluto sostituire il concetto di Dio con quello di Società, e la Religione Vera con quella civile, la conseguenza è stata che gli uomini hanno riversato il loro spirito religioso - corrotto - nella "politica" democratica

    3. (infine contro la separazione fra "morale" e "costumi" - da cui nasce il moralismo, aggiungo io)
    Molti di questi uomini [sempre i giacobini] , secondo una mirabile espressione di Montaigne, "uniscono ad opinioni sovracelesti costumi sotterranei"... Un Rosseau, ad esempio, dopo la nascita di ciscuno dei suoi figli ripassa nella sua mente "le leggi universali del grande Dio che ha posto il sentimento della paternità in tutti gli esseri etc...". Ed una tale orgia di ideali, come si conclude? Che alla fine Rosseau abbandonò i suoi figli...
    Un uomo normale non pensa a nulla di tutto ciò, ma semplicemente alleva i propri figli...




    4. (un altro, e se ci pensate questa è proprio una caratteristica della "follia" della sinistra)
    Un giorno conobbi una donna che aveva abortito quattro volte, e che però riteneva abominevole che si potesse percuotere un bambino per educarlo.

  3. #3
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    Gustave Thibon (Saint-Marcel-d'Ardèche, 2 settembre 1903 – Saint-Marcel-d'Ardèche, 19 gennaio 2001)

  4. #4
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    Citazione Originariamente Scritto da codino Visualizza Messaggio
    Di Gustave Thibon sono un grande estimatore!!!

    Un paio di volte ho fatto dei piccoli incontri con i ragazzi del nostro movimento (nella vita reale) leggendo alcuni suoi brani!

    Vi lancio lì per lì tre concetti (a memoria) molto significativi del "filosofo-contadino":

    1. (contro il riformismo di stampo utopistico giacobino):
    La facile riforma della società li esime [i riformatori] dalla difficile riforma di se stessi!

    2. (contro il democratismo)
    Il fatto che idee tanto assurde ed aberranti come il suffragio universale - nella forma egualitaristica ed indifferenziata attuale - non siano crollate sotto il peso del ridicolo alla loro prima apparizione, non può che dipendere da un fattore: il democratismo nasce dalla corruzione dello spirito religioso. Ogni uomo sente, nella propria intimità, di essere "capace di Dio", di avere una dimensione spirituale. Ma siccome i riformatori giacobini hanno voluto sostituire il concetto di Dio con quello di Società, e la Religione Vera con quella civile, la conseguenza è stata che gli uomini hanno riversato il loro spirito religioso - corrotto - nella "politica" democratica

    3. (infine contro la separazione fra "morale" e "costumi" - da cui nasce il moralismo, aggiungo io)
    Molti di questi uomini [sempre i giacobini] , secondo una mirabile espressione di Montaigne, "uniscono ad opinioni sovracelesti costumi sotterranei"... Un Rosseau, ad esempio, dopo la nascita di ciscuno dei suoi figli ripassa nella sua mente "le leggi universali del grande Dio che ha posto il sentimento della paternità in tutti gli esseri etc...". Ed una tale orgia di ideali, come si conclude? Che alla fine Rosseau abbandonò i suoi figli...
    Un uomo normale non pensa a nulla di tutto ciò, ma semplicemente alleva i propri figli...



    4. (un altro, e se ci pensate questa è proprio una caratteristica della "follia" della sinistra)
    Un giorno conobbi una donna che aveva abortito quattro volte, e che però riteneva abominevole che si potesse percuotere un bambino per educarlo.

    Non lo conoscevo, ma ora comincio ad apprezzarlo anch'io!

  5. #5
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  6. #6
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    Il titolo del libro più famoso è "Ritorno al reale"

    e si tratta proprio di questo, nella vita di tutti noi: riscoprire la realtà di contro alle utopie ideologiche

  7. #7
    the dark knight's return
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    Ringrazio Codino per la preziosissima collaborazione e lo invito ad aderire all' Associazione Transpartitica Conservatori Sociali Italiani

  8. #8
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    Interessantissimo,Thibon non lo conoscevo benissimo e lo sto apprezzando,per quel poco che sto vedendo.Secondo me molto affascinante è il richiamo alla terra,al mondo rurale e contadino,e la critica anche se non esplicita degli intellettualoidi di sinistra,nell'esaltazione della normalità e della naturalità dei costumi dell'uomo,del vero uomo contro le utopie ideologiche.

  9. #9
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    Citazione Originariamente Scritto da Forfy Visualizza Messaggio
    Interessantissimo,Thibon non lo conoscevo benissimo e lo sto apprezzando,per quel poco che sto vedendo.Secondo me molto affascinante è il richiamo alla terra,al mondo rurale e contadino,e la critica anche se non esplicita degli intellettualoidi di sinistra,nell'esaltazione della normalità e della naturalità dei costumi dell'uomo,del vero uomo contro le utopie ideologiche.
    Quoto; e devo ammettere che io non lo conoscevo affatto e da oggi per quel poco che ho letto posso diventare un suo estimatore sperando sempre di approfondirne il pensiero.

 

 

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