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    Predefinito FORMAZIONE - Podhoretz: La Quarta Guerra Mondiale_4

    L'élite intellettuale della sinistra


    All'inizio, l'11 settembre sembrò assomigliare a Pearl Harbor per il suo effetto galvanizzante; la stessa prima battaglia della quarta guerra mondiale (quella contro l'Afghanistan) era, secondo tutte le indicazioni, sostenuta da un numero di americani persino maggiore di quello che aveva appoggiato inizialmente la guerra in Vietnam. Cionondimeno, sebbene ancora numericamente insignificante, nel 2001 l'opposizione era comunque molto più forte di quanto lo era stata nei primi tempi della guerra in Vietnam. La ragione stava nel fatto che essa aveva mantenuto uno stretto controllo su quelle istituzioni che, nelle fasi finali del Vietnam, erano state consegnate pezzo per pezzo alla sinistra antiamericana. C'era, innanzitutto, l'élite intellettuale, che poteva essere presa come simbolo del mondo artistico in generale. Le Twin Towers non avevano ancora fatto quasi in tempo a cadere che cominciò un'accesissima gara per la medaglia d'oro delle olimpiadi dell'antiamericanismo. Susan Sontag, una mia vecchia ex amica della sinistra, si piazzò subito in prima posizione con un articolo nel quale asseriva che l'11 settembre era stato un attacco "sferrato come consueguenza di specifiche alleanze e interventi dell'America". Non contenta di avere sostenuto che ci eravamo noi stessi tirati addosso l'aggressione, ha continuato paragonando il sostegno dato dal Congresso al nostro "robotizzato presidente" alle "banalità autocompiacenti e da tutti applaudite di un congresso del partito comunista sovietico". Un altro mio ex amico, Norman Mailer, stranamente lento all'inizio della gara, si portò presto nel gruppo di testa paragonando le Twin Towers a "due enormi zanne" e considerando le macerie di Ground Zero "ancora più meravigliose dei due grattacieli". Interpretando ancora, ormai ottantenne, la parte dell'enfant terrible, Mailer ci denunciò come "oppressori culturali ed estetici" del Terzo Mondo. In che cosa consisteva quest'oppressione? Consisteva, continuava Mailer, nel fatto che costruivamo "enclave del nostro cibo, come McDonald" e "grattaceli altissimi" attorno agli aeroporti delle "capitali più brutte e sporche del mondo". Per questi orrendi crimini l'11 settembre ci era stata somministrata una prima (e ancora piccola) dose di quello che ci meritavamo.

    Poi c'erano le università. Un rapporto pubblicato poco dopo l'11 settembre dall'American council of trustees and alumni (Acta) citava circa un centinaio di ignobili dichiarazioni uscite dai campus di tutto il paese, che si univano a quelle di Sontag e Mailer nell'addossare la colpa degli attentati non ai terroristi ma all'America. Ecco i tre esempi più significativi. Un professore dell'University of New Mexico: "Chiunque sia in grado di far saltare in aria il Pentagono si merita il mio voto". Un professore dell'Università di Rutgers: "Dobbiamo essere consapevoli del fatto che la causa principale dell'11 settembre è il fascismo della politica estera statunitense nel corso di ormai molti decenni". Infine, un professore della University of Massachusetts: "La bandiera americana è un simbolo di terrorismo, di morte, di paura, di distruzione e di oppressione". Quando fu pubblicato il rapporto dell'Acta, si sentirono canti di protesta contro il "maccartismo", soprattutto da parte dei già citati professori. Per non essere da meno di loro anche Sontag affermò che sentiva minacciata la sua libertà di stampa. Secondo questa peculiare interpretazione del Primo Emendamento, fortemente appoggiata da tutta la sinistra, loro erano liberi di dire tutto ciò che gli piaceva, ma il diritto della libertà di parola terminava laddove iniziavano le critiche contro le loro affermazioni. In realtà, tranne rare eccezioni, i tentativi di soffocare il dissenso nei campus erano diretti contro i molti studenti e i pochi professori che avevano appoggiato la guerra scatenata in risposta agli attentati dell'11 settembre. Questi tentativi possono essere riassunti in un'unica immagine: in un certo numero di campus, gli studenti e i professori che innalzavano la bandiera americana o altri simboli patriottici venivano costretti a toglierli. Quanto alla libertà di stampa che Sontag aveva dichiarato in pericolo, l'inchiostro del suo pezzo non aveva ancora fatto in tempo ad asciugarsi che lei era già diventata il soggetto di innumerevoli articoli, e la protagonista di interviste su periodici e televisioni di tutto il mondo.

    Le Twin Tower non avevano ancora quasi fatto in tempo a cadere che cominciò un'accesissima gara per la medaglia d'oro alle olimpiadi dell'antiamericanismo. La televisione () ha subito cominciato a propinarci programmi che presentavano l'islam in termini molto elogiativi. Sostanzialmente, questi programmi s'ispiravano alle parole dello stesso presidente Bush e di altri leader politici. Con le migliori intenzioni, e anche per motivi di prudenza, i funzionari del governo si sforzavano di negare il fatto che la guerra contro il terrorismo fosse una guerra contro l'islam.

    Di conseguenza, non hanno mai smesso di elogiare gli elementi positivi di quella religione, della quale ben pochi di loro in realtà sapevano qualcosa. Comunque, è dalle università, e non dai politici, che il materiale sostanziale di queste trasmissioni è stato tratto, attraverso interviste ai professori ­ molti dei quali musulmani ­ che presentavano una versione dell'islam all'acqua di rose. Talvolta erano persino completamente insinceri, soprattutto quando presentavano un'immagine ripulita del jihad (o guerra santa) o quando non ammettevano che moltissime personalità religiose in tutto il mondo musulmano continuavano a celebrare gli attentatori suicidi (compresi quelli che avevano compiuto gli attacchi contro le torri gemelle e il Pentagono) come martiri ed eroi.

    Non è mia intenzione entrare in una disputa teologica. Il mio scopo, al contrario, è quello di offrire un altro esempio di quell'effetto di ricaduta di cui ho già parlato prima. Così, immediatamente dopo l'11 settembre, le università hanno cominciato ad aggiungere innumerevoli corsi sull'islam nei loro programmi di studi. Nei campus, il corso intitolato "Comprendere l'islam" ha inevitabilmente cominciato a trasformarsi in una difesa dell'islam, e la maggior parte dei media ha fatto la stessa cosa. Questi ultimi hanno anche adottato la posizione di neutralità tra noi stessi e i terroristi prevalente nel mondo accademico moderato, in particolare quando le principali reti televisive hanno imposto ai loro giornalisti di non mostrare alcuna forma di partigianeria. La sola grande eccezione è stata Fox News channel. Il New York Times, in un articolo in cui si deplorava che la Fox parlasse della guerra da un punto di vista apertamente proamericano, esprimeva il proprio sollievo per il fatto che nessun'altra rete televisiva avesse gettato allegramente al vento le sacre regole che impongono ai giornalisti, per dirlo con le parole del presidente di Abc News, "di mantenere la loro neutralità in tempo di guerra".

    Sebbene la vasta maggioranza di coloro che incolpavano l'America per gli attentati che essa stessa aveva subito appartenessero alla sinistra, alcune voci della destra si sono unite a questo coro perverso. Ospite della trasmissione di Pat Robertson, il reverendo Jerry Falwell proclamò la tesi che Dio stava punendo gli Stati Uniti per la loro decadenza morale, perfettamente incarnata in un folto numero di gruppi liberal. Sia Robertson sia Falwell si sono poi scusati per avere puntato il dito contro questi gruppi, ma hanno continuato a sostenere che Dio aveva ritratto la sua mano protettiva dall'America perché tutti noi eravamo diventati dei grandi peccatori. Per di più, nel coro di amen che si è formato attorno alla destra laica, commentatori come Robert Novak e Pat Buchanan hanno aggiunto che ci eravamo tirati addosso la punizione non tanto per la nostra consapevole disobbedienza alla legge divina quanto per la nostra manovrata obbedienza a Israele.


    Il grande rifiuto dominante


    Abbastanza stranamente, tuttavia, all'interno dello stesso mondo arabo, si dava molto meno peso a Israele come causa essenziale degli attacchi rispetto a quello che gli davano praticamente tutti i paleoconservatori della destra seguaci di Pat Buchanan. Persino per Osama bin Laden, il sostegno dato a Israele stava soltanto al terzo posto nella sua lista dei nostri "crimini" contro l'islam. Non che, naturalmente, tutti gli arabi (insieme con la maggior parte dei musulmani non arabi del medio oriente, come gli iraniani) avessero abbandonato il sogno di cancellare Israele dalla carta geografica.

    Per chiunque la pensasse altrimenti, ecco che cosa ha detto Fouad Ajami, della John Hopkins University, un americano cresciuto come musulmano in Libano, a proposito del "grande rifiuto" da parte del mondo arabo di accettare la stessa esistenza di Israele: "Il grande rifiuto continua ancora a dominare nelle strade, tra gli intellettuali e gli scrittori, così come nei sindacati. La forza di questo rifiuto può essere osservata nella stampa governativa e in quella d'opposizione, tanto tra i laici quanto tra i religiosi, sia nei paesi che hanno concluso accordi diplomatici con Israele sia in quelli che non lo hanno fatto".
    Ajami ha sottolineato che il grande rifiuto rimane "fortissimo in Egitto" nonostante il trattato di pace firmato con Israele nel 1978. Ci si sarebbe aspettati, quindi, che gli egiziani avessero immediatamente attribuito il diffuso risentimento contro gli Stati Uniti alla politica americana nei confronti d'Israele, soprattutto perché l'Egitto (secondo soltanto a Israele come destinatario di aiuti americani) aveva un potente stimolo a spiegare in questo modo l'ingrata risposta degli egiziani al nostro generoso trattamento. Ma non è stato così. Soltanto due settimane prima dell'11 settembre, Abd al Munim Murad, un editorialista di al Akbar ­ quotidiano sponsorizzato dal governo egiziano ­ scrisse: "Il conflitto che definiamo arabo-israeliano è in realtà un conflitto degli arabi contro il colonialismo occidentale e in particolare americano. Gli Stati Uniti trattano gli arabi esattamente come hanno trattato gli schiavi trasportati sul loro continente.

    A questo fine, gli Stati Uniti sono aiutati da un nemico più piccolo, che è, naturalmente, Israele". In un altro articolo, lo stesso giornalista ha ribadito e ulteriormente ampliato questo suo inconsueto e sincero riconoscimento: "La questione non riguarda più il conflitto arabo-israeliano. La vera questione è il conflitto arabo-americano: gli arabi devono capire che gli Stati Uniti non sono 'l'amico americano'; il loro obiettivo (passato, presente e futuro) è quello di imporre il proprio dominio sul mondo, e innanzitutto sul medio oriente e il mondo arabo". Poi, in un terzo articolo, pubblicato alla fine di agosto, Murad ci ha dato qualche indizio per capire quale sia invece il suo obiettivo nei confronti dell'America: "La statua della libertà, nella baia di New York, deve essere distrutta, per colpire la folle politica americana che passa da un disastro all'altro, conficcata nel fango dei pregiudizi e del più cieco fanatismo: l'era del collasso americano è cominciata".

    Se questo era il genere di giudizio che ricevevamo da un paese arabo da tutti considerato come "moderato", in Stati radicali come l'Iraq e l'Iran bisognava come minimo identificare l'America come il "Grande Satana". Quanto ai palestinesi, il loro disprezzo per l'America non era sorpassato nemmeno dal loro odio per Israele. Per esempio, il mufti nominato da Yasser Arafat aveva pregato affinché Dio "distruggesse l'America", mentre il direttore di un importante giornale palestinese aveva proclamato: "La storia non ricorda gli Stati Uniti, ma ricorda l'Iraq, la culla della civiltà. La storia ricorda ogni centimetro della terra araba, perché è la madre della civiltà umana. Invece gli americani, gli assassini dell'umanità, i creatori di una cultura barbarica e i succhiasangue delle nazioni, sono destinati alla morte e a rimpicciolirsi fino a dimensioni microscopiche, come la Micronesia".

    Qui, l'assenza persino di un accenno a Israele dimostra che, se anche lo Stato ebraico non fosse mai stato realizzato, gli Stati Uniti sarebbero stati comunque visti come l'incarnazione di tutto ciò che quasi tutti questi arabi considerano l'essenza stessa del male. In verità, l'odio per Israele è in buona parte un surrogato dell'antiamericanismo, e non il contrario.
    Israele è considerato semplicemente l'avanguardia della volontà americana di domino sul medio oriente. Come tale, lo Stato ebraico era soltanto un riflesso dell'America: il "piccolo nemico" o "piccolo Satana". Cancellare Israele dalla carta geografica significava quindi purificare una regione appartenente all'islam (dar al islam) dalle blasfeme influenze politiche, sociali e culturali che provenivano da una forza barbarica e assassina. Questa forza era l'America, mentre Israele ne era semplicemente lo strumento.


    Le interpretazioni dell'11 settembre


    Sebbene Buchanan e Novak fossero stati i primi e i più schietti nell'attribuire la colpa dell'11 settembre all'amicizia dell'America per Israele, quest'idea non era confinata alla destra o alle zone marginali del paleoconservatorismo. Al contrario: se appariva qua e là nella destra, pervadeva completamente la sinistra radicale e buona parte della sinistra moderata, ed era condivisa persino da un certo numero di liberal di centro come Mickey Kaus. Per il momento, anzi, i sostenitori della tesi "incolpare innanzitutto Israele" erano concentrati soprattutto nella sinistra.

    Ed era sempre a sinistra, in particolare all'interno delle università, che erano collocati i loro fratelli gemelli, ossia i sostenitori della tesi "incolpare innanzitutto l'America". Tuttavia, Eric Fomer, professore di storia alla Columbia Unversity, dichiarava, in modo davvero ridicolo, che il rapporto dell'Acta era inaccurato perché i sondaggi dimostravano che c'era un "forte sostegno" alla guerra tra gli studenti universitari. "Se il nostro scopo è indottrinare gli studenti con convinzioni non patriottiche", sottolineò con sarcasmo Foner, "stiamo davvero ottenendo pessimi risultati".

    Vero. Ma ciò che Foner, come storico, doveva per forza sapere, e che ha invece evitato di menzionare, è che persino nel momento di massima eccitazione radicale dei campus negli anni Sessanta soltanto una minoranza degli studenti si schierò con i radicali pacifisti. Tuttavia, benché rappresentassero la maggioranza, gli studenti non-radicali, non poterono far sentire la propria voce sopra al fracasso pacifista, e tutte le volte che ci provarono vennero zittiti. La situazione è stata grosso modo la stessa subito dopo l'11 settembre. All'interno dei campus c'erano alcuni coraggiosi ribelli contro l'ortodossia accademica. Per lo più, tuttavia, la maggioranza silenziosa è rimasta silenziosa, per timore di incorrere nella disapprovazione dei suoi professori, o addirittura di essere puniti per il crimine di "insensibilità".

    E' stato dunque di tal fatta l'attacco sferrato, immediatamente dopo l'11 settembre, dai guerriglieri con cattedra delle università, insieme ai loro discepoli spirituali e politici disseminati in altri angoli della nostra cultura. Questo "sparuto gruppo di anziani Rip van Winkles", come furono allegramente bollati e scaricati da un commentatore, sarebbe riuscito a diventare un forza altrettanto potente di quella rappresentata dai "Jackal bins" di un tempo? L'ondata di fiducia nell'America e nelle virtù americane che si era spontaneamente creata all'indomani dell'11 settembre era abbastanza potente da riuscire a resistergli? Alcuni di quelli che condividevano le mie preoccupazioni ritenevano che, se la situazione al fronte fosse stata positiva, sarebbe andato tutto bene anche in patria. Ed è esattamente questo che sembrava dimostrare l'effetto provocato dallo spettacolare successo della campagna afghana, che fece gettare nella spazzatura la tesi del "pantano" e interrompere la propaganda pacifista in un certo numero di campus.

    Ciononostante, le operazioni di rastrellamento condotte in Afghanistan crearono un'opportunità per più sofisticate forme di opposizione. Furono sollevate proteste sul fatto che i terroristi catturati in Afghanistan e trasferiti nella prigione di Guantanamo non fossero trattati come regolari prigionieri di guerra. Furono anche espresse accuse sulla minaccia che rappresentavano per le libertà civili in America provvedimenti come il Patriot Act, emanato per impedire ulteriori attacchi terroristici in patria. Sebbene questi timori nascessero in gran parte da un fraintendimento della Convenzione di Ginevra e dello stesso Patriot Act, molte persone erano senza dubbio sinceramente preoccupate. Ma non c'è nemmeno nessun dubbio sul fatto che tali questioni potevano essere usate (e lo sono state) come una rispettabile copertura per un assoluto rifiuto della guerra.

    Un'altra rispettabile copertura era l'accusa secondo cui Bush stava seguendo una politica di "unilateralismo". L'allarme per questo affronto a quanto pare senza precedenti fu suonato innanzitutto dalle cancellerie e dai logorroici intellettuali dell'Europa occidentale dopo che Bush aveva dichiarato che, nella lotta contro il terrorismo e i paesi che lo appoggiavano, gli Stati Uniti avrebbero preferito combattere insieme ai loro alleati e con l'avallo delle Nazioni Unite, ma che, se necessario, lo avrebbero fatto anche da soli e senza avere l'imprimatur dell'Onu.


    L'ostentata superiorità dell'Europa


    Questo era davvero troppo per gli europei. Dopo averci fatto le loro condoglianze per l'11 settembre, non sono riusciti a resistere nemmeno per un minimo periodo prima di ricadere nella loro antica abitudine di dimostrare quanto sono superiori per raffinatezza e saggezza agli americani, il cui carattere primitivo si rivelava ancora una volta nelle "semplicistiche" idee e nel rozzo moralismo del presidente Bush. Così, cominciarono a sostenere che dovevamo porre fine alle operazioni in Afghanistan e lasciare il resto in mano alla diplomazia, con deferente obbedienza ai grandi maestri di questa misteriosa arte che vivono a Parigi e Bruxelles.

    Prendendo ispirazione da questi maestri, il New York Times, insieme a molti altri giornali appartenenti a un arco che andava dal centro fino all'estrema sinistra (e presto seguito da tutti i candidati democratici nelle primarie presidenziali, fatta eccezione per il senatore Joseph Lieberman), cominciò ad accusare Bush di sconsideratezza e arroganza. Insomma, si è assistito al formarsi di una coalizione molto più ampia di quella riunita dal movimento pacifista in occasione della guerra in Vietnam, specialmente nei primi anni.

    Allora, il movimento pacifista era stato composto quasi interamente da liberal ed esponenenti della sinistra, mentre questo nuovo movimento stava raggruppando insieme tutta l'estrema sinistra, alcuni elementi della sinistra moderata e vari settori della destra americana. Seguendo il percorso già tracciato dal suo collega Mickey Kaus sulla questione di Israele, Michael Kinsley, esponente della sinistra moderata, si mise al fianco di Pat Buchanan come smascheratore di un'altra rispettabile copertura.

    L'idea fu quella di imputare il presidente Bush di avere violato la Costituzione proponendo di combattere guerre non dichiarate. Nel frattempo, questa stessa accusa si diffondeva nelle cerchie politiche per mezzo di senatori come Robert Byrd, Edward M. Kennedy e Tom Daschle, i quali continuavano anche a parlare di pantani, di strade pericolose e di "unilateralismo".

    Quanto a me, ero certo che, con l'ampliarsi del teatro militare della quarta guerra mondiale (e con l'Iraq come ovvio prossimo fronte di battaglia), l'opposizione sarebbe non soltanto accresciuta ma avrebbe anche acquistato sufficente sicurezza e fiducia in se stessa per fare a meno di ogni rispettabile copertura. Ciò significava che sarebbe stata sostenuta soltanto dagli estremisti e dai radicali. Su questo ho avuto ragione, mentre chi aveva deriso i "Jackal bins" e i "Rip van Winkles", considerandoli politicamente insignificanti, ha avuto torto. Ma non mi sarei mai immaginato che il nuovo movimento pacifista avrebbe raggiunto così rapidamente quello stato di virulenza per raggiungere il quale il suo predecessore al tempo del Vietnam aveva invece impiegato anni.


    Varie forme di apologia


    Una possibile spiegazione di questo fenomeno era che, come nel caso delle rispettabili critiche che lo avevano preceduto, l'opposizione radicale seguiva le orme dell'opinione pubblica europea. In questo caso, incoraggiamenti e stimoli sono stati offerti dal quasi incredibile scoppio di ostilità nei confronti dell'America esploso, all'indomani dell'11 settembre, in tutto il continente europeo, e soprattutto in Francia e in Germania, e che ha acquisito ancora maggiore forza nella fase di preparazione della guerra in Iraq. Se si deve prestare fede alle dimostrazioni e ai sondaggi dell'opinione pubblica, un enorme numero di persone detestava gli Stati Uniti così profondamente da non essere disposto a schierarsi al nostro fianco nemmeno contro uno dei più violenti tiranni del mondo.

    Che questi fossero i sentimenti dominanti nel mondo musulmano non era certo una sorpresa. Diversamente che in Europa, dove gli attacchi dell'11 settembre avevano provocato una temporanea solidarietà per gli Stati Uniti ("Siamo tutti americani", aveva proclamato il titolo di prima pagina di un giornale della sinistra francese il giorno dopo gli attentati), nel mondo islamico la notizia dell'11 settembre fu accolta con danze nelle strade e grida di gioia. Nei loro sermoni, praticamente tutte le autorità religiose assicurarono i loro fedeli che, colpendo il "Grande Satana", Osama bin Laden si era comportato come un guerriero del jihad, in perfetta conformità con la volontà di Dio.

    Queste parole furono per così dire preannunciate in un dibattito sul tema "Bin Laden: la disperazione degli arabi e lo spettro degli americani", trasmesso da al Jazeera circa due settimane prima dell'11 settembre. L'espressione "lo spettro degli americani" era leggermente prematura (si trattava ancora di un periodo in cui pochi americani erano preoccupati dal terrorismo islamico), per la semplice ragione che praticamente nessuno aveva mai sentito il nome di bin Laden o di al Qaida.

    A ogni modo, alla fine del programma, il presentatore disse all'unico e isolato ospite che aveva denunciato bin Laden come terrorista: "Cerco tra le reazioni degli spettatori qualcuna che appoggi le vostre posizioni, ma non ne trovo nessuna". Poi citò "un sondaggio d'opinione di un giornale kuwaitiano che dimostrava che il 69 per cento dei kuwaitiani, degli egiziani, dei siriani, dei libanesi e dei palestinesi pensava che bin Laden fosse un eroe arabo e un guerriero del jihad islamico". Inoltre, sulla base dei sondaggi effettuati dalla sua rete televisiva, sostenne che tra tutti gli arabi, "dal Golfo Persico fino all'oceano atlantico", la proporzione di quelli che condividevano questa opinione era "probabilmente addiritura del 99 per cento".

    Senza dubbio, quindi, il presidente dell'Associazione degli scrittori arabi siriani parlava in nome di milioni di suoi "fratellli" quando, poco dopo l'11 settembre, dichiarò che "quando sono crollate le Torri Gemelle () mi sono sentito come qualcuno che fosse appena resuscitato da una tomba; mi sono sentito trasportato nell'aria sopra il cadavere del simbolo mitologico dell'arrogante potenza imperialista americana () I miei polmoni si sono riempiti d'aria, e ho respirato dolcemente come non avevo mai fatto prima".

    Se questa era stata la reazione generale del mondo arabo-musulmano all'11 settembre, che cosa ci si sarebbe dovuti aspettare quando gli Stati Uniti si sarebbero rimessi in piedi (poggiandoli su Ground Zero, per essere precisi) e avrebbero contrattaccato? Ciò che ci si poteva aspettare è stato esattamente quello che è avvenuto: un altro furioso scoppio di antiamericanismo.

    Soltanto che questa volta predominava non la gioia ma la disperata speranza che gli Stati Uniti subissero una qualche umiliazione. Speranza che fu presto cancellata dalla rapida sconfitta del regime talebano in Afghanistan, ma poi immediatamente riaccesa da come Saddam Hussein sapeva resistere all'America. Saddam aveva ucciso centinaia di migliaia di musulmani in Iran, e innumerevoli arabi in Kuwait e nel suo stesso paese. Ovviamente, però, tutto questo era completamente trascurato dai suoi "fratelli" arabi e musulmani, orgogliosi della sua sfida contro gli Stati Uniti. Si poteva forse rintracciare un elemento di questo stesso perverso atteggiamento nella facilità con cui milioni e milioni di europei davano di fatto aiuto e sostegno a questo mostro? Naturalmente si sosteneva che la maggior parte di questa gente non era né pro Saddam né antiamericana: tutto ciò che chiedevano era "give peace a chance".

    Ma questa pretesa era smentita dagli slogan, dai discorsi e dai manifesti del partito della "pace". Per quanto l'odio nei confronti dell'America possa anche non avere permeato tutti gli oppositori dell'intervento militare americano, era certamente molto diffuso e profondo. E sebbene entrassero in gioco anche altre considerazioni (il sentimento pacifista la preoccupazione per le perdite civili, il disprezzo per Bush, la fiducia nelle Nazioni Unite), queste ultime non avevano difficoltà ad accordarsi con un'estrema ostilità nei confronti degli Stati Uniti.

    Così, soltanto due mesi dopo l'11 settembre, un sondaggio su importanti personalità di ventitre paesi diversi ha fornito interessanti risultati, che un giornale inglese ha così riassunto: "L'America ha in qualche modo attirato su di sé gli attentati terroristici di New York e Washington? () La maggior parte degli intervistati in tutti questi paesi stranieri () ritiene che, per certi versi, sia proprio così () Dai paesi suoi più stretti alleati in Europa, fino in medio oriente, in Russia e in Asia, circa il 70 per cento ritiene positivo che, dopo l'11 settembre, gli americani si siano resi conto di essere vulnerabili".

    Sembrerebbe quindi che il commediografo italiano Dario Fo, vincitore nel 1997 del premio Nobel per la letteratura, incarnasse l'opinione europea in modo molto più ampio e profondo di quanto si fosse inizialmente creduto con questo suo proclama: "I grandi speculatori sguazzano in un'economia che ogni anno uccide decine di milioni di persone in condizioni di assoluta povertà; dunque, cosa significano 20.000 (sic!) morti a New York? Indipendentemente da chi ha compiuto il massacro, questa violenza è la legittima figlia della cultura della violenza, della fame e dello sfruttamento dell'uomo".

    In Francia, un autorevole filosofo, Jean Baudrillard, ha elaborato un tipo leggermente diverso di apologia per i terroristi dell'11 settembre. Un'apologia così pesantemente contorta e intrisa di linguaggio postmoderno da sconfinare nella parodia ("Il crollo delle torri del World Trade Center è una cosa inimmaginabile, ma questo non è sufficiente per farne un evento reale"). Ma l'articolo di Baudrillard conteneva almeno una confessione rivelatrice: "Che noi stessi abbiamo sognato questo evento, che ognuno di noi lo abbia fatto, () è una cosa inaccettabile per la coscienza morale occidentale; ma è comunque un fatto () Ora al Qaida l'ha fatto, ma noi l'abbiamo voluto".


    Le richieste e le accuse


    Questa stessa idea, in termini ancora più diretti, fu espressa in Inghilterra da Mary Beard, professoressa di storia del mondo classico alla Cambridge University, la quale scrisse: "Per quanto si cerchi di presentarlo con tatto, il fatto rimane che gli Stati Uniti se la sono voluta () I presuntosi alla fine la pagano". Su questo anche il famoso romanziere Martin Amis era d'accordo; ma poiché l'antica concisione inglese era evidentemente per lui fin troppo concisa, Amis è ricorso a qualche raffinato ritocco europeo per formulare il suo epitaffio sulle colpe dell'America: "Il terrorismo è comunicazione politica con altri mezzi. Il messaggio dell'11 settembre è questo: America, è giunto il momento che impari quanto profondamente sei odiata () Alcune delle tue più profonde caratteristiche nazionali (il senso di autonomia, un patriottismo molto più tenace che in qualsiasi paese europeo, una totale mancanza di curiosità per il mondo) hanno provocato un quasi completo disinteresse per le sofferenze degli altri popoli".

    Che diavolo stava succedendo? Dopo l'11 settembre, la maggior parte degli americani si era progressivamente resa conto che eravamo odiati dai terroristi che ci avevano attaccato e da tutti i musulmani che li sostenevano non per i nostri difetti ma per le nostre virtù in quanto paese libero e prospero. Ma perché ci odiavano anche milioni di persone che vivevano invece in paesi altrettanto liberi e prosperi? In quest'ultimo caso, probabilmente, doveva essere per colpa dei nostri peccati. E tuttavia, la maggior parte di noi sapeva con certezza che, quali che fossero i nostri peccati, non erano quelli di cui ci accusavano gli europei.

    Per dirlo in altre parole: ben lungi dall'essere una nazione di arroganti spacconi, chiedevamo umilmente il sostegno di piccoli paesi che avremmo potuto facilmente spingere via. Ben lungi dall'essere "unilateralisti", chiedevamo il permesso e la benedizione del Consiglio di Sicurezza dell'Onu prima di intervenire militarmente contro Saddam Hussein. Ben lungi dal "correre verso la guerra", passavamo mese dopo mese a ballare un valzer diplomatico nella vana speranza di ottenere l'aiuto della Francia, della Germania e della Russia. E si potrebbe continuare ancora a lungo con questa lista.

    Che cosa stava succedendo, allora? Una risposta a questa difficile domanda, poi ampiamente condivisa, fu data da Robert Kagan. Con una formula accattivante divenuta presto famosa, Kagan dichiarò che gli americani venivano da Marte e gli europei da Venere. Elaborando questa formula, Kagan ha scritto: "Sulla questione cruciale della potenza ­ l'efficacia della potenza, la moralità della potenza, la desiderabilità della potenza ­ gli americani e gli europei hanno punti di vista differenti. L'Europa sta prendendo le distanze dalla potenza, o, per dirla in un'altra maniera, l'Europa sta andando oltre la potenza per entrare in un mondo autosufficiente, fatto di leggi e di regolamenti, di negoziati internazionali e di cooperazione. L'Europa sta entrando in un paradiso post storico di pace e relativa prosperità, la realizzazione della kantiana 'pace perpetua'. Gli Stati Uniti rimangono invece impantanati nella storia, continuando a esercitare la potenza in un anarchico mondo hobbesiano, in cui le leggi e le regole internazionali sono inaffidabili e dove la vera sicurezza, la difesa e lo sviluppo di un ordine liberale dipendono ancora dal possesso e dall'uso della forza militare".

    Con questa sua tesi, Kagan ha visto giusto in molte cose e ha gettato la giusta luce in molti angoli oscuri. Ma mi sembra anche che abbia fatto calzare le scarpe della sua tesi nei piedi sbagliati. Per quanto accetti fino in fondo la presentazione di Kagan dei diversi atteggiamenti nei confronti della potenza militare, non sono d'accordo sul fatto che gli europei stiano già vivendo nel futuro e che gli americani siano ancora "impantanati" nel passato. A mio giudizio, è vero esattamente il contrario.

    Il "paradiso post storico" nel quale sarebbero a quanto pare entrati gli europei a me non sembra nient'altro che la rete delle istituzioni internazionali che sono state create alla fine della seconda guerra mondiale sotto la leadership degli Stati Uniti nella speranza che avrebbero promosso la pace e la prosperità. Tra queste istituzioni c'erano le Nazioni Unite, la Banca Mondiale, la Corte internazionale e molte altre ancora. Poi, dopo il 1947, e ancora sotto la guida degli Stati Uniti, si riorganizzarono alcune delle istituzioni già esistenti e se ne crearono di nuove (come la Nato) per adattarsi alle esigenza della terza guerra mondiale. Con la vittoriosa conclusione di questa guerra nel 1989-1990, il vecchio ordine internazionale divenne una cosa sorpassata, tanto che si comprese immediatamente che sarebbero stati necessari nuovi adattamenti per affrontare la nuova fase storica. Ma passò più di un decina d'anni prima che l'11 settembre delineasse infine i contorni della "era post guerra fredda" in modo sufficientemente chiaro per determinare quali adattamenti fossero necessari.

    Considerata da questo punto di vista, la dottrina Bush si presentava come un tentativo estremamente coraggioso per scardinare la struttura istituzionale e la strategia elaborata per combattere la terza guerra mondiale. Ma era anche qualcosa di più: definiva anche un progetto per una nuova struttura e una nuova strategia adatta a combattere un diverso tipo di nemico in una guerra che era appena cominciata e che dava tutta l'apparenza di dovere continuare ancora a lungo. Di fronte a questa nuova realtà, Bush era giunto alla conclusione che ben pochi (e probabilmente nessuno) dei vecchi strumenti istituzionali erano capaci di sconfiggere questo nuovo nemico, e che le strategie del passato erano altrettanto inutili contro il nuovo modo di combattere del nemico.

    Per entrare nel futuro, bisognava sostituire la deterrenza con la prevenzione, e contare più sulla potenza militare americana che sul "soft power" delle Nazioni Unite e di altri relitti della terza guerra mondiale, o tantomeno sull'hard power della Nato (il cui raggio d'azione era stato specificamente ristretto al teatro europeo e il cui impiego in altri luoghi sarebbe stato ostacolato dai francesi).

    Considerate da questo stesso punto di vista, le giustificazioni date dagli europei per la loro opposizione alla dottrina Bush (le proteste sul suo "unilateralismo", ecc.) si rivelavano mere elucubrazioni sofistiche. Sotto questo aspetto, mi trovavo d'accordo con Kagan nel rintracciare la loro origine in un declino della potenza degli europei. Kagan lo aveva scritto in modo perfettamente chiaro: "La seconda guerra mondiale aveva completamente distrutto le nazioni europee come potenze globali () Rimpicciolita dalle due superpotenze che la circondavano, un'Europa indebolita rimase tuttavia il cruciale teatro strategico della lotta mondiale fra il comunismo e il capitalismo democratico () Per quanto priva di tutti i più tradizionali strumenti di una grande potenza, l'Europa continuava a essere il cardine della geopolitica mondiale, cosa che, insieme alla sua antica abitudine alla leadership internazionale, le permetteva di mantenere un'influenza ben più profonda di quanto la sua potenza militare le avrebbe in realtà consentito. Dopo la fine della guerra fredda, l'Europa ha perso la sua centralità strategica, ma ci sono voluti alcuni anni prima che la resistente immagine della potenza globale europea cominciasse a svanire".

    Fin qui tutto bene. Ma non ero d'accordo con Kagan circa la sua convinzione che gli europei avessero effettivamente compiuto il salto nel "paradiso kantiano" del futuro, postnazionale e postmoderno. A me sembrava evidente che erano gli europei, e non noi americani, a essere rimasti "impantanati" nel passato. Gli europei combattevano accanitamente per impedire all'America il salto nel futuro proprio perché rimanere ancorati alle idee, alle strategie e alle istituzioni internazionali della guerra fredda gli avrebbe permesso di continuare ad esercitare "un'influenza ben più profonda di quanto la sua potenza militare gli avrebbe in realtà consentito". E' stato George W. Bush, quel moralista "sempliciotto", quel cowboy dal grilletto facile, quell'affondatore del diritto internazionale e ostinato unilateralista, colui che ha avuto la capacità di vedere il futuro e che ha raccolto tutto il suo coraggio per entrarci dentro. Ma Bush è anche un politico, e come tale ha ritenuto necessario fare alcune concessioni di fronte alle pressioni che venivano esercitate su di lui in patria e all'estero. Per far questo bisognava fare ogni tanto qualche ritorno al passato. In queste occasioni, come quando ha cercato di ottenere l'approvazione del consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, Bush ha mostrato una buona dose di gentilezza e deferenza nei confronti di coloro che, in patria e all'estero, continuavano ad interpretare la dottrina Bush non come un progetto per il futuro ma come un arrogante ripudio dell'approccio sostenuto dagli apparentemente più raffinati europei e dalle loro controfigure americane.

    "Gli europei insistono che il loro approccio ai problemi è più sofisticato e ricco di sfumature, perché cercano di influenzare gli altri in modo sottile e indiretto Preferiscono di regola affrontare i problemi pacificamente, optando per il negoziato, la diplomazia e la persuasione piuttosto che per la coercizione. Per dirimere le controversie, sono più propensi a fare appello al diritto internazionale, agli accordi internazionali e all'opinione pubblica mondiale cercando di utilizzare i legami commerciali ed economici per tenere insieme le nazioni, spesso dando più risalto al processo che ai risultati, convinti che alla fine il processo possa diventare sostanza".
    Non che in tutto questo ci fosse qualcosa di nuovo: gli europei avevano espresso esattamente la stessa pretesa di superiore raffinatezza durante gli anni della presidenza Reagan. A quel tempo, nel 1983, questa pretesa aveva provocato un perfetto commento di Owen Harris (l'ex capo della sezione per la strategia politica del ministero degli Esteri australiano e membro della scuola realista): "Quando si sente questa pretesa di superiore realismo e raffinatezza, il primo impulso è quello di chiedere quali sono esattamente le prove. Se si considerano alcuni degli eventi critici della storia europea del Ventesimo secolo (gli eventi che hanno portato allo scoppio della Prima guerra mondiale, la conferenza di pace di Versailles, il congresso di Monaco nel 1938, l'impegno che l'Europa era disposta a dare per garantire la propria difesa a partire dal 1948, e l'attuale atteggiamento circa la difesa dei suoi più vitali interessi nel golfo persico), non si è tanto facilmente portati a concederle questa superiorità".

    Vent'anni dopo, il realista Harris avrebbe certamente avuto profonde riserve sulla dottrina Bush. Ma non avrebbe esitato ad aggiungere la "raffinata" opposizione europea alla lunga lista dei giudizi disastrosamente sbagliati da lui stesso descritti nel 1983.


    (Fine quarta parte)

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  2. #2
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    Una delle domande che può sorgere di fronte all'esplodere del terrorismo di matrice islamica, fenomeno che ha trovato il suo sanguinoso sigillo l'11 settembre 2001, riguarda la vera natura della religione dell'Islam.
    Perchè i terroristi sembrano, e sono effettivamente osannati come "martiri" ed "eroi" da grandi fasce della popolazione mussulmana, a partire dai dottori e dagli esperti della legge, fino ai ceti più bassi?
    Esiste un Islam moderato, con cui è possiabile dialogare, ragionare, che condanna il terrorismo in tutte le sue forme, senza addurre coperture, clausole e postille tendenti alla giustificazione del fenomeno?

    Podhoretz descrive un mondo islamico aggressivo, intriso d'odio, di feroce antiamericanismo, unito dal disprezzo per gli Stati Uniti, considerati come oppressori, imperialisti, "sanguisughe" della Terra dell'Islam, invasori ed occupanti. Non sembra esserci alcuno sprazzo di luce: muftì, dottori, accademici, giornalisti, opinionisti, sono concordi. L'America è il "Grande Satana" da abbattere, il male assoluto, il cancro globale da estirpare con tutti i mezzi, compreso il terrorismo, inclusi gli attacchi spettacolari dell'11 settembre, vera e propria strage, macello terribile. Una intera civiltà, quella islamica, pare sollevarsi contro la nazione simbolo del progresso e del benessere, della Libertà e delle opportunità.

    Gli Stati Uniti non devono fronteggiare solo il pericolo islamico. Proprio all'interno del territorio americano, nascono e si sviluppano le critiche più feroci all'essenza stessa dell'America, e al suo ruolo nel mondo. Il predominio culturale della sinistra progressista nelle università e nei mezzi di informazione dà origine alle più incredibili polemiche. Secondo numerosi professori e accademici, infatti, la responsabilità dell'11 settembre non ricadrebbe su Al Quaeda e sui terroristi dirottatori, ma sull'America, sui suoi comportamenti arroganti, spacconi ed oppressivi. Il terrorismo costituirebbe solo una "legittima" reazione dei poveri, degli oppressi, degli sfruttati.
    Insomma, l'America "se la sarebbe cercata". Il crollo delle Torri viene quindi interpretato come una giusta punizione, una pena perfettamente giustificabile, anzi tardiva ed insufficiente, per i crimini commessi contro il mondo arabo e tutti i poveri e i disperati del mondo.

    Persino certi gruppi appartenenti alla destra, a quella parte più paleoconservatrice, vedrebbero negli attentati una giusta punizione divina per i peccati compiuti da un popolo americano ormai abbandonatosi al consumismo e alla ricerca dei piaceri più sfrenati. Come per le epidemie di peste medievali, il terrorismo sarebbe uno "strumento di Dio" per punire e fare pulizia dei corrotti.

    Queste tesi, evidentemente, sono ridicole, e non fanno che rendere palese l'antiamericanismo viscerale di certi gruppi d'opinione e certi personaggi.
    Un fenomeno simile è avvenuto anche qui in Italia, quando i colpevoli dell'assassinio di Aldo Moro non sono stati indicati nei brigatisti, ma nello Stato, nella DC, insomma nel sistema sfruttatore e capitalista dominante.

    Podhoretz nota anche che il comportamento dell'Europa, dei suoi vanitosi diplomatici, segna una risposta del tutto insufficiente nei confronti del terrorismo fondamentalista. E' l'America, con il suo Presidente Bush, che offre una reazione adeguata, che va al di là delle vecchie istituzioni create nel secondo dopoguerra (ONU, Banca Mondiale, NATO), sempre propense alla diplomazia, alle trattative, e in fin dei conti alle chiacchere inutili ed improduttive. Falle utilizzate dalle organizzazioni terroristiche per agire in libertà, senza temere di essere punite e perseguitate.
    Bush, nonostante qualche residua deferenza nei confronti delle istituzioni internazionali, ha capito perfettamente che servono ben altre strategie e modalità d'attacco per distruggere la mala pianta del terrorismo.
    Per mesi gli Stati Uniti hanno cercato l'appoggio e il nulla-osta dell'ONU, l'aiuto delle cancellerie europee, il sostegno della Russia. Non ne hanno ricavato nulla, se non un certo disprezzo per il moralismo "sempliciotto" del Presidente.
    Da qui, inevitabilmente, l'unilateralismo, e la guerra preventiva.
    Gli Stati Uniti sono stati attaccati nel loro cuore, con un atto efferato ed orribile. Gli Stati Uniti, conseguentemente, devono agire, e combattere nella Quarta Guerra Mondiale. Con o senza ONU ed Europa. Di questo Bush è ben conscio.

  3. #3
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    L'Islam è moderato solo quando incontra qualcuno con un bastone più grosso e nodoso, capace di usarlo meglio dei suoi.

  4. #4
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    La cosa più devastantemente veritiera di questa parte del discorso di Podhoretz è che chi parla dell'11 Settembr emettendolo in diretta relazione con la questione palestinese fa un errore macroscopico.
    L'autore dimostra molto brevemente e con qualche semplice esempio (a cui penso si possano aggiungere tantissimi altri casi analoghi) come anche se, per assurdo, Israele non fosse mai divenuto Stato, tuttavia il mondo islamico si sarebbe comunque trovato in rotta di collisione con gli USA.

    E ciò vale ancor di più per l'Europa cristiana, da secoli inc onflitto più o meno aperto con l'espansionismo islamico.

  5. #5
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    Citazione Originariamente Scritto da Coriolano Visualizza Messaggio
    L'Islam è moderato solo quando incontra qualcuno con un bastone più grosso e nodoso, capace di usarlo meglio dei suoi.
    pura verità.....

  6. #6
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    Interssante anche questa parte... certo sarebbe interessante sapere come hanno ribattuto Bucanan e Novak ma mi sembra difficile.
    Per quanto riguarda Kagan (soprattutto Paradiso e Potere ma anche l'ultimo) lo considero una lettura fondamentale per capire le diversità tra Europa ed America e lo consiglio a tutti. Ora se è vero quanto riportato qui dall'autore è anche vero che Kagan da una motivazione per il diverso atteggiamento dell'Europa. Inannzi tutto l'Europa ha subito due guerre devastanti nel suo territorio, cosa che gli Stati Uniti non hanno mai provato, e in secondo luogo non ha la potenza militare per fare diversamente tant'è vero che non è riuscita a fronteggiare da sola nemmeno una guerra la suo interno (kossovo) e a dovuto chiedere l'aiuto degli americani.

 

 

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