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    Predefinito La Lotta di Alitalia ed il PCL

    La dinamica di lotta in Alitalia conferma, a novembre, il quadro di analisi più generale che il PCL ha espresso, a suo tempo, sull’intera vicenda (v. la precedente circolare sull’argomento). Ma l’arricchisce di elementi nuovi e rilevanti.


    L’IMPASSE DEL “FRONTE DEL NO “ E LA NASCITA DEL COMITATO DI LOTTA

    Come era prevedibile, dopo l’adesione di tutte le organizzazioni sindacali (con la positiva eccezione della CUB) all’accordo quadro di settembre con CAI e Governo – senza una sola ora di sciopero- CAI e Governo hanno proceduto, a passo accelerato, verso l’applicazione pratica dell’intesa: sancendo l’espulsione da Alitalia di diecimila lavoratori e lavoratrici (a partire dal licenziamento in tronco dei precari), e definendo, in particolare, i criteri infami di riassunzione individuale dei dodicimila lavoratori sopravvissuti.
    Di fronte allo shock prodotto da questi sviluppi presso i lavoratori, i gruppi dirigenti dei sindacati “autonomi”, maggioritari complessivamente nella categoria, hanno dovuto differenziarsi dalle burocrazie sindacali confederali, rifiutandosi di firmare il cosiddetto Lodo Letta: un lodo che addirittura prevede “l’insindacabile giudizio” del governo su ogni possibile contenzioso circa l’interpretazione dell’accordo. In altri termini, l’azzeramento umiliante del potere negoziale del sindacato.
    Ma gli stessi sindacati autonomi non firmatari del Lodo rifiutavano, ancora una volta, di indire una qualsiasi azione di lotta: da un lato chiamavano i lavoratori ad un’assemblea generale di “protesta” (25 ottobre); dall’altro si rifiutavano di avanzare a quella stessa assemblea, enormemente partecipata e combattiva, una qualsiasi proposta pratica.
    In questa impasse è intervenuto un fatto molto importante. Un gruppo di lavoratori, eterogeneo per appartenenza e storia sindacale, ma prevalentemente di area CUB, ex SdL, ex CGIL, ha recuperato alla propria memoria la proposta del “comitato di sciopero” che il PCL aveva avanzato, con volantini e in molte discussioni coi lavoratori, nelle manifestazioni di settembre. È nato così un “comitato di sciopero e di lotta”, composto da una trentina di attivisti, ma provvisto di una riconoscibilità e influenza molto più ampia, in particolare presso gli assistenti di volo e le hostess.


    LA BASE SCAVALCA I SINDACATI: 2000 LAVORATORI VOTANO LA NAZIONALIZZAZIONE DELLA COMPAGNIA E IL BLOCCO DEL TRAFFICO AEREO

    Di fronte alla paralisi totale dei sindacati, il comitato di sciopero convoca a Fiumicino un primo incontro tra lavoratori Alitalia per il giorno 6 novembre. Rispondono a questa convocazione fra i trecento e i quattrocento lavoratori. Il PCL è esplicitamente invitato a intervenire, assieme a un’esponente dell’Italia dei valori. La nostra proposta di svolta verso una lotta radicale e continuativa e a sostegno della rivendicazione della nazionalizzazione della compagnia è accolta molto positivamente dai lavoratori , molti dei quali conosciuti nei presidi di settembre. Diversi lavoratori premono per l’indizione immediata del blocco del traffico aereo. I principali esponenti del comitato decidono di aggiornare la decisione a lunedì 10 novembre, entro una nuova assemblea, più preparata e partecipata.
    I dirigenti dei sindacati autonomi che, pur invitati, avevano scelto di non partecipare al primo incontro promosso dal comitato di sciopero, sono costretti dalla crescita della sua influenza a rincorrere la nuova assemblea di lunedì 10, dove si presentano con tutto il loro stato maggiore. Ma il comitato di lotta si presenta preparato all’appuntamento, con un testo di mozione – preventivamente concordato con il PCL- che riprende la rivendicazione della nazionalizzazione (respingendo la proposta dipietrista della “riapertura di un’asta pubblica”) e richiede un blocco continuativo del traffico aereo. L’intervento del PCL, a inizio assemblea, è salutato dal forte sostegno dei quasi 2000 lavoratori presenti. Subito dopo un esponente del comitato legge la mozione, molto applaudita, e apre la discussione, invitando i dirigenti sindacali presenti a intervenire. Qui il primo fatto clamoroso. Gli stessi dirigenti sindacali che il giorno prima, senza attendere l’assemblea, avevano annunciato pubblicamente un calendario di quindici scioperi diluiti in sei mesi (!?), pensando di giocare sul fatto compiuto, non hanno il coraggio di intervenire in assemblea; temendo di subire una formale sconfessione, preferiscono chiudersi in un tombale silenzio, di fronte ad un’assemblea da loro stessi co-promossa. A questo punto il comitato di sciopero mette al voto la mozione, che viene approvata all’unanimità dall’assemblea di massa (senza un solo voto contrario o astenuto), in un clima di grande entusiasmo.


    UNA LOTTA SABOTATA

    Inizia così il blocco del centro equipaggi - nei fatti il semiblocco del traffico aereo- con picchettaggio delle porte d’ingresso da parte di un muro umano di lavoratori seduti. Il comitato di sciopero propone subito al voto (unanime) un appello alla solidarietà di tutto il mondo del lavoro e una mozione di sostegno all’iniziativa di sciopero della FIOM per il 12 dicembre, nella quale si chiede un appoggio della FIOM alla lotta Alitalia: mozione che ottiene l’immediata dichiarazione pubblica di solidarietà da parte di Giorgio Cremaschi a nome della Rete 28 Aprile. Inoltre vengono letti comunicati di solidarietà inviati da diverse situazioni sindacali e di lotta (per iniziativa in primo luogo di compagni del PCL) e una dichiarazione di sostegno da parte del comitato di lotta dei lavoratori dell’aeroporto di Atene (guidato da compagni del Partito operaio rivoluzionario greco, sezione del CRQI), anch’esso impegnato contro la privatizzazione della propria compagnia: dichiarazione accolta con un lunghissimo applauso.
    Tuttavia le ore che seguono vedono due fattori critici concomitanti. Da un lato le grandi difficoltà organizzative del comitato di fronte ad un’azione di lotta interamente appoggiata sulle sue deboli spalle e agli enormi oneri da sostenere (organizzazione del vettovagliamento, dei turni di picchetto, dei rapporti con la stampa, delle relazioni con l’insieme dei lavoratori della compagnia), in un quadro di inevitabile confusione. Dall’altro lato il lavoro ai fianchi dei dirigenti dei sindacati autonomi: che prima cercavano di promuovere una seconda assemblea di lavoratori a cento metri di distanza dal presidio del blocco (senza successo); poi si presentavano all’assemblea del presidio dichiarando di “stare con i lavoratori in lotta”, salvo spiegare che “il blocco è senza futuro “, con l’intento di seminare sfiducia; infine dopo sei ore di pressing logorante, giocando l’argomento estremo: “ la polizia ci ha detto che dovrà sgombrare il presidio con la forza , quindi è meglio se ce ne andiamo da soli”.
    A questo punto si va all’epilogo finale della giornata. In una situazione confusa e logorata i principali esponenti del comitato di sciopero accettano la proposta di rimuovere il blocco. Ma al tempo stesso rilanciano una proposta di indizione immediata di sciopero di ventiquattro ore da parte di tutti i sindacati, in omaggio alla decisione votata dall’assemblea del mattino. I dirigenti sindacali respingono la proposta. A questo punto il comitato presenta al voto dei circa trecento lavoratori ancora presenti, una mozione che da un lato indice lo sciopero, dall’altro rinnova la richiesta ai sindacati di sostenerlo. Un dirigente di SdL interviene contro la mozione. Ma la maggioranza dei lavoratori presenti - certo i più combattivi – vota a favore della mozione del comitato di sciopero (130 sì, 87 no). A questo punto i sindacati si dissociano pubblicamente dalla scelta votata dichiarando il “rispetto della legge” quale codice della propria azione sindacale. Così facendo favoriscono di fatto l’immediata ritorsione repressiva del Governo, che ha la strada spianata per le precettazioni. E questo senza che i dirigenti sindacali propongano alcuna indicazione alternativa: che non sia una calendario programmato di scioperi rituali a “babbo morto”, quando ormai le chiamate nominative della CAI avranno frantumato i lavoratori e piegato le resistenze. Assurdo. O meglio spiegabile: ma solo nella logica di chi spera di salvaguardare un proprio spazio di sindacato (permessi, agibilità… ) nella nuova azienda CAI, al prezzo di una sconfitta sociale drammatica dei lavoratori e della propria stessa base.


    IL PCL CON I LAVORATORI E LA LORO AVANGUARDIA

    Vedremo gli ulteriori sviluppi della vicenda Alitalia, entro un quadro certo deteriorato. Ma è possibile trarre dalla più recente esperienza nuove considerazioni.

    1) Nonostante la stanchezza accumulata da mesi, migliaia di lavoratori Alitalia hanno trovato la forza di scavalcare, in un’assemblea di massa, l’insieme delle proprie organizzazioni sindacali tradizionali di categoria. Al di là degli sbocchi immediati, questo è un dato politico centrale dell’ultima fase. I dirigenti sindacali, a partire dall’SdL, cercano di rimuovere questo dato, attribuendolo alla cosiddetta “speculazione “ del PCL sulla rabbia dei lavoratori. Ma la verità è un’altra. Quanto è avvenuto lunedì 10 novembre è l’effetto della crisi di tutta la politica sindacale nella vicenda Alitalia. I lavoratori hanno semplicemente manifestato ciò che avevano in pancia da mesi: il rifiuto del piano Cai e la richiesta di una lotta vera. Il nostro ruolo è stato quello di raccogliere questo sentimento, incoraggiando la sua libera manifestazione, in stretto rapporto con un settore di avanguardia della categoria. Il fatto che la debolezza organizzativa del comitato di lotta, abbia dovuto soccombere alla fine alla forza materiale degli apparati sindacali congiunti, non toglie nulla all’importanza di quanto è avvenuto. Semmai sottolinea la gravità della politica sindacale in Alitalia.

    2) Più in generale, la vicenda Alitalia dimostra che la contraddizione tra la durezza dello scontro sociale e la politica delle direzioni tradizionali (talvolta anche di un sindacato di base) può aprire varchi importanti per la proposta dei comunisti rivoluzionari, sia nell’ambito dell’avanguardia, sia anche, in determinati contesti, a livello di massa. Recuperare l’armamentario del marxismo in fatto di obiettivi (nazionalizzazione senza indennizzo), di forme di lotta (sciopero prolungato e blocco delle merci), di forme di organizzazione (comitato di sciopero), non è un esercizio, magari utile, di propaganda. E’ porsi al passo delle necessità imposte dalla crisi economico-sociale e dall’aggressione padronale e governativa. E l’esperienza dimostra che non esiste alcun impedimento insormontabile, di per sé, all’affermazione tra le masse di nostre parole d’ordine. Tutto dipende dal corso concreto della lotta e della battaglia politica e sindacale. In determinate situazioni possono prodursi brusche svolte, fosse pure contingenti, nelle disponibilità dei lavoratori e nella loro coscienza. Sta ai comunisti cercare di capitalizzarle ai fini dell’avanzamento del movimento reale della classe e della costruzione di un’altra direzione.

    3) Peraltro, tanto più nell’attuale contesto politico, la riconoscibilità pubblica del nostro partito non passa solamente per l’essere l’unico partito estraneo ad ogni compromissione col centrosinistra, ma per l’essere l’unico partito della sinistra che si misura quotidianamente con la problematica della direzione delle lotte, del loro sbocco, della loro unificazione e radicalizzazione, fuori da ogni criterio di puro richiamo elettoralistico (PRC, PDCI), di pura ginnastica movimentista (Sinistra critica), o di auto conservatorismo sindacale. Il fatto che a sinistra solo il PCL abbia messo la faccia nella lotta dei lavoratori Alitalia e della loro avanguardia, non è un fatto casuale. E’ il riflesso della particolarità del nostro partito.

    4) L’adesione al PCL di un’avanguardia storica delle lotte dei lavoratori Alitalia, e l’attenzione diretta per il nostro partito di un gruppo di lavoratori combattivi della compagnia, dimostra che, a determinate condizioni, è possibile provare a mettere radici nei luoghi di lavoro anche in presenza di situazioni di grave crisi aziendale. E’ una lezione utile per il nostro intervento di massa nella prossima fase, segnata dall’aggravamento della crisi capitalista, e dall’estensione dei suoi effetti sociali.
    MARCO FERRANDO

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