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    Predefinito Marx : Altro che rincorrere le mode sulla fine del lavoro

    Marx : Altro che rincorrere le mode sulla fine del lavoro

    Martedì 25 Novembre 2008 10:43 redazione


    Di Ascanio Bernardeschi
    Marcello Cini, in due interventi su Liberazione (......), ha sostenuto che i recenti sviluppi del sistema capitalistico hanno reso obsoleto l'impianto analitico marxiano. Non essendo attrezzato per affrontare tutti gli aspetti del suo ragionamento, e in particolar modo quelli legati alla rivoluzione scientifica, mi soffermo su alcuni di essi.
    Sulla supposta differenza tra il Marx dei dei Grundrisse e quello del Capitale – e la supposta superiorità del primo – già Alberto Burgio ha rilevato l'insostenibilità della tesi secondo cui l'opera più matura (a cui Marx ha dedicato la maggior parte dei suoi sforzi teorici) sarebbe meno utile dell'opera più acerba. Aggiungo solo che in quest'ultima alcune categorie fondamentali dell'analisi marxiana non sono ancora completamente sviluppate. È vero che il carattere di abbozzo del Capitale, del quale solo il primo libro ha una veste compiuta e in cui alcuni importanti argomenti facenti parte del piano di lavoro dell'autore non hanno potuto essere sviluppati, richiede un'attenta considerazione del manoscritto preparatorio, contenente in proposito flash illuminanti. Ma resta il fatto inoppugnabile quest'ultimo è privo di approfondimenti e sviluppi che appariranno solo nell'opera successiva.
    Un altro argomento di Cini – connesso al precedente – sarebbe che la legge del valore – la riconduzione del valore delle merci a lavoro umano astratto – tenderebbe a non essere più alla base dell'accumulazione capitalistica. La teoria presentata nel Capitale, nota impropriamente come teoria del valore-lavoro, differirebbe da quella avanzata nei Grundrisse più proiettata verso il futuro, che vede, attraverso lo sviluppo tecnologico e scientifico, la tendenza al superamento del tempo di lavoro come base per la produzione della ricchezza. Le evidenze nei testi marxiani contrarie a questa tesi sono moltissime. A parte la necessità di distinguere tra valore e ricchezza (solo il primo è il fine dell'accumulazione capitalistica), per Marx il lavoro è la sostanza del valore ed è produttivo di plusvalore, purché sia nella produzione sottoposto al dominio e al controllo del capitale (sussunzione formale e reale), a prescindere dal dal contenuto materiale del valore d'uso prodotto. Sono notissimi i riferimenti esemplificativi al “lavoro delle prostitute”, che è da considerare anch'esso produttivo di plusvalore purché sotto il comando del capitale. E a tale condizione anche il lavoratore che produce formazione e conoscenza non si distingue da quello che produce “salsicce”.
    Su questo pare convergano anche alcuni estimatori delle tesi di Cini. Sennonché viene preteso a pretesto il noto frammento sulle macchine dei Grundrisse per sostenere che, “quel Marx”, intravede nello sviluppo della produttività indotto dall'incessante progresso tecnico-scientifico, la fine del lavoro come base della valorizzazione del capitale.
    Vediamo cosa dice Marx a proposito proprio nel passo invocato (Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica, La Nuova Italia 1968-70, II vol. pp.389-411. Debbo necessariamente tagliare la citazione, i corsivi sono miei):
    “Nelle macchine il lavoro oggettivato si contrappone materialmente al lavoro vivo come il potere che lo domina e come attiva sussunzione di esso sotto di sé: non solo in quanto se ne appropria, ma nello stesso processo di produzione reale. (...) Il valore oggettivato nelle macchine si presenta inoltre come una premessa rispetto alla quale la forza valorizzante della singola forza-lavoro scompare come qualcosa di infinitamente piccolo. (...)
    In quanto poi le macchine si sviluppano con l’accumulazione della scienza sociale, della produttività in generale, non è nel lavoro, ma nel capitale che si esprime il lavoro generalmente sociale. (...) L’operaio si presenta superfluo, nella misura in cui la sua azione non è condizionata dal bisogno del capitale. (…)
    Nella stessa misura in cui il tempo di lavoro - la mera quantità di lavoro - è posto dal capitale come unico elemento determinante, il lavoro immediato e la sua quantità scompaiono come principio determinante della produzione - della creazione di valori d’uso - e vengono ridotti sia quantitativamente a una proporzione esigua, sia qualitativamente a momento certamente indispensabile, ma subalterno, rispetto al lavoro scientifico generale (...) da un lato, e rispetto alla produttività generale (...) dall’altro (...). Il capitale lavora così alla propria dissoluzione come forma dominante della produzione.
    La premessa di questa [la produzione basata sul valore] è e rimane la quantità di tempo di lavoro immediato, la quantità di lavoro impiegato (...). Ma nella misura in cui si sviluppa la grande industria, la creazione della ricchezza reale viene a dipendere meno dal tempo di lavoro e dalla quantità del lavoro impiegato che dalla potenza degli agenti che vengono messi in moto durante il tempo di lavoro (...).
    La ricchezza reale si manifesta invece (...) nella enorme sproporzione tra il tempo di lavoro impiegato e il suo prodotto, come pure nella sproporzione qualitativa tra il lavoro ridotto a una pura astrazione e la potenza del processo di produzione che esso sorveglia. Non è più tanto il lavoro a presentarsi come incluso nel processo di produzione, quanto piuttosto l’uomo a porsi in rapporto al processo di produzione come sorvegliante e regolatore. (...)
    Il furto del tempo di lavoro altrui, su cui poggia la ricchezza odierna, si presenta come una base miserabile rispetto a una nuova base che si è sviluppata nel frattempo (...). Non appena il lavoro in forma immediata ha cessato di essere la grande fonte della ricchezza, il tempo di lavoro cessa e deve cessare di essere la sua misura (...). Con ciò la produzione basata sul valore di scambio crolla (...). Subentra il libero sviluppo delle individualità, e dunque non la riduzione del tempo di lavoro necessario per creare pluslavoro, ma in generale la riduzione del lavoro necessario della società a un minimo, a cui corrisponde poi la formazione e lo sviluppo artistico, scientifico ecc. degli individui (...).
    Il capitale è esso stesso la contraddizione in processo, per il fatto che tende a ridurre il tempo di lavoro a un minimo, mentre, d’altro lato, pone il tempo di lavoro come unica misura e fonte della ricchezza. Esso diminuisce, quindi, il tempo di lavoro nella forma del tempo di lavoro necessario, per accrescerlo nella forma del tempo di lavoro superfluo; facendo quindi del tempo di lavoro superfluo - in misura crescente - la condizione (question de vie et de mort) di quello necessario. Da un lato esso evoca, quindi, tutte le forze della scienza e della natura, come della combinazione sociale e delle relazioni sociali, al fine di rendere la creazione della ricchezza (relativamente) indipendente dal tempo di lavoro impiegato in essa. Dall’altro lato esso intende misurare le gigantesche forze sociali così create alla stregua del tempo di lavoro, e imprigionarle nei limiti che sono necessari per conservare come valore il valore già creato.
    Le forze produttive e le relazioni sociali - entrambi lati diversi dello sviluppo dell’individuo sociale - figurano per il capitale solo come mezzi, e sono per esso solo mezzi per produrre sulla sua base limitata. Ma in realtà essi sono le condizioni per far saltare in aria questa base. (...)
    Il capitale (...) moltiplica il tempo di lavoro supplementare della massa con tutti i mezzi della tecnica e della scienza, perché la sua ricchezza è fatta direttamente di appropriazione di tempo di lavoro supplementare: giacché il suo scopo è direttamente il valore, e non il valore d’uso. In tal modo esso, malgré lui, è strumento di creazione della possibilità di tempo sociale disponibile, della riduzione del tempo di lavoro per l’intera società a un minimo decrescente (...). Ma la sua tendenza è sempre, per un verso, quella di creare tempo disponibile, per l’altro di convertirlo in pluslavoro. (...)
    Quanto più si sviluppa questa contraddizione, tanto più viene in luce che la crescita delle forze produttive non può più essere vincolata all’appropriazione di pluslavoro altrui, ma che piuttosto la massa operaia stessa deve appropriarsi del suo pluslavoro. Una volta che essa lo abbia fatto - e con ciò il tempo disponibile cessi di avere un’esistenza antitetica - da una parte il tempo di lavoro necessario avrà la sua misura nei bisogni dell’individuo sociale, dall’altra lo sviluppo della produttività sociale crescerà così rapidamente che, sebbene ora la produzione sia calcolata in vista della ricchezza di tutti, cresce il tempo disponibile di tutti. Giacché la ricchezza reale è la produttività sviluppata di tutti gli individui. E allora non è più il tempo di lavoro, ma il tempo disponibile la misura della ricchezza”.
    Da un lato mi sembra assai evidente che Marx fa coincidere la tendenza all'annullamento del tempo di lavoro necessario con la tendenza al superamento del modo di produzione capitalistico: finché predomina questo modo di produzione è necessario accumulare plusvalore, cioè pluslavoro.
    Da un altro lato mi sembra sorprendente che nessuno dei critici del Marx maturo abbia notato la estrema somiglianza di alcuni di questi passi ad alcuni della sezione III del libro III del Capitale in cui viene enunciata e commentata la tanto vituperata legge della caduta tendenziale del saggio del profitto.
    Riporto solo un passo (Il Capitale III ed. Riuniti, 1965, p. 303).
    “Il vero limite della produzione capitalistica è il capitale stesso, è questo: che il capitale e la sua autovalorizzazione appaiono come punto di partenza e punto di arrivo, come motivo e scopo della produzione: che la produzione è solo produzione per il capitale, e non al contrario i mezzi di produzione sono dei semplici mezzi per una continua estensione del processo vitale per la società dei produttori. I limiti nei quali possono unicamente muoversi la conservazione e l'autovalorizzazione del valore-capitale (...) si trovano dunque continuamente in conflitto con i metodi di produzione a cui il capitale deve ricorrere per raggiungere il suo scopo, e che perseguono (...) lo sviluppo incondizionato delle forze produttive sociali del lavoro. Il mezzo - lo sviluppo incondizionato delle forze produttive sociali - viene permanentemente in conflitto con il fine ristretto, la valorizzazione del capitale esistente. Se il modo di produzione capitalistico è quindi un mezzo storico per lo sviluppo della forza produttiva materiale e la creazione di un corrispondente mercato mondiale, è al tempo stesso la contraddizione costante tra questo suo compito storico e i rapporti sociali che gli corrispondono.
    Quindi anche il Marx del Capitale non dimentica che lo sviluppo di questo modo di produzione porta al suo interno contraddizioni che, in assenza delle crisi periodiche e delle conseguenti svalorizzazioni del capitale, metterebbero in discussione la stessa esistenza del capitalismo. Ma finché capitalismo è, la legge del valore non può che operare.
    Certo, per i singoli capitalisti possono esserci altre fonti di arricchimento, ma esse si risolvono nell'appropriazione di una quota del plusvalore sociale altrove prodotto. È vero anche che, per una certa durata di tempo, una componente notevole e crescente di capitalisti possono “dimenticarsi” di questa ferrea necessità e non dipendervi (finanziarizzazione, per esempio). Ma prima o poi, è lezione di questi giorni, i nodi vengono al pettine.
    A ben vedere i nostri capitalisti son o assai più consapevoli di questa necessità di molti intellettuali di sinistra. Cos'altro sono l'estensione della sussunzione del lavoro al capitale in tutti gli angoli del pianeta, l'attacco alle condizioni di vita dei lavoratori, la precarizzazione dei rapporti di lavoro per intensificarne lo sfruttamento, il lavoro minorile nei paesi del terzo mondo, il progressivo assoggettamento alla logica dello sfruttamento capitalistico di ambiti della vita umana che precedentemente ne erano esclusi (privatizzazione dei servizi pubblici, mercificazione dei “beni comuni”, attività di carattere riproduttivo della forza lavoro....) se non forme di risposta alle difficoltà di valorizzazione estendendo lo sfruttamento del lavoro, anche al costo di rendere la produzione sempre più insostenibile dal punto di vista sociale e ambientale? Se non il segno che lo sfruttamento del lavoro, anche in presenza dello sviluppo scientifico applicato alla produzione, rimane elemento indispensabile per l'accumulazione capitalistica?
    A ben vedere questa tappa dello sviluppo capitalistico ci fornisce molte più conferme che smentite delle previsioni del “Marx maturo”. E del fatto che il suo sistema di analisi è ancora la migliore strumentazione prodotta, dagli albori del capitalismo ad oggi, per comprendere il mondo in cui viviamo. Naturalmente sarebbe sciocco cercare in Marx tutte le risposte ai nostri problemi, tra l'altro perché c'è uno scarto tra l'elevato livello di astrazione dell'opera principale di Marx, in cui l'A non ha potuto non solo portare a compimento ma neppure avviare elementi essenziali dell'analisi, pur inclusi nel piano della sua opera (stato, classi, mercato mondiale...) e le necessità teoriche, spendibili immediatamente in politica, di una classe che ha subito una gravissima sconfitta. Serve perciò un lavoro che “voli più basso”. Ma a partire dalla consapevolezza che le cosiddette “novità epocali” che abbiamo di fronte sono già state ampiamente previste da Marx.
    Prima di abbandonarlo, quindi, sarebbe bene provare a leggerlo più attentamente. Questo mi sentirei di dire anche ad Alfonso Gianni il quale, nell'intento di sostenere le tesi di Cini, ha accennato alle presunte incongruenze logiche della teoria del valore, autocitandosi con le riflessioni contenute in un libro scritto a due mani con Bertinotti in cui i due “luxemburghiani” rimangono fermi alle interpretazioni di Claudio Napoleoni e a quelle di molti “sraffiani”, ignorando i progressi interpretativi successivi, derivati anche dalla nuova edizione critica delle opere di Marx (Mega2).
    Un ultima notazione sull'individuazione del soggetto rivoluzionario nella contemporaneità. Una certa lettura del Capitale ha teso a identificare quest'ultimo con la “classe operaia” della fabbrica. Roberto Fineschi, nel suo Un nuovo Marx-Filologia e interpretazione dopo la nuova edizione storico-critica (MEGA2), Carocci Editore, 2008, vede il limite di una fondazione del concetto di classe sulla base di fattori empirici, di rilevanti semplificazioni teoriche e del ridimensionamento di importanti categorie analitiche. Da qui i cambiamenti della nozione di classe a ogni “cambiare del vento”.Le classi esprimono pertanto i portatori fisici del rapporto sociale apporto tra lavoro oggettualizzato (capitale) e lavoro vivo: capitalisti e lavoratori salariati. Il termine marxiano Arbeiter è traducibile in “lavoratore” (letteralmente “colui che lavora”) e non solo “operaio”. Parlare di “classe dei lavoratori” piuttosto che della sola “classe operaia”, amplia la platea dei soggetti antagonisti del capitale. E il lavoratore complessivo lo si può intendere sia come unità produttiva singola integrata (per esempio l'insieme dei lavoratori di una fabbrica), sia come esito dell'integrazione sociale dei processi lavorativi, come soggetto della riproduzione sociale complessiva.
    Nel mercato i singoli capitali si relazionano reciprocamente in un processo privo di finalizzazione collettiva cosciente, ma che comunque rende interdipendente l'intera riproduzione e nel contempo crea un'umanità integrata, un lavoratore collettivo, di una classe costituita essenzialmente dalla intera umanità, ad eccezione degli agenti del capitale, a prescindere dalla notevole diversificazione delle figure professionali e dei rapporti giuridici che riguardano il mondo del lavoro.
    Questa più ampia nozione di classe non “si impone automaticamente alla superficie della società, alla coscienza degli agenti”. Al contrario può prevalere la spinta ideologica del capitale a dividere, attraverso le guerre etniche, la questione razziale, l'immigrazione ecc. Per elaborare un'alternativa è indispensabile lo studio delle forme in cui questa egemonia si presenta. Altro che rincorrere le mode sulla fine del lavoro!
    Ascanio Bernardeschi


    http://sinistracomunista.it/index.ph...art&Itemid=192

  2. #2
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    Il mio suona più come un tifo irrazionale, dato che di Marx so molto poco.

    Comunque, DAGLI AL FRICCHETTONE COI GRUNDRISSE! W DAS KAPITAL!

  3. #3
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    Citazione Originariamente Scritto da Feliks Visualizza Messaggio
    Il mio suona più come un tifo irrazionale, dato che di Marx so molto poco.

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    www.resistenze.org - osservatorio - economia - 20-11-08 - n. 251


    da http://transitional.pww.org/article/view/13872/
    Traduzione dall'inglese per www.resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

    Marx aveva ragione

    Editoriale del People's Weekly World

    10/17/2008

    Solo ieri gli ideologi del libero mercato ballavano sulla tomba di Karl Marx con grida sprezzanti: "l'avidità è buona" e "TINA, TINA" [acronimo di "There Is No Alternative" to capitalism, ossia "non vi è alcuna alternativa al capitalismo", NdT]. Quegli uomini grassi sghignazzavano sdegnosi agli ammonimenti di Marx che ci ha insegnato come il capitalismo si basa sullo sfruttamento dei salariati, come i lavoratori producono plusvalore, come si genera la "sovrapproduzione" da cui scaturiscono le crisi periodiche – alcune lunghe e profonde – risolvibili solo con il Socialismo.

    Questi ideologi si aggrappavano all'illusione che il capitalismo fosse il "migliore dei mondi possibili", cecità espressa in epoca recente, non più di due settimane, da John McCain quando affermava che le "basi dell'economia sono salde".

    Ma solo l'altro giorno, l'economista David Macke ha potuto osservare il crollo finanziario che si diffonde come una reazione termonucleare a catena. Invitato a suggerire le azioni necessarie per fermare la distruzione, ha risposto: "Se a fine giornata, viene socializzata una parte consistente del sistema finanziario, potrebbe funzionare." Improvvisamente il "socialismo" è necessario per evitare una catastrofe! Chi è Macke? Un economista di JPMorgan Chase, una delle maggiori banche transnazionali del mondo.

    Ma il "socialismo" alla Macke non ha nulla a che fare con quello di Marx, in cui i lavoratori detengono i mezzi di produzione, comprese le banche, e operano nell'interesse collettivo. Macke vorrebbe "socializzare" i crediti inesigibili, costringendo i lavoratori a sopportare l'onere del salvataggio di Wall Street. I profitti continuerebbero ad affluire nelle casse dei ricchi, lasciando al palo milioni di persone che hanno perso la casa, il lavoro, l'assistenza sanitaria e gli accantonamenti pensionistici.

    Dobbiamo rivendicare come nessun salvataggio sia utile per noi.

    Questa posizione, riassunta nel "richiamo al senso comune", è stata assunta da una coalizione guidata dai leader dei principali sindacati. Il capitale del governo federale, proveniente dai danari delle nostre tasse, può essere stanziato solo a patto che Morgan Chase, Citigroup, ecc, accettino una moratoria sulle ipoteche e sugli sfratti. Bisogna indurre le banche ad investire in un programma per il lavoro in chiave ambientalista che rilanci l'economia e ristrutturi l'industria, l'agricoltura e le infrastrutture nazionali al fine di ridurre drasticamente l'emissione di gas a effetto serra. Occorre fare si che le banche investano nella ricostruzione della costa del Golfo, in particolare New Orleans. Questo programma non è il socialismo, ma è un passo verso il principio democratico socialista, per cui "ognuno secondo le sue capacità, a ognuno secondo il suo lavoro".


    http://www.resistenze.org/sito/os/ec...m20-004036.htm

 

 

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