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Discussione: Riformatori Liberali

  1. #1
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    Predefinito Riformatori Liberali

    Ho sempre guardato con interesse a questo movimento politico, che però ora sembra soffrire parecchio disagio nel PDL a causa del suo scarso peso specifico. Mi è piaciuta anche l'iniziativa di Parte Liberale.

    18.11.08
    Testamento biologico e estremismo bioetico


    Prova di forza e segni di debolezza
    di Carmelo Palma, da L’Opinione del 18 novembre 2008
    Nella discussione in cui il Parlamento è impegnato rispetto alla complessa materia del “fine vita”, il sottosegretario Roccella ha schierato ufficialmente il Governo a sostegno di una legge che “disconosca” la natura sanitaria di alcuni trattamenti medici (idratazione e alimentazione artificiale), che renda relativamente derogabile la volontà dei pazienti (con poche differenze tra quella espressa in forma attuale e quella “anticipata”) e che burocratizzi l’espressione delle direttive anticipate di trattamento, in modo che anche la volontà più esplicita possa essere giudicata incerta, o perché troppo remota, o perché dichiarata in forme diverse da quelle “di legge” (e se ne può immaginare la natura, nel paese fondato sulla carta bollata).
    Il sottosegretario Roccella mi sembra proporre l’esatto contrario di ciò che la maggioranza degli italiani si aspetta da una legge che disciplini la materia del “fine-vita”. Ma come la pensino gli italiani, malgrado i sondaggi convergenti, non è certo, né di per sé vincolante per il legislatore. E’ invece certo che il sottosegretario Roccella propone l’esatto contrario di quanto, nel luglio 2005, durante il precedente governo Berlusconi, l’esecutivo e la grande parte della maggioranza avevano deciso, contribuendo ad approvare presso la Commissione Sanità del Senato una proposta legislativa bipartisan, che affrontava la questione del “fine vita”, delle direttive anticipate di trattamento e del consenso informato all’insegna della prudenza e della concretezza. Una legge, per essere chiari, per cui la stessa Eluana sarebbe potuta morire, e la sua volontà essere riconosciuta (anche in assenza di testamento biologico), “tenendo conto della volontà espressa …. in precedenza, nonché dei valori e delle convinzioni notoriamente proprie della persona in stato di incapacità”. Così, testualmente, recitava non la “rivoluzionaria” sentenza della Cassazione dell’ottobre 2007, contro cui questo Parlamento è insorto, ma, più di due anni prima, una legge votata dalla maggioranza berlusconiana (oggi ridepositata, nella identica versione, alla Camera dei Deputati da una dozzina di deputati del Pdl, a partire da Benedetto Della Vedova e Margherita Boniver).
    Ora, in una discussione parlamentare che sarà lunga e che, malgrado gli auspici di molti, mi sembra tutt’altro che scontata nei suoi esiti, ci sarà modo di ragionare sulle ragioni (ideologiche, di convinzione e di convenienza) di questa “inversione ad U”, che ha portato una maggioranza moderata a sposare un estremismo bio-etico che, come si è già dimostrato con la legge 40, non ha probabilmente uguali nel mondo avanzato. Ma in un confronto che voglia essere aperto la notizia o, per meglio dire, “il fatto” di questo radicale cambiamento di rotta andrebbe posto tra i capitoli della discussione, non sottaciuto per presentare l’attuale impostazione “biopolitica” come un’evoluzione lineare e coerente di posizioni storicamente consolidate. Insomma, la maggioranza berlusconiana può rinnegare, ma non negare di essere stata “relativista”.
    Per intanto, si può notare che l’indurimento delle posizioni proibizioniste – nella dialettica tra maggioranza e opposizione e nella discussione interna ai diversi partiti – è un segno più di debolezza che di forza per i fautori dell’“assolutismo bioetico”. Il muro contro muro nel sistema politico riproduce quella spaccatura che non solo attraversa la società italiana, ma perfino all’interno di un’istituzione così tetragona come la Chiesa cattolica, sta mettendo in discussione il mito dell’unità morale e dottrinale.
    Carmelo Palma
    http://www.riformatoriliberali.it/20...ismo-bioetico/

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  2. #2
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    0.11.08
    Thyssen: Della Vedova, Da Scajola dubbi ragionevoli, servono pene giuste, non ‘esemplari’



    Dichiarazione di Benedetto Della Vedova, Presidente dei Riformatori Liberali e deputato PDL
    La decisione del Gup di Torino di rinviare a giudizio per omicidio volontario l’amministratore delegato della Thyssen-Krupp ha suscitato la reazione critica del Ministro delle attività produttive Scajola, ma non solo. Può darsi che l’imputazione “regga” nelle ulteriori fasi processuali, come è possibile che venga riconsiderata e ridimensionata.
    Ha ragione Scajola. Non è possibile, sull’onda dell’emotività e della polemica mediatico-politica, pretendere imputazioni o pene “esemplari” piuttosto che semplicemente giuste; o pensare che nei confronti dei datori di lavoro l’imputazione o la pena più appropriata sia, semplicemente, quella più “grave”.
    In tema di sicurezza sul lavoro, l’obiettivo della riduzioni degli incidenti va perseguito con gli strumenti propri, in primo luogo intensificando i controlli e non con una deriva panpenalistica, che non servirebbe, neppure come deterrente, a garantire il rispetto e il miglioramento dei sistemi efficienti di tutela e di garanzia dei lavoratori.

    Roma, 19 novembre 2008

  3. #3
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    21.11.08
    Considerazioni sulla elezione di Obama

    di Benedetto Della Vedova, da Federalismi.it
    Negli Stati Uniti sarei stato sostenitore convinto di Mc Cain. E non per una banale “simmetria” politica - la destra con la destra, la sinistra con la sinistra - o per il rispetto suscitato uno straordinario eroe di guerra. Avrei scelto McCain e non Obama, per la diffidenza che il senatore dell’Arizona ha sempre mostrato nei confronti di un protezionismo tanto “facile” quanto pericoloso e per la sua difesa dei fondamenti del reaganismo. Avrei appoggiato il senatore dell’Arizona per la sua intransigenza politica nei confronti delle “non democrazie” emergenti, dalla Cina alla Russia, e la sua apertura a politiche di innovazione civile, che lo ha portato per decenni ad essere il maverick della destra repubblicana e a non subire il fascino di derive confessionali. Avrei votato John Mc Cain, dunque, ma allo stesso tempo considero la vittoria di Barack Obama un fatto straordinario, una prova della capacità degli Stati Uniti d’America di rappresentare sempre la frontiera dell’integrazione e del cambiamento politico. Amo l’America e l’elezione di Obama è un potente messaggio di rigenerazione della great nation. Come molti hanno notato, la vittoria democratica non è, in sé, la vera novità. Otto anni di amministrazione repubblicana e una crisi economica così profonda sono avversari troppo forti nella democrazia americana. La novità è data dall’identità del vincitore, Obama l’underdog che nelle primarie (altro che preferenze, la democrazia interna ai partiti è il vero problema della politica italiana) ha battuto Clinton l’insider, il candidato che ha rinunciato al finanziamento pubblico raccogliendo metà dei suoi tanti fondi con la raccolta spicciola, il candidato di Internet, il politico di colore che ha fatto una campagna post-razziale e ha sfondato tra gli ispanici (“avversari” tradizionali dei neri e tradizionalmente repubblicani) e tra i giovani. Il messaggio di Obama è stata vincente perché ha percorso trasversalmente l’elettorato e il corpo sociale, più di quanto sia riuscito a fare Mc Cain. La questione razziale, a ben guardare, è stata risolta nel modo più efficace: superandola. Non è un caso che, in Colorado, dove Obama ha vinto con quasi il 60 per cento, gli elettori abbiano contemporaneamente votato contro l’”Affirmative action”, ovvero contro le politiche che riservano alle minoranze quote nelle scuole e nei posti di lavoro. Insomma, lungi dall’essere il candidato “dei neri” (che, anzi, in un primo tempo l’avevano guardato con diffidenza), Obama ha promesso, incarnandolo, il rilancio di quel sogno americano di cui lui è un perfetto testimonial. Ben più delle sue promesse (anche troppe e troppo vaghe per noi pragmatici), ha potuto la sua personalissima storia, così americana e così globale: uno straordinario esempio di mobilità sociale, di integrazione, di meritocrazia. Scegliendo Obama, in effetti, l’America ha scelto di affermare sé stessa. Ciò che farà Obama, da presidente, è un altro capitolo. In politica estera, la sensazione è che il neopresidente non potrà che tenere ben ferma al centro la barra della sua politica. Visto dall’Italia, saranno più le volte in cui sarà il centrodestra ad applaudirlo che quelle in cui lo farà il centrosinistra (per quel che vale, le prime nomine annunciate muovono in questa direzione). Gli Stati Uniti continueranno a svolgere la loro imponente funzione nello scacchiere internazionale. L’unilateralismo dei primi anni della presidenza Bush ha lasciato il passo, già da tempo, alla ricerca di una maggiore condivisione di decisioni e responsabilità con gli europei e non solo; ma in Iraq e in Afghanistan, nei confronti dell’Iran e della Siria, rispetto al vecchio-nuovo rivale russo e ai turbolenti vicini latinoamericani, l’amministrazione Obama resterà innanzitutto “americana”, come lo fu quella di Clinton Sull’economia, ci sono diverse incognite. Obama ha fatto una campagna di sinistra (americanamente parlando), protezionista, pro-sindacato e “redistributiva”. La crisi economica ridurrà presumibilmente i margini di intervento ma non è escluso che il neopresidente vorrà dare qualche segnale fin da subito su alcuni dei temi più importanti della sua campagna, a partire dalle riforme dei meccanismi di rappresentanza sindacale, dal sistema sanitario e dalla redistribuzione del carico fiscale. Saranno (se saranno) misure che penalizzeranno i contribuenti di reddito medio-alto e le imprese. Ma non ci sarà nessun cambio di paradigma: l’America non rinuncerà al libero mercato, perché ne conosce profondamente i valori di libertà ed efficienza. E il partito repubblicano, una volta ripresosi dalla sconfitta, farà buona guardia. Più complessa la partita del commercio internazionale e dei nuovi equilibri finanziari globali: il mondo intero, non solo gli Usa, rischia un pericoloso ripiegamento. Ciò che accadrà dipenderà anche dall’atteggiamento dell’Europa: evitando le sirene del protezionismo commerciale e del dirigismo finanziario, il vecchio continente aiuterà il governo americano a fare altrettanto. Così in politica estera, dove l’Europa ha il dovere di non lasciare gli Stati Uniti soli nella gestione dei grandi dossier. Insomma, con Obama cambia tutto, tranne la cosa più importante: che l’America è l’America, l’alleato inevitabile e prezioso per un’Europa che oltre la crisi sappia scommettere su un futuro possibile di libertà, democrazia e prosperità.

  4. #4
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    21.11.08
    Caso Englaro, On. Della Vedova: “Si difende la vita biologica”



    Intervista a Benedetto Della Vedova - di Fiorella Anzano, da LAB di venerdì 21 novembre
    La decisione della Cassazione di autorizzare la sospensione dei trattamenti sanitari per Eluana Englaro sembrava aver posto un doloroso punto alla vicenda della giovane in coma vegetativo da 17 anni ed invece la battaglia legale continua. Il SocialistaLab ha chiesto un parere all’on. Benedetto Della Vedova, leader dei Riformatori Liberali, che insieme alla collega Margherita Boniver pochi giorni fa aveva presentato alla Camera dei Deputati una proposta di legge sulle ‘Disposizioni in materia di consenso informato e di dichiarazioni anticipate di trattamento sanitario’ per regolamentare giuridicamente la difficile materia.
    On. Della Vedova, dopo la decisione della Cassazione, si è inserito il Consiglio Superiore della Sanità che, per voce del Presidente Franco Cuccurullo, ha parlato di ‘eutanasia’ per Eluana Non volendo entrare in polemica con il Consiglio Superiore della Sanità, non credo si possa parlare di eutanasia. Nel caso specifico si tratta di una persona che da 17 anni è in stato vegetativo e, a parere di autorevoli esperti, non avrà mai la possibilità di recuperare una vita dignitosa e di relazioni. Eluana andrebbe incontro alla sospensione dei trattamenti sanitari, non all’interruzione improvvisa dell’alimentazione, mi fermo a questa considerazione. La decisione della Cassazione secondo lei è arrivata inaspettata o un simile provvedimento era probabile? La legge italiana di oggi prevede che nessuno possa essere sottoposto a trattamenti sanitari contro il proprio volere, solo se non è in grado di intendere e di volere possono intervenire terzi. Nel caso della decisione della Cassazione, che non ha fatto altro che rispettare quella che è la legislazione in materia, sono state stabilite condizioni molto restrittive per il padre che è stato deputato a prendere la decisione. In casi drammatici come questo anche la popolazione si interroga Su questo specifico episodio si è sollevato un polverone di polemiche e non capisco dove si voglia arrivare. Oggi i progressi scientifici possono consentire ad un essere umano il mantenimento della vita biologica anche per lunghi anni. In questo caso si sta difendendo il simulacro biologico, non il valore dell’ attività di una persona, è una concezione piuttosto materialistica della vita, dato ormai superato anche dalla sensibilità popolare.
    Beppino Englaro ha voluto socraticamente rifarsi alla legge, ha scelto una via difficile, cercando di capire se effettivamente la legge gli consentiva di portare a compimento la sua scelta ed ha avuto parere favorevole, ormai però il caso ha sollevato troppo clamore. Spesso nel silenzio molti rispondono a scelte interiori, ci sono situazioni accolte in accordo tra parenti dei pazienti e medici. La Corte Europea per i diritti dell’uomo ha aperto un fascicolo in relazione al ricorso di 34 associazioni sul caso, questo rallenterà ancora di più la risoluzione della vicenda?
    Strasburgo ha aperto solo un fascicolo, non credo ci siano gli estremi giuridici per bloccare la pratica.

  5. #5
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    26.11.08
    CGIL: Della Vedova, Lo sciopero politico è un abuso, per l’Italia solo danni politici e economici



    Dichiarazione di Benedetto Della Vedova, Presidente dei Riformatori Liberali e deputato PDL
    Non so a chi sia venuta in mente, nella CGIL, l’idea di convocare una sciopero “contro la crisi” e, indirettamente, contro il Governo Berlusconi, come se l’esecutivo italiano fosse responsabile della crisi finanziaria globale e dei suoi effetti sull’economia reale. Ma la mente che ha concepito questo proposito non appare né brillante né troppo consapevole delle conseguenze.
    Uno sciopero puramente politico non rappresenta solo un abuso, poiché non ha per oggetto né norme contrattuali, né rivendicazioni salariali, né questioni che attengono alle condizioni di lavoro, ma è volto unicamente a contrastare o condizionare l’esercizio dei poteri che la Costituzione assegna al Parlamento e al Governo. Rappresenta anche un danno sotto un duplice profilo; economico, perché fermare l’Italia per un giorno in una fase economica di crisi è un contributo oggettivo alla dinamica recessiva; politico, perché di tutto ha bisogno il Parlamento fuorchè di confrontarsi con un soggetto “extraistituzionale”, che vorrebbe dettare, da posizioni massimaliste, i tempi e i contenuti delle scelte di politica finanziaria.
    Roma, 26 novembre 2008

  6. #6
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    27.11.08
    Cercasi riforma disperatamente


    Sul welfare non bastano interventi ad hoc
    di Carmelo Palma, da L’Opinione del 27 novembre 2008
    Anche in Italia l’economia reale sconterà i pesanti effetti della tsunami finanziario internazionale. Ma gli italiani non pagheranno solo il prezzo loro imposto dalla crisi globale; pagheranno anche il sovrapprezzo di quelle “anomalie nazionali” che determineranno il modo in cui il nostro paese resisterà e risponderà alla crisi.
    Le anomalie riguardano sia il lato dell’offerta che quello della domanda e sono – manco a dirlo – quelle di sempre: un mercato del lavoro strutturalmente duale e discriminatorio, un welfare diseguale e inefficiente, una pressione fiscale pesante sui redditi da lavoro e d’impresa.
    Sarebbe irrealistico pensare che, nell’emergenza imposta dalla crisi, un governo impegnato a consolidare il proprio consenso ponga mano a riforme che la situazione economica rende, quantomeno, impopolari. Per fare un esempio: in linea teorica sarebbe forse il momento per barattare con il sistema produttivo un taglio consistente delle aliquote con un taglio, ancora più consistente, dei sussidi. Una misura di questo tipo aiuterebbe la crisi a “fare pulizia” delle aziende più inefficienti, e consentirebbe di alleggerire il peso che l’economia italiana deve sopportare per rincorrere il treno della ripresa. Nondimeno, è evidente che, mentre in tutto il mondo aumentano le pressioni, di parte datoriale, come sindacale, per interventi di salvataggio e aiuti mirati a sostenere i settori in difficoltà, l’Italia non potrebbe (e non potrà) fare eccezione. Ciò che si può sperare è che la logica degli aiuti non si traduca in normative anticoncorrenziali e che non ponga eccessivamente a rischio l’equilibrio dei conti pubblici già compromesso dalla recessione. Su questo punto, peraltro, il Ministro Tremonti non sembra fortunatamente disposto a mollare.
    Quanto è invece logico attendersi è che il Governo sfrutti l’ampio capitale di consenso di cui ancora dispone per innestare nell’agenda politica riforme che proprio la natura di questa crisi rende più necessarie e che potrebbero reggere l’onda d’urto delle proteste, riscuotendo un consenso ampiamente maggioritario. Da questo punto di vista, considerate le stime sull’aumento della disoccupazione, la riforma più urgente è quella degli ammortizzatori sociali, che è indifferibile anche perché ad essa è subordinato il completamento di quella riforma del mercato del lavoro che è rimasta, con ogni evidenza, a metà del guado.
    L’Italia è un paese in cui, a seconda dell’impresa, del settore o del contratto di lavoro, la perdita dell’impiego può comportare conseguenze estreme e lontanissime tra di loro, che vanno dai 7 anni di cassa integrazione straordinaria (l’esubero Alitalia) al “niente di niente” in termini di sostegno al reddito (il co.co.pro a fine progetto). Il sistema degli ammortizzatori è socialmente iniquo e politicamente ostaggio di interessi e logiche di cui è impossibile decentemente sostenere una qualunque utilità generale ed è per questo destinato a perpetuare il circolo vizioso tra un welfare carente e un mercato del lavoro inefficiente. Mettervi mano, prima che doveroso, dovrebbe apparire al Governo conveniente. E altrettanto opportuna dovrebbe apparire una riforma radicale e strutturale che, istituendo un unico strumento universale, faccia piazza pulita di un sistema per cui tutti i disoccupati sono uguali, ma alcuni sono “più disoccupati degli altri” e il sussidio non serve, mediamente, a promuovere l’aggiornamento e la ricollocazione professionale, ma a garantire una rendita a quella parte del mondo del lavoro che secondo le gerarchie classiste imposte dal sindacato italiano avrebbe un maggiore diritto a una maggiore protezione.
    Il freno e l’ostacolo a questa riforma non è costituito dalle condizioni della finanza pubblica. Si potrebbe realizzare a costo zero, se si avesse il coraggio di ri-aprire, insieme, il dossier delle pensioni e quello degli ammortizzatori sociali, e di sostenere lo scontro durissimo con le minoranze organizzate della “trimurti sindacale” (che si ricompatterebbe, presumibilmente, sulla difesa dell’esistente)
    Il Governo sembra avere scelto un’altra strada. Ma il mix di contributi una tantum, social card e agevolazioni tariffarie, se può servire a tamponare provvisoriamente le falle di un sistema di welfare diseguale, non sembra, francamente, prefigurarne il superamento, né sembra adatto a conseguire gli effetti anti-ciclici, cui potrebbero giungere misure più strutturali. Ciò non significa, come è noto, che il governo non vi stia lavorando. Ma fare procedere la riflessione sugli ammortizzatori sociali, rimandandone la realizzazione a tempi meno “emergenziali”, rischia di portare allo stesso risultato – un sostanziale nulla di fatto – a cui si giunse tra il 2001 e il 2006.

  7. #7
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    28.11.08
    Crisi: Della Vedova, Bene Governo, mantenuto rigore nei conti pubblici


    Dichiarazione di Benedetto Della Vedova, Presidente dei Riformatori Liberali e deputato PDL
    Il provvedimento adottato oggi dal Governo ha innanzitutto il merito di rispondere alla crisi e alla situazione drammatica di milioni di famiglie senza allentare la disciplina di bilancio e senza venir meno al necessario rigore sui conti pubblici.
    Interventi più generosi, in nome dell’emergenza sociale, sarebbero forse risultati, nell’immediato, più popolari, ma avrebbero appesantito il quadro della finanza pubblica e avrebbero rallentato il percorso della ripresa.
    Spendere oggi più del dovuto significherebbe dovere tassare domani più del necessario, mentre proprio dalla riduzione della pressione fiscale e dalla capacità di attrarre e incentivare gli investimenti produttivi passa, per il nostro paese, la possibilità di uscire rapidamente e a velocità sostenuta dal tunnel della recessione.
    Roma, 28 novembre 2008

  8. #8
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    02.10.08
    Il federalismo per il Mezzogiorno sarà doloroso ma necessario



    di Benedetto Della Vedova e Piercamillo Falasca - da L’Occidentale di giovedì 2 ottobre 2008
    Il federalismo può avere ragioni storiche, etnico-religiose o ecomiche. Nel caso italiano prevalgono senz’altro queste ultime. A ben guardare, il vantaggio principale di un sistema federale è che esso lega in modo univoco l’erogazione di un determinato servizio pubblico con il potere impositivo: il Comune ti tassa per coprire i costi di servizi come il trasporto pubblico, la nettezza urbana, l’anagrafe; la Regione per la sanità e gli altri servizi regionali; lo Stato per le sue funzioni non decentrabili, dalla giustizia, alla difesa, alla lotta alla povertà.
    Il contribuente – individuo o imprenditore – sa quale ente lo sta tassando e per cosa, può valutare la qualità del servizio erogato e può sanzionare gli sprechi. Principalmente con il voto, ma anche cambiando regione o città, come si suol dire “votando con i piedi”. Detto in altri termini, il federalismo fiscale è un sistema competitivo dove i diversi territori possono competere tra loro per attrarre investimenti e nuovi contribuenti sulla base di tasse basse, buoni servizi, libertà economica.
    Eppure, negli ultimi mesi, nel dibattito italiano si sta giocando al ribasso: la preoccupazione maggiore pare quella di non danneggiare nessuno, si rassicura il Mezzogiorno che i trasferimenti non diminuiranno e che vi sarà un robusto meccanismo di perequazione. Delle due l’una: o la riforma sarà vera e colpirà chi oggi gode di una rendita di posizione, oppure essa non modificherà di fatto lo status quo e allora non sarà che un maquillage di cui si può fare a meno.
    Sessanta anni di assistenzialismo ci hanno consegnato un paese ferocemente duale, senza eguali in Europa. Circa 17 milioni di cittadini italiani vivono in regioni il cui reddito pro-capite a parità di potere di acquisto è compreso tra il 50 e il 75 della media dei 27 paesi dell’Unione (comprese Romania e Bulgaria), mentre altri 25 milioni di loro connazionali vivono in regioni il cui reddito supera (in alcuni casi in modo rilevante) il 125 per cento della media continentale. In Francia e in Germania circa il 4 per cento della popolazione vive in regioni nelle quali l’occupazione è inferiore al 90 per cento della media nazionale, in Italia si trovano in questa condizione più del 30 per cento degli individui.
    Rispetto al Mezzogiorno, le politiche centraliste, “uniformi” e keynesiane – fisco accentrato, unico diritto del lavoro, stessi salari pubblici per aree diverse, trasferimenti – hanno completamente fallito: i contratti collettivi nazionali hanno messo fuori gioco, condannando al nero, una quota consistente dell’economia del Mezzogiorno; l’assistenzialismo ha drogato l’economia meridionale condannandola all’inefficienza, alla scarsa imprenditorialità, all’assenza di innovazione (si guardino le stime sul numero di brevetti per regione, per capirlo); i cospicui trasferimenti di risorse ai governi locali hanno condotto alla irresponsabilità cronica e alla scomparsa del taxpayer dalla dinamica democratica.
    Anziché rassicurare che, cambiando tutto, nulla cambierà, si dica esplicitamente che la competizione tra i territori costringerà la società meridionale a scelte dolorose ma che, nel medio-lungo periodo, essa è l’unica via per una robusta crescita economica.
    Inserito nell’Euro e privo (per ora) di regole per il mercato del lavoro che valorizzino il più basso costo di una manodopera sovrabbondante, al Sud non resta che l’arma fiscale per attrarre investimenti. Anziché invocare una maggiore redistribuzione in loro favore, i governi regionali del Sud dovrebbero accettare la sfida della competizione fiscale. Piuttosto che insistere solo sulle perequazioni – cioè sulla conservazione dello status quo – le regioni meridionali dovrebbero chiedere che alla riforma federale si accompagni contestualmente l’abbattimento generalizzato per dieci anni dell’imposta sul reddito di impresa per chi, italiano o meno, investa al Sud. Uno scambio, insomma: sì al federalismo ma in cambio di un’esenzione fiscale per le imprese che scelgono il Mezzogiorno. La misura avrebbe un costo sostenibile per l’erario (l’Ires dovuta dalle regioni meridionali è meno di 4 miliardi di euro) e creerebbe quelle condizioni favorevoli allo sviluppo economico e all’occupazione che decenni di trasferimenti miliardari al Sud non solo non hanno prodotto, ma hanno via via peggiorato. La riforma federale dovrebbe essere l’occasione che consenta al Mezzogiorno di fare nei confronti dell’Italia quanto l’Irlanda ha fatto rispetto all’Europa: recuperare il divario di investimenti e reddito sfruttando in chiave concorrenziale l’autonomia fiscale. Alla fine sarebbe meglio per tutti, anche per il Governo centrale e le regioni del Nord.

  9. #9
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    27.07.08
    Rai: Della Vedova, da Radicali forte e positivo richiamo, centrosinistra rifletta su ragioni empasse

    Dichiarazione di Benedetto Della Vedova, presidente dei Riformatori Liberali e deputato del Pdl:
    "L’occupazione della Commissione Vigilanza da parte dei parlamentari radicali è un forte richiamo al Parlamento, ancor oggi incapace, a più di tre mesi dall’inizio della legislatura, di assicurare le funzioni di controllo e di indirizzo generale del servizio pubblico radio-televisivo.
    L’iniziativa radicale richiama l’attenzione di noi tutti su questo scandaloso ritardo, ma non sfuggono le ragioni che stanno determinando l’empasse: non si può pensare che il rispetto di una prassi, quale l’elezione a presidente della commissione di un esponente della minoranza, si trasformi in un diritto assoluto di imporre un candidato, proveniente da un partito che punta alla delegittimazione della maggioranza e del suo leader e che non raccoglie nemmeno il consenso delle altre forze di opposizione.
    Per rispondere al sacrosanto richiamo radicale, è bene che l’opposizione rifletta sul fatto che insistere su quella candidatura non contribuisce a un celere ritorno alla normalità istituzionale."

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    14.11.08
    Eluana: Della Vedova, assurdo e privo di pietà parlare di omicidio

    Tutte le notizie, Diritti civili, Laicità

    “Ora si proceda a una legge sul testamento biologico e non contro”
    Dichiarazione di Benedetto Della Vedova, presidente dei Riformatori Liberali e deputato del Pdl:
    Trovo assurdo e lontano dal senso di pietà, che dovrebbe caratterizzare queste ore, che vi sia chi parla di "omicidio" o "assassinio". Se c’è assassinio c’è un assassino: il padre di Eluana è un dunque un assassino? Io credo invece che sia solo un uomo e un padre giusto, che ha scelto di fare in coscienza ciò ché la legge gli consente, porre termine alla irreversibile agonia di una figlia, scegliendo come lei avrebbe scelto.
    In tutti questi anni Beppino Englaro ha scelto socraticamente di affidare alla legge la possibilità di compiere l’ultimo atto di affetto e di responsabilità nei confronti dell’amata figlia. Il pronunciamento della Cassazione contro il ricorso del Tribunale di Milano, ha messo la parola fine alla vicenda giudiziaria, stabilendo senza equivoci che quanto Englaro chiede è perfettamente conforme alla Costituzione e alle leggi.
    Il dramma di Englaro sembra aver fatto ormai maturare la consapevolezza che un legge sulle disposizioni anticipate di volontà sia quanto mai necessaria: ma è importante che si proceda ad una legge "sul" e non "contro" il testamento biologico."

 

 
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