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    Predefinito FORMAZIONE - Burke: Riflessioni sulla Rivoluzione francese_7

    Parte 7

    In ogni comunità prosperosa si dà sempre un quantitativo dì produzione che eccede la porzione richiesta dall'immediato bisogno del produttore. Questa eccedenza costituisce l'interesse del capitale fondiario. Esso sarà usufruito dal proprietario capitalista, il quale personalmente non lavora; ma proprio la sua inoperosità è essa medesima la fonte del lavoro e su di essa s'impernia lo stimolo essenziale dell'industria. L'interesse dello Stato è uno solo: che il capitale prodotto dall'accumularsi delle rendite fondiarie sia tosto devoluto a vantaggio di quella stessa operosità industre che lo ha generato; e che il modo con cui tale ricchezza viene spesa torni quanto meno possibile a detrimento morale di coloro che la rimettono in circolazione, e anche del popolo nelle cui mani essa ritorna.

    Per tutto ciò che riguarda la capitalizzazione, la circolazione e l'impiego personale di quella ricchezza, un legislatore assennato avrà, prima di ogni altra cosa, cura di fare un paragone tra l'attuale proprietario che si vorrebbe espulso e il capitalista straniero che si vorrebbe mettere al suo posto. Prima dì incorrere negli inconvenienti che necessariamente conseguono a tutte le rivoluzioni attuate nel regime di proprietà per mezzo di una violenta e generale confisca, noi dovremmo avere un motivo ragionevole per garantirci che i nuovi compratori dei beni confiscati siano di gran lunga più virtuosi, più laboriosi, più sobri, meno disposti ad estorcere illegalmente una parte dei guadagni dei lavoratori o a consumare per il proprio piacere una parte di ricchezza che superi il fabbisogno individuale, o che siano capaci di spendere quell'eccedenza in modo più costante e più eguale così da corrispondere meglio alle finalità politiche dell'economia collettiva, a paragone di quanto facevano i vecchi proprietari, si chiamassero questi vescovi oppure canonici oppure abati commendatari oppure monaci o in guai altro modo meglio vi piaccia.

    Ma si obbietta: "i monaci sono fannulloni". Ammettiamolo pure. Ammettiamo che essi non sappiano fare altro che stare seduti nel coro. Ma anche ammesso questo essi hanno un'occupazione altrettanto utile quanto quelli che non sanno né cantare né parlare. E, se vogliamo, altrettanto utile quanto quelli che cantano sul teatro. Altrettanto utile quanto sarebbe se essi lavorassero da mane a sera in quelle innumerevoli qualità di servizi degradanti, indecenti, disumani e molto spesso nocivi e pestilenziali, a cui per le condizioni dell'economia sociale si trovano inevitabilmente condannati tantissimi infelici. Se generalmente non fosse cosa perniciosa interrompere il corso naturale e arrestare in un modo qualunque la grande ruota di circolazione che è mossa dalla diretta fatica di questo popolo sventurato, io sarei infinitamente più incline a riscattare il popolo da quella sua miserabile attività anziché turbare colla violenza il tranquillo, riposo della quiete monastica. Il sentimento umanitario e forse anche il criterio politico potrebbero più facilmente giustificare in me questa seconda alternativa anziché quella prima.

    È questo un argomento sul quale ho sovente riflettuto, ritraendone ogni volta una forte commozione. Sono sicuro che nessuna considerazione potrebbe giustificare in uno stato ben regolato la tolleranza riguardo a certi commerci e a certi impieghi, se non fosse l'imperiosa necessità di far portare a qualcuno il giogo della ricchezza e quella dispotica fantasia che impone una distribuzione forzosa delle rendite cavate dal sovraprodotto del suolo. Ma riguardo a questa distribuzione a me sembra che le spese oziose del monaci siano altrettanto ben dirette quanto le spese inutili del nostri fannulloni laici.

    Quando i vantaggi che derivano dalla conservazione dello stato attuale sono equivalenti a quelli che deriverebbero dal cambiamento progettato, non vi è motivo per cambiare. Ma nel caso presente questo bilancio preventivo non si chiude In pareggio, bensì in favore dello status quo. Io non so vedere lo qual modo le spese compiute da coloro che voi perseguitate colla espulsione siano per il loro impiego tali da rendere quelli che le compiono odiosi e degradati a paragone di quanto faranno i nuovi privilegiati che, in fungo dei primi, voi state introducendo nel possesso delle loro case e del loro beni.

    Non comprendo come mai il fatto di spendere le rendite ricavate da una grande proprietà fondiaria, vale a dire il sovraprodotto del suolo, possa sembrare cosa intollerabile a voi o a me, dal momento che esso si traduce nella fondazione di grandi biblioteche le quali contengono la storia della coscienza umana nelle vicende di vittorie e sconfitte; si concreta pure in forma di grandi collezioni di ricordi antichi e di raccolte numismatiche le quali attestano e documentano l’esistenza della legge e dei costumi; rende possibile la fondazione di grandi gallerie artistiche, nelle quali quadri e statue, imitando l'opera della natura, paiono estendere i limiti della creazione. Per quelle medesime rendite è possibile l'erezione di grandi monumenti che ricordando i trapassati istituiscono una connessione con la vita post-mortale; e rendono possibile anche la fondazione di vasti musei di scienze naturali, che raccolgono gli esemplari rappresentativi delle diverse categorie e delle diverse famiglie appartenenti al mondo organico e inorganico, così da facilitare l'incremento degli studi, sollecitare lo spirito di ricerca, aprire le strade della scienza. È molto meglio che queste grandi istituzioni di carattere permanente, tutti questi motivi di dispendio, siano assicurati e protetti contro l'incostanza del capriccio personale anziché abbandonati al gusto volubile e capriccioso dei singoli individui.

    Mi sembra che la sudata fatica del muratore e del carpentiere, i quali lavorano non meno del contadino, sia impiegata più felicemente e in modo più salubre nella costruzione e nella restaurazione dei magnifici edifici consacrati al culto religioso, anziché degli angiporti ritinti e sordidi che sono ricettacolo del vizio e della lussuria; e sia adoperata più onorabilmente ed a miglior profitto nella conservazione di quelle sacre cose che sono rivestite di lustro secolare, anziché nel ricettacoli estemporanei di voluttà fuggitive, cioè nei teatri d'opera, nelle case da giuoco, nei clubs clandestini, nei luoghi di perdizione, negli obelischi al Campo di Marte. Forse che il sovraprodotto dell'olivo e della vite è malamente impiegato quando lo si destini al sostentamento frugale di persone che, essendosi consacrate al servizio della divinità, sono elevate a un alto grado di sentimento religioso, a una forte dignità spirituale, anziché sperperarlo per compiacere alla voluttà di una moltitudine, degradata al servizio sterile di un singolo individuo?

    Forse che le decorazioni dei templi costituiscono una spesa meno degna di uomo saggio di quanto non sia la spesa fatta per l'acquisto di nastri, di ricami, di coccarde nazionali, di piccole cose, di piccole mense, e di tutte le innumerevoli futilità e follie in cui l'opulenza sovente si compiace di dispensare la superfluità dei propri mezzi?

    Noi tolleriamo anche questi inconvenienti; non già perché li approviamo, ma perché abbiamo paura di incorrere in mali peggiori. Li tolleriamo perché la proprietà e la libertà in alto grado impongono questa sopportazione. Ma perché impedire che delle ricchezze si faccia un impiego con grande probabilità e sotto ogni punto di vista più lodevole? Perché compiere una violazione generale di tutto il principio di proprietà commettendo un oltraggio contro le norme fondamentali della libertà, il che necessariamente porterà ad un deterioramento sensibile della situazione?

    Questo parallelo tra gli individui nuovi e le vecchie organizzazioni è tracciato nel presupposto che queste ultime non siano suscettibili di alcuna riforma. Ma in materia di riforme io ho sempre pensato che le organizzazioni collettive, siano esse rappresentate da un solo individuo o da parecchi, presentino una adattabilità alle migliorie imposte dallo stato, riguardo all'uso della proprietà e alla condotta dei propri membri, infinitamente più grande di quanto avviene e forse anche di quanto deve avvenire nel caso di singoli privati cittadini; e questa considerazione mi sembra molto importante per tutti coloro che intraprendono alcuna attività la quale meriti il nome di impresa politica. E questo valga per ciò che concerne il patrimonio dei monasteri.

    Per ciò che riguarda i beni posseduti dai vescovi, dai canonici, dagli abati commendatari, io non posso capire per quale motivo non possa venire loro riconosciuta la proprietà di beni fondiari se non per altro titolo che non sia quello della successione ereditaria. Nessun critico filosofico potrebbe cercare di dimostrare in via assoluta o relativa il male derivante dal possesso di una porzione larga e definitiva di proprietà fondiaria, che venga successivamente trasmessa a persone le quali per supposizione teorica e sovente anche in via di fatto sono caratterizzate da un grado eminente di preparazione religiosa, morale e scientifica; proprietà che per destinazione, per modo di circolazione, per merito intrinseco, offre alle famiglie più nobili una possibilità di incremento e di garanzia, alle famiglie più umili la possibilità di elevarsi in grado e dignità; proprietà della quale non si usufruisce se non per adempiere a taluni doveri (qualunque sia il valore che voi attribuiate a questi), e tale da imporre a coloro che la detengono quanto meno una apparenza di decoro esteriore e di nobile comportamento, così da indurii ad esercitare una ospitalità generosa ma temperata ed a considerare buona parte delle loro rendite come impegnate a scopo di carità. Cosicché, anche ammesso che tal gente manchi al proprio impegno degenerando in un tenore di vita analogo a quello della nobiltà secolare e dei gentiluomini laici, tuttavia sotto nessun aspetto apparirà peggiore di quelli che ad essa succederebbero nel possesso dei beni confiscati.

    Infatti chi mai potrebbe preferire che la ricchezza fosse detenuta da individui i quali non riconoscono alcun dovere, anziché da quelli che al dovere si sottomettono? E non è meglio che essa venga consegnata a persone che per intima inclinazione d'animo conservano la virtù, anziché a persone le quali non riconoscono alcuna regola né alcun principio fuorché il proprio voluttuario capriccio? E per altro questo patrimonio non presenta né le caratteristiche né i danni che si suppongono come caratteristici della manomorta. La ricchezza passa di mano in mano con una circolazione più rapida di quanto non avvenga in alcun altro caso. È bensì certo che ogni esagerazione deve essere evitata e per questo una grande parte della proprietà fondiaria deve essere ufficialmente tenuta a libera disposizione della vita; ma non mi sembra che il benessere di un paese soffra alcun danno materiale qualora una parte della ricchezza presenti altro modo di acquisto che non sia quello di una compera in contanti.

    Questa lettera è diventata molto lunga, quantunque in proporzione all'immensa vastità dell'argomento possa apparire breve. In varie riprese sono stato costretto a distrarre il mio pensiero da questo oggetto. Non mi sarebbe dispiaciuto se negl'intervalli del mio lavoro mi fosse stato possibile osservare nei comportamenti dell’Assemblea Nazionale qualche cosa che mi inducesse a cambiare o attenuare alcuni dei miei sentimenti originari. Ma ogni circostanza mi ha invece riconfermato nelle prime opinioni. La mia prima intenzione era quella di considerare i principi dell'Assemblea Nazionale in rapporto con le grandi istituzioni fondamentali del regime e di paragonare il complesso di ciò che voi avete eretto (in sostituzione di ciò che avete distrutto) con alcuni aspetti della costituzione inglese; ma questo proposito era di estensione maggiore di quanto prima non avessi creduto; e mi sono accorto che voi desiderate ben poco di profittare degli esempi altrui.

    Attualmente mi devo contentare di aggiungere alcune osservazioni riguardo ai vostri istituti riservando ad altro tempo ciò che io mi propongo di dire riguardo allo spirito e all'esempio della nostra monarchia d'Inghilterra e dell'aristocrazia e della democrazia, così come esse esistono in pratica.

    Ho passato in rivista tutto ciò che è stato fatto dal potere oggi governante in Francia. Indubbiamente mi sono espresso con piena libertà. Quei tali che hanno per principio di disprezzare il sentimento antico e tradizionale dell'umanità per sostituirvi uno schema di società fondato su nuovi regimi, devono naturalmente aspettare che coloro, i quali al pari di noi hanno miglior opinione del giudizio della razza umana, sottopongano tutti questi esperimenti alla prova del loro giudizio. Devono sapere che noi possiamo fare gran conto dei loro ragionamenti astratti, ma nessun conto della loro autorità. Essi non hanno a proprio favore uno dei grandi pregiudizi che influiscono sul genere umano, giacché dichiarano esplicitamente la guerra alla pubblica opinione. Non devono dunque sperare che l'opinione sia in loro favore poiché, al pari di ogni altra forma d'autorità, essi l'hanno rimossa dalla sede della propria giurisdizione.

    Io non potrò mai considerare questa Assemblea per qualche cosa di più che una volontaria associazione di uomini i quali hanno approfittato delle circostanze per impadronirsi dello stato. Non possiedono né la sanzione né l'autorità del titolo sotto il quale originariamente si sono congregati. Ne hanno assunto un altro di natura ben differente ed hanno completamente alterate ed invertite tutte le relazioni nelle quali originariamente si erano stretti. L'autorità che essi esercitano non promana da alcuna legge costituzionale dello stato. Si sono scostati dalle istruzioni che avevano ricevute dal popolo, da quello stesso popolo che li aveva mandati al potere; istruzioni che costituivano la sola fonte di autorità, giacché l'Assemblea non operava in virtù di alcuna tradizione antica né di alcuna legge stabilita. Le più importanti delle deliberazioni prese dall'Assemblea non sono state accolte da una grande maggioranza; anzi la proporzione dei voti contrari fu tanto alta da menomare l'autorità fittizia delle deliberazioni medesime, cosicché quelli che sono rimasti estranei potranno dare ugual peso alle ragioni della opposizione ed ai deliberati finali.

    Se il nuovo governo fosse stato eretto in forma sperimentale, a guisa di sostituto necessario in luogo della monarchia detronizzata, l'umanità avrebbe anticipato il termine prescrittivo che, dopo un certo lasso di tempo, attribuisce riconoscimento e dignità legale a quei governi che ebbero origini violente. Tutti coloro che si appassionano e si interessano a che l'ordine civile venga riconfermato avrebbero riconosciuto come legittimo, ancor nella sua culla, questo frutto neonato, prodotto dalle stesse impellenti necessità a cui tutti i governi legittimi devono il loro nascimento e sulle quali giustificano la loro persistenza. Ma saranno invece molto riluttanti nel porgere qualsiasi ratifica agli atti di un potere che non ripete la sua origine né dal diritto né dalla necessità; ma che al contrario scaturisce da quei medesimi vizi e da quelle sinistre attività che sovente turbano e talora anche distruggono il vincolo sociale.

    Codesta Assemblea a malapena può vantare la durata di un anno. Per suo stesso riconoscimento sappiamo che essa ha compiuta una rivoluzione. Orbene: fare una rivoluzione significa compiere una impresa che, prima fronte, richiede di essere apologeticamente giustificata. Fare una rivoluzione significa sovvertire la condizione antica del proprio paese e per giustificare un processo così violento non basta addurre degli argomenti comuni. La coscienza stessa dell'umanità ci autorizza a prendere in esame i modi coi quali il nuovo potere è stato conquistato e a criticare l'uso che di esso fu fatto, con uno spirito più spregiudicato e meno riguardoso di quanto non si farebbe esaminando le azioni di una autorità legalmente stabilita ed attribuita.

    Per conseguire ed assicurare il proprio potere l'Assemblea ha agito secondo principi diametralmente opposti a quelli dai quali in apparenza voleva mostrarsi ispirata nel corso della propria attività. Una semplice osservazione su questa divergenza di fatto ci consentirà di comprendere l'intima essenza della situazione. Tutto ciò che l'Assemblea ha fatto e continua a fare, a fine di ottenere e garantire la propria potestà, consta di espedienti comunissimi. I suoi componenti si comportano esattamente come si erano comportati tutti quelli che li avevano preceduti nelle gare dell'ambizione. Considerando tutti gli artifici, le frodi, le violenze che essi hanno compiute, nulla possiamo trovare che sia nuovo. Quei signori seguono i vecchi esempi con la pedanteria minuziosa dei plagiari. Mai si sono allontanati di un filo dalle formule classiche ed autentiche della tirannide usurpatrice. Ma in tutto ciò che concerne il bene pubblico le loro intenzioni si sono rivolte a fine diametralmente opposto. Essi abbandonano tutto alla mercé di esperimenti sconsiderati; gettano i più gelosi interessi del pubblico a repentaglio di quelle vane teorie alle quali nessuno di essi vorrebbe individualmente affidare una parte sia pur piccola delle proprie fortune private. La ragione di questa differenza sta in ciò, che essi hanno la più seria sollecitudine di conseguire ed assicurarsi il potere e a questo fine battono strade ben conosciute. Mentre invece, non avendo quanto al pubblico interesse alcuna preoccupazione sostanziale, lo abbandonano interamente al caso fortuito; e dico al caso fortuito in quanto i loro schemi teorici non hanno trovata alcuna esperienza capace di confermare una loro qualsivoglia tendenzialità benefica.

    Dobbiamo sempre considerare con sentimento di pietà, non priva di qualche rispetto, gli errori di coloro che si sono mostrati incerti e dubitosi nell'assumere deliberazioni che degradavano il benessere del genere umano. Ma in costoro non si trova neppure un'ombra di quella tenera e fraterna sollecitudine che teme di mettere a rischio la vita di un infante al solo scopo di compiere un esperimento. Nella vastità delle loro promesse e nella faciloneria delle loro predizioni essi superano di gran lunga tutti i più enfatici empiristi. L'arroganza delle loro pretese è talmente provocante da indurci a compiere un'inchiesta sul fondamento che esse possono avere.

    Sono convinto che tra i capi del movimento popolare nell'Assemblea Nazionale vi siano uomini di grande levatura. Alcuni di essi fanno sfoggio di eloquenza nei loro discorsi e nei loro scritti. Ciò non avverrebbe ove mancassero di un ingegno potente e coltivato. Ma anche l'eloquenza può esistere senza ch'essa sia proporzionata a un grado conforme di saggezza. Se si fa questione di abilità, allora devo distinguere. Ciò che essi hanno compiuto per l'attuazione del proprio piano è indice di capacità superiore alla media degli uomini. Considerando poi il loro sistema in sé stesso, cioè considerandolo come il modello di una repubblica costituita per procurare la prosperità e la sicurezza dei cittadini e per promuovere la forza e la grandezza dello stato, mi dichiaro incapace di scoprire in esso alcun elemento che dimostri, sia pure sotto un singolo aspetto, l'opera di uria mente capace e comprensiva e neppure quel minimo di saggezza che è proprio della prudenza comune.

    Sembra che dovunque il loro proposito sia stato quello di eludere ed evitare le difficoltà. Eppure è stata gloria dei grandi maestri in ogni campo di arte e di attività l'affrontare e il superare appunto ciò che appare difficile; e quando hanno vinta la prima difficoltà, si sono valsi di questa come di strumento inteso a combattere e superare difficoltà ulteriori, così da rendersi capaci di estendere l'impero della propria sapienza ed anche di sospingere oltre i limiti delle loro originarie convinzioni il campo espansivo dell'intelletto umano in via assoluta. La difficoltà è una maestra severa imposta a noi per suprema ordinanza di un legislatore paterno e tutelare, il quale ci conosce e ci ama più di quanto noi non facciamo verso noi stessi. Pater ipse colendi haud facilem esse viam voluit. Colui che lotta contro di noi rafforza i nostri nervi e tempra la nostra perspicacia. Il nostro antagonista è un nostro aiutante. La tenace lotta contro le difficoltà ci obbliga ad acquistare intima conoscenza dell'oggetto contrario costringendoci a considerarlo nella complessità delle sue relazioni. Non ci è consentito essere superficiali.

    È la mancanza d'energia nervosa e mentale richiesta a tal fine, è la degenerata compiacenza di scegliere le strade più corte, allettati da una facilità ingannatrice, quella che in tante parti del mondo ha creati governi che sì fondano sopra un potere arbitrario. Appunto questa è stata l'origine della passata monarchia dispotica di Francia ; questa è stata l'origine dell'arbitraria repubblica parigina. Ciò che mancava di saggezza nell'una e nell'altra è stato supplito con la coazione forzata. Ma nessun guadagno si è fatto in questo modo. Cominciando i loro lavori con un principio di indolenza, i promotori di quel movimento hanno avuta la sorte di tutti gli uomini indolenti. Le difficoltà che in luogo di avere eliminate essi hanno soltanto sfuggite tornano nuovamente a presentarsi nel corso del loro lavoro. E vanno ingarbugliandosi e moltiplicandosi; e quei politicanti si trovano avviluppati in un labirinto di particolari confusi, in un guazzabuglio senza meta e senza, direzione; e in conclusione il risultato dell'opera loro diviene debole, viziato e malsicuro.

    È questa incapacità ad affrontare la lotta contro le difficoltà che ha obbligato l'arbitraria Assemblea di Francia ad iniziare i propri piani di riforma con una abolizione radicale di tutto. Ma è forse in un'opera di distruzione e di sovvertimento che si manifesta la sapienza? Il vostro popolaccio potrebbe fare ciò altrettanto bene quanto la vostra Assemblea. L'intelletto più ottuso e la mano più rozza sono più che sufficienti a conseguire questo scopo. La violenza e la frenesia nell'intervallo di una mezz'ora distruggeranno più di quanto il senno e la prudenza non abbiano costruito nell'intervallo di un secolo. Gli errori e i difetti del vecchio regime sono visibili e palpabili; ci vuole poca abilità a denunciarli. E dal momento che l'Assemblea esercita il potere assoluto, basta una sola parola per abolire istantaneamente e il regime e i difetti che quello portava con sé. Quel medesimo spirito di oziosità irrequieta che ama l'ignavia pure odiando l'ordine e il riposo, dirige l'azione dei politici allorché essi dovrebbero lavorare per creare qualche cosa in luogo di ciò che hanno distrutto. Fare il contrario di quanto esisteva prima è presso a poco altrettanto facile quanto compiere un'opera di distruzione radicale. Non si presenta alcuna difficoltà nelle imprese che ancora non sono state oggetto di esperimento. Ogni spirito critico viene a cessare non essendo possibile scoprire i difetti di una riforma che non è ancora stata applicata; un facile entusiasmo ed una illusoria speranza possono dominare nel vasto campo della fantasia, spaziandovi senza incontrare opposizione di sorta.

    Invece sapere al tempo stesso preservare le forme esistenti innovandole in ciò che è necessario costituisce impresa ben diversa. Quando gli elementi utili di una vecchia organizzazione sono mantenuti e le parti aggiunte si adattano alle persistenze antiche, si rende necessario l'esercizio di un'intelligenza vigorosa, di un'attenzione salda e perseverante, di una vigile capacità di raffronto e di combinazione, di risorse perspicaci nella scelta degli espedienti migliori; e tutto ciò deve essere esercitato nel continuo conflitto con le molteplici insidie dei vizi opposti, vincendo la ostinazione che respinge ogni impulso Innovatore e quello spirito di leggerezza che facilmente si stanca e si disgusta di tutto ciò che costituisce un determinato stato di possesso.

    Voi potrete obbiettare: "Un procedimento di tal genere è lento; non si adatta all'azione di una Assemblea che si gloria di compiere nel giro di pochi mesi l'opera dei secoli. Un procedimento di riforma come quello che ci suggerite dovrebbe richiedere l'impiego di vari anni". Ma senza dubbio così dovrebbe essere. Uno del grandi vantaggi del metodo, secondo il quale la durata del tempo si annovera tra i coefficienti della riforma, è appunto la lentezza del suo operato; operato che in certi casi si svolge con una progressione quasi impercettibile. Se la circospezione e la prudenza fanno parte della saggezza necessaria allorquando si lavora sopra materie inanimate, certamente esse costituiscono un più torte dovere allorquando l'oggetto del nostri provvedimenti distruttivi o ricostruttori non è più offerto da materiali inerti ma è costituito da esseri animati, i quali subendo un'alterazione improvvisa nella propria condizione di vita e di costume sono suscettibili di cadere in massa nella rovina.

    Ma a giudicare dalle opinioni che oggi prevalgono in Parigi si direbbe che le sole qualità richieste per un legislatore perfetto siano insensibilità di cuore e precipitata confidenza nelle proprie azioni. Ben diverse sono le mie opinioni intorno a quest'alto ufficio. Il vero legislatore deve avere un cuore pieno di sensibilità; deve amare e rispettare i propri sudditi e deve aver timore di se stesso.

    Al suo temperamento dev'essere consentito di abbracciare l'oggetto della propria azione con un colpo d'occhio intuitivo; ma agire poi con deliberata circospezione. Ogni sistemazione politica ha una finalità sociale e deve essere attuata soltanto con mezzi che siano adatti alla società. In questo caso la energia deve cooperare con la saggezza. E si richiede un certo lasso di tempo per effettuare questa armonia di contrari che è condizione unica necessaria al raggiungimento del bene verso il quale noi tendiamo. Otterremo più con la pazienza che con la forza. Se mi è lecito fare appello a ciò che ora a Parigi sembra essere completamente caduto in disuso, vale a dire all'esperienza, vi dirò che nel corso della mia vita ho conosciuto parecchi nomini grandi, e proporzionalmente alle mie forze ho collaborato con loro; e non ho ancora visto attuare alcun plano di riforma il quale non sia stato sottoposto alle osservazioni di coloro che erano molto inferiori (quanto a capacità di intendimenti) alle persone stesse che intraprendevano l'esecuzione del progetto. Con una progressione lenta ma continua venivano controllati gli effetti di ogni nuovo piano compiuto; e secondo che il primo dava un esito buono o cattivo, si procedeva al secondo; per tal modo, seguendo un ordine illuminato e razionale, tutta la serie progressiva è stata condotta al sicuro fine. Noi ci preoccupiamo che i singoli elementi di un sistema, non si urtino tra loro, Man mano che si palesano del mali insiti nella attuazione del progetto meglio promettente, si provvede ad eliminarli. Si cerca di sacrificare quanto meno possibile un vantaggio a un altro vantaggio. Siamo soliti fare opera di conciliazione, di compensazione, di contemperamento. Siamo capaci di unificare in una consistenza unitaria le diverse anomalie e i contrastanti principi che si manifestano nella coscienza degli uomini e nelle loro attività. Sorge da tutte queste circostanze non già un capolavoro di semplicismo, ma un lavoro di complessità; il che vale assai meglio. Allorché i grandi interessi dell'umanità sono vagliati attraverso una lunga successione di generazioni, questa stessa successione deve essere in certo modo annoverata tra gli. elementi di giudizio deliberativo nei quali essa è così profondamente interessata. Se un principio di giustizia richiede tutte queste circospezioni, la natura stessa dell'opera impone che ad essa collabori una somma di ingegni più numerosa di quanti non possano essere forniti da una sola età. È appunto in conformità a questo principio che i più saggi legislatori molto spesso si sono accontentati di stabilire poche norme di governo sicure, solide, direttive (cioè un potere simile a quello che qualche filosofo ha definito come forza di plasticità naturale); e dopo aver fissato il principio hanno lasciato che esso agisse nel seguito automatico delle proprie conseguenze.

    Procedere in questo modo, vale a dire procedere secondo principi direttivi animati da feconda energia, significa secondo me seguire un criterio di profonda saggezza. Al contrario ciò che i vostri politicanti credono sia la caratteristica di una ardita e baldanzosa genialità è soltanto prova di deplorevole mancanza di capacità. La loro precipitazione violenta e il misconoscimento di ogni processo naturale fanno sì che essi cadono ciecamente in balia di tutti gli avventurieri, di tutti i facitori di progetti, di tutti i ciarlatani empirici. Costoro rifiutano di trarre alcun profitto dai valori comuni. La dieta non fa parte del loro sistema terapeutico. E il peggio si è che la loro avversione a curare i mali collettivi facendo uso di metodi saggi e normali non deriva soltanto da una deficienza di comprensione ma, io temo, anche da una certa malignità intenzionale.

    A quanto pare i vostri legislatori hanno attinte le loro opinioni intorno ai diversi uffici professionali e ai diversi ranghi di attività dalle buffonate declamatorie dei satirici; i quali per primi rimarrebbero stupiti se vedessero come le loro divagazioni letterarie sono state prese sul serio. Avendo prestato orecchio solo a questa campana i capi grossi della vostra politica, hanno considerati tutti i problemi solamente sotto l'aspetto dei loro vizi intrinseci e delle loro debolezze, ridipingendoli poi con accentuazioni esagerate. Quantunque possa sembrare un paradosso, è però profondamente vero che in linea generale coloro i quali si sono abituati a scoprire e deprecare continuamente i difetti, sono poi disadatti a intraprendere qualunque opera dì correzione; e questo perché non essendo la loro mentalità addestrata alla valutazione di ciò che è vero e dì ciò che è buono, essi non sono più capaci, per intima disposizione, di compiacersi nel riconoscimento di tali valori. Per avere eccessivamente odiati i difetti, gente di tal fatta finisce per amare troppo poco gli uomini. Per questo non deve far meraviglia se si mostra incapace e disadatta a servire la cosa pubblica. Di qui sorge quella caratteristica inclinazione a gettare ogni cosa in pezzi, che è propria di taluno tra i vostri capi rivoluzionari. A questa malvagia intenzione essi dirigono tutte le risorse di un'attività animalescamente distruttiva. Quanto al resto codesti messeri accolgono i paradossi dei più eloquenti scrittori (paradossi buttati là come esercitazioni della fantasia, per compiacere al diletto, per attrarre l'attenzione, per provocare sorpresa) non già secondo lo spirito e l'intenzione originaria degli autori, cioè come semplici strumenti di eleganza formale e di esercitazione stilistica. Al contrario quei paradossi furono presi alla lettera come incentivi per l'azione e interpretati con tutta serietà, quasi che fossero norme atte a regolare gli affari più importanti dello Stato.

    Cicerone prende in canzonatura Catone in quanto quest'ultimo cercava di agire nello stato secondo i paradossi della scuola nei quali esercitava la sapienza dei suoi giovani allievi avviandoli allo studio della filosofia stoica. Se questo è vero nei riguardi di Catone, possiamo dire che gli uomini sovradescritti copiano il suo modello come quelle tali persone che nel tempo antico vivevano pede nudo Catonem. Il signor Hume mi disse che aveva appreso da Rousseau in persona il segreto dei suoi metodi di composizione. Quello spirito acuto, quantunque eccentrico, aveva notato che per solleticare l'interesse del pubblico era necessario esibire qualche elemento meraviglioso ; ma le meraviglie della mitologia pagana avevano da lungo tempo perduta la loro efficienza; ad esse erano succeduti i giganti, i taumaturgi, le fate e gli eroi della letteratura romanza, ma anche questi avevano esaurito quel tanto di credulità popolare che era proprio del loro tempo ; ormai non rimaneva allo scrittore che una sola specie di meraviglia ancor suscettibile di essere prodotta e capace di produrre effetti grandi quanto altri mai, quantunque in modo diverso; intendeva dire la meraviglia che scaturisce dalla descrizione dei modi di vita, dei costumi, dei caratteri, delle situazioni straordinarie, onde nascono effetti nuovi, imprevisti e sensazionali nel campo morale o in quello politico. Credo che se Rousseau fosse vivente e in uno dei suoi lucidi intervalli, rimarrebbe spiacevolmente colpito osservando le frenesie pratiche dei suoi discepoli, i quali sotto apparenza paradossale non sono altro che imitatori servili ed anche nella loro professata incredulità scoprono un'ingenua credenzoneria.

    Gli uomini che si accingono ad un'impresa considerevole, anche coi mezzi più regolari, devono sempre darci il modo onde presupporre la loro capacità. Chi poi si presenta come medico dello Stato e non contento di correggerne i difetti esistenti pretende anche rigenerare la costituzione, deve dar prova di capacità superiore al normale. Coloro che pretendono fare a meno di qualunque esperienza pratica e non conformarsi ad alcun modello preesistente, è necessario che dimostrino in capo ai loro programmi di possedere un grado di saggezza non comune. Orbene in Francia si è mai manifestato nulla di simile? Io getterò un colpo d'occhio (che sarà molto rapido in rapporto all'estensione dell'argomento) su ciò che l'Assemblea ha fatto, anzitutto riguardo alla costituzione del potere legislativo; in secondo luogo riguardo a quella del potere esecutivo ; passando poi a esaminare ciò che tocca il sistema giudiziario e l'organizzazione delle forze armate; per concludere con un esame della struttura finanziaria. Tutto questo a fine di vedere se sia possibile scoprire in alcuna parte dei loro progetti un segno di tale portentosa abilità che possa giustificare l'audacia di quei riformatori, e riconoscere loro quel grado di superiorità che essi ostentano nei confronti di tutto il genere umano.

    È appunto nella struttura della parte sovrana e dominante della nuova repubblica che noi aspetteremmo di trovare il segno di quella grande sapienza innovatrice. Qui i nuovi legislatori avrebbero dovuto provare la legittimità delle loro orgogliose pretese. Per quanto riguarda il piano costituzionale in linea generica e le ragioni che lo hanno suggerito, faccio riferimento agli Atti dell'Assemblea in data 29 settembre 1789 e ai procedimenti segreti che hanno prodotta qualche ulteriore modifica del programma. Per quanto io posso vedere chiaro in una materia talvolta ingarbugliata, mi pare che il sistema sia rimasto sostanzialmente conforme al progetto originario. Le poche osservazioni che avanzerò riguarderanno lo spirito di quel programma, la sua tendenza, la sua adattabilità alla costituzione di un governo popolare (secondo la definizione che essi danno del proprio regime) in relazione con le finalità che sono proprie di una repubblica e in particolar modo di una repubblica costituita come quella. Al tempo medesimo mi propongo di esaminare se codesto governo sia coerente con se medesimo e con i suoi stessi principi.

    Le istituzioni di antica data si giudicano secondo i loro effetti. Se il popolo vive felice, compatto, ricco e potente, possiamo presumere tutto il resto; e concludiamo che sia buono ciò da cui deriva del bene. In quelle antiche istituzioni sono stati introdotti vari elementi correttivi a compensare le deviazioni compiute dai principi teorici. Sono i risultati di varie necessità e di vari espedienti. Molto spesso questi adattamenti pratici non derivano da alcuna premessa teorica; ma piuttosto le premesse teoriche seguono all'esperienza pratica. Sovente vediamo che lo scopo si raggiunge meglio là dove i mezzi adottati non appaiono perfettamente conformi a quello che riteniamo essere l'originario principio teorico; giacché gli strumenti suggeriti dall'esperienza possono avere a fine politico esito più felice di quelli astrattamente progettati in via preventiva. I medesimi anzi reagiscono sulla struttura del disegno primitivo apportando talora felici modificazioni a quel programma dal quale sembrano aver deviato. Credo che questo fatto trovi un esempio tipico e curioso nella costituzione britannica. Alla peggio gli errori e le deviazioni, di qualunque natura siano, vengono preventivamente calcolati e computati; e la nave procede nella sua rotta.

    Questa è la condizione di cose nelle istituzioni antiche; ma in una struttura nuova e puramente fondata su principi teorici, si potrebbe aspettare che ogni strumento adottato risponda come idoneo al proprio scopo, soprattutto là dove i nuovi progettisti non sono in alcun modo imbarazzati dal tentativo di accomodare i loro piani a un edificio preesistente, ne quanto alle mura ne quanto alle fondazioni del medesimo.

    I costruttori francesi, rimovendo dal proprio cammino tutti i residui del passato come semplici ingombri e comportandosi come altrettanti giardinieri i quali spianano il terreno a un livello esatto, si sono proposti di fondare tutto il sistema della legislatura, sia locale che generale, sulla triplice base di tre principi differenti : un principio aritmetico, un principio geometrico, e un principio finanziario. Essi chiamano il primo base territoriale, il secondo base demografica, il terzo base fiscale. Per dare esecuzione al primo disegno hanno suddiviso l'intero territorio del loro paese in 83 parti di eguale superficie, ciascuna per l'estensione di 18 leghe per 18. Queste grandi divisioni sono chiamate dipartimenti. Questi a loro volta sono suddivisi in 1720 distretti di area uguale, chiamati comuni. E questi ultimi ancora, sempre per via di sottodivisione, sono ripartiti in tante sezioni ancor più piccole, chiamate cantoni ; il tutto per un numero di 6400.

    A prima vista questo criterio di suddivisione non presenta argomento né di ammirazione né di biasimo. In sé non richiede un grande talento legislativo. Un agrimensore preciso con i suoi strumenti di misurazione saprebbe da solo mettere in opera un progetto come questo. Nelle antiche suddivisioni del paese vari accidenti intervenuti in circostanze diverse, il flusso ed il riflusso di proprietà e di giurisdizioni molteplici, costituivano il criterio di limitazione territoriale. Tali limiti certamente non rispondevano al principio fisso di una suddivisione sistematica. Erano soggetti a taluni inconvenienti; ma ad essi l’uso stesso aveva trovato rimedio e la consuetudine suppliva al difetto con un lavoro paziente di accomodamento.

    In questa pavimentazione di nuovo genere, la quale consta di tanti quadrati giustapposti a quadrati, nella bennata organizzazione divisoria fatta secondo la mentalità di Empedocle e di Buffon e non già secondo un principio di intelligenza politica, non è possibile evitare che sorgano innumerevoli inconvenienti locali a cui gli uomini non sono abituati. Tuttavia io sorvolo su questo danno, giacché per sottoporlo a un processo critico bisognerebbe che avessi una precisa conoscenza del paese; conoscenza che di fatto non possiedo.

    Quando quei geometri di stato furono indotti a una revisione della loro opera misuratrice, ben tosto scoprirono che in politica non vi era cosa più insicura che una dimostrazione di carattere aritmetico: Essi allora hanno ricorso a un'altra base o piuttosto a un puntello per sostenere l'edificio piantato su fondamenti fallaci. Era evidente che la bontà del suolo, la densità della popolazione, la ricchezza di quest'ultima e l'ammontare delle contribuzioni, creavano così incalcolabili gradi di variazione tra dipartimento e dipartimento, da dimostrare come la misurazione aritmetica sia un criterio ridicolo e insufficiente per giudicare della potenza di uno stato, e l'eguaglianza in linea geometrica costituisca la più disuguale di tutte le misurazioni relativamente alla distribuzione degli uomini. Per altro lato essi non potevano rinunciare a tale principio. Ma dividendo il sistema della loro organizzazione civile e politica in tre parti, ne destinarono una alla misura geometrica, senza preoccuparsi minimamente di calcolare se questo modo di proporzionamento territoriale fosse convenientemente determinato e dovesse, in conformità di alcun principio, realmente costituire la terza parte del sistema. Comunque sia di ciò, dopo avere accordato al computo geometrico questa proporzione (quasi tacitandolo con una quota legittima) e questo, io credo, solo per tributare omaggio a quella scienza sublime, essi abbandonarono gli altri due terzi ai criteri della popolazione e della contribuzione, perché se li contendessero tra loro.

    Quando passarono al criterio della popolazione non si trovarono più in grado di procedere con tanta facilità come avevano fatto nel campo della loro beneamata geometria. Qui la scienza aritmetica dovette venire alle prese con la metafisica del diritto. Se si fossero attenuti ai principi metafisici, il processo aritmetico sarebbe stato affatto semplice. Secondo la loro teoria tutti gli uomini sono strettamente uguali e vantano verso il governo uguali diritti. Secondo questo sistema ogni testa avrebbe avuto diritto al proprio voto ed ogni cittadino avrebbe votato direttamente per la persona che avrebbe dovuto rappresentarlo al parlamento legislativo. "Ma dolcemente.... per gradi, senza precipitare". Questo principio metafisico, dinanzi al quale il diritto, il costume, la tradizione, la politica, la razionalità dovrebbe cedere, cede a sua volta, di fronte all'arbitrio di quei signori. Si danno numerosi passaggi intermedi e varie gradazioni prima che il rappresentante possa entrare a contatto di colui che gli conferisce il mandato. Anzi, come ben presto vedremo, queste due persone sono destinate a non avere reciprocamente alcun rapporto. Anzitutto i votanti di ogni Canton, i quali compongono ciò che essi chiamano Assemblèe Primaire, devono avere una certa qualifica..... Come mai? Una qualifica oltre gli indefettibili Diritti dell'Uomo? Sissignori ; ma questa sarà di lievissimo peso. La ingiustizia, se mai esista, deve essere minimamente oppressiva; consisterà solo in tre giorni di lavoro consacrato agli interessi del pubblico.

    Ammetto che ciò non sia gran cosa, ma tanto basta per derogare minimamente al vostro principio di egualitarismo assoluto. Considerato come un titolo di qualifica, quest'elemento potrebbe anche essere sorvolato giacché non risponde ad alcuno degli scopi per cui le qualifiche stesse vengono stabilite; e, secondo il vostro concetto, ciò basta ad escludere dal diritto di voto quell'uomo che tra tutti gli altri ha maggior bisogno di vedersi riconosciuta la propria eguaglianza naturale, occorrendogli in particolar modo protezione e difesa; intendo dire quell'individuo il quale non possiede altra salvaguardia che il principio della propria naturale eguaglianza. Voi ordinate a lui di comperarsi quel diritto che poco innanzi voi stessi gli avete riconosciuto come conferitegli gratuitamente dalla nascita e del quale nessuna autorità sulla terra può legittimamente privarlo. Per tal modo accade che verso le persone le quali non hanno forza sufficiente per valorizzarsi alla pari sul vostro mercato voi istituite una tirannica persecuzione d'aristocrazia, dopo che voi stessi avete giurato di essere gli acerrimi nemici di ogni aristocrazia.

    (continua)

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    Ma si avanza per gradi. Quest'Assemblea primaria del Canton elegge deputati da mandare alla Commune; un deputato per ogni gruppo di duecento abitanti qualificati. Questo è il primo medium frapposto tra l'elettore primario e il rappresentante legislativo; e qui una nuova barriera si erige per elevare con una seconda tariffa il prezzo del Diritti dell'Uomo; giacché nessuno può essere eletto alla Commune se non paga il tributo di dieci giorni di lavoro gratuito. Ma non è finito. Vi è ancora un'altra gradazione (19). Queste Communes scelte dal Canton, eleggono a loro volta il dipartimento; e i deputati del dipartimento scelgono i deputati all'Assemblea. Nazionale. E qui sorge la terza barriera fatta per costituire un privilegio privo di senso. Ogni deputato all'Assemblea Nazionale deve pagare in contribuzione diretta il valore di un marco d'argento. Di tutte queste barriere qualificanti noi possiamo formarci un giudizio unico: che sono incapaci di assicurare l'indipendenza e capaci soltanto di distruggere i Diritti dell'Uomo.

    In tutto questo processo, i cui elementi fondamentali consistono nel riguardare soltanto la popolazione secondo un principio di diritto naturale, si accorda un'attenzione manifesta al principio della proprietà; il che sarebbe giusto e ragionevole se rapportato a differenti premesse teoriche, ma appare assolutamente insopportabile se riferito al principio da cui partono i rivoluzionari di Francia.

    Quando poi essi vengono a considerare il terzo dei loro criteri fondamentali, cioè quello della Contribuzione, qui troviamo che hanno definitivamente perso di vista e nel modo più completo i famosi Diritti dell'Uomo. Quest'ultimo criterio si fonda interamente sul principio della proprietà; principio che radicalmente ripugna a quello dell'eguaglianza degli uomini opponendosi ad esso in modo inconciliabile. Ma non appena questo medesimo principio è ammesso, subito, come è d'uso presso costoro, esso viene contraddetto; e contraddetto non già, come tosto vedremo, per approssimare l'ineguaglianza dei ricchi al livello della natura. La parte addizionale nel terzo grado delle funzioni rappresentative (categoria riservata esclusivamente alle più alte contribuzioni) è computata solo con riguardo al distretto di provenienza e non già agli individui che vi forniscono la loro quota parte. Donde è facile vedere, seguendo il corso stesso dei loro ragionamenti, quanto essi si siano trovati imbarazzati nella contraddizione delle loro proprie idee oscillanti tra il riconoscimento dei Diritti dell'Uomo e quello dei privilegi della ricchezza. L'opera del comitato costituente è il riconoscimento implicito della impossibilità di conciliare questi due estremi contradditori. Essi dicono: "Il rapporto concernente le contribuzioni è senza dubbio nullo allorquando si tratta di bilanciare i diritti politici tra individuo e individuo; senza di che l'eguagliamo personale sarebbe distrutta, erigendosi in suo luogo una aristocrazia della ricchezza. Ma questo inconveniente sparisce per intero allorquando il rapporto proporzionale dei contributi viene considerato solo nelle grandi masse e solamente tra provincia e provincia; in tal caso esso serve unicamente a stabilire una giusta proporzione reciproca tra le diverse città, senza intaccare i diritti personali dei cittadini.

    Qui il principio della contribuzione, considerato tra uomo e uomo, si ritiene infirmato di nullità e si considera come distruttore dell'eguaglianza, ossia estremamente pernicioso. in quanto conduce allo stabilirsi di un'aristocrazia di gente ricca. Tuttavia esso non può essere abbandonato. E il mezzo per liberarsi dalle difficoltà è di stabilire un criterio differenziatore tra dipartimento e dipartimento, lasciando però tutti gl'individui di ogni dipartimento allo stesso grado di parità. Osserviamo che questa parità tra individui è stata precedentemente distrutta quando fu stabilito il principio dì qualificazione e di idoneità nei dipartimenti ; né sembra cosa di grande importanza se l'uguaglianza umana si trovi ad essere violata in sede individuale o collettiva. Un individuo non ha la stessa importanza se appartiene a un gruppo rappresentato da pochi, oppure a uno rappresentato da molti. Un uomo che sia geloso difensore dei propri diritti egualitari si sentirebbe offeso qualora si affermasse che il privilegio dell'elettore che vota per tre membri è pari a quello di chi vota per dieci.

    Ora consideriamo l'altro punto di visto e supponiamo che il loro principio di rappresentanza secondo la contribuzione, cioè secondo le ricchezze, sia meglio concepito e sia una base necessaria al nuovo sistema costituzionale di Francia. In questa loro terza proposta essi ammettono che la ricchezza debba essere rispettata; e affermano che giustizia e saggezza impongono, in un modo o nell'altro, di concedere ai cittadini una più larga parte nell’amministrazione della cosa pubblica; resta ora a vedere come l'assemblea provvede alla preminenza o anche solo alla sicurezza dei ricchi col dare al loro distretto, in virtù della loro ricchezza, quella più larga parte di potere che è ad essi personalmente negata. Io ammetto volentieri (difatti lo metterei come principio fondamentale) che in un governo repubblicano a base democratica i privilegi della ricchezza abbisognino d'essere meglio garantiti di quanto non avvenga in regime monarchico. Essi sono soggetti all'invidia e conseguentemente all'oppressione. Nell'attuale progetto è impossibile prevedere quali vantaggi ad essi deriveranno dalla preferenza aristocratica su cui la rappresentanza delle masse è fondata. I ricchi non possono sentirla altrimenti che come un sostegno della dignità o una garanzia della fortuna, perché la massa aristocratica è generata da principi puramente democratici; e la prevalenza data ad essa nella rappresentanza generale, non si riferisce né si connette in alcun modo alle persone, in ragione della cui proprietà questa superiorità della massa è stabilita. Se gl'inventori di questo progetto avessero inteso favorire in qualche modo i ricchi in conseguenza del loro contributo, essi avrebbero dovuto conferire il privilegio o al ricco individualmente o a qualche classe formata da ricchi (come gli storici dicono che Servio Tullio abbia fatto nella primitiva costituzione di Roma); perché il conflitto tra ricco e povero non è una lotta tra corporazione e corporazione, ma un conflitto tra uomini e uomini; una competizione non tra distretti, ma tra, classi di uomini. Se il progetto fosse invertito, esso risponderebbe meglio ai suoi scopi : che i voti degli aggregati siano sul piano di parità e che i voti individuali siano invece proporzionati al grado di ricchezza. Supponiamo — facile supposizione — un uomo in un distretto che dia un contributo uguale a quello di cento suoi vicini. Contro costoro egli non ha che un voto. Se vi fosse un solo rappresentante per la massa, i suoi vicini poveri lo vincerebbero cento a uno per questo solo rappresentante. Inconveniente non piccolo. Ma egli deve esser compensato. Come? Il distretto, grazie alla sua ricchezza, sceglierà, supponiamo, dieci membri invece di uno; cioè pagando un larghissimo contributo egli ha la soddisfazione di essere sconfitto, cento contro uno, dai poveri, per dieci rappresentanti, anziché esserlo esattamente nella stessa proporzione per un membro solo. In realtà, invece di esser favorito da questa maggior quantità di rappresentanti il ricco è soggetto a un supplemento di oppressione. L'aumento della rappresentanza della sua provincia solleva nove persone di più — e tante più di nove quanti sono i candidati democratici — a tramare e intrigare, e ad adulare il popolo a sue spese e per la sua oppressione. Con questo mezzo viene stimolato nelle moltitudini di categoria inferiore il desiderio di ottenere un salario di diciotto lire al giorno (a cui tengono moltissimo), oltre al piacere di risiedere a Parigi e di partecipare al governo del regno. Quanto più le mire ambiziose si moltiplicano e diventano democratiche, nella stessa proporzione i ricchi sono danneggiati.

    Questo è lo stato dei rapporti che intercorrono tra il povero e il ricco nella provincia ritenuta aristocratica, ma che in realtà, nei suoi rapporti interni ha proprio un carattere opposto. Nei suoi rapporti esterni, cioè nei rapporti con le altre provincie, non riesco a vedere come la rappresentanza ineguale che è data alle masse, rappresentanza che si fonda sul criterio della ricchezza, possa divenire un mezzo per conservare l'equilibrio e la tranquillità della repubblica. Perché se uno degli scopi è di garantire il debole dall'oppressione del forte (come è indubbiamente in ogni società) come sarà salvata la parte più minuta e più povera di queste masse dalla tirannia della parte più ricca? Si conseguirà forse questo scopo dando ancora ai ricchi ulteriori e più sistematici mezzi di oppressione? Se noi veniamo a istituire una parità di rappresentanza tra enti collettivi sorgeranno verosimilmente tra loro molteplici interessi locali nonché emulazioni, gelosie; ne più ne meno di quanto accade tra individui singoli; e le rivalità reciproche di quegli enti produrranno verosimilmente uno spirito di dissenso anche più focoso, e qualche cosa che condurrà ancor più vicino a una guerra.

    Vedo che queste masse aristocratiche sono poggiate su quello che è chiamato il principio della contribuzione diretta. Nessuna misura è più contraria di questa all'eguaglianza. La contribuzione indiretta, quella che proviene dalle tasse di consumo, è in realtà una misura migliore e colpisce la ricchezza proporzionandosi ad essa in modo più naturale che con la contribuzione diretta. È veramente difficile fissare una misura di preferenza locale a favore dell'una contribuzione, o dell'altra, o di tutte e due, perché certe province possono pagare più dell'una o dell'altra o di tutte e due, per cause non intrinseche, ma provenienti da quegli stessi distretti sui quali esse hanno ottenuto un privilegio in conseguenza del loro contributo manifesto. Se le masse fossero corporazioni indipendenti e sovrane, che dovessero provvedere a un tesoro federativo per mezzo di contingenti distinti, e se la rendita non fosse (come è) risultante di molte imposte che circolano d'ogni parte interessando gli uomini individualmente e non corporativamente, imposte che, per loro natura, confondono tutti i limiti territoriali, si potrebbe difendere la tesi d'una contribuzione fondata sul criterio del numero. Ma, soprattutto, questa rappresentanza commisurata ai contributi è la più difficile da stabilire su principi di equità in un paese che considera i suoi distretti come membra di un corpo. E infatti, una grande città come Bordeaux o Parigi risulta pagare un vasto complesso di contributi, quasi sproporzionato rispetto agli altri luoghi; e la massa della sua popolazione è computata in modo adeguato. Ma sono queste città le vere contribuenti in quella proporzione? No. I consumatori delle merci importate in Bordeaux, che sono sparsi in tutta la Francia, pagano le tasse d'importazione di Bordeaux. Il prodotto della vendemmia di Guienne e Linguadoca da a quella città i mezzi di pagare i suoi contributi, grazie appunto al commercio di esportazione. I proprietari di terre che spendono le loro sostanze a Parigi e sono di conseguenza i creatori di quella città, danno i loro contributi a favore di Parigi prendendoli alle provincie da cui provengono le loro rendite.

    Gli stessi argomenti possono applicarsi press'a poco al sistema di proporzionare le rappresentanze secondo la contribuzione diretta ; perché il contributo diretto dev'essere fissato su una ricchezza reale o presunta; e questa ricchezza locale può derivare da cause non locali e che perciò, equamente, non dovrebbero produrre una preferenza locale.
    E’ notevolissimo che in questa norma fondamentale che stabilisce la rappresentanza della popolazione secondo la contribuzione diretta, non è stato ancor fissato in qual modo simile contribuzione diretta debba essere imposta e ripartita. Forse c'è, da parte dell'attuale assemblea, dell’abilità latente nel continuare in questa strana condotta. D'altronde non è possibile che i suoi membri ottengano sicurezza costituzionale finché fanno così. Questa deve poggiare, infine, sul sistema di tassazione e variare con ogni variazione di quel sistema. Come essi hanno organizzato le cose, la tassazione non dipende tanto dalla loro costituzione, quanto invece la costituzione dalla tassazione. Questo deve creare grande confusione tra le masse ; allo stesso modo che la differente qualificazione elettorale nell'ambito del distretto, se mai si verificano elezioni realmente contestate, deve causare infinite controversie interne.

    Se confrontiamo insieme le tre basi di principio non sotto l'aspetto politico, ma riguardo alle idee a cui s'ispira l'assemblea, e ne saggiamo la congruenza reciproca, non possiamo fare a meno di osservare che il principio, chiamato dal comitato: principio della popolazione, non comincia a operare dallo stesso punto degli altri due principi, che sono chiamati principi del territorio e della contribuzione, i quali ambedue sono di natura aristocratica. Ne viene di conseguenza che quando tutti e tre cominciano ad agire insieme, si produce la più assurda delle ineguaglianze a cagione dall'azione esercitata dal primo sugli altri due principi. Ogni Cantone comprende quattro leghe quadrate e contiene in media 4000 abitanti, o 680 votanti nelle assemblee primarie il cui numero varia secondo la popolazione del cantone, e manda al Comune un deputato ogni 300 votanti. Nove Cantoni formano un Comune.

    Ora prendiamo il caso di un cantone che comprenda un città porto commerciale o una grande città industriale. Supponiamo che la popolazione di questo cantone sia di 12.700 abitanti o 2193 votanti, che formi così tre assemblee primarie e mandi dieci deputati al comune.
    Quando l'assemblea del Comune viene a votare sulla base del territorio il cui principio e di primaria importanza per quest'assemblea, il Cantone singolo che ha la metà del territorio degli altri due, avrà dieci voti contro sei nell'elezione di tre deputati all'assemblea del dipartimento, scelti sul preciso terreno di una rappresentanza di territorio.

    Questa ineguaglianza, già così impressionante, sarà ancora aggravata se supponiamo, come ben si può fare, che vari altri cantoni del comune abbiano una popolazione proporzionalmente inferiore alla media, di quanto il cantone principale l'ha superiore.

    Ed ora consideriamo la base della contribuzione, che è pure un principio di primaria importanza per l'assemblea del Comune. Facciamo di nuovo il caso di un cantone come sopra. Se la somma totale delle contribuzioni dirette pagate da una grande città industriale o commerciale viene divisa in parti uguali tra gli abitanti, si troverà che ogni cittadino paga proporzionatamente molto più di un individuo che vive in campagna. Il totale pagato dagli abitanti della città sarà più del totale pagato da quelli della campagna; si può infatti facilmente presumere che questi ultimi paghino un terzo di più. Sicché i 12700 abitanti o 2193 elettori del Cantone pagheranno tanto quanto 19050 abitanti o 3289 elettori degli altri Cantoni, che sono press'a poco la proporzione di abitanti ed elettori corrispondente a cinque altri cantoni. Ora, i 2193 elettori manderanno, come ho detto prima, solamente dieci deputati all'assemblea; i 3289 elettori ne manderanno sedici. Così, per una ripartizione uguale delle contribuzioni nell'intero Comune, ci sarà una differenza di sedici contro dieci nella votazione per la scelta dei deputati; e questo, seguendo il principio della rappresentanza, proporzionata alla contribuzione generale dell'intero comune.

    Con lo stesso metodo di calcolo troviamo che 15875 abitanti o 2741 elettori degli altri Cantoni, che pagano un sesto di MENO della contribuzione dell'intero Comune, avranno tre voti di più dei 12700 abitanti o 2193 elettori del singolo cantone.

    Tale è la fantastica e ingiusta disparità di trattamento tra popolazione e popolazione in questa curiosa ripartizione dei diritti di rappresentanza, fondata sul computo del territorio e della contribuzione. Le idoneità che essi conferiscono sono in realtà idoneità negative, perché conferiscono un diritto che è inversamente proporzionale.

    Nella escogitazione di questi tre criteri — consideratela nella luce che più vi piace — io non vedo uno sforzo fatto per armonizzare in un tutto organico una molteplicità di oggetti; ma diversi principi raccolti e tenuti insieme (quantunque riluttanti e inconciliabili) dai vostri filosofi, come bestie feroci chiuse in una gabbia a sbranarsi e a mordersi l'una con l'altra fino alla loro reciproca distruzione.

    Temo di avere insistito troppo nel considerare la forma costituzionale del nuovo regime. I fautori di quest'ultimo hanno molta metafisica, ma cattiva ; molta geometria, ma scadente; molta aritmetica proporzionale, ma falsa; ma se tutto questo fosse esatto, come metafisica, geometria e aritmetica dovrebbero essere, e se anche i loro sistemi teorici fossero perfetti e coerenti in ogni loro parte, non si sarebbe raggiunta ancora per questo se non una apparenza illusoria, per quanto bella, e attraente. E’ notevole che in codesta grande sistemazione disciplinare di valori umani non si trovi un benché minimo riferimento a qualche principio morale o politico; nulla che si riferisca agli interessi umani, alle loro azioni, alle loro passioni alle loro necessità — Hominem non sapiunt.

    Voi vedete che io considero questa costituzione solamente dal punto di vista elettorale, come quella che conduce passo a passo fino alla formazione dell'Assemblea Nazionale. Io non entro ad esaminare il governo interno dei Dipartimenti e il suo modo di formazione attraverso i Comuni e i Cantoni, Questi governi locali devono, secondo il progetto originale, essere il più possibile conformi ai principi sui quali si costituiscono le assemblee elettive. Ciascuno di essi è un organismo perfettamente compatto e definito in se stesso.

    Voi non potete a meno di accorgervi che questo sistema ha la tendenza diretta e immediata a dividere la Francia in una quantità di repubbliche e a renderle completamente indipendenti l'una dall'altra senza alcun mezzo diretto e costituzionale di coerenza, connessione o subordinazione, tranne quello che può derivare dal consenso dato da ogni repubblica indipendente alle determinazioni del congresso generale degli ambasciatori. Tale è in realtà l'Assemblea Nazionale e io ammetto che tali governi possano esistere nel mondo, per quanto sotto forme molto più adatte alle circostanze locali e abituali del loro popolo. Ma tali associazioni, (giacché non si possono chiamare corpi politici), sono state generalmente prodotte da condizioni necessarie e non da propositi deliberati; e io credo che l'attuale potere che governa la Francia sia il primo esempio di un'assemblea di cittadini i quali avendo ottenuto piena libertà di fare del loro paese ciò che a loro piaceva, hanno deciso di sezionarlo in questo barbaro modo.

    È impossibile non osservare che perpetrando questa distribuzione geometrica e questo arrangiamento aritmetico, tali pretesi cittadini trattano la Francia esattamente come un paese di conquista. Agendo come conquistatori, essi hanno imitato la condotta di coloro che furono i più duri di questa dura razza. Il modo d'agire di quei barbari vincitori che disprezzano il popolo soggiogato e insultano i suoi sentimenti, è stato sempre, per quanto dipendeva da loro, quello di distruggere tutte le tracce dell'ordine preesistente quanto alla religione, alla politica, alle leggi e ai costumi; di confondere tutti i limiti di territorio; di produrre una generale povertà; di mettere all'incanto la proprietà; di opprimere i principi, i nobili e i prelati; di annientare tutti coloro che avessero alzato il capo oltre un limite medio o che si mostrassero atti a organizzare nella comune sventura il popolo sbandato riunendolo sotto la bandiera della antica fede. Essi hanno liberato la Francia coi sistemi di quei Romani (sinceri amici dei diritti dell'uomo!) che liberarono la Grecia, la Macedonia e altre nazioni. Distrussero i legami che le tenevano unite, col pretesto di provvedere all'indipendenza di ciascuna delle loro città.

    Quando i membri che compongono questi nuovi corpi: i cantoni, i comuni, i dipartimenti — arrangiamenti messi insieme di proposito con mezzi arciconfusi — quando questi membri incominceranno ad agire, si troveranno in maggioranza estranei l'uno all'altro. Gli elettori e gli eletti, in ogni parte, ma soprattutto nei Cantoni rurali, saranno privi di quelle consuetudini civili, estranei a quei rapporti, disavvezzi a quelle naturali discipline, che sono l'anima di ogni vera repubblica. Magistrati ed esattori non sono più in relazione coi loro distretti; né i vescovi con le loro diocesi, né i curati con le loro parrocchie. Queste nuove colonie dei diritti degli uomini hanno una forte somiglianza con quelle specie di colonie militari romane dell'epoca della decadenza, delle quali ha parlato Tacito. In tempi migliori e più saggi (qualunque metodo abbiano seguito con le nazioni straniere) essi ebbero cura di far procedere contemporaneamente gli elementi di subordinazione metodica e di dominio; ed anche di fondare la disciplina civile su quella militare.

    Ma quando ogni buon costume di governo cadde in rovina, essi, (come la vostra Assemblea), agirono in base all'eguaglianza degli uomini, con poco criterio e scarso rispetto di quei principi che rendono sopportabile il governo della cosa pubblica, assicurandone la durata. Ma anche in questo caso, come in tutti gli altri analoghi, la vostra nuova repubblica è nata e cresciuta e nutrita in quella corruzione che è il segno delle repubbliche degenerate e consumate. Vostro figlio viene al mondo coi sintomi della morte; la facies Hippocratica dà il carattere della sua fisionomia e il pronostico del suo destino.

    I legislatori che organizzarono le antiche repubbliche sapevano che il loro compito era troppo arduo per essere assolto col solo concorso della metafisica di un subalterno e la matematica d'un gabelliere. Essi avevano da fare con uomini e furono obbligati a studiare la natura umana.

    Avevano da fare con dei cittadini e furono obbligati a studiare gli effetti di quelle abitudini che si acquisiscono nelle circostanze della vita civile. Essi avevano coscienza che l'azione di questa seconda natura sulla prima avrebbe prodotto una nuova combinazione, da cui sarebbero sorte molte diversità tra gli uomini, secondo la loro nascita, educazione, professione, ed anche secondo i diversi periodi della loro vita, il loro risiedere in città o in campagna, i loro diversi modi di acquistare e di consolidare la proprietà e secondo la qualità della proprietà stessa; tutto ciò che avrebbe reso gli uomini, quali essi sono, delle specie di animali così differenti. Per ciò si sentirono obbligati a disporre i loro cittadini in quelle classi e a metterli in quelle posizioni che le loro peculiari abitudini li rendevano atti ad occupare nell'ambito dello stato, e a distribuire quegli opportuni privilegi che potessero assicurare ad essi ciò che era richiesto dalle loro particolari circostanze e che potessero fornire a ciascuna classe una forza tale da proteggerla nel conflitto causato dalla diversità di interessi, che deve esistere come necessario antagonismo in ogni complessa società. E questo, perché il legislatore (sapendo che il rozzo contadino conosceva bene il modo di classificare e dì usare le sue pecore, i suoi cavalli e buoi, ed aveva abbastanza buon senso da non computarli tutti astrattamente come animali, senza provvedere per ciascuna specie cibo, cure ed impiego appropriati) si sarebbe vergognato se egli, l'economista, l'organizzatore, il pastore della sua propria specie, sublimandosi in vuotaggine metafisica, si fosse ridotto a nulla conoscere del suo gregge se non computandolo numericamente come una massa di uomini in generale. Per questa ragione il Montesquieu osservava molto giustamente che, nella loro classificazione dei cittadini, i grandi legislatori dell'antichità facevano la massima pompa delle loro capacità e s'innalzavano perfino al disopra di se stessi. È qui che i vostri moderni legislatori sono scesi profondamente in senso negativo e sprofondati persino al disotto della loro stessa nullità. Come la prima specie di legislatori si occupò delle differenti classi di cittadini e li combinò in una sola repubblica, così gli altri, i legislatori metafisici e alchimisti, hanno seguito il metodo direttamente opposto. Essi hanno tentato, per quanto è stato loro possibile, di mescolare ogni specie di cittadini in una massa omogenea e in seguito hanno diviso questa loro amalgama in una quantità di repubbliche incoerenti. Così riducono gli uomini a degli stupidi banchi messi lì per figura e non a esseri viventi che abbiano la possibilità di alzarsi dal loro posto al tavolo. Gli elementi della loro stessa metafisica avrebbero potuto insegnare loro qualche cosa di meglio. Lo spirito della loro tabella categorica avrebbe potuto informarli che nel mondo intellettuale esiste qualche cos'altro, oltre la sostanza e la quantità. Essi avrebbero potuto imparare nel catechismo della metafisica che in ogni deliberazione complessa trovansi otto categorie di più (Qualitas, Relatio, Actio, Passio, Ubi. Quando, Situs, Habitus) alle quali non avevano pensato mai, per quanto questi, di tutti e dieci, siano i soggetti sui quali l'abilità degli uomini non può agire affatto.

    Ben lontani da quelle abili disposizioni di certi antichi legislatori repubblicani, che seguivano con sollecita accuratezza le condizioni morali e le inclinazioni degli uomini, essi hanno insieme livellato e distrutto tutte le distinzioni preformate; distinzioni rispettate persino sotto l'arrangiamento rozzo e maldestro della monarchia, nel qual modo di governo la classificazione dei cittadini non ha così grande importanza come nella repubblica.. È vero del resto che una qualunque classificazione del genere, se propriamente disposta, è buona sotto ogni forma di governo e oppone una solida barriera contro gli eccessi del dispotismo, mentre è il mezzo necessario per dare efficacia e durata alla repubblica. Mancando una guarentigia di questo genere, se l'attuale progetto di repubblica dovesse fallire, tutte le assicurazioni per una moderata libertà cadranno insieme con esso ; tutti i freni indiretti che mitigano il dispotismo saranno rimossi; tanto che, se la monarchia avesse ancora ad ottenere una completa prevalenza, in Francia, sotto questa o qualunque altra dinastia, essa darebbe luogo al più arbitrario dei poteri che mai siano apparsi sulla terra, qualora non fosse attenuata fin dal suo inizio per atto di volontaria e generosa saggezza del Principe stesso, Questo si chiama giocare la più disperata delle partite.

    Essi dichiarano persino che la confusione che accompagna tutti questi procedimenti è uno dei loro scopi; e sperano di assicurare la stabilità della loro costituzione con la diffusa preoccupazione che mai debbano ripetersi le atrocità di cui essi medesimi si valsero per realizzare il loro piano sovversivo. "Con questo — essi dicono — la distruzione del regime diventa impresa difficile e tale da non potersi compiere senza la completa disorganizzazione dello stato" . Essi presumono che se l'opposizione raggiungesse mai lo stesso grado di potere che essi hanno acquistato, farebbe di tale potere un uso più moderato e castigato e sarebbe invasa di sacro timore all'idea di disorganizzare del tutto lo stato rinnovando i metodi da essi tenuti. Costoro aspettano dalle virtù d'una futura restaurazione dispotica la garanzia che andrà a tutelare l'eredità dei loro saturnali demagogici.

    Io spero, Signore, che voi e i miei lettori leggerete attentamente il lavoro del signor di Calonne su questo argomento. Esso è davvero non solo un eloquente, ma anche un poderoso e istruttivo lavoro. Io mi limito a considerare ciò che egli dice circa la costituzione del nuovo stato e le condizioni della rendita. Quanto alle dispute di questo ministro coi suoi oppositori, non desidero pronunciarmi.

    Altrettanto poco intendo avanzare alcuna opinione concernente i suoi metodi e i mezzi finanziari o politici escogitati per salvare il suo paese dall'attuale disgraziata e deplorevole situazione di servitù, di anarchia, di bancarotta e di miseria. Io non posso mettermi a discettare così focosamente com'egli fa; ma egli è francese ed ha assai più di me un dovere diretto, che lo induce a preoccuparsi di queste cose ricercando i mezzi di giudizio più adeguati. Io mi auguro che la formale dichiarazione a cui egli si riferisce, fatta da uno dei principali capi dell'Assemblea, circa la tendenza del loro programma a portare la Francia non solo da monarchia a repubblica, ma anche da repubblica a semplice confederazione, possa essere mantenuta nei suoi particolari. Essa aggiunge nuova forza alle mie osservazioni; e realmente l'opera del De Calonne supplisce al difetto della mia trattazione producendo molti nuovi e impressionanti argomenti riguardo ai vari soggetti trattati in questa lettera (20).

    È questa risoluzione di dividere il loro paese in repubbliche separate che li ha condotti alla maggior parte delle loro difficoltà e contraddizioni. Se non fosse per questo, tutte le questioni di esattezza egualitaria, di equilibrio irraggiungibile tra i diritti individuali, la popolazione e la contribuzione, sarebbero completamente inutili. Il problema della rappresentanza, per quanto derivata da elementi particolari, sarebbe un dovere che interesserebbe ugualmente la totalità. Ciascun deputato dell'assemblea sarebbe il rappresentante della Francia e di tutte le sue categorie, della maggioranza come della minoranza, dei ricchi come dei poveri, dei distretti grandi come dei piccoli. Tutti questi distretti sarebbero essi medesimi subordinati a qualche autorità costituita, che esisterebbe indipendentemente da essi; un'autorità che sarebbe il punto di partenza e quello d'arrivo di ogni forma rappresentativa e di quanto ad essa si riferisce. Questo governo fisso, inalterabile, ben fondato, farebbe del territorio — ed è l'unica cosa che potrebbe fare — un organismo totalitario e completo. Da noi, quando eleggiamo i rappresentanti popolari, li mandiamo a un concilio, in cui ciascuno individualmente è un soggetto e si trova sottoposto a un sistema di governo completamente organizzato in tutte le sue ordinarie funzioni. Da voi l'assemblea elettiva è sovrana unica e sola; e tutti i membri sono perciò parti integrali di questa unica sovranità.

    Ma da noi è completamente diverso. Da noi la funzione della rappresentanza, separata dagli altri organi costituzionali, non può agire ne esistere. Il governo è il punto di riferimento dei diversi membri e distretti del nostro sistema rappresentativo. Tale è il centro della nostra unità. Questo governo di riferimento è un fiduciario del tutto e non delle parti.

    E tale è anche l'altra parte della nostra assemblea rappresentativa, cioè la Camera dei Lords. Da noi il re e i lords agiscono come garanzie diverse e pur concomitanti per assicurare l'eguaglianza di ciascun distretto, provincia e città. Quando mai vi è accaduto di sentir dire che nella Gran Bretagna qualche provincia abbia sofferto per l’ineguaglianza della sua rappresentanza; o qualche distretto per non essere assolutamente rappresentato? Non solo la nostra monarchia e i nostri Pari garantiscono l'uguaglianza su cui poggia la nostra unità, ma questo è lo spirito della stessa Camera dei Comuni.

    La stessa ineguaglianza di rappresentanza, così stupidamente lamentata, è proprio quella forse che ci salva dal pensare e dall’agire come membri di un distretto. La Cornovaglia sola elegge tanti membri quanto tutta la Scozia. Ma forse che la Cornovaglia è più favorita della. Scozia? Pochi da noi si scombuiano il cervello per prendere sul serio le vostre teorie egualitarie, tranne forse i rappresentanti di qualche club senza serietà. La maggioranza di quelli che per un qualunque plausibile motivo desiderano un cambiamento, lo desiderano per ragioni ben differenti.


    Note

    (19) L'Assemblea nell'eseguire il piano dei propri comitati introduce alcune modificazioni. Effettivamente essa ha tolto di mezzo uno degli elementi di questa graduatoria; e ciò rimuove una parte dell'obbiezione; ma l'obiezione fondamentale, e cioè che secondo lo schema prefisso il primo e originario votante non ha alcun rapporto diretto con colui che lo rappresenta all'Assemblea legislativa, sussiste in tutta la sua forza. Si sono compiute anche altre modifiche, alcune possibilmente a fine di miglioria, altre certamente con risultato nocivo; ma all'autore il merito e il demerito di queste piccole alterazioni sembra privo di significato, doto che il programma stesso è sostanzialmente vizioso e assurdo.

    (20) Vedi: L'Etat de la France, pag. 363.



    (Fine Parte 7)

  3. #3
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    E' giusto requisire le proprietà ecclesiatiche adducendo la scusa che clero e monaci sono "fannulloni" ed improduttivi? E le terre, le abbazie, i monasteri, le chiese, gli istituti religiosi, davvero non portano frutti alla nazione francese, non garantiscono alcun apprezzabile sviluppo? Le accuse rivolte contro i prelati sono ovviamente pretestuose, perchè non tengono conto dei contributi di pregio forniti dalla Chiesa di Francia nel campo della cultura, della letteratura e della scienza. I monumenti, le gallerie di opere d'arte, le biblioteche, favoriscono il collegamento con il passato e la tradizione, e sollecitano la ricerca: costituiscono pertanto un vero e proprio "tesoro" a cui possono attingere gli uomini del presente, per trovare la giusta strada da seguire nelle intemperie dei tempi. Ben più inutili, invece, sono le case da gioco, i teatri di divertimento, gli obelischi innalzati nel Campo di Marte, i luoghi di lusso e di perdizione, e quelli dedicati ai clubs. Il vero merito va agli operai ed ai carpentieri che di adoperano per restaurare gli edifici di culto, i luoghi di devozione religiosa. E perchè non è possibile riconoscere agli ecclesiastici il diritto alla proprietà? Forse non vale anche per loro la successione ereditaria?
    L'Assemblea Nazionale con i suoi atti non ha fatto altro che spogliare di un diritto fondamentale il clero di Francia, portando giustificazioni palesemente assurde ed inconciliabili con l'ordine naturale delle cose. E anzi, si può aggiungere che è senz'altro più giusto affidare le ricchezze a coloro che sono naturalmente inclini alla virtù, piuttosto che a uomini dediti alla ricerca del potere, e insensibili di fronte al bene comune.
    L'Assemblea si è dunque rivelata la sede auto-convocata, non legittima, di un potere assoluto e tirannico, esercitato al di fuori di qualsiasi tradizione, consuetudine, legge costituzionale e istruzione popolare. I sui componenti si sono arrogati prerogative eccezionali, con le quali hanno abbattuto il vecchio edificio dello Stato. Dall'alto, hanno osservato la Francia, e hanno deciso di livellare ogni istituzione, di fare tabula rasa della situazione precedente, per riscrivere dal nulla le leggi e formulare in modo completamente inedito la costituzione statale. Per raggiungere in breve tempo questo obbiettivo, i rivoluzionari hanno tentato di scansare le difficoltà, di superare con decisioni d'imperio il sistema di equilibri e contrappesi, annullando ogni possibile controllo delle proprie azioni, assunte a comandi assoluti, imprescrittibili. Eppure -come ben nota Burke- non è questa una soluzione possibile ed auspicabile per trovare un rimedio ai mali ed agli errori del vecchio regime. Chi allontana da sè le difficoltà, con malcelato fastidio, si troverà a breve con impegni ancora maggiori da superare. Sono infatti le difficoltà a stimolare l'acume e ad incentivare l'arguzia, a fortificare così le organizzazioni sociali, che si rendono adatte ad affrontare la varietà di pericoli, e rendersi multistabili. L'Assemblea, con indolenza, adotta invece la violenza sbrigativa per rispondere ai problemi della Francia. Ma, come si può capire, anche l'intelligenza grossolana e brutale del volgo potrebbe arrivare alle medesime conclusioni, senza scomodare Assemblee e il fior fiore dei rappresentanti popolari. Non è così che si governa una Nazione.
    Per rimediare alle manchevolezze dell'antico regime, servirebbero piuttosto riforme graduali, di lenta e soppesata attuazione, in grado di produrre il loro effetto in modo diluito, quasi impercettibile, ma allo stesso tempo inesorabile. Lo Stato è un organismo complesso, le cui componenti vanno equilibrate, e portate alla conciliazione. Gli interventi drastici, invece, non possono che portare alla rottura dell'armonia, garantita dalla progressione lenta e continua dell'evolvere sociale. Sono gli eccessi, i radicalismi, i cambiamenti rivoluzionari, a portare al disastro definitivo del sistema.
    In realtà, i rivoluzionari si sono contraddistinti nella critica feroce dei difetti della monarchia, senza riuscire a proporre nello stesso tempo degli interventi utili e moderati per curare il malato, ovvero lo Stato. Più amanti delle teorie e delle sofisticherie che degli uomini e della loro natura, si sono abbandonati alla distruzione dell'edificio di governo, per fare piazza pulita e poter così applicare dal nulla una proposta di totale, radicale cambiamento. Persino le idee più fantasiose, astratte, espresse fino ad allora solo nei libri, sono state ampiamente adoperate per lo stravolgimento estremo della Francia. Lo stesso Rosseau -secondo Burke- rimarrebbe sorpreso delle opere dei suoi discepoli, usciti completamente dalla realtà, e presi ormai con frenesia nella realizzazione di imprese utopiche senza alcuna aderenza allo stato concreto delle cose. Il "sogno" rivoluzionario non può che generare il caos più completo, perchè non è possibile partire dal nulla per costruire un nuovo modello sociale, appreso nei libri e nelle mere teorie.
    Chi si stacca dalla tradizione annulla l'esperienza passata e non può trovare alcun punto d'appoggio per il presente ed i progetti futuri.
    Dalla pura ragione (e non solo dal suo sonno!) possono nascere mostri terribili, con conseguenze dirette e devastanti, che inficiano alla fine gli stessi principi ideali e teorici originari. Le costruzioni statali, infatti, non possono che tenere in debito conto la natura dell'uomo, la sua complessità, i suoi bisogni e desideri, nonchè la variabilità delle forme di organizzazione sociale.
    Burke prende ad esempio, tanto per iniziare, le contraddizioni presenti all'interno del progetto di riforma amministrativa, che spazzò via i vecchi Parlamenti cittadini ed il sistema aristocratico-feudale, per inaugurare l'era degli 83 dipartimenti, a loro volta suddivisi in comuni ed in cantoni, le particelle territoriali minori. Sulla fine del 1789 l'Assemblea decise i requisiti di eleggibilità ed il sistema di voto, e sono proprio queste decisioni a finire sotto lo sguardo attento del nostro scrittore.
    La partizione della Francia in 83 dipartimenti di superficie uguale non tenne conto delle naturali differenze fra i diversi territori compresi nei confini. Alcuni, ovviamente, erano di tipo agricolo, e quindi con una economia di tipo specifico caratterizzata da lavori e redditi peculiari; altri invece racchiudevano nuclei urbani più ampi, con commerci ed attività più vaste, e redditi conseguenti. E' il sistema di voto, però, a negare gli stessi "diritti dell'uomo" tanto decantati dai rivoluzionari, pronti a sostenere l'assoluta e perfetta eguaglianza di tutti gli uomini (uguali, almeno in teoria, anche in sede di determinazione della rappresentanza). Così, nei fatti, non è: l'assemblea primaria dei cantoni può eleggere a deputati nei cantoni solo coloro che pagano un tributo pari ad almeno 10 giorni di lavoro gratuito. Ma c'è di più: i deputati dei dipartimenti (eletti a loro volta da quelli dei comuni, quindi con un suffragio a secondo grado, non diretto) possono eleggere a rappresentanti in Assemblea Nazionale solo coloro che pagano tramite contributo diretto una somma pari ad 1 marco d'argento. Insomma, l'Assemlea è eletta a suffragio di terzo grado, e possono accedervi uomini piuttosto facoltosi. Il principio della perfetta eguaglianza è smentito dai fatti, in quanto palesemente inconciliabile con il criterio della contribuzione (che a sua volta è indissolubilmente legato a quello della proprietà, già minato d'altra parte dalle confische arbitrarie). Il tentativo di conciliare più principi diversi, contradditori, per ottenere una improbabile armonia, è destinato ad un sicuro fallimento. I dipartimenti, in assenza di un Intendente reale (che un tempo assicurava il controllo sui singoli Parlamenti), si rendono poi totalmente autonomi dal potere centrale. La Francia rischia quindi di essere divisa in ben 83 repubbliche indipendenti.
    Al di là di tutta una serie di ulteriori contraddizioni, manchevolezze, storture fatte notare da Burke, è importante notare la discrasia fra originaria propaganda rivoluzionaria, e realizzazioni concrete sul territorio, incapaci di sostenere teorie e sofisticherie.
    Da una simile politica, non può che derivare il caos. Magistrati ed esattori non hanno più alcun punto di riferimento, diocesi e parrocchie vengono a scomparire, le città litigano per diventare nuovi capoluoghi dei dipartimenti, l'autorità si disperde. Tutti si lamentano per la mancanza di una adeguata rappresentanza (che favorisce, invece, solo le zone più ricche e sviluppate, a detrimento delle aree di campagna, che si sentono quindi estranee ai processi e alle trasformazioni che avvengono a Parigi). I rivoluzionari si comportano come dei barbari oppressori ed occupanti, che annientano tutte le antiche e tradizionali strutture politiche, sociali, religiose ed economiche per far posto al "nuovo", calato inevitabilmente dall'alto, con la forza e la violenza. I saggi non possono che avvertire un senso di estraneità, di vuoto, di esclusione partecipativa. E' solo l'Assemblea a calare leggi e decisioni che diventano prescrizioni imperative a pena di condanne pesantissime, confische, persecuzioni, arresti arbitrari. La teoria si è trasformata in una crudele, tirannica realtà.

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    Una domanda: cosa ne pensate della riflessione che Burke fa sulla necessità che i processi di riforma dello stato siano lenti e anzi quasi impercettibili?
    E' compatibile la lentezza del cambiamento con le necessità del mondo frenetico e in continuo stravolgimento che abbiamo sotto gli occhi oggi?

    Io una risposta ce l'avrei, ma preferirei prima sentire anche voi altri.

 

 

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