
Originariamente Scritto da
parmigiano
Il " circolo federalista Gianfranco Miglio di Parma " già tempo addietro aveva " studiato una possibile alternativa , inserita nel sito "
www.autogoverno.org ",nonchè anche nel forum di POL circoli , "gf miglio reparto ...inevasi "
ove i presupposti alternativi alle mansioni Comune-Provincia-Regione erano chiaramente proposti alle oppinioni dei cittadini , ma evidentemente al popolo non interessa risolvere i problemi , sembrerebbe che in mancanza degli stessi finisca il motivo dei ...piagnistei.
Per chi volesse darci una "rinfrescata " riposto parte specifica sul tema:
..Omissis , Tutto quanto non debba essere di competenza dello Stato dovrà rientrare tra le competenze politiche di entità “locali” da scegliere tra quelle che sono presenti sulla piazza, eventualmente modificandone attribuzioni e compiti.
Per rispettare la terza delle condizioni indicate in apertura di questo ‘pezzo’, è inevitabile che debba essere il Comune l’entità locale cui deve essere attribuita la competenza politica per ciò che non sia competenza dello Stato.
Comuni
Oltre a ricevere la delega “politica” da parte dello Stato per la gestione locale dei servizi di cui ai punti I. e J. del paragrafo precedente, ai Comuni si potrà (dovrà) riconoscere la possibilità di organizzare altri servizi in numero e qualità superiore a quelli minimi definiti per legge, ma, mentre per la copertura dei costi dei servizi “di base” essi dovrebbero fare riferimento alla fiscalità generale, la copertura dei costi di gestione dei servizi complementari, integrativi ed aggiuntivi che le Amministrazioni deliberino di organizzare dovrebbe tassativamente essere integralmente assicurata da una imposizione locale espressamente finalizzata e limitata al conseguimento di tale copertura.
È ovvio come, in considerazione dell’inevitabile ampliamento “istituzionale” delle loro competenze, sia necessario che i Comuni abbiano dimensioni “credibili”: bisogna evitare l'esistenza di Comuni con meno di cento abitanti e ci sono forti dubbi che in un Comune con oltre un milione di abitanti sia possibile ai cittadini far sentire la loro voce. In questa ottica si dovrà procedere ad accorpare le strutture comunali troppo piccole e si dovranno spezzare in “distretti comunali” i comuni troppo grandi. La suddivisione dei comuni troppo grandi non porterà ad una riduzione dell'efficienza della macchina amministrativa locale in quanto quei servizi che per raggiungere il massimo di funzionalità debbono essere organizzati in un ambito territoriale di adeguata ampiezza dovranno essere gestiti da un’’“entità” più vasta. La sussistenza dell’identità “di campanile” delle comunità locali eventualmente accorpate potrà essere garantita dalla opportuna definizione di collegi elettorali comunali e dal mantenimento nelle attuali strutture di alcuni dei servizi di base.
In riferimento a quanto ho sostenuto laddove invocavo l’unificazione su tutto il territorio nazionale di qualsiasi norma avente valore cogente, ricordo che tra le deleghe “politiche” di cui debbono essere depositari i Comuni dovrà esserci quella relativa alla “zonizzazione” del loro territorio in relazione alle “diversità” eventualmente previste dalle leggi nazionali (non solo per questioni urbanistiche, ma anche per tutto quanto potrà essere pensato di “diversificato” nell’ambito del territorio nazionale).
Chiudo questo paragrafo enunciando a chiare lettere un’ovvia necessità già citata en passant poche righe più sopra: i Comuni, per economia di scala e per il conseguimento del miglior grado di efficienza, dovranno trasferire parte delle loro competenze “esecutive” ad un’”entità” superiore, pur conservando il potere politico di controllare e di intervenire su detta “entità”.
Province come Consorzi di Comuni
L’”entità” evocata come destinataria di deleghe “esecutive” rilasciate dai Comuni non può che essere la Provincia, la quale, al fine di evitare contrasti dovuti alla sussistenza di deleghe dirette da parte del corpo elettorale sia all’ente delegante che a quello delegato, si dovrà trasformare in un Consorzio di Comuni il cui Consiglio d’Amministrazione (Consiglio Provinciale) dovrebbe essere eletto dai Consiglieri Comunali, che assumerebbero i poteri e la veste di “grandi elettori” di quel Consiglio.
Solo così si verrebbe a stabilire un preciso organigramma istituzionale. Infatti:
· la Provincia diverrebbe una struttura al servizio dei Comuni (e dei cittadini dei Comuni);
· se i servizi gestiti dalla Provincia non funzionassero, responsabili politici di ciò resterebbero gli stessi Comuni che, nel loro complesso, avrebbero il potere di intervenire sul Consiglio di Amministrazione del Consorzio-Provincia e sulle sue deliberazioni (approvazione da parte dei Comuni Consorziati dei bilanci preventivi e consuntivi);
· il cittadino che rilevi malfunzionamento di una qualunque struttura locale verrebbe ad avere il suo referente in uno o più Consiglieri Comunali, che potrebbero e dovrebbero farsi carico di intervenire in sede comunale e provinciale, avendone l’autorità, acquisita con la delega elettorale.
Ovviamente non sarà necessario ne’ possibile che tutti Consorzi-Province debbano riuscire ad organizzare da soli tutti i servizi possibili ed immaginabili: esistono servizi per cui anche l’ambito provinciale risulta troppo ristretto, come il servizio di elisoccorso, i servizi di cardiochirurgia, l’istituzione e la gestione di facoltà di veterinaria o di architettura, ecc. Per operare in campi che richiedano il coinvolgimento di più province, le stesse potranno e dovranno chiedere ed offrire collaborazione alle province limitrofe (senza riguardo ad artificiosi confini regionali).
Qualcuno potrebbe continuare ad avere voglia di fare riferimento ad un ulteriore Ente Locale di ordine superiore (Regione), ma, per quanto già scritto in precedenza, questa ispirazione è senz’altro da rigettare: molto meglio affidarci al funzionamento del consorzio-provincia!
A deporre a favore della soluzione del "federalismo delle Province" ci sono almeno due esempi chiari e molto positivi (ma di cui i nostri “Soloni istituzionali” non fanno menzione per paura di veder sbriciolato e ridotto il potere delle loro “fratellanze”):
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l’esempio della Confederazione Elvetica, la quale, a fronte di una popolazione di circa sette milioni e mezzo di abitanti presenta una suddivisione in 26 Cantoni, con una media di circa 300.000 abitante/cantone (per cui l'Italia, che presenta una media di abitanti/provincia che di aggira sui 500.000, disporrebbe già di una struttura "macro-cantonale");
- l’esempio delle province autonome di Trento e Bolzano, nonché della Regione mono-provinciale della Valle d'Aosta, tre province in cui si sono raggiunti livelli di funzionalità delle Amministrazioni Locali che sono impensabili in parecchie altre zone d'Italia (e tutto questo non solo grazie a quel notevole flusso di quattrini pubblici -che pur sussiste- ma che non viene utilizzato con la stessa efficienza in altre zone d’Italia, pure a “statuto speciale”, in cui l’inutile sovrastruttura “Regione” vive e prospera).
4. Riorganizzazione della fiscalità....omissis