IANVA - L’intervista (1)
By admin • Ago 25th, 2008 • Categoria: Articoli, Interviste
di VKK
IANVA rappresenta ormai una sorta di “vessillo artistico dell’Italianità”. Numerosi i riscontri positivi, moltissimi gli apprezzamenti in rete ed anche i passaggi su Radio Bandiera Nera, e tuttavia (nonostante la malafede di alcuni) non vi ponete assolutamente come una realtà “politica” o schierata. Cosa volete comunicare attraverso i vostri dischi e come concepite la politica ed il concetto sopra esposto di Italianità?
IANVA non è un’entità politicamente schierata per la semplice ragione che rivolge la sua proposta indifferentemente a tutti. E’ anche vero, però, che l’immaginario e lo spirito che evochiamo è accolto con maggiore naturalezza laddove certi valori, una particolare declinazione del codice etico e persino alcuni attributi temperamentali non sono mai stati, almeno nella forma, rottamati. Ma, e qui sta la sostanziale novità, siamo riusciti nel nostro piccolo ad aprire una significativa breccia anche in altri ambiti. Cosa non da poco visto che, sul piano della mentalità corrente, emergiamo da un quarantennio di conformismo di massa. IANVA si è rivelato da subito un esperimento molto interessante. Vuoi per le alchimie sonore che se ne vanno a spasso nel tempo senza la benché minima osservanza verso convenzioni odierne. Vuoi per la relativa facilità con cui siamo riusciti a rendere “presentabile” ciò che non lo era. Con questo non voglio avvocare per noi il ruolo di “fuoriclasse”, ma semplicemente dimostrare come gli anatemi, assordanti in quanto corali, una volta oltrapassato il “muro del suono”, non hanno più nessun serio aggancio con il sentire collettivo. Al contrario mi pare di poter affermare che, al di là degli automatismi incistati, cresce la richiesta per una radicale rimessa in discussione degli “immaginari guida” del nostro tempo. Personalmente mi sono concentrato su pochi e semplici punti ma, come si dice, me li sto lavorando al fegato incessantemente. Mi interessa il recupero “antropologico” di un certo tipo umano e sono persuaso che l’unico modo per rivitalizzarlo passi attraverso l’emozione e il sentimento. Mi colpì molto, per esempio, una discussione da forum tra alcuni “compagni”. Essi, in buona sostanza, confessavano l’un l’altro di amare “Disobbedisco!” con toni quasi angosciati! Sembrava una di quelle sedute di autocoscienza stile “Ecce Bombo”: “Aiuto! Non riesco più a staccarmi da questo disco! Che devo fare?”. Una ragazza, in particolare, era quasi commovente. La si intuiva turbata come un’educanda ottocentesca che avesse sbirciato un pamphlet “licenzioso”, come si diceva allora. Ora, dico io: cosa c’è in quel disco di tanto pericolosamente conturbante? Un grande amore, romantico e passionale con il suo corollario di febbre di conquista e possesso. Una bruciante passione civile. Il senso dell’onore davanti a sé stessi e al Mondo. Il dolore e l’ira a fronte di un’infamità. Il rifiuto del sotterfugio e l’elogio dell’insurrezione laddove chi ci rappresenta si dispone a schiacciarci il capo per servilismo a forze esterne che ci disprezzano. Un eloquente ritratto di una Italia che avrebbe potuto essere e non è stata. Tutto ciò, su questi ragazzi, sortiva quasi l’effetto di un’eccitante pornografia, con senso di colpa annesso. Di per contro, su un forum di “camerati”, si plaudiva al nostro lavoro, ma si stigmatizzava la nostra amicizia con una crew hip hop romana; su di un altro si biasimava il nostro “essere pro-froci” (ipse dixit), dato che citiamo spesso Pasolini e, in generale, soprattutto il fatto che non nascondiamo affatto l’irritazione per certi tic beceri e segregazionisti ancora diffusi in quell’ambiente. Lascio a voi le riflessioni del caso, se vi va di farle. Io mi limito a suggerire uno spunto. Anche se porto ancora un certo rispetto ai militanti di qualunque frazione politica antagonista, sono convinto che il nuovo terreno di scontro sia di ordine “psicologico” e antropologico. Le ideologie invecchiano e tutta la potenza annichilente del Sistema si sta concentrando sul rimodellamento delle mentalità e delle condotte individuali. A questo punto non sento neppure più la mancanza delle idee, ma di uomini e di donne ben costruiti, capaci di azioni e reazioni sane. Dovremmo essere tutti in grado di concorrere alla creazione di “anticorpi psichici”. La libertà e la consapevolezza civile delle quali si è smarrito persino il ricordo, più che riconseguite, oggi necessitano di essere “re-immaginate”. L’Italia non si caverà dalla proprie magagne se persisterà in una data forma mentis, sostanzialmente trasversale tra i gruppi politici, sia pur differentemente declinata. Questo è un Paese da deprogrammare e noi, nel nostro piccolo, anzi infimo, abbiamo iniziato a inserire qualche “file” di disturbo.
Il nuovo e.p. di IANVA è significativamente intitolato “L’Occidente”. Che cosa è “L’Occidente”, cosa è stato e che cosa può ancora essere e dare?
Oggi è semplicemente ciò che i grandi apparati vogliono che sia. Non esiste in quanto tale, ma in quanto rappresentazione. Un’entità infarcita di libertà formali che esitono solo sulla carta. Una disarmonia di egoismi individuali sulla soglia del caos. Un ibrido grottesco di valori giacobini, sessantottardi, velleitaristici fino alla contorsione del linguaggio e alla perversione del Diritto Naturale da un lato, e neo-dogmatici, neo-intolleranti dall’altro. Un sistema basato su automatismi speculativi parossistici, del tutto demenziali e, ormai, fuori controllo. L’Occidente contemporaneo è una bolla che è uscita dalla Storia e galleggia su un abisso. E’ la culla della Democrazia che ha reintrodotto la schiavitù, ma nessuno schiavo moderno può legittimamente sperare di diventare, un giorno o l’altro, un “liberto”. Una buco nero del tempo dove il divenire è pensabile solo come accelerazione del tempo presente. Una società dominata da valori mollicci, femminei, untuosi e vagamente ripugnanti al suo interno; e armato, aggressivo, ma senza una vera forza, che nasce dall’autorevolezza non dalle testate nucleari multiple, verso l’esterno. L’Occidente, infine, è quella civiltà che ha scientificamente progettato, messo a punto e avviato il cancro che la divorerà. Un ciclope idiota, gradasso, ma impaurito perché non ha più una “casa del padre” dove tornare, ma solo una landa saccheggiata su cui lascerà i suoi ossami a calcinarsi al sole. Siamo alla fine di un ciclo: inutile aspettarsi miracoli. Sarebbe utile, invece, cominciare a ricreare un’intensa circolazione di idee e relazioni che ricostruiscano una rete comunitaria via via sempre meno virtuale. Dò per scontato che il collasso sistemico sia un fatto assodato e inevitabile per cui converrebbe farci trovare preparati ad affrontare il dopo, i pochi che se la caveranno intendo. Forse sfugge la portata degli eventi a cui abbiamo forte probabilità di assistere e soprattutto non risulta immaginabile il grado di azzeramento e di caos che il collasso di una civiltà con simili caratteristiche comporterebbe. E’ bello essere qui a scambiarci idee via Rete, ma non dobbiamo dimenticare che tutto questo potrebbe zittirsi da un giorno all’altro e allora ci renderemmo tutti conto di essere uno sciame di insetti impazziti. Ripeto: inutile pensare di poter ancora influire sugli eventi, la chiave è creare una rete trasversale comunitaria oggi per poter affrontare il momento del dunque.
“Deleghiamo ogni cosa, anche l’esser violenti, / ma la guerra dei ventri ci scopre impotenti. / Sempre sotto tutela di un corretto pensare / che ci castra quel tanto da tirare a campare”: parole molto forti, che evidenziano una stasi tutta attuale, peculiare di un contesto sociale annichilito e raggrumato come una specie di fanghiglia, apparentemente incapace di slancio vitale e di orgoglio comunitario. È una visione radicalmente pessimista la vostra o riuscite a concepire nonostante tutto una rinascita, a medio o lungo termine, della comunità nazionale?
Bella domanda. Siamo in parecchi a farcela. E con qualche inquietudine, aggiungo. Come SFS che si chiede in “Richiamo Delle Masse” come, dove e quando arriverà, che faccia avrà, sotto quale simbolo chiamerà a raccolta un nuovo, ipotetico catalizzatore di una lotta di popolo. E soprattutto se, accertata la sua valenza “di massa”, non produrrà istintiva repulsa in individualità da sempre attestate, come tratto temperamentale, sull’essere “contro” sempre e comunque. Io propendo per uno scenario, se possibile, ancora più frustrante. Il punto è che bisogna chiedersi fino a che punto l’ingegneria sociale dei grandi apparati ha, nel corso dei decenni, modificato la percezione comunitaria nella gente comune. Stiamo assistendo a un fenomeno epocale, del tutto inedito nella Storia, e mi pare che nessuno si stia attrezzando, anche solo psicologicamente, per cercare di concepire qualche disperata contro-mossa. Da un lato abbiamo il rapido passaggio di fasce sempre più larghe della società a uno stadio di proletarizzazione, quando non di miseria autentica. Dall’altro permane negli individui la forma mentis dell’Occidente “avanzato” in base alla quale non esiste una coscienza, un sentire comunitario, un senso dell’onorabilità collettiva. Esiste un darwinismo da due centesimi, una percezione della realtà come eterna competizione tra singoli individui, una disponibiltà, nei fatti se non nelle intenzioni conclamate, alla lotta senza esclusione di colpi di tutti contro tutti. Nel nostro Paese poi, che nelle anomalie ci sguazza da sempre, la cosa assume connotazioni ad un tempo drammatiche e grottesche. Alleviamo pochi figli, belluinamente ignoranti, narcisisti, arroganti, vili e smidollati. Li proteggiamo dall’insegnante “autoritario” che contemplerebbe la possibiltà di assegnare un’insufficienza o di svolgere il proprio lavoro, se non nel rispetto, almeno non in un casino. Dal questurino che li rimprovera perché, magari, pestano un disabile o taglieggiano un compagno “sfigato”. Li lasciamo in balìa di mode atroci. Ricordiamoci che viviamo TUTTI in un Paese dove chi dispone di quattro soldi mena gran vanto dell’insegnare ai propri rampolli il disprezzo del “morto di fame”, fosse pure un luminare della Cultura, un genio dell’Arte, un uomo dalla coscienza civile esemplare. Siamo un Paese di CAFONI che tiene in gran conto i gadget e gli status-symbol esattamente come certe tribù della Papuasia adoravano le merci che vedevano sbarcare dai carghi aerei. Stiamo perdendo a ritmo vertiginoso capacità tecniche, estro, competenze, senso estetico, capacità di provare amore per quello straordinario patrimonio ereditario che abbiamo ricevuto dai nostri predecessori. Da qui il degrado dell’ambiente, la dipendenza dilagante, come sorci e parassiti, da lobby, caste e logge che, di quando in quando, si degnano di gettare qualche briciola ai loro manutengoli. Questo Paese avrebbe bisogno di una rieducazione di massa, da attuare a partire dalla scuola, impostata secondo criteri che sono diametralmente opposti alla pedagogia vigente. La vedo dura.
“Santa Luce dei Macelli”, brano in un certo senso innovativo per IANVA, spira Sud da tutti i pori: l’appello ideale alla tradizione musicale del Sud Italia è palese ma ancor più manifesto è il richiamo al Sacro, così come declinato specialmente dalla Campania in giù. Colpisce un’immagine su tutte: la serenità olimpica dell’oplite morente nel sacrificio impersonale contrapposta al dolore e allo psicodramma inscenato dal vattiènte. Cosa possiamo dire in proposito, sono a vostro avviso due visioni del mondo nettamente separate da uno spartiacque o ipoteticamente conciliabili?
Trovo che siano conciliabilissime. Esse affondano nel medesimo humus arcaico e la sovrapposizione cristiana avvenuta in tempi relativamente recenti, si parla di qualche secolo, non intacca la sostanza del cerimoniale che è, ricordiamolo, una metaforizzazione della disponibilità al sacrificio. Chiunque abbia conosciuto qualcuno di questi “vattienti” nella vita di tutti i giorni può testimoniare che essi sono tutt’altro che dei beghini fanatizzati come sostiene la vulgata progressista, compresa quella della Chiesa post-conciliare che tollera, obtorto collo, questa manifestazione, ma di certo non la considera un fiore all’occhiello. Il rito dell’offerta del proprio sangue, da effondersi ostentando tranquillità interiore, noncuranza della pena fisica, in remissione del malato, del carcerato, del dolore della vedova dei quali vengono segnati gli stipiti delle porte, rimanda a una manifestazione rituale di coesione comunitaria che si stringe attorno ai propri membri in difficoltà. La metaforizzazione del sacrificio di Cristo è una componente di origine medievale, ma la pratica affonda con ogni probabilità alla prisca Magna Grecia. Un modo per rassicurare la comunità sul fluire incessante di sangue fresco, vigoroso e sulla disponibilità dei suoi giovani uomini ad offrirlo serenamente.
“Santa Luce dei Macelli” si chiude con la frase: “di nuovo è tempo che gli Dei si onorino in piedi”. È una constatazione o una esortazione?
E’ un pio desiderio. Ma chi lo esprime lo formula osservando delle anziane donne che si trascinano ginocchioni e, a seguito di qualche strana associazione istintiva, la mano gli corre a sincerarsi della rassicurante presenza di un revolver occultato in qualche tasca. Come dire che chi vorrà guadagnarsi il previlegio di parlare con gli Dei a testa alta dovrà prima essere disposto a battersi contro tutti gli uomini che vogliono fargliela chinare. Fuori dalla suggestione “romanzesca”, la nostra posizione è un po’ più articolata. E’ curioso che anche il più rigido materialista non può non non ammettere un dato fondamentale: se è vero che il Tutto è formato da Materia ed Energia, l’Uomo è la sola componente di queste attraverso la quale il Tutto ha preso coscienza di sé. Questo indurrebbe una serie di riflessioni che ci porterebbero troppo lontano, ma resta in bella evidenza l’aspetto che qui ci interessa. Ossia che la forma mentis pagana e più specificatemente indoeropea doveva essere naturalmente orientata a questo consapevole “stare in mezzo alle cose”. L’idea stessa, fondamento dei monoteismi, della remissione del peccato, della contrizione o della sottomissione ad una volontà trascendente, finisce per svilire quello che è il vero fondamento della auto-regolamentazione umana e, dunque, di ogni effettiva libertà: l’assunzione di responsabilità. Nel momento stesso in cui l’uomo arcaico si rivolge ai suoi Dei da pari, lo fa nella piena consapevolezza di occupare un ruolo decisivo nel creato in quanto soggetto attraverso il quale il creato “si pensa”. Ma è consapevole di non esserne il culmine né, tantomeno, il fine. Che la responsabilità del suo agire non riguarda solo il destino individuale della sua anima quanto il Tutto. Per contro l’egotismo contemporaneo va di pari passo con una sempre crescente de-responsabilizzazione, degli individui come delle società. Laddove si radica la convinzione che tutto inizi e termini con la nostra esistenza individuale non solo non è possibile alcun senso del Sacro, ma, a breve termine, si arriva all’infantilizzazione collettiva e all’uscita dallo status di civiltà. Credo che tra breve toccheremo il culmine di questo processo.
La storia appassionata di Elettra Stavros e del Maggiore Renzi ha come scenario Fiume, bella come il cristallo e martoriata dai cannoni del Natale di Sangue. “Orion” si è occupata spesso, in passato, del “fenomeno Fiume”, dedicandovi analisi approfondite e monografie: come giudica IANVA l’impresa dannunziana, e come si può valutare un anno di Poesia al potere?
Il nostro giudizio è molto netto. L’Impresa, non solo fu una straordinaria esperienza insurrezionale nazional-comunitaria, lirica, struggente e incomparabile. Fu un’irripetibile occasione perduta. In primis di uscire con enorme anticipo sui tempi dal fetido dualismo Destra-Sinistra che ancora ci attanaglia e, di fatto, disarma psicologicamente un popolo già storicamente avezzo alla faziosità, alle logiche manichee, alle semplificazioni amorali. Dopo decenni in cui la storiografia ufficiale ha relegato ottusamente l’esperienza fiumana nelle pagine da esorcizzare in quanto pienamente inseribile in una logica nazionalista, pre-fascista (D’Annunzio come il Battista di Mussolini!), oggi si è fatta strada un’interpretazione che va franando verso lidi opposti. Veniamo così a sapere che Fiume sarebbe stata quasi unicamente un gran cancan di promiscuità e vizi assortiti. Che non v’era alcuna seria analisi politica a monte delle improvvisazioni “a braccio” del Comandante. Che la prospettiva esistenziale dei giovani che si affollarono nel movimento legionario non era molto più che l’eterna baldoria, con cornice di sporcizia, caos e irresponsabilità a vita. Ci mancano solo bonghi, piercing e dread così siamo a posto! Dato che, come dici, vi siete occupati a lungo e diffusamente di questo tema non è il caso che ritorniamo ad analizzare i fatti punto per punto. Ma è curioso che questi sdoganatori nuovi di zecca insistano tanto sull’aspetto della liberazione degli istinti, dei diritti delle “minoranze”, della comunità “psichedelica”, mentre sorvolano del tutto, o quasi, su altri aspetti ben più pregnanti. Per esempio sulla componente di analisi socio-economica, estremamente aguzza e profetica, che, debitamente svestita dai voli lirici, emerge in tutta evidenza dalla “Carta Del Carnaro”. In essa, con estrema chiarezza, si denuncia una logica in divenire di un certo liberal-capitalismo, se ne indica la precisa origine, se ne prevedono tempi, modi, scopi. Soprattutto vi si prevede l’esito a lungo termine dell’azione di queste “forze” e vi si suggeriscono possibili strategie di contrasto. Ancora oggi, anzi, oggi più che mai, sono pagine che potrebbero tornare di grande utilità. Non lo sostengo dall’altro ieri, ma già da svariati anni. Purtroppo il permanere di tic ideologici, sedimenti comportamentali correlati al ripugnante dualismo sopracitato, la preponderanza di interessi consolidati e di appetibili rendite di posizione che dipendono dallo status quo “antropologico” più ancora che politico ed economico, ci condannano al ripetersi dell’eternamente uguale. Sul ciglio del precipizio.
Alcuni testi di “Disobbedisco” esprimono giudizi molto netti nei confronti della politica di viltà che portò in definitiva all’onta di Versailles (la “mano che ordisce in sicurezza e con decoro, e strangola i popoli con catene d’oro”…): è una valutazione estendibile anche alla attuale situazione di dominio dei poteri forti dell’alta finanza apolide?
Questa è l’epoca che verrà ricordata, ammesso che resterà qualcuno per farlo, per quella in cui chi guidava le cose pubbliche perse ogni senso di responsabilità, ogni traccia di senno, ogni attributo etico. Un potere puramente criminale, teso unicamente a scremare profitti dal sangue di centinaia di milioni di lavoratori, di deboli, di non rappresentati. L’iper-liberismo ha significato anzitutto l’abbandono di ogni senso del dovere da parte delle classi dirigenti che si ritrovano, in un sistema di farsesca “democrazia”, a gestire unicamente i loro provilegi di casta, mentre le leve del meccanismo restano saldamente in mano a poteri sovranazionali, non eletti da nessuno. I quali non riconoscono altra autorità e altro interesse che i loro. Altro scopo che la retribuzione massima del capitale a spese della retribuzione del lavoro. Questo è il sistema che noi europei abbiamo voluto adottare alla fine del ventesimo secolo e non ricordo nessuna resistenza contro la globalizzazione ultra-liberista da parte della “Sinistra” e dei sindacati. Appurato questo, non sorprende che certi “recuperatori a sinistra” del Fiumanesimo fingano che tutto ciò non abbia una sua centralità nella vicenda. Infatti, a parte il riconoscere una sorta di Guevarismo ante-litteram, di per sé non disprezzabile, si troverebbero a dover smontare un tassello decisivo della loro impalcatura ideologica. E siamo arrivati al cuore del problema. Ovvero la pregiudiziale “antifascista”. Essa cozza contro un dato di fatto incontestabile che proprio i giorni che stiamo vivendo provvedono a sbattere sotto il muso di tutti. Ossia che il nemico naturale, il solo antidoto alla peste liberista è uno e uno solo: la lotta di popolo. Da qui ad arrivare al “populismo” e da lì al fascismo, nel cerebro di questi signori, il passo è breve. Essi insistono nel gabellare il caleidoscopio dell’internazionalismo proletario, della lotta di classe (quando non stanno al governo o non ricoprono cariche istituzionali). In realtà sono perfettamente consapevoli di essere del tutto impotenti a fronte di questi poteri e si accontentano di contrattare piccole concessioni “di costume” che non intaccano in nulla il monolito. Ma devono almeno fingere di mantenere un nucleo di pensiero forte, ed ecco l’antifascismo, possibilmente “militante”. Fingono di non sapere che il fascismo fu un movimento reducistico e combattentistico, esito della Grande Guerra, che si basò su milioni di uomini reduci delle trincee e avezzi alle armi, giovanilistico, interclassista e, a suo modo, ancora post-risorgimentale. Esattamente tutto ciò che non è più neppur lontanamente rintracciabile nella società italiana, manco con il microscopio. Una simile mancanza di serietà d’argomenti meriterebbe di essere liquidata con una risata, non fosse che fa ancora presa sulla buaggine di molti. Per quanto mi riguarda mi accontenterei che, in primo luogo, si trovassero le forme per indurre tre semplici e “rivoluzionarissime” cose, cioè:
“1) Una cultura nazionale dell’etica del lavoro, che significa precisamente la convinzione che qualunque cosa si faccia in seno alla collettività, dalla cosa più banale a quella più complessa, si ha il dovere di farla al meglio di sé sempre;
2) Sufficiente autostima nel singolo cittadino per sentirsi detentore di diritti inalienabili che nessuno può permettersi di calpestargli;
3) La capacità dei singoli di fare massa unita e solidale a fronte del sopruso subito da un qualunque membro della collettività”.
Aggiungo: anche e soprattutto ai soprusi che arrivano dall’esterno. I nemici dell’umanità, oggi, sono “esterni” a tutto. Ma all’“interno” abbiamo tanti di quei lacché, scherani, sgherri e mignatte che il solo fare un po’ di pulizia occuperebbe probabilmente lo spazio di più generazioni.
http://www.oriononline.info/ianva-lintervista-1/




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