Uganda, 800 bambini soldato salvati da un prete
di
Andrea D'Orazio

Sono stati strappati alla loro terra, alle loro famiglie, quando avevano appena cinque, sei anni al massimo. Rubati, come fossero oggetti, nei villaggi del nord-est dell’Uganda, poi trascinati nelle foreste, addestrati dai guerriglieri all’uso delle armi, alla disciplina marziale e all’omicidio, lontani da una vita che era già poco serena. Sono scomparsi per anni, fino quando la loro terra, nel cuore dell’Africa, non se li è ripresi per ricominciare a pulsare, a produrre frutti che poi diventavano semi, e semi che diventavano vita. A traghettarli, dall’inferno della guerra alla pace della comunità, non sono state le autorità ugandesi ma un uomo solo, un prete, presidente della Commissione per la Giustizia, la Pace e i diritti umani della diocesi di Arua, ai confini con la Repubblica democratica del Congo. Si chiama Emmanuel Maria Vura, ma nel suo villaggio, isolato a centinaia e centinaia di chilometri dalla capitale Kampala, tutti lo chiamano padre Natalino. Nel 2002, alla ripresa degli scontri tra i ribelli dell’Esercito di Resistenza del Signore (Lra) e l’esercito governativo dell’Uganda, Natalino (nella foto, a sinistra) ha deciso di cominciare la sua pericolosa missione: rischiando più volte la vita si è spinto nella foresta, fino alle roccaforti dell’Lra per liberare i bambini soldato che i guerriglieri avevano sequestrato durante le loro razzie nei villaggi del nord. Una missione che sembrava impossibile.
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