Seul prepara le nuove sanzioni.
Pyongyang: "Pronti al conflitto"
SEUL
La Corea del Nord ha minacciato «misure forti», fino alla «guerra generale», nel caso in cui la Corea del Sud decida di promuovere, anche a livello internazionale, l’adozione di nuove sanzioni contro il regime comunista.
La risposta di Pyongyang, che ha negato ogni responsabilità, è stata pressochè immediata di fronte alla "pistola fumante" mostrata da Seul: i pezzi di siluro, la prova "inconfutabile" delle colpe nordcoreane nell’affondamento deliberato della corvetta Cheonan, dello scorso marzo e nella morte di 46 marinai. Una scenario prevedibile, dopo settimane di anticipazioni e mezze ammissioni, che lascia però tante incognite irrisolte per evitare una pericolosa escalation, soprattutto di tipo militare.
La Corea del Sud, come atteso, ha incassato la solidarietà di tutti i principali alleati, dopo aver illustrato i risultati della commissione d’inchiesta internazionale, con esperti anche americani, australiani, canadesi, britannici e svedesi. A cominciare dal presidente Usa, Barack Obama che, valutando «schiaccianti» gli elementi di prova raccolti, ha assicurato «pieno sostegno nella difesa di Seul contro altri atti di aggressione» frutto «dell’inaccettabile» condotta della Corea del Nord e del rifiuto di rispettare le leggi internazionali. E poi a seguire, Gran Bretagna, Australia e Giappone, il cui premier Yukio Hatoyama si è detto favorevole a investire il Consiglio di Sicurezza dell’Onu dell’esame del caso, auspicando «una ferma condanna» di Pyongyang e ribadendo il proposito di discutere con la Cina la ricerca di un percorso d’azione comune.
Pechino, da parte sua, ha invitato alla moderazione con il viceministro degli Esteri, Cui Tiankai che, pur «dispiaciuto», ha spiegato di ritenere «nell’interesse di tutti i Paesi della regione» gestire correttamente la situazione per mantenere la stabilità e la pace nella penisola coreana. «Speriamo solo - ha aggiunto - che tutte le parti lavorino insieme per creare le condizioni per il riavvio dei colloqui» a Sei, quelli sul disarmo nucleare di Pyongyang in fase di stallo da dicembre 2008. Il segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon, ex ministro degli Esteri di Seul, ha manifestato «grande preoccupazione», promettendo di seguire «gli sviluppi della vicenda da vicino». E a ragione, perchè l’ipotesi naturale che si va profilando è un passaggio al Consiglio di Sicurezza con inasprimento delle sanzioni contro Pyongyang (rispetto a quelle del 2009, decise dopo il secondo test nucleare), le cui relazioni commerciali sono pressochè simboliche con il resto del mondo, se si esclude la Cina, il principale benefattore.
Pechino ha sempre cercato di evitare scelte nette tra le due Coree, ma potrebbe ora essere costretta a prendere posizione per la gravità dei fatti. La prossima settimana, nella capitale cinese è atteso il segretario di Stato americano, Hillary Clinton (domani sarà a Tokyo) che il 26 maggio, andrà a Seul. Per gli Usa, il calcolo è complicato. L’amministrazione Obama ha appena strappato il sostegno della Cina al quarto round di sanzioni Onu contro l’Iran sui piani nucleari. Ma l’immagine internazionale della Cina sarebbe colpita di fronte a una debole reazione verso atti di guerra. La prudenza ha consigliato, per ora, di temporeggiare sulle richieste di aiuti economici fatte dal ’caro leader’ Kim Jong-il nel viaggio in Cina (3-7 maggio), il primo dal 2006. In attesa di dipanare la matassa.
Venti di guerra tra le due Coree - LASTAMPA.it




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