Liberali e cristiani:
la strada è la stessa
di Camillo Ruini [5 dicembre 2008]
Il libro di Marcello Pera Perché dobbiamo dirci cristiani. Il liberalismo, l’Europa, l’etica è decisamente importante in sé ed è ancora più importante per la lettera inconsueta che Benedetto XVI ha scritto al suo Autore. Si può dire che è un libro a tesi, in senso positivo, in quanto sostiene una posizione dichiarata con chiarezza fin dall’inizio e poi argomentata attraverso tutte le pagine. Già nell’introduzione Marcello Pera scrive: «La mia posizione è quella del laico e liberale che si rivolge al cristianesimo per chiedergli le ragioni della speranza». La conclusione di tutto il percorso, e anche di ciascuno dei tre capitoli in cui il libro si articola, è quindi che «dobbiamo dirci cristiani»: una conclusione forte e in buona misura contro corrente, cosa di cui l’Autore è ben consapevole.

Il libro si colloca pertanto dentro al grande dibattito riguardo al cristianesimo che attraversa da alcuni anni, con nuovo vigore, tutto l’Occidente. Un dibattito che si muove tra due poli: quello di coloro che vorrebbero espungere il cristianesimo dalla nostra cultura pubblica, o almeno ridimensionare la sua presenza, e quello di coloro che cercano invece di mantenere e rimotivare questa presenza, ritenendola oggi particolarmente necessaria e benefica. […] L’Autore dedica giustamente molta attenzione a precisare il senso nel quale dobbiamo dirci cristiani se intendiamo essere autenticamente liberali, se vogliamo che giunga a compimento il processo dell’unificazione europea, se desideriamo invertire la tendenza alla deriva dell’etica. Centrale è qui la distinzione tra “cristiani per fede” e “cristiani per cultura”. Ai fini predetti, occorre essere cristiani per cultura, mentre non è e non può essere necessario essere cristiani per fede: quest’ultima è una scelta che appartiene alla vita personale di ciascuno di noi, al mistero del nostro rapporto con Dio.

Non basta tuttavia, secondo Marcello Pera, trincerarsi nel solo “cristiani per cultura”: è necessario superare un razionalismo chiuso e aprirsi all’ampiezza dell’esperienza umana, non amputandola della presenza nella nostra vita del senso del divino, del mistero, del sacro e dell’infinito.È necessario dunque essere aperti al “salto” della fede, senza per questo esigere in alcun modo che esso sia effettivamente compiuto. […] All’interno di questo quadro generale il percorso di ciascuno dei tre capitoli è naturalmente differenziato in rapporto ai temi trattati. Non essendo possibile qui seguire la trama dei singoli sviluppi mi limiterò ad alcuni punti nodali che mi sembrano più rilevanti. Il primo, che l’Autore affronta espressamente solo nel terzo capitolo ma che gioca un ruolo essenziale in tutto l’impianto del libro, riguarda il rapporto tra liberalismo e relativismo. La posizione di Pera è netta: «Se il relativismo è corretto, il liberalismo sbaglia con la sua pretesa di validità universale, con i suoi diritti di tutta l’umanità, con la sua idea di produrre un regime migliore degli altri».

Perciò il relativismo è incompatibile con il liberalismo, e a maggior ragione con il cristianesimo il cui Fondatore ha detto: «Io sono la via, la verità e la vita» (Gv 14,6). Viene rovesciata così la tesi diffusa che un atteggiamento relativistico sia invece indispensabile per la realizzazione di una società libera. Un po’ ovunque nel libro si mette in evidenza come il liberalismo autentico ed originario – quello dei “Padri”, individuati principalmente in John Locke, Thomas Jefferson ed Immanuel Kant – sia la dottrina dei diritti fondamentali dell’uomo in quanto uomo – i diritti oggi riconosciuti dalle carte internazionali – che precedono come tali ogni decisione positiva degli Stati e si fondano su una concezione etica dell’uomo ritenuta vera e trans-culturale. Sempre in riferimento ai “Padri”, l’Autore sottolinea la matrice teista e cristiana di tali diritti, iscritti nella nostra natura dal Creatore: per questo, come afferma la Dichiarazione di indipendenza americana, «tutti gli uomini sono creati uguali,… dotati dal loro Creatore di alcuni diritti inalienabili».

Così, mentre da una parte si conferma l’incompatibilità del liberalismo con il relativismo, dall’altra emerge il suo “nesso non estrinseco”, storico e concettuale, con il cristianesimo. Un pregio del libro è l’aver sottoposto a un esame approfondito le posizioni e le motivazioni di alcuni principali teorici del liberalismo che non condividono questa tesi, tra i quali anzitutto John Rawls e Jürgen Habermas (quest’ultimo non un liberale in senso stretto). Essi sostengono l’autosufficienza del liberalismo politico, nel senso che esso non si basa su alcuna lettura “pre-politica” – etica, metafisica o religiosa che sia – e anche che esso distingue e separa la sfera pubblica, non religiosa, dalle sfere private, religiose o di altro tipo: anche se poi questa separazione dagli stessi autori – soprattutto da Habermas – è in buona misura attenuata e corretta, con il risultato però di rendere le loro posizioni alquanto incerte e anche non troppo coerenti. Marcello Pera mostra come questa autosufficienza del liberalismo sia soltanto apparente, mentre in realtà esso presuppone il riconoscimento dell’altro come persona e come fine in se stesso […]

A questo punto è possibile dar conto più rapidamente di altre tesi qualificanti di questo libro. In particolare di quella riguardante il multiculturalismo, che l’Autore esamina giustamente subito dopo aver parlato del relativismo, con il quale il multiculturalismo ha un legame profondo. Non si tratta semplicemente del dato di fatto che le società moderne sono complesse e contengono al loro interno minoranze, comunità, gruppi di varie etnie e culture. Specifica e decisiva dell’approccio multiculturale è la convinzione che non possano esistere criteri per valutare se una cultura sia migliore o peggiore di un’altra: ogni forma di cultura avrebbe infatti caratteristiche proprie e irriducibili e meriterebbe il medesimo rispetto delle altre.

Marcello Pera riconosce senz’altro il contributo delle culture alla formazione dell’identità delle persone e alla stessa vita di una società libera, a condizione però che siano rispettati, e prevalgano su ogni differenza culturale, i diritti fondamentali e naturali delle persone. Proprio qui il multiculturalismo mostra il proprio limite, perché la sua logica interna lo conduce a misconoscere il carattere universale e inalienabile di tali diritti. Le sue conseguenze pratiche sono a loro volta spesso incresciose: esso rende la più ampia società insicura di sé e può condurla a ripudiare la propria identità sia culturale sia religiosa, e d’altro canto non facilità ma ostacola una effettiva integrazione degli immigrati […] Con le grandi domande sul liberalismo, sul relativismo e sul multiculturalismo si connette la questione dell’Europa e della sua identità e unità, in rapporto al ruolo che ha avuto ed ha in Europa il cristianesimo.

A questa questione è dedicato tutto il secondo capitolo del libro, ma qui possiamo limitarci al punto centrale: Marcello Pera individua la ragione chiave delle persistenti difficoltà del processo di unificazione dell’Europa, e in particolare dei fallimenti registrati a proposito della “Carta europea”, nel rifiuto di riconoscere adeguatamente il ruolo svolto dal cristianesimo per la formazione dell’Europa e della sua identità e anche per la costruzione dello Stato liberale: è vero infatti che le tradizioni dell’Europa sono composite e che nell’arco dei secoli è avvenuta un’ampia mescolanza di culture, ma l’anima dell’Europa è il cristianesimo, che ha articolato, fuso e portato ad unità queste diverse culture e tradizioni, componendole in un quadro che ha fatto dell’Europa il “continente cristiano”.

E tuttora il cristianesimo, come ha riconosciuto Habermas, è la sorgente a cui si alimenta quella che lo stesso Habermas definisce “l’autocomprensione normativa della modernità”, senza che siano disponibili a tutt’oggi opzioni alternative. Non riconoscere questo dato decisivo, e voler fondare invece l’unità europea soltanto su di un astratto “patriottismo costituzionale”, come sembra proporre Habermas, lascia l’Europa senza una precisa identità e senza un principio realmente unificante, oltre a dividere l’Occidente allontanando l’Europa dall’America. Per questi motivi l’Autore conclude senza esitazioni: «L’Europa deve dirsi cristiana», incontrando di nuovo il forte consenso di Benedetto XVI che gli scrive: «Di importanza fondamentale è la Sua analisi di ciò che possono essere l’Europa e una Costituzione europea in cui l’Europa non si trasformi in una realtà cosmopolita, ma trovi, a partire dal suo fondamento cristiano-liberale, la sua propria identità».

In rapporto al problema del fondamentalismo religioso, e in particolare del fondamentalismo islamico, il libro entra anche nella tematica del dialogo interreligioso, al quale la Chiesa ha invitato i cattolici fin dalla Dichiarazione Nostra aetate del Concilio Vaticano II. Marcello Pera afferma nettamente che un tale dialogo, «in senso tecnico e stretto» non può esistere, perché presuppone che gli interlocutori siano disponibili alla revisione e anche al rifiuto delle verità con cui iniziano lo scambio dialettico, mentre le religioni, e specialmente le religioni monoteiste e rivelate, hanno ciascuna la propria verità e i propri criteri per accertarla.

Perciò, richiamandosi all’invito al “dialogo delle culture” con cui Benedetto XVI concludeva la sua celebre lezione di Regensburg, propone che tra le religioni si instauri questa seconda forma di dialogo, che riguarda non il nucleo dogmatico ma le conseguenze culturali – in particolare di tipo etico – delle diverse religioni, ossia i diritti attribuiti o negati all’uomo, i costumi sociali consentiti o proibiti, le forme di relazioni interpersonali ammesse o censurate, gli istituti politici raccomandati o vietati. Questo dialogo interculturale tra le religioni può essere dialogo in senso stretto e può condurre gli interlocutori a rivedere le proprie posizioni iniziali, correggerle, integrarle e anche rifiutarle, senza che ciò implichi necessariamente una messa in discussione del proprio nucleo dogmatico.

Il patrimonio morale dell’umanità, inalienabile e non negoziabile, rappresenta secondo Pera il grande terreno comune di questo dialogo [...] Un ultimo punto a cui vorrei accennare è quello della “parabola dell’etica liberale”, di cui si parla verso la fine del libro. Prendendo come riferimento dapprima Kant, poi John Stuart Mill e infine le interpretazioni del liberalismo attualmente prevalenti, Marcello Pera traccia la parabola seguente: con Kant la legge morale è la legge (cristiana) dell’imperativo categorico, con cui la ragione universale comanda, in modo altrettanto universale, la volontà. Questa legge impone il rispetto della persona. Con Stuart Mill la legge morale è la legge (utilitaristica) che comanda come buone l’azione o la regola a cui segue il massimo di utilità per tutti. Tale legge impone il rispetto della libertà. Per le correnti oggi prevalenti non esiste alcuna legge morale universale, né religiosa né laica, e – limitatamente al mondo liberale, in concreto occidentale – vale il rispetto delle libere scelte di valore degli individui.

Siamo dunque passati dall’universalità alla relatività e dalla persona al soggetto che è unica norma a se stesso. L’Autore ne trae la conseguenza che anche qui ci troviamo di fronte a quel bivio del liberalismo, tra cristianesimo e laicismo, che egli aveva già indicato all’inizio del suo libro. A questo punto il bivio si può articolare così: o il liberalismo si sposa con una concreta dottrina del bene, in particolare quella cristiana che gli è congenere, e allora esso ha qualcosa da offrire alla crisi morale contemporanea, o invece il liberalismo si professa autosufficiente, “neutrale” o “laico”, e allora diventa un moltiplicatore della crisi stessa.

http://www.liberal.it/dettaglio.asp?id=1191