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    Iscrittoa***dal14/12/2004
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    Red face Un proposito per l'anno nuovo

    Quando principia un nuovo anno può essere più facile realizzare un proposito che -pur volendo- non abbiamo avuto la forza di concludere durante quello passato.

    L'articolo è di parte, ma istruttivo.




    E Hitler ordino' : "Guerra al fumo, vizio da ebrei"



    VERDI Lo storico americano Robert N. Proctor riconosce ai nazisti il primato nella ricerca contro il cancro e nella difesa dell' ambiente. Con qualche contraddizione E Hitler ordino' : "Guerra al fumo, vizio da ebrei" In un libro tutte le battaglie ecologiste del Terzo Reich. E i loro risvolti razziali I consigli di Himmler alle sue SS: "Mangiate solo cibi naturali" DAL NOSTRO CORRISPONDENTE BERLINO Furono i pionieri dell' alimentazione biologica, padrini ante litteram dell' attualissima battaglia contro il "Gm Food", il cibo modificato geneticamente. Si convinsero per primi che additivi, conservanti e coloranti provocassero il cancro. Rilanciarono su grande scala i rimedi naturali. Guidarono la lotta alla vivisezione e le campagne per la protezione delle specie minacciate, prima fra tutte la balena. In altre parole, difesero l' ambiente naturale da ogni eccesso della mano umana. Furono insomma i primi verdi, campioni dell' ecologismo. Chi erano? I nazisti. Non si rivela nulla di nuovo, nel mettere a fuoco la turgida vena ambientalista, che attraversa le fondamenta ideologiche e la prassi quotidiana del regime hitleriano. Senza dover invocare l' aiuto di Ernst Junger e della sua riflessione su citta' e natura in "Eumeswil" (edito in Italia da Rusconi), basterebbe rimanere, piu' terra terra, alle pretese di Heinrich Himmler, il capo delle SS, secondo il quale il popolo tedesco era "l' unico al mondo ad avere un' attitudine decente verso gli animali". Oppure ricordare le scelte vegetariane dello stesso Hitler (e del suo cane Blondi) o le campagne anti - fumo lanciate dal Terzo Reich, che proibirono il tabacco in molti luoghi pubblici e nelle caserme della Luftwaffe. Esempi che pero' , da soli, rischierebbero di confinarci nell' aneddotica. Ci pensa lo storico americano Robert N. Proctor, col suo libro "The Nazi War on Cancer" appena pubblicato dalla Princeton University Press, a fornire il primo studio sistematico sulla dimensione verde del regime nazista. Si tratta di una ricerca approfondita e puntuale di quanto lontano si fosse gia' spinto il Terzo Reich sui percorsi alternativi della scienza, della medicina, degli stili di vita oggi cosi' in voga nella civilta' post - industriale dell' Occidente. Furono ricercatori tedeschi finanziati dal nazismo a dimostrare per primi il collegamento tra nicotina e tumori, identificando anche i rischi del fumo passivo. La campagna contro le sigarette fu capillare e giunse perfino a proibire i manifesti pubblicitari troppo seducenti, quelli pieni di donnine e auto veloci. Naturalmente, tutto veniva infiocchettato nella propaganda di regime, dove il salutista Hitler, che aveva rinunciato al vizio del fumo, primeggiava leggero su Churchill e il suo eterno sigaro. Di piu' , la campagna anti - nicotina, pur avendo basi scientifiche, veniva messa al servizio dell' antisemitismo e l' uso del tabacco legato alle cosiddette "razze inferiori" come gli ebrei e gli zingari. Secondo Proctor, una delle molle che spinse i nazisti verso strade alternative fu la diffidenza nei confronti della scienza tradizionale, sospetta ai loro occhi perche' dominata dagli studiosi di origine ebraica. E questo spiega anche le contraddizioni delle loro iniziative, capaci allo stesso tempo di denunciare correttamente come carcinogeni i cibi artificiali, i pesticidi, lo scarso uso di fibre nell' alimentazione, e di sostenere che i tumori avessero un' origine razziale: nella vulgata hitleriana, alcune etnie, in primis quella ebrea, erano piu' vulnerabili di altre. I cento esempi contenuti nel libro di Proctor illustrano alla perfezione proprio questo strano miscuglio di progresso e barbarie, di scienza e follia. Fu Himmler, il teorico dello sterminio degli ebrei, il promotore piu' convinto del fondamentalismo ecologista della Germania hitleriana. Come racconta Joachim Fest nel suo "Das Gesicht des Dritten Reich" (Il volto del Terzo Reich), il capo delle SS raccomandava ai suoi sottoposti prime colazioni a base di porri crudi e acqua minerale, allevava polli biologici e si occupo' a lungo del problema delle patate lesse, finanziando diverse ricerche sul tema, ma non riuscendo mai a decidersi tra i dietologi secondo i quali era meglio mangiarle pelate e quelli che le prescrivevano con la buccia. Il Reichsfuhrer delle SS aveva sposato un' infermiera, Margarete Boden, e da lei aveva ricevuto la passione per le erbe mediche, l' omeopatia, i bagni nel fieno d' avena. Arrivo' perfino a ordinare la produzione di erbe medicinali e miele organico nel campo di sterminio di Dachau: era un suo amico, il dottor Fahrenkamp, a dirigere il piccolo paradiso verde in mezzo al lager. Robert Proctor racconta anche dell' ostilita' del nazional - socialismo alla vivisezione. Un grande poster pubblicitario, riprodotto nel libro, mostra centinaia di cani e gatti che fanno il saluto nazista urlando "Heil Goering". Non doveva essere un fronte poi cosi' impegnativo, per un regime che allo stesso tempo incoraggiava nei lager gli esperimenti su cavie umane, definite "esseri indegni di vivere". Ma lo storico americano rifiuta ogni giudizio moralistico e semplicistico. Non tutta la scienza nazista fu cattiva scienza: non c' e' dubbio che senza sigarette i rischi del carcinoma diminuiscano o che i semi di soia facciano bene. E non e' perche' Hitler non fumasse o Himmler osservasse una dieta biologica, che i teorici delle campagne antifumo o i fautori dei cibi organici possano essere inibiti o sentirsi in imbarazzo. Paolo Valentino

  2. #2
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  3. #3
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    da http://www.zadig.it/news2003/med/new.php?id=0002

    (...)

    Ma riprendiamo il filo della storia: in una lettera del 9 novembre 1931 dal carcere torinese, Antonio Gramsci chiede alla cognata Tania di mandargli cartine per sigarette: "Forse ti fa maraviglia che io consumi tante cartine, mentre ti ho scritto che ho ridotto di molto il consumo del tabacco; non c'è contraddizione tra i due fatti, anzi essi sono strettamente dipendenti l'uno dall'altro. Ho imparato che riducendo le cartine, cioè ritagliandole in altezza e in larghezza, si possono fare tante piccole sigarette (tre invece di una) e quindi si può fumare tre volte un pochino, ma quanto è sufficiente per togliere il bisogno. I carcerati fumano tre volte la stessa sigaretta (la fumano a sezioni) e poi utilizzano nuovamente le mozze; questa pratica mi è disgustosa e preferisco la mia soluzione che però domanda molte cartine (…). Credo che riuscirò a fumare molto poco, se non addirittura a smettere completamente fra qualche altro tempo. E' vero però che il fumare poco è legato anche al grado di intensità del lavoro intellettuale; leggo poco e penso meno, cioè non faccio che pochi sforzi intellettuali e perciò posso fumar poco. Non riesco a concentrare l'attenzione su un argomento; mi sento spappolato intellettualmente così come lo sono fisicamente".


    In quegli anni di sofferenza e persecuzioni il fumo è certamente una schiavitù penosa, che però dispensa piacere, consolazione, capacità di concentrazione, forza d'animo. E nella difesa d'ufficio che Pintor fa del fumo sembrano risuonare quel mondo e quei ricordi. Fumare, per quella generazione, poteva voler dire anche antifascismo. Lo dimostra a contrario il fatto che la prima crociata contro il tabacco la fece proprio Hitler. "E' con il Nazismo che per la prima volta nel mondo moderno si instaura la dittatura del salutismo" spiega lo storico Robert Proctor, autore dello straordinario La guerra di Hitler contro il cancro (Rafaello Cortina, 2000). "Gesundheit uber alles" era il motto che forgiava la vita nel Reich. A partire dai capi. Hitler non fumava, così come Mussolini. L'asse in verità era incrinato dal debole Hirohito, che indulgeva al vizio. In Germania, dal 1933 in poi, le campagne di dissuasione dal fumo erano martellanti e riguardavano in primo luogo le donne, sia perché il fumo veniva considerata un'abitudine licenziosa, sia perché si reputava (forse non a torto) che indebolisse il potere generativo. Ciò non impediva di fumare a personaggi del rango di Herman Goring o di Eva Braun, ma farlo alla presenza del Fuhrer era vivamente sconsigliato. Nei dodici anni di regime vennero adibiti locali pubblici, ristoranti e carrozze ferroviarie per non fumatori, si producevano sigarette senza nicotina proponendo a chi voleva disassuefarsi speciali gomme da masticare, pasticche allo zenzero e prodotti specifici come "Nicotilon" e "Analeptol". Nulla di nuovo sotto il sole, insomma.


    Agli inizi degli anni trenta, grazie agli studi di Fritz Lickint, era già chiaro che la nicotina sviluppava dipendenza nel fumatore e nuoceva alle coronarie. E sempre in quegli anni gli epidemiologi tedeschi sono i primi al mondo a stabilire una correlazione significativa fra fumo di sigaretta e tumore al polmone; un compito non facile, se si pensa a quanto rara fosse la malattia allora. D'altra parte il consumo di sigarette in Germania era passato dagli 8 miliardi nel 1910 ai 30 miliardi nel 1925, e i risultati si cominciavano a vedere in termini di cancri alla gola e ai polmoni. In un primo tempo la comunità medica imputa l'epidemia al diffondersi delle automobili e alle asfaltature stradali, ma ben presto si individua il colpevole confrontando il numero di neoplasie in fumatori e non fumatori. Dagli studi di Lickint, e poi di Franz Muller e di Schainer e Schoniger emerge che i fumatori accaniti rischiano dalle sei alle dieci volte in più di contrarre la malattia rispetto ai non fumatori. Karl Astel, antisemita, igienista della razza e propugnatore dell'eutanasia per i malati psichiatrici, diventa il fervente direttore dell'Istituto per la ricerca sui rischi del tabacco di Jena, e anche grazie ai suoi studi si individua nel catrame il primo responsabile del tumore polmonare. Intanto Hitler regala un orologio da tasca d'oro ai gerarchi che smettono di fumare e in tutto il paese si aprono centri per aiutare a smettere. Non stupisce quindi che una delle forme di resistenza sotterranea al regime hitleriano presso i giovani fosse, oltre alla passione per la musica jazz e lo swing, il fumo smodato durante feste clandestine, soprattutto da parte delle donne.


    (...)

  4. #4
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