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    Predefinito CULTURA - Cos'è la Destra, cos'è la Sinistra

    La Destra e la Sinistra

    di Andrea Gasperini



    Mi ha fatto molto piacere l’invito che mi è stato fatto perché il tema "Destra e sinistra", che affronterò questa sera, mi è caro dal momento che mi considero una persona di destra e non ho difficoltà a dirlo.

    Anche se oggi, come di dice, c’è il crollo delle ideologie di fatto ci sono in giro persone di sinistra e persone che non sono di sinistra e credo che abbia ancora senso parlare di "destra" e "sinistra" , anche se nel linguaggio comune si fa tanta confusione. Pensate che in Russia adesso gli ultracomunisti sono considerati la destra e quelli che vorrebbero eliminare il comunismo la sinistra, ma la confusione non è un problema. C’è sempre stata un po’ di confusione e ci sarà sempre. Cerchiamo invece di fare chiarezza su cosa intendiamo noi per "destra" e "sinistra".

    Quando si parla di questioni dove c’entrano le parole è bene andare subito a vedere dove queste hanno origine. Qualsiasi manuale, libro o dizionario di politica andate ad aprire questo vi dirà che la distinzione tra "destra" e "sinistra" è nata al tempo della Rivoluzione francese. Voi sapete che la Rivoluzione francese non è nata come rivoluzione . Ci fu una convocazione degli Stati Generali da parte del re (naturalmente semplifico molto); poi questi Stati Generali, che erano il Parlamento della Francia medievale, si sono trasformati in assemblea costituente e da lì è nato quel processo che ha portato ai massacri della Vandea. All’interno di questo processo ad un certo punto gli Stati Generali si trasferiscono nella sala del maneggio alle Tuillieres.

    Questa sala aveva la forma del Parlamento inglese: un grande salone rettangolare con banchi a destra e banchi a sinistra. Lì casualmente (poi vedremo quanto casualmente) presero posto a destra i difensori del trono e i difensori dell’altare, anche se questa espressione verrà in uso solo dopo qualche anno, ma noi la capiamo perfettamente. A sinistra si misero invece i "filosofi"; i parlamentari, soprattutto del terzo stato, contrari all’ancien regime. Fu una triste fine quella della prima destra. Molti finirono ghigliottinati; qualcuno, più fortunato, riuscì a fuggire prima che la situazione degenerasse e qualcun altro riuscì a morire nel proprio letto non essendo stati rieletto nei parlamenti francesi successivi. Fin dall’inizio questi poveretti si trovarono a dover combattere con avversari numericamente superiori, ma questa sarebbe stata una costante della destra nel tempo e con una sinistra che aveva pensato bene di organizzare una claque a sé favorevole la quale faceva sì che tutti gli oratori della destra al momento di parlare si trovassero subissati di fischi o dal lancio di oggetti. Da quel momento dunque "destra" ha significato "difensore dell’ancien regime, difensore del trono e dell’altare" dandole quell’aureola di conservazione e di tradizionalismo.

    Mi è sembrato opportuno fare questo breve escursus storico per dire che il termine "destra" e "sinistra" nel linguaggio politico è recente. Questo termine comunque, sempre nell’intento di chiarirne il significato ci consente di fare un po’ di analisi del linguaggio. Non vi dico una cosa nuova se vi ricordo che il termine "destra" in genere è collegato a qualcosa di favorevole. Pensate ad esempio al braccio destro, mentre invece si cita la sinistra per indicare un luogo sinistro, un personaggio sinistro, o un tiro "mancino". Le assicurazioni inoltre chiamano gli incidenti "sinistri". Il linguaggio dunque è abbastanza chiaro: ciò che è destra è in genere favorevole, quello che è "sinistra" è in qualche modo oscuro, sfavorevole.

    Se alziamo un attimo lo sguardo dal linguaggio comune e ci rifacciamo ad un testo scritto ben prima della Rivoluzione francese, il quale gode di garanzie piuttosto alte, vediamo che la parola "destra" e "sinistra" è usata sempre in modo abbastanza inequivoco. Il testo in questione è la Sacra Scrittura. Già nell’antico testamento, al Salmo 110 (si ritiene che i Salmi siano stati scritti da Davide) si legge: "Oracolo del Signore al mio signore, siede alla mia destra finché io ponga i miei nemici a sgabello dei tuoi piedi". Ovvero la persona fedele siede alla destra. Ma senza andare a scomodare la Bibbia se qualcuno di voi va in chiesa sa che nel Credo, ad un certo punto, si recita: "…(il Figlio) siede alla destra del Padre…". C’è anche un brano del Vangelo di Matteo che vorrei leggervi. Siamo praticamente a ridosso della Passione di Nostro Signore Gesù Cristo e vengono riportate le ultime profezie sulla fine del mondo. A proposito del giudizio finale Gesù dice: "Quando verrà il figlio dell’uomo sulla terra nella sua maestà con tutti gli angeli si assiederà sul trono della sua gloria e tutte le nazioni saranno radunate davanti a Lui, ma egli separerà gli uni dagli altri come il pastore separa le pecore dai capri. E metterà le pecore alla sua destra e i capri alla sua sinistra. Allora il re dirà a quelli che stanno alla sua destra: venite benedetti dal Padre mio , prendete possesso del regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo perché ebbi fame e mi deste da mangiare, ebbi sete e mi deste da bere, fui pellegrino e mi albergaste, ero nudo e mi rivestiste, infermo e mi curaste, carcerato e mi veniste a trovare. Allora i giusti gli risponderanno: Signore, quando noi ti vedemmo affamato e ti demmo ristoro, assetato e ti demmo da bere, quando ti vedemmo pellegrino e ti alloggiammo, nudo e ti rivestimmo; quando ti vedemmo infermo o carcerato e siamo venuti a visitarti? E il re risponderà loro: in verità vi dico, ogni volta che avete fatto questo ad uno dei più piccoli dei miei fratelli lo avete fatto a me. Infine il re dirà a quelli che stanno alla sua sinistra: andate lontano da me maledetti nel fuoco eterno preparato per il diavolo e i suoi angeli perché ebbi fame e non mi deste da mangiare, ebbi sete e non mi deste da bere, fui pellegrino e non mi albergaste, nudo e non mi rivestiste, infermo e carcerato e non mi visitaste. Allora anche questi gli risponderanno: Signore, quando noi ti abbiamo visto affamato, assetato, pellegrino, nudo infermo, carcerato e non ti abbiamo assistito? Ma Egli risponderà loro: in verità vi dico, ogni volta che non lo avete fatto ad uno di questi più piccoli non lo avete fatto nemmeno a me; e costoro andranno all’eterno supplizio , i giusti invece alla vita eterna" (Mt 25; 31 e seg.). Strani brani, però tutti concordi con il linguaggio comune.

    Nessuno di noi sa spiegare perché quando scoppia la Rivoluzione francese i difensori del trono e dell’altare se ne vanno a destra mentre gli altri, i rivoluzionari, se ne vanno a sinistra. Sarà stato un caso, ma uno di quei "casi" un po’ provvidenziali della storia, come talvolta è dato di incontrare. Non so ad esempio se qualcuno di voi ha fatto attenzione al numero 17. Ci sono tre date abbastanza significative che comprendono il 17: 1517 esplode la Riforma protestante, prima tappa della rivoluzione moderna; 1717 fondazione della loggia massonica di Londra; 1917 presa del potere da parte dei bolscevichi in Russia.

    Pensiamo inoltre alla profezia di Fatima, nella quale la Madonna predisse il crollo del comunismo dopo il verificarsi di certi avvenimenti, come l’attentato al Papa, la consacrazione della Russia al cuore immacolato di Maria. Sarà anche questo un caso, ma come si legge nei buoni manuali di teologia la Madonna porta immancabilmente al suo divin figlio Gesù, così la profezia di Fatima si è simbolicamente avverata il giorno che è stata ammainata la bandiera rossa sul Cremlino, proprio il giorno di Natale. Sono piccole cose, piccoli casi della storia, ma la storia è fatta dal supremo ordinatore di tutte le cose e noi chiamiamo "caso" ciò che non riusciamo a spiegare, anche se una spiegazione c'è per tutto.

    Scusatemi la parentesi. Dicevamo che nel 1789 forse non è stato un caso la divisione dei rappresentanti dei tre stati, ma quel primo gesto di un manipolo di uomini ha avuto un grande significato simbolico. Di significati simbolici ne potrei citare degli altri. Ad esempio nella lingua spagnola, inglese e francese le parole "destra" e "diritto" sono contraddistinte dallo stesso vocabolo. In spagnolo "derecio" significa "diritto" ma anche "destra" e così anche nelle altre lingue citate. Tutte queste cose ci dicono qualcosa. Ci dicono che va a destra, che sta a destra l’uomo giusto, l’uomo retto, che fa il bene, l’umile, il mansueto; mentre va a sinistra chi non fa il bene, chi è oscuro, tenebroso. Nella Bibbia si parla di uomini lascivi e si fa il paragone con il capro, il classico animale simbolo satanico.

    A questo punto dunque abbiamo una immagine abbastanza precisa di due soggetti diversi: l’uomo retto e l’uomo non retto. Da quello che abbiamo solo accennato fino a questo momento esce una immagine della destra come posizione, non soltanto della persona, che fa il bene (il che già non è poco) ma anche di una persona virtuosa e voi sapete che la virtù è la disposizione dell’animo a fare il bene. Da questi piccoli tentativi di analisi dunque esce l’immagine di una destra e di una sinistra che si caratterizzano non tanto da un punto di vista dottrinale, quanto da quello del "cosa si fa", degli atteggiamenti, i comportamenti; tanto è vero che se andiamo a scartabellare la storia ci si accorge facilmente che anche quelli che possono sembrare ideali di destra spesso e volentieri vengono arruolati dalla sinistra. Il nazionalismo ad esempio è considerato un valore primario della destra, ma pensate al nazionalismo moderno, ce quando nasce è nazionalismo giacobino. Il buon Milosevic (buono si fa per dire) ai giorni nostri si fa paladino del nazionalismo serbo, pur essendo un comunista ortodosso; forse l’ultimo capo comunista europeo rimasto al potere. I più tenaci oppositori di Eltsin si definiscono "nazional-comunisti".

    Anche all’interno del mondo cattolico, dove si crede in Dio, non si fa fatica a scoprire persone di sinistra. Il defunto padre Balducci era certamente una persona di sinistra e non mi sognerei di dire che non fosse cattolico, pur con le sue idee certamente molto discutibili e particolari. Non contano dunque, secondo me, tanto le idee quanto l’atteggiamento. Le idee di "destra" e quelle di "sinistra" possono cambiare. Voi potreste dire: l’uomo di destra è per l’autorità e l’uomo di sinistra è contro l’autorità. Io obietterei subito: vediamo dove siamo. Chi in questo momento si trova nella Cina popolare non credo, anche se di destra, rispetti più di tanto l’autorità. L’uomo di destra è per la proprietà privata. Certo, in una situazione in cui questa è tematicamente non rispettata l’uomo di destra è per la proprietà privata ma in una situazione, ad esempio, in cui la proprietà sia abusata da poche persone a danno della moltitudine l’uomo di destra con altrettanta franchezza e sincerità cercherà di arrivare ad una ridistribuzione dei beni. Voi sapete che negli USA l’ala marciante del capitalismo è di sinistra. I "liberal" sono tutt’altro che nemici della proprietà privata mentre i più favorevoli a forme di "socializzazione" della proprietà sono gli esponenti della destra americana, di stampo religioso. Tutto questo è per dire che gli ideali, le idee da propagandare in questo o quel momento dipendono molto da dove ci si trova. Certamente in una situazione di caos l’uomo di destra può essere una persona che auspica l’avvento di uno Stato forte, ma di fronte a Milosevic, per fare un esempio già citato, chi è di destra auspica certamente lo sfascio dell’esercito in Serbia perché questo farebbe uscire quel Paese dal comunismo.

    Cambiano dunque le situazioni, cambiano i momenti ma chi è di destra si scopre momento per momento in questo suo atteggiamento di tendere al bene concreto, a quel che c’è da fare, senza grossi ideologismi e senza grossi schematismi o fissazioni sulle idee. L’uomo di destra porta con sé l’immagine di un uomo retto, concreto, virtuoso, che cerca di fare momento per momento quello che è possibile.

    Vediamo adesso la "sintomatologia" dell’uomo di sinistra. L’uomo di sinistra, a mio avviso, è molto ben esemplificato da due autori che forse non si sono letti a vicenda ma che arrivano alle stesse conclusioni: Giuseppe Prezzolini e Thomas Mollnar. Entrambi identificano la posizione dell’uomo di destra e dell’uomo di sinistra in queste due parole: l’uomo di destra è realista, l’uomo di sinistra è utopista. Che cosa significa utopista? Letteralmente utopia è la combinazione di due parole greche il cui significato è "il luogo che non c’è". L’utopista è colui che sogna una realtà bellissima, futura, che dovrà un giorno avverarsi ma che nessuno ha il piacere di vedere. L’uomo di sinistra dunque è un utopista. E’ colui che denuncia la realtà esistente, che fa grandi proclami; è l’ecologista che denuncia l’impossibilità di vivere su questa terra, è la femminista che lamenta lo sfruttamento della donna oppure lo studente che denuncia l’autoritarismo del mondo docente. La caratteristica dell’uomo di sinistra, dicevamo, è la radicale denuncia della realtà esistente di fronte alla quale si esprime quello che è veramente fondamentale: lo spirito di insoddisfazione. L’uomo di sinistra è fondamentalmente un insoddisfatto. Che sia la femminista, che sia lo studente in rivolta, che sia il figlio scatenato contro i genitori, che sia il proletario e via dicendo l’uomo di sinistra ha una fondamentale attitudine critica di fronte alla realtà che esiste e che spera di sostituire con una realtà mitica, da lui idealizzata, e per arrivarci cerca continuamente di sperimentare qualcosa di nuovo, di riformare il reale esistente, di distruggere ciò che esiste nella speranza che poi possa un giorno avverarsi una sorta di paradiso in terra.

    Ci sarebbe molto da dire su questa mentalità che io spero riconosciate un po’ negli uomini di sinistra che vi circondano. Per quelli un po’ dotti basterebbe ricordare una sola parolina: gnosi, mentalità gnostica; e allora si aprirebbe tutto un mondo. La gnosi è una antica eresia cristiana poi diffusasi nella storia, caratterizzata dall’odio per il reale e che considera il mondo come tutto "male" e lo vuol distruggere. Anche senza andare a scomodare le parole difficili capite come questo senso di insoddisfazione verso l’esistente, che si proietta verso una realtà futura che noi chiamiamo utopista, perché non si avvererà mai, comporta la distruzione incessante di tutto ciò che ci circonda. L’uomo di sinistra fondamentalmente non crea, sa soltanto distruggere. Quando ha finito di distruggere tutto fa come il comunismo in Russia: prende il cappello e se ne va perché non è più in grado di fare altro. Da questo punto di vista ciò che è successo in questi anni è una grande meditazione sulla storia. Osserviamo il comunismo; dove la sinistra si è riprodotta come sotto una campana di vetro, tra i popoli dell’Est Europa isolati da tutto il resto del mondo e su cui grava l’esperimento scientifico marxista. Cosa ci ha consegnato? La distruzione perenne di tutto ciò che esisteva. Avete visto nascere un movimento artistico oppure un tipo di cultura? Quello che i comunisti hanno saputo fare è stato di rapinare dall’Occidente quello che esso creava o inventava.

    Quanto abbiamo detto fino ad ora ci fa capire ad esempio perché la Vandea, un genocidio voluto già dalla prima sinistra. Di fronte a questa perenne insoddisfazione del reale che cosa c’è? C’è la speranza, il mito del mondo nuovo che deve nascere e che sarà diverso da quello esistente. Man mano dunque che si distrugge l’esistente viene alla luce però un piccolo difetto: il mondo nuovo non nasce. Perché questa utopia radiosa, il mondo nuovo dopo la liberazione della donna, dopo la liberazione degli studenti dai professori, dei figli dai padri, dei proletari dai capitalisti e via dicendo non spunta? Anzi, si sta sempre peggio?

    Se il mondo nuovo non nasce i casi sono due: o ci si è sbagliati, e ci vuole una grossa onestà per ammetterlo (qualche volta è anche difficile farlo: se si è messo in piedi una baracca il primo che dice "signori, ci siamo sbagliati" prende una pallottola nella schiena) oppure è perché ci sono ancora dei residui del mondo vecchio che vanno distrutti. Questo spiega un’altra delle costanti della sinistra: i grandi massacri. Dal massacro vandeano alle purghe di Stalin, agli eccidi in Cambogia. Ovunque la sinistra va al potere ineluttabilmente massacra e lungi da me voler giudicare la buona o la cattiva fede. Mi sforzo di vedere l’oggettività. Oggettivamente la sinistra che va al potere, siccome il mondo nuovo non nasce, ha due strade: o riconosce di aver sbagliato, prende il cappello e se ne va; oppure si giustifica dicendo che c’erano ancora i culaki che si opponevano, residui precapitalistici che si opponevano, i vandeani che si opponevano… E via dicendo. Ergo, radere al suolo, distruggere queste persone per poi finalmente far nascere il mondo nuovo. Se questo è l’uomo di sinistra non sarà difficile dedicare poche battute per delineare l’uomo di destra.

    L’uomo di destra non crede nelle utopie, nei grandi piani, nelle grandi ideologie fatte a tavolino. Egli è un realista, il che non significa pragmatista. Pragmatista è colui che cerca di fare cassetta; per il quale i conti devono tornare senza guardare in faccia a nessuno. Realista invece è la persona che sa che di fronte a sé c’è un reale e che questo reale non lo ha fatto lui e che non potrà essere cambiato. Consentitemi adesso di scomodare un concetto teologico un po’ difficile. L’uomo di destra, se cattolico consciamente se non cattolico inconsciamente, è una persona che sa che esiste il peccato originale. Questo significa che in questa valle di lacrime la perfezione non la troviamo. Tutti siamo vittime del peccato. Senza scomodare la teologia diciamo che tutti siamo imperfetti e che tutte le realtà umane sono naturalmente imperfette. Non esiste lo Stato perfetto se non nella "Repubblica" di Platone o ne "La Città del sole" di Campanella. Non esiste la giustizia che funziona perfettamente, non esiste la famiglia che funziona come un orologio o un ambiente umano di lavoro o culturale perfetto. L’uomo di destra questo lo sa e si rende conto che al massimo si potrà permettere nella sua vita di migliorare un pochettino.

    Badate bene, il mio non vuole essere un discorso rinunciatario, anche perché, come diremo in un’altra sede, l’uomo deve operare per migliorare ciò che lo circonda. Con questo voglio dire che l'uomo di destra ad esempio di fronte al mare sporco non fa una geremiade e blocca tutte le industrie del mondo perché cessino di inquinare. A tutti piace vivere in un ambiente più pulito e anche lui si darà da fare per migliorare la situazione ma nei limiti del reale. La prima cosa da fare è una buona analisi sulla base della quale cercare di migliorare un poco. E’ qui che la destra dimostra realmente la propria capacità, la sua bravura. Perché non prefiggendosi di fare il paradiso l’uomo di destra cerca di fare quelle poche cose che di volta in volta sarà possibile fare.

    Questo ci dice anche perché l’uomo di destra è antipatico. Lui non è l’uomo delle grandi denuncie, il grande pamplhettista. E’ quello che si rimbocca le maniche e che si mette a lavorare. Don Bosco è un luminoso esempio. Egli di fronte agli sfasci creati dal capitalismo della Torino della prima industrializzazione, dove donne, uomini e ragazzi venivano sfruttati per 16 ore al giorno, anziché fare grandi proclami di tipo marxista crea Valdocco, la città dei ragazzi; un ambiente in cui i più giovani venivano strappati alla strada, gli veniva insegnato un mestiere, dato un minimo di istruzione e tenuti in salvo. Altra persona fortemente anticomunista, senza per questo voler arruolare nessuno, è Madre Teresa di Calcutta la quale, quando il comunismo si è un po’ sgretolato, ha creato delle case in Albania per curare i malati, dare un minimo di istruzione alle ragazze, ecc.

    Se da tutto quanto abbiamo detto fino ad ora vogliamo tirare le fila vi prego di tenere a mente questi due punti. La differenza, a mio avviso, tra destra e sinistra sta in queste due parole: "realtà" e "utopia". E’ una differenza, più che di dottrina, di atteggiamento. Tante volte capita (e capita più spesso di quanto si creda) di trovare a destra persone di sinistra e a sinistra persone di destra, magari con idee sbagliate però antropologicamente fatte per lo schieramento opposto. Essere di destra o di sinistra non è qualcosa dato per scontato una volta per tutte. Ripensate al brano della scrittura in cui si dice che saremo salvati non perché abbiamo pensato o detto certe cose ma perché abbiamo dato da bere o da mangiare a tizio e a caio.

    Oggi una certa mentalità di sinistra, materialista, ci fa pensare che la carità sia esclusivamente dar da mangiare e da bere, ma c’è anche una certa carità che è quasi più importante ed è quella intellettuale; il dare delle buone idee al prossimo ad esempio. Quando le cose dell’anima sono superiori a quelle del corpo tanto più è importante la carità intellettuale: dare buone idee, buoni libri, propagandare buone cose. L’uomo di destra, a mio modesto avviso, si caratterizza più per le idee che ha che per quello che fa. E’ qui la vera distinzione.

    Joseph de Maistre, autore controrivoluzionario e senza dubbio di destra, in quel suo magico libretto "Considerazioni sulla Francia" ha messo una frase dietro la quale c’è un mondo. Nel libro dice: "La controrivoluzione non è una rivoluzione di segno contrario, ma è il contrario della rivoluzione". Cosa vuol dire questo? Pensate un attimo. Voi avete visto prosperare il mondo comunista che poi è crollato. Bene, il Tirreno - organo di stampa criptocomunista [quotidiano locale della Toscana. n.d.r.]- ha riportato giorni fa la notizia che al "povero" Gorbaciov hanno tolto la limousine nera. I nuovi inquilini del Cremlino il massimo che hanno fatto a Gorbaciov è stato di togliergli la macchia dello stato. Pensate invece che cosa è stato fatto allo zar. Tra le tante cose che mi hanno fatto pensare ci sia stata una mano dal "secondo piano" in quello che è accaduto dal 1989 ad oggi è proprio l’avveramento di questa frase di de Maistre: ""La controrivoluzione non è una rivoluzione di segno contrario". Che cosa vuol dire? Quando Lenin è andato al potere ha sgozzato mezza Russia, tutti quelli che non ci stavano, ed ha istituito la Ceka per uccidere quelli tra i suoi che giorno per giorno dicevano "ma qui mi sembra che si stia sbagliando". La controrivoluzione non ha fatto la contro Ceka, il contro Kgb; non ha sgozzato tutti i comunisti.

    Dove la sinistra, la rivoluzione, distrugge, la controrivoluzione ricrea, ricostruisce. Cerca di riannodare quei fili che gli altri hanno strappato e tenta di ricostruire l’uomo.


    (trascrizione da audiocassetta, non rivista dall’autore)

    http://rassegnastampa.totustuus.it/m...rticle&sid=890

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    Lo spirito di Destra e lo spirito di Sinistra

    di Gustave Thibon


    E' facile definire l'uomo di sinistra come un invidioso o come un utopista, e l'uomo di destra come un soddisfatto o un "realista". Queste formule ci dicono assai poco sulla vera differenza interiore fra questi due tipi di umanità.

    Cerchiamo di vederci più chiaro. Se richiamiamo alla mente, in ogni campo, alcune delle personalità superiori (solo esse, forse, sono capaci di fornire l'ingrandimento necessario per scoprire delle essenze) si impone la constatazione seguente: il grande uomo di destra (Bossuet, De Maistre, Maurras, ecc.) è profondo e angusto, il grand'uomo di sinistra (Fénelon, Rousseau, Hugo, Gide, ecc.) è profondo e torbido. Possiedono entrambi tutta l'apertura umana: portano nelle loro viscere il male e il bene, il reale e l'ideale, la terra e il cielo. Ciò che li distingue è questo: l'uomo di destra, lacerato fra una visione chiara della miseria e del disordine umano e il richiamo di una purità che non si può confondere con alcuna realtà a lei inferiore, tende a separare, energicamente, l'ideale dal reale; l'uomo di sinistra, il cui cuore è più caldo, ma lo spirito meno lucido, è incline piuttosto a confonderli. Il primo, preoccupato di garantire all'ideale la sua altezza e la difficile sua accessibilità, fiuterà volentieri odor di disordine negli "ideali" che circolano per il mondo; il secondo, premuroso di realizzare i suoi nobili sogni e forse un poco schivo delle severe ascensioni sarà portato a idealizzare il disordine. Da una parte si mescola, dall'altra si disgiunge...

    Imbavaglia e mortifica il demone che è in te e nel mondo, dice lo spirito di destra. Fanne un angelo, ci sussurra lo spirito di sinistra. Il guaio è, in quest'ultimo caso, che si può in misura infinitamente più facile travestirlo che trasformarlo.

    L'ascetismo è a destra, il quietismo a sinistra. Il duello tra Fénelon e Bossuet riveste, da questo punto di vista, un immenso significato umano. Bossuet aveva presentato, nel quietismo, il primo indizio, ancora timido e velato, di quella catastrofica confusione di Dio e dell'uomo, che doveva caratterizzare l'età moderna. La corruzione quietista equivale, sul piano religioso, alla corruzione democratica sul piano politico: l'una e l'altra sono il frutto della premura febbrile che anima l'essere impotente il quale, privo ormai di forze per lottare e di riserve per attendere, si affretta, - per realizzare, senza ritardo e senza fatica, il suo sogno di pienezza e di felicità, a confonderlo con qualsiasi cosa. Il quietismo e la mistica democratica consistono nel bruciare le tappe - in sogno! La febbre è a sinistra.

    I grandi pessimisti cristiani, come Pascal o De Maistre, non hanno certamente meno nobiltà o generosità di qualsivoglia altro spirito di sinistra, essi hanno semplicemente una coscienza tragicamente viva dell'abisso che si spalanca tra ciò che è l'uomo e ciò a cui è chiamato: essi sono scettici per rispetto della verità suprema, realisti per amore della realtà del loro ideale. -
    Ci si risponderà: la visione e il riconoscimento sincero della miseria dell'uomo sarebbero dunque sentimenti di destra? Eppure, ecco a sinistra questa premura della verità, questa tendenza a strappar la maschera a ogni cosa, a mettere a nudo tante bassezze indebitamente idealizzate (il freudismo e il marxismo, per esempio, sono a sinistra), mentre a destra si osserva piuttosto il farisaismo, l'oscurantismo, la pia fraus... Potremmo replicare che ci sono anche a destra dei grandi smascheratori (un Pascal, un Nietzsche, ecc.). Ma tuttavia, bisogna confessare che, generalmente parlando, il bisogno di esplorare il sottofondo volgare o impuro dell'uomo e della società è un sentimento di sinistra. L'uomo di destra sente troppo la realtà della bassezza umana per provare il bisogno di gridarla sui tetti, sente altresì istintivamente i pericoli che comporta una simile esibizione, prova infine, di fronte alle miserie dell'umanità, una specie di pudore doloroso che lo porta ad allontanare lo sguardo (tale pudore, di natura essenzialmente aristocratica, degenera, nel tipo "borghese", in farisaismo ipocrita).

    E qui assistiamo a questo curioso paradosso. I politici, i moralisti, gli educatori, ecc. di destra, teoricamente trascurano la bassezza degli uomini e sembrano perfino idealizzare ipocritamente la natura umana (vedi per esempio la loro concezione un po' semplicistica dell'"anima", della "virtù", della "patria", ecc.), ma, praticamente, trattano l'uomo con la prudenza e la severità che la sua miseria esige (i climi spiritualisti furono sempre rigidi); quelli di sinistra, all'opposto, gridano ai quattro venti la materialità e l'impurità fondamentale delle tendenze umane (per esempio le teorie marxiste e freudiane); solo che, dopo questa discesa puramente speculativa agl'inferi, trattano l'uomo da angelo, e il loro ottimismo pratico è illimitato.

    Allora qual è il segreto motore di questa furia smascheratrice? Il desiderio di sorpassare oppure di combattere ciò che l'uomo ha di inferiore o di vile? Il fondamentale anti-ascetismo di tutti questi smascheratori dimostra a sufficienza il contrario. L'anima della loro sincerità è ancora - la sete di idealizzare la bassezza umana! Quando si è provato che gli "ideali" dell'uomo non sono che travestimenti dell'istinto sessuale (freudismo) o moventi economici (marxismo), cioè che la carne e la materia sono l'unica realtà, quale aureola appare contemporaneamente attorno alla materia e alla carne! L'uomo di sinistra stigmatizza a gran voce il male del mondo, ma quel male, in fondo, non lo prende sul serio: per lui esso non è che un accidente superficiale ed effimero; un po' di tempo ancora e svanirà al soffio del "progresso", della "rivoluzione", ecc. Vi sono ancora, certamente, dolorose situazioni psicologiche dovute ai conflitti sessuali, vi sono pure crudeli ingiustizie sociali, ma tutti questi mali spariranno dal giorno in cui l'uomo avrà veramente preso coscienza della realtà sessuale e della realtà economica.

    L'ottimismo freudiano e l'ottimismo marxista sovrabbondano di preziosi insegnamenti: per l'uomo di sinistra, il male illuminato e denunciato è già pressoché guarito, il quale non è in fondo che un malinteso, una specie di posizione falsa presa nel sonno dall'umanità... Vi è forse un modo più sottile e pericoloso di idealizzare il male del presentarlo così esteriore e curabile, evolventesi con tanta sicurezza verso un bene e un equilibrio universale?

    Ma i profeti della rivoluzione denunciano proprio la bassezza umana? No, perché fanno di tale bassezza, l'essenza dell'uomo. Ciò che essi denunciano non è la materia o il peccato (anzi, vi si adattano molto bene, perché non vedono niente al di là), ma il tormento e il dolore inerenti alla materia e al peccato. Dalla materia e dal peccato finalmente organizzati, sviluppati, pervenuti alla piena coscienza e al pieno possesso di sè, essi sperano veder scaturire un paradiso. Possiamo così capire ciò che significhi questa premura di denunciare e di sopprimere tutte le miserie umane. La sventura potrebbe far pensare al peccato: si è quindi indotti a farla finita con il corteggio di dolori che la bassezza dell'uomo trae seco, affinché non vi siano più - finalmente! - obbiezioni contro tale bassezza. Si perseguita il dolore per meglio canonizzare il peccato...

    Infatti il primo compito (e quanti ideali morali e politici si fondano su questo desiderio!) è di rendere indolore la bassezza, di addomesticare e castrare il peccato. Questi idealisti accettano ogni aspetto della caduta - salvo l'aculeo del castigo. Essi cercano e implorano una specie di quiete divina, nella vanità - nella povera gioia e nel povero orgoglio dell'uomo caduto. Non dubitano della fondamentale divinità di quell'uomo e lo spettacolo del male è quindi per loro insopportabile. Fin che il male sussisterà sarà impossibile adorare l'uomo senza riserve: un dio non può e non deve soffrire! Conclusione: volontà di cancellare il male-peccato come un mito, e il male-dolore come un accidente. Dopo di che, tutto nell'uomo sarà ben mescolato, confuso, divinizzato! -Tutto è Dio quando non vi è più né sommità né gerarchia. L'anarchia realizza il cielo a buon mercato.

    Rigidità a destra, promiscuità a sinistra. In tutti i campi l'uomo abbandonato a sè stesso non può che oscillare fra questi due scogli. E in ogni campo, solo un clima morale e sociale vitalmente cristiano può risparmiargli questa scelta amara. Gli abissi della ribellione e della miseria umana, la durezza ascetica di destra li ostracizza, la corta follia di sinistra li traveste, ma il cristianesimo li trasfigura. - A sinistra la vastità impura e febbricosa della palude, in cui si mescolano acqua e terra, miasmi e rugiada, - a destra la purità augusta e gelida delle rigide montagne, - in alto la suprema ampiezza del cielo puro, tenero e senza fondo - del cielo più vasto della pianura, più alto e più vergine delle montagne.


    (tratto da Diagnosi. Saggio di fisiologia sociale)

    http://rassegnastampa.totustuus.it/m...ticle&sid=3365

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    La Destra Vera

    di Marco Respinti



    "Una sola è la Destra, e vi appartengono tutti coloro che la Religione, il bene e la gloria dello Stato hanno in mira": con queste parole il conte Clemente Solaro della Margherita (1792-1869), ministro degli Esteri del regno di Sardegna e consigliere privato di re Carlo Alberto - uomo politico e storico che nacque mentre in Francia iniziava il Terrore giacobino e che scomparve a Regno d’Italia proclamato, quasi alla vigilia della breccia di Porta Pia - inquadra sinteticamente e programmaticamente un’intera visione del mondo, a cui - idealmente - dà glossa adeguata lo scrittore e uomo politico spagnolo Antonio Aparisi y Guijarro (1815-1872): "Vengo da molto lontano, ma vado molto avanti. Voglio conservare i princìpi immortali dei nostri padri, il fuoco sacro della società. Ricevo l’eredità dei nostri padri con beneficio di inventario; il buono è mio, il male lo scarto; ma anche quando hanno sbagliato, voglio imitare i figli buoni di Noè che coprirono pietosamente le nudità del loro padre, senza dimenticare gli errori per non cadere in essi".

    Di Destra si parla con la Rivoluzione di Francia del 1789, evento d’inizio emblematico della Modernità politica definita "storia dell’espansione dell’ateismo" dal filosofo italiano Augusto Del Noce (1910-1989) che pure ha parlato di "epoca della secolarizzazione". Più precisamente, l’ "immortale ’89" costituisce il punto omega di quel lungo processo filosofico di gestazione della Modernità, la cui alba si perde invece nell’indistinto di quanto è stato descritto come "autunno del Medio Evo"; ovvero - da luogo a luogo le date differiscono perché diversi sono dinamiche e tempi di cessazione della "cultura condivisa" - nel momento in cui incomincia il lento e a volte inavvertito declino dell’omogeneità culturale (non dell’omologazione) degli uomini. Se "cultura popolare" è l’insieme delle risposte comuni che un popolo dà agli interrogativi fondamentali e cogenti dell’esistenza, la Modernità viene invece preparata e realizzata dal diffondersi del pluralismo filosofico, dunque del relativismo metafisico e del nichilismo etico, che all’omogeneità di una nazione o di una famiglia di nazioni sostituisce l’ideologia, quindi l’ideocrazia. Di quest’ultima - ideologia al potere in forma democratica, oligarchica o tirannica - la meta è il totalitarismo potenziale e fattuale, laddove la congiunzione copulativa fra i due aggettivi indica sia il verificarsi separato delle due condizioni a seconda dei momenti storici, sia la loro successione cronologica secondo l’ottica che nel fenomeno rivoluzionario vede il processo di attuazione di una sempre crescente presa dispotica sulla società che tende alla sua paralisi totale. Il 1789 come netto spartiacque fra un prima e un dopo, benché sia in un tempo che nell’altro esistano luci e ombre anche forti.

    La Destra politica, che rimanda a una Destra metafisica, sorge per contrasto al 1789 così come la grande famiglia dei progressismi - metapolitici e non - nasce in ragione di quello stesso accadimento: la prima declinando in versione anche reattiva e polemica - dunque apologetica - il senso comune, la cultura condivisa, il sentire popolare che avevano animato - in forme e consapevolezze diverse - le civiltà dell’epoca precedente, la seconda portando pienamente all’essere gli "spettri" della disgregazione e del caos che fino a quel momento si erano aggirati per il mondo solo in ordine sparso, dunque anch’essa e a suo modo raggiungendo il culmine di un grande processo di gestazione che coincide con l’inizio del farsi carne (struttura politica, sociale, economica, religiosa e culturale) di quei "fantasmi".

    Si tratta, peraltro, di una dinamica analoga a quella che, proprio all’indomani del 1789 di Francia, determina la nascita del movimento cattolico europeo quale reazione al venir meno di una cattolicità diffusa e vivificante le società; o alla stesura dei contenuti della Dottrina Sociale cattolica, che non nasce certo con la Rerum novarum di Papa Leone XIII nel 1879, ma che, un tempo incarnata nel vivere comune, necessita da un dato momento in avanti di esser fissata su carta perché in fase di sempre più aggressiva messa in discussione e minoranza; o ancora, e infine, al modo con cui la Chiesa promulga i dogmi: a fronte del dubbio che a un certo punto aggredisce quanto da sempre è ritenuto vero da tutti, essa ricorre alla formulazione formale coram populo di determinate verità di fede.

    Così la filosofia - filologicamente "amore per la sapienza" -, che nacque come elaborazione di strumenti logici atti a difendere ciò su cui la sofistica iniziava a gettare sospetto. La Verità, che quella sapienza contempla aderendovi, è realtà precedente ogni sua formulazione, ricerca e discussione umane, essendo ciò di cui non si discute mentre invece è lecito, anzi doveroso, il dibattere per contrastare il dubbio sistematico. Per questo la protologia, la dottrina dei princìpi, è l’argomento di cui Platone non vuole trattare all’Accademia né scrivere nei dialoghi: se ne parlerà - dice l’ateniese, il cui vero nome era Aristocle - in altra sede e in altro momento. In realtà non se ne parlerà mai, giacché le "dottrine non scritte" fondate sulla filosofia dell’essere stanno oltre la dialettica solo chiedendo riconoscimento, abbraccio e messa in pratica in una civiltà. "Chi è capace di vedere l’intero è filosofo - afferma il discepolo e l’interprete di Socrate -, chi no, no". Il Decalogo, il Diritto naturale, sta nel cuore dell’uomo e la sua scrittura è solo pro memoria.

    La Destra nasce dunque in contrapposizione al relativismo debolista, che rinuncia a discorsi di verità sul reale, ma che è peraltro molto aggressivo nel perseguire i propri obiettivi. Alla Destra che reagisce in toto alla Modernità politico-ideologica nata del 1789 vengono poi aggiungendosi, nei due secoli seguenti, tutti quegli elementi paghi delle conquiste ottenute nelle varie fasi del progressivo disgregarsi di quella omogeneità culturale che è senso comune dei popoli e delle nazioni, con l’intenzione di conservarli a fronte del sopraggiungere a sinistra di ulteriori incalzanti avversari.

    Alla Destra originaria, cioè, si sommano altre destre - il liberalismo conservatore; la rivoluzione conservatrice e il conservatorismo rivoluzionario; il socialismo nazionalista e il nazionalsocialismo; il bolscevismo prussiano, il nazionalbolscevismo, il nazionalcomunismo, e via componendo ossimori filosofico-politici - che, sinistre di ieri, vengono costantemente superate dalla marcia di questo colossale processo di frantumazione, secondo la logica veicolata dallo slogan con cui i bolscevichi del 1917 formulavano l’adorazione filosofica del divenire che si contrappone alla protologia incentrata sull’essere: "la rivoluzione è tutto, la meta è nulla".

    Destra e destre; reazione, dialettica, inimicizia e apparentamenti; Sinistra e sinistre in movimento. Un convegno come quello organizzato a Milano, presso la Fondazione Stelline di Corso Magenta 61, dalla Confraternita del Toson d’Oro, in collaborazione con l’Assessorato alla Trasparenza e Cultura della Regione Lombardia, è dunque più che opportuno: venerdì sera, sabato e domenica ventotto relatori s’interrogheranno, discuteranno e risponderanno ai quesiti e alle suggestioni poste da un titolo stimolate come lo è Destra/Destre. Le culture non conformiste nell’era del pensiero unico.

    Una Destra salda nei princìpi, ma non persa in un empireo che la sottragga al diritto-dovere di organizzare la Città dell’uomo, dunque di amministrare e di governare; una Destra che sappia valorizzare, testimoniare e continuare la bimillenaria tradizione italiana, ivi compresa la riscoperta della "missione" specifica della nostra nazione e del nostro popolo; una Destra che sappia riconoscere i propri autentici Padri fondatori; una Destra che sappia abitare e attraversare l’evo moderno conscia della propria origine e della propria meta, senza cadere nei sofismi, nei paralogismi e nel debolismo della Modernità: di questo hanno necessità l’Italia e l’intero Occidente. Secondo quell’ideale di ritorno al reale incessantemente predicato dal philosophe-paysan Gustave Thibon, tale consapevolezza non può che partire da una riscoperta della storia (lungo la quale all’uomo si dischiudono le realtà non schiave del tempo) che per la Sinistra è solo - così veniva detto all’indomani della Rivoluzione d’Ottobre - "propaganda rivolta al passato". Jacques Crétineau-Joly (1803-1875), giornalista e storico francese (vandeano), afferma infatti che "la verità è l’unica carità concessa alla storia".

    Destra e Sinistra hanno ancora un significato pregnante, deciso e forte che è solo mira del debolismo imperante voler occultare: "O una cosa o l’altra esser si dee - sentenzia Clemente Solaro della Margherita -; piacere a due partiti è impossibile; si mantiene debolmente chi si regge su due principi opposti; colui che animoso tien fermo ad uno, ha più probabilità di vincere; e se cade, cade con gloria, e non senza speranza di risorgere". Schierarsi ha ancora un senso; nobile. E se "sinistro" vale tanto "catastrofe" quanto "individuo torvo, funesto e bieco", in molte lingue europee "destra", "diritto" (sia come termine giuridico, sia come senso del cammino) e "giusto" s’indicano con la medesima espressione. Per questo la vera Destra si scrive con la maiuscola.


    http://rassegnastampa.totustuus.it/m...rticle&sid=891

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    Elogio del Conservatore
    Screditato da destra e sinistra e il pensiero unico lo ha soppresso

    di Alain Finkielkraut


    Difendere le eredità contro la democrazia radicale è un programma divenuto inconfessabile. La diffidenza nei confronti del cambiamento non viene ammessa in nessun discorso, sparisce progressivamente dalla sfera privata come da quella politica e intellettuale.

    Non si trovano più aristocratici e nemmeno borghesi per rivendicare l'osservanza degli usi o celebrare l'opera del tempo. La borghesia attuale è composta quasi esclusivamente da anti-borghe-si che preferiscono la passione alla ragione, che dileggiano lo spirito di serietà in nome dello spirito d'avventura, che sacrificano allégramente la durata all'intensità e che hanno ormai da tempo abbandonato il linguaggio arido della virtù per quello, variegato, della pluralità dei valori. L'epoca del «buon padre di famiglia» è tramontata, come d'altronde quella dell'amore eterno. I membri della nuova élite amano «creare, godere, muoversi». Si dicono fieramente «nomadi» perché praticano la navigazione virtuale, perché si servono del telefono portatile e per ben marcare la loro distanza abissale dal modello del gretto e panciuto ignorante. Niente è più odioso, per questi fustigatori della reazione, delle omelie pontificali, niente li spazientisce di più della permanenza o dell'immobilità. «Nuovo» oggi vuoi dire «migliore». Più nessuno si appella al «c'è già» contro il «non ancora»; tutti si appellano all'innovazione contro la tradizione. Che si tratti dell'Europa, della scuola, della cultura, dell'impresa o dell'intimità, si vuoi sempre far smuovere le cose, dina­mizzare le istituzioni e gli uomini. Non è più l'esperienza a essere celebrata nelle nostre socie­tà, ma l'effervescenza, l'energia, la foga; e il rispetto per gli Anziani è sostituito dalla celebrazione dei vecchi che hanno saputo rimanere giovani.

    Una volta, l'ordine si contrapponeva al movimento, mentre ora non esistono che i partiti del movimento. Al momento di entrare nel terzo millennio, tutti vogliono non solo essere moderni, ma anche riservarsi l'esclusività di questo appellativo supremo. «Riforma» è la parola principe del linguaggio politico attuale, e «conservatore» la parolaccia che la sinistra e la destra si sbattono reciprocamente in faccia. Concetto polemico, il conservatorismo non è mai assunto in prima persona: il conservatore è l'altro, quello che ha paura, paura per i privilegi o i benefici acquisiti, paura della libertà, del grande largo, dell'ignoto, della mondializzazione, degli emigrati, della flessibilità, dei cambiamenti necessari. Persino gli ecologisti si situano all'estrema punta della modernità militante. Di Daniel Cohn-Bendit, la figura emblematica del Maggio '68, che in Francia è diventato il loro portavoce, e che a ogni occasione sferza il passatismo ridicolo dei suoi concorrènti o dei suoi avversari, un editorialista scrupoloso e sensibile al suo fascino ha scritto: «Egli parla contemporaneo. Pensa contemnoraneo. Vive contemporaneo. Respira contemporaneo. Si esprime in una lingua del suo tempo sui problemi del suo tempo, con le parole e le idee del suo tempo». Il verde, in effetti, non è il colore della salvaguardia, il verde è il colore della vita. Oggi tutti i protagonisti del dibattito ideologico sono dei vivi che si trattano reciprocamente da morti e la nostalgia, da qualunque parte provenga, viene considerata sistematicamente come mancanza di coraggio.

    A Hans Morgenthau, che un giorno, con una certa impazienza, le domandava dove si situasse politicamente, Hannah Arendt diede questa risposta: «Non lo so, non lo so davvero e non l'ho mai saputo. La sinistra pensa che io sia conserva-trice e la destra che io sia di sinistra, anticonformista o dio sa cos'altro ancora. E, devo dirlo, la cosa mi è del tutto indifferente».

    Questo paradosso testimonia, per quanto riguarda la Arendt, della stessa esperienza del XX secolo. Il conservatorismo, si sa, è nato come reazione alla Rivoluzione francese. Come conferma la prima grande querelle sul tema, fra Edmund Burke e Thomas Paine, il conservatore è prima di tutto l'uomo che protesta contro i diritti dell'uomo. Nelle sue Riflessioni sulla Rivolu­zione Francese, che pubblicò a caldo, nel 1790, Burke sostiene che il linguaggio dei diritti dell'uomo attenta alle condizioni di una vita umana. La dichiarazione dei diritti fa di coloro che essa pretende di rispettare — cioè gli uomini — degli individui, benché essi siano anzitutto degli eredi e benché lo Stato debba essere concepito come «un'associazione non solo tra i vivi, ma anche tra i vivi e i morti e tutti coloro che nasceranno in futuro». Andando in senso contrario all'orgogliosa ragione dei Lumi, la saggezza con-servatrice da credito ai morti, cioè alla ragione nascosta nei costumi, nelle istituzioni e nelle idee ricevute. All'uomo in generale, il conservatore contrappone singole tradizioni. All'astrazione, l'autorità dell'esperienza. All'individuo chimerico, la realtà effettiva dell'essere sociale. Alle rivendicazioni presenti, la pietas verso il passato. Alla filosofia, infine, la sociologia e la storia.

    «Uno dei princìpi primi», scrive Burke, «uno dei più importanti fra quelli che consacrano la Repubblica e le sue leggi, è quello di evitare che coloro che ne hanno temporaneamente l'usufrutto si mostrino immemori di quanto hanno ricevuto dagli antenati o di ciò che devono alla loro posterità, e che agiscano come se ne fossero i padroni assoluti [...]. Se si concedesse senza scrupolo la facilità di cambiar regime così tanto e così spesso e in tante maniere quante sono le fluttuazioni nelle mode e nell'immaginario, l'intera catena e la continuità della cosa pubblica ne verrebbero spezzate. Non vi sarebbe più alcun legame tra una generazione e l'altra. Gli uomini avrebbero meno valore delle mosche di un'estate».


    Corriere della Sera, inserto Cultura martedì 27 marzo 2007


 

 

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