
Originariamente Scritto da
analista
Negare la Shoah significa minare la cultura occidentale
INTERVISTA A GIANCARLO VALORI, PRESIDENTE DI SVILUPPO LAZIO DOPO LA PRESENTAZIONE DEL SUO LIBRO: “ ANTISEMITISMO
OLOCAUSTO NEGAZIONE”
Giancarlo Elia Valori economista e docente di relazioni internazionali ha
ricoperto incarichi prestigiosi in varie società ed organizzazioni ed è attualmente presidente di Sviluppo Lazio.
Cattolico e uomo di pace oltre che di cultura, ha recentemente pubblicato per Mondadori il libro “ANTISEMITISMO OLOCAUSTO NEGAZIONE “, non a caso sottotitolato : “la grande sfida del mondo ebraico nel ventunesimo secolo” che rappresenta un serio contributo contro le teorie cosiddette “negazioniste” dell’Olocausto degli Ebrei che hanno trovato sostenitori a livello di studi storici, e che vanno diffondendosi anche in alcuni paesi islamici come dimostrano le cronache
internazionali più recenti. Mentre del volume avremo modo di parlare in una recensione a parte, proprio sul tema del “negazionismo” abbiamo voluto ascoltare di prima mano il professore.
Perché ricordare, oggi l’Olocausto?
Non si tratta certo, e comunque sarebbe doveroso, di ricordare il più efferato crimine di massa dei tempi moderni.
Né la questione si pone solo riguardo all’entità colossale del crimine compiuto, e anche questo sarebbe comunque doveroso. La vera questione, riguardo alla memoria dell’Olocausto, è che in esso si riassumono tutti i più profondi e stabili pericoli per la civiltà moderna e per la identità europea e occidentale. Negare la verità dell’Olocausto, significa banalizzare la vera grande crisi della società europea e occidentale nell’era moderna.
L’Ebraismo è parte fondamentale di questa identità profonda: l’Europa
antisemita, anche quando non ha teorizzato esplicitamente l’assassinio di massa degli Ebrei, si è sempre pensata come Antieuropa, come propaggine estrema dell’Asia e dei suoi sistemi politici, incentrati sulla divinizzazione del Capo e sull’asservimento delle masse, come esplicitamente teorizzava Hitler e sulla economia predatoria dell’orda e della gerarchia delle razze. Col nazismo e, per altri versi, con il fascismo, l’Europa ha distrutto sé stessa nella distruzione del popolo Ebraico. Perché l’Ebraismo era il liberalismo, l’autonomia individuale, l’economia del sovrappiù, lo sviluppo tecnico e scientifico. Hitler ha colpito negli Ebrei, distruggendone oltre sei milioni durante la Shoah, tutto quanto rendeva la civiltà europea differente e dinamica. Non a caso il delirio razzista di Hitler conduceva la sua Germania verso la conquista violenta del mondo slavo, per fornire gli “schiavi” al nuovo imperatore d’Occidente, e il ricongiungimento della sua “razza eletta” con il centro asiatico e l’Oriente. La “soluzione finale” dei nazisti intendeva distruggere gli Ebrei europei in quanto nucleo della borghesia e dell’economia della crescita.
Cosa c’è di nuovo e di vecchio nell’antisemitismo contemporaneo e nel negazionismo della Shoah?
Molto. Per i propagandisti dell’antisemitismo violento oggi negare la Shoah non è solo una sfrontata offesa alla verità storica, ma è un modo per escludere e marginalizzare l’Europa nei confronti dell’Oriente e del
Mediterraneo. E, naturalmente, per isolarla dagli Stati Uniti, nei quali
peraltro l’antisemitismo è forte pur avendo altre origini e miti, almeno
rispetto al nazismo e al fascismo. Osama Bin Laden ha parlato, nelle sue
dichiarazioni ufficiali, di lotta “ai crociati e agli Ebrei”. Ovvero, nel suo universo ideologico, di una lotta islamista che elimini gli Ebrei, e non solo dal Medio Oriente, poiché gli Ebrei hanno fin dall’inizio della predicazione del Profeta negato il suo ruolo di Inviato dell’Unico e hanno, nella tradizione coranica, tentato di ucciderlo. Se quindi l’antisemitismo radicale tradizionale negava la Shoah per riciclarsi nel mondo bipolare della “guerra fredda”, dall’una o dall’altra parte dello schieramento Est-Ovest, oggi il negazionismo della Shoah desidera raggiungere questi scopi politici:
a) disattivare le difese europee e occidentali contro l’Islam radicale, visto come nuova potenza anticapitalista globale,
b indebolire e possibilmente bloccare l’economia occidentale rendendola
dipendente dai cicli del petrolio e del gas di area islamica, con la parziale
eccezione dell’Arabia Saudita, il cui interesse oggi è quello di evitare l’egemonia iraniana e gli attacchi jihadisti alla dinastia degli Al Sa’ud.
Esiste quindi una “strategia globale” del negazionismo, allora?
Certo: il nesso tra eliminazione dello Stato Ebraico, propaganda negazionista e antisemitismo è la chiave per capire la strategia globale di accerchiamento-isolamento-indebolimento di Israele da parte dell’Islam contemporaneo. Il fine politico e strategico è quello di eliminare il nesso psicologico tra il sostegno ad Israele e lo sdegno per la Shoah nelle pubbliche opinioni occidentali, e allora le contraddizioni logiche non hanno importanza alcuna. Un regime islamico che non proiettasse sulla presenza di Israele nel quadrante mediorientale tutte le proprie colpe, le arretratezze, le corruzioni, i fallimenti economici e militari, avrebbe vita breve. Una forma nuova del “capro espiatorio”. Nelle propaganda negazionista di origine europea, poi confluiscono destra e sinistra:
Roger Garaudy, già intellettuale “organico” del Partito Comunista Francese, convertitosi all’Islam, ha parlato di “origini mitiche dello Stato
di Israele” riferendosi alla Shoah, e successivamente di “terrorismo occidentale”. Quello messo in atto dall’Occidente contro l’Islam e i Paesi
del Terzo Mondo. Non si deve dimenticare che questa ideologia del “terrorismo occidentale”, che fa il paio con la trasformazione dell’attacco alle Twin Towers dell’11/9 ripete esattamente quello che dice Osama Bin Laden: l’Islam è attaccato dall’Occidente, in Afghanistan in Cecenia e naturalmente in Palestina, allora il terrorismo jihadista è legittimo, giustificato e rientra nelle normative del jihad coranico.
Cosa fare per combattere questa nuova cultura dell’odio antiebraico,
antisemita e antisionista?
Intanto, e cosa non da poco, smontare uno per uno tutti i miti che vengono profusi a piene mani dalla propaganda antisemita e antisraeliana, di origine “laica” o di natura islamista e jihadista.
Vediamo in serie alcune delle più patenti falsità sull’Olocausto e sulla
costituzione dello Stato di Israele, che è appunto il fine politico e strategico di tutta il negazionismo contemporaneo.
Non è vero che Israele sarebbe una invenzione degli “imperialisti occidentali”. La dichiarazione da parte di Ben Gurion dello Stato di Israele il 14 Maggio 1948 nasce nella freddezza britannica, nel sostanziale disinteresse statunitense, che diverrà amico di Israele solo nel fuoco della guerra fredda, nell’interesse malizioso di Stalin, che riconosce lo Stato Ebraico in quanto “spina nel fianco” dell’”imperialismo
inglese” e possibile risoluzione della “questione ebraica” nella Russia
Sovietica, nella disattenzione dell’Europa, che ha ben altro a cui
pensare e che non ha, al momento, salvo la Francia filoaraba, una vera e propria politica estera. Non c’è collegamento diretto tra Shoah e presenza ebraica in Medio Oriente, essendo le comunità ebraiche già piuttosto diffuse durante l’Impero Ottomano e durante la sua dissoluzione alla fine della Prima Guerra Mondiale. C’è naturalmente un collegamento tra Olocausto e fuga da crimini immensi, ma il progetto sionista nasce prima del nazismo e del fascismo. Le testimonianze
sulla Shoah sono tante e tali da rendere ridicola ogni negazione, anche parziale. E sono testimonianze rese liberamente dagli esecutori della
“soluzione finale” durante il Processo di Norimberga e le azioni penali successive, in Germania e altrove, contro i “quadri intermedi” della distruzione del popolo ebraico in Europa. I risarcimenti per le vittime dell’Olocausto, oltre ad essere evidentemente dovuti, e conformi al diritto internazionale, che è peraltro stato utilizzato anche in altri
casi di genocidio meno diffuso, non sono mai stati essenziali per l’economia israeliana, ma sono stati maggiormente distribuiti tra le comunità diasporiche residenti nei Paesi che avevano messo in atto la Shoah o avevano fattivamente collaborato alla “soluzione finale”. Israele ha compiuto numerose azioni di pacificazione con il mondo arabo, troppo numerose per elencarle qui, e in nessuna di queste lo Stato Ebraico ha usato le trattative per attaccare i Palestinesi o gli Stati Arabi. Israele non ha mai esportato terrorismo per sostenere la sua causa a livello
internazionale, cosa che invece è stata compiuta da tutte le famiglie
politiche del mondo palestinese. Se si pensa ai finanziamenti internazionali all’OLP e all’ANP, e soprattutto a come sono stati usati dalla classe dirigente locale, allora si ha una reale valutazione dei fatti e del mito, del tutto infondato di un “ricco” Israele contro i “poveri”
militanti palestinesi. La povertà delle aree dei Territori, come peraltro di
larghe masse arabe, è dovuta solo e unicamente ai comportamenti dell’oligarchia islamica.
Ma gli altri, gli Europei, che cosa possono fare contro questa “propaganda dell’odio” e il negazionismo?
Molto. Intanto, le scuole e l’università possono chiarire la differenza tra la verità e la falsità, cosa che peraltro non accade molto spesso. Gli “intellettuali”, termine ormai consunto, devono essere in qualche modo costretti, da una sorta di versione filoebraica del politically correct, a non dire eccessive sciocchezze. Per l’università, il discorso è complesso. Si tratta ormai di una struttura in pericolosa decadenza nella quale la propaganda fa aggio alla analisi storica e politica. Una maggiore diffusione, non solo periodica, delle questioni riguardanti la Shoah sarebbe benvenuta, e dovrebbe essere definita in un accordo tra tutte
le parti politiche, sia in Italia che negli altri Paesi europei.
Ma qual è, nel campo islamico, il nesso tra jihad globale e la guerra agli “Ebrei e Crociati” e le politiche dei Paesi arabi moderati?
Estremamente complesso. Finora, alcuni regimi hanno “comprato” il
sostegno di massa giocando su due tavoli: le relazioni con l’Occidente e in qualche caso direttamente con Israele sostanzialmente normali e talvolta amichevoli, e la propaganda antisemita e negazionista a livello di elettorato diffuso. Certo, la necessità di giocare su due o più tavoli, per regimi che si sentono in pericolo, è evidente, come è evidente la politica dell’alzare la posta con gli aiuti occidentali contro il terrorismo per utilizzare magari alcune organizzazioni terroristiche per i propri fini di destabilizzazione regionale o locale. Inoltre, l’Occidente dovrebbe sostenere tutte quelle aree dell’Islam che, come spesso si legge nei
media, non ne possono più dell’antisemitismo negazionista. Invece di mantenere bene alcuni teorici del jihad in Europa, e magari nominarli consulenti dei governi, sarebbe bene che l’Europa e i suoi governi meno distratti sostenessero e fornissero canali di diffusione alle idee degli Imam e degli sceicchi che non distorcono la tradizione islamica nella direzione della “guerra continua” contro Israele e del negazionismo
paradossale, collegato alla sua esaltazione, della Shoah.