Sarà on line nei prossimi giorni www.economiaepolitica.it, il nuovo sito dedicato alla “critica della politica economica”, coordinato da Riccardo Realfonzo, direttore del dipartimento di Analisi economica e sociale dell’università del Sannio e animatore, negli ultimi anni, di importanti battaglie politiche: l’appello, nel 2006, contro l’abbattimento del debito pubblico realizzato dall’allora ministro dell’economia Padoa Schioppa; e i due importanti convegni, nel 2005 e nel 2007, denominati Rive Gauche e l’Economia della precarietà (di quest’ultimo la Manifestolibri ha da poco pubblicato gli atti, curati dallo stesso Realfonzo insieme a Paolo Leon). Cosa contraddistingue il lavoro di analisi dell’economista del Sannio e dei suoi colleghi che parteciperanno a questa nuova avventura? La critica alle posizioni dominanti del pensiero economico, per anni succube della controriforma neoliberista, dell’assioma del pareggio di bilancio, dei parametri monetaristi di Maastricht, della competizione al ribasso del costo del lavoro. Economisti di parte, dunque, schierati nettamente a sinistra, che negli ultimi anni hanno svolto un prezioso lavoro, seppur da una posizione di minoranza nel dibattito scientifico, dominato dalla scuola dei “bocconiani”, di destra (Giavazzi, Alesina) come di sinistra (Garibaldi, Boeri). Posizioni, quelle di Realfonzo e co., che oggi, dinanzi alla violenza della crisi capitalistica, dimostrano tutta la loro forza. Basti pensare alla critica dei parametri di Maastricht, fino a pochi anni fa un tabù, oggi una posizione condivisa anche da governi di destra (Sarkozy e Merkel), seppur non dal nostro camaleontico Tremonti. O alla stessa crisi finanziaria, nata proprio dalle conseguenze dell’”economia della precarietà”: la riduzione dei salari viene nascosta dalla liberalità del credito al consumo, fino all’esplodere dell’attuale bolla. O infine alla tesi della mezzogiornificazione dell’Europa (vedi sul nostro sito http://www.esserecomunisti.it/index....rticolo=13981; http://www.esserecomunisti.it/index....Articolo=14117) oggi all’ordine del giorno dinanzi alla fuga verso il “centro” dei capitali esportati con copiosità all’estero negli anni passati, mentre molte multinazionali chiudono gli stabilimenti periferici, per concentrare “a casa” la loro produzione.
Facile dire, col senno di poi, che la posizione degli “antibocconiani del Sannio” è stata confermata dalla realtà. Il problema centrale, però, è un altro, ed è tutto politico: l’analisi degli interessi materiali che hanno dominato la controrivoluzione neoliberista; la capacità della sinistra di agire per cambiare i rapporti di forza. In anteprima (la presentazione ufficiale avverrà mercoledì 10 dicembre, a Roma al Centro Congressi Cavour, via Napoli 36, alla presenza di Pier Luigi Bersani e Paolo Ferrero) abbiamo intervistato Riccardo Realfonzo, che presenta ai lettori di esserecomunisti.it la nuova rivista.
Riccardo Realfonzo, da quale bisogno nasce “Economia e Politica”?
C’è principalmente una esigenza che nasce dalla battaglia politico-culturale e relativa alla comunicazione con il pubblico. In questi anni abbiamo assistito ad una crescente monopolizzazione dei grandi media da parte di esponenti degli approcci neoclassico-monetaristi, o se preferisci neoliberisti. Un po’ alla volta si è venuto affermando una sorta di “pensiero unico”, secondo un processo di americanizzazione del dibattito mediatico. Insomma, siamo in presenza di una posizione egemonica del neoliberismo, con una presenza martellante degli economisti “bocconiani”. Si tratta di un dato decisamente eccentrico rispetto alla realtà del dibattito scientifico nel quale le teorie neoliberiste - pur avendo una posizione forte, anche grazie all’accesso privilegiato alle risorse finanziarie - sono sottoposte a un vaglio critico intenso ed efficacemente contrastate da paradigmi di pensiero economico critico, robusti e consolidati. “Economia e politica” vuole informare i lettori su questo patrimonio di letteratura critica rispetto alle teorie e alle politiche economiche dominanti. Vuole instillare dubbi e proporre, su basi scientifiche e in piena indipendenza, proposte di politica economica e sociale alternative.
Quali temi saranno al centro della vostra rivista?
Intendiamo sottoporre a vaglio critico le principali decisioni di politica economica e sociale che si sono affermate in questi anni: le deregolamentazioni del mercato del lavoro e dei mercati finanziari, le privatizzazioni, le politiche di bilancio e monetarie restrittive, i tagli allo stato sociale. Vogliamo accendere i riflettori in modo nuovo e documentato sulle condizioni materiali di produzione della ricchezza; sui processi redistributivi di questi anni, che hanno visto cadere la quota del salario sul Pil; sugli effetti reali della precarizzazione del lavoro; sulla drammaticità delle questioni ambientali e di genere.
A chi si rivolge la vostra rivista?
In primo luogo al grande pubblico, come dicevo prima, anche con l’auspicio di aprire un ragionamento smaliziato sulle ragioni concrete, sugli interessi, che hanno portato alla affermazione delle principali decisioni politiche di questi anni. Poi naturalmente ci rivolgiamo alle forze politiche “progressiste”, quelle sostanzialmente scaturite dalla dissoluzione del PCI. Pensiamo che ci siano grandi difficoltà sia in quelle forze che hanno vissuto una traiettoria via via più “moderata” sia in quelle che hanno tentato di resistere a sinistra. Le prime, sembrano sempre più in difficoltà nel coniugare le istanze di giustizia sociale con l’accettazione sempre più ampia di un paradigma teorico-culturale del tutto estraneo, direi antitetico, alla sinistra, quello neoclassico-monetarista appunto. Le seconde, sono dilaniate da conflitti interni e politicamente molto deboli, forse anche perché non hanno saputo o voluto costruire negli anni scorsi un ragionamento di politica economica e sociale complessivo e coerente, che potesse contrastare il potere egemonico del pensiero neoliberista.
Chi ti accompagnerà in questo viaggio? Puoi presentarci la tua redazione e il comitato scientifico?
Si tratta di un gruppo di economisti e studiosi di scienze sociali di grande spessore scientifico, con il quale abbiamo in vario modo condiviso diverse importanti iniziative degli ultimi anni. Mi riferisco ai due convegni organizzati con “il manifesto” nel 2005 e nel 2007: “Rive Gauche” e “L’economia della precarietà”, i cui atti sono stati pubblicati dalla Manifestolibri. E poi l’appello degli economisti “Non abbattere il debito pubblico ma stabilizzarlo e rilanciare il Paese” lanciato nel 2006. La redazione della rivista è composta da Bruno Bosco, Luigi Cavallaro, Sergio Cesaratto, Roberto Ciccone, Guglielmo Forges Davanzati, Francesco Garibaldo, Sergio Marotta, Rosario Patalano, Massimo Roccella, Roberto Romano e Antonella Stirati. Mentre Emiliano Brancaccio funge da consulente editoriale. Abbiamo poi pensato che una rivista indipendente ed autorevole dovesse avvalersi di un consiglio scientifico del massimo spessore. E con nostro piacere hanno accettato di farne parte il sociologo Luciano Gallino e gli economisti Pierangelo Garegnani ed Augusto Graziani. C’è poi un gruppo di giovani studiosi che ci aiuta nel lavoro tecnico, redazionale e nella comunicazione. Tutti volontari. Tutto autofinanziato. Va da sé che noi speriamo di coinvolgere nella preparazione dei materiali un gran numero di studiosi; e su questo piano siamo ottimisti: ai primi inviti a collaborare ci hanno già risposto alcune decine di studiosi, soprattutto giovani.
Ma perché una rivista online?
Per molte ragioni. Internet è sempre più il mezzo di comunicazione del futuro. E noi intendiamo sfruttare fino in fondo la flessibilità e la duttilità del mezzo. La rivista uscirà nel continuo, mano mano che perverranno articoli o ci saranno notizie che intendiamo commentare, evitando insomma la periodicità prefissata cui sono costrette le riviste a stampa. E poi intendiamo presentare non solo articoli, ma anche interviste e video.
A leggere con occhi attenti la manovra dell’esecutivo sulla crisi verrebbe da dire: “è morto il re, viva il re”. L’antieuropeista Tremonti vara un intervento che ha l’obiettivo di rispettare i parametri di Maastricht e di raggiungere il pareggio di bilancio, proprio come il suo predecessore Padoa Schioppa.
Noi pensiamo che le difficoltà che hanno portato alla rapida fine della seconda esperienza di governo Prodi siano in buona parte imputabili proprio alla nefasta linea rigorista adottata da Padoa Schioppa. Ed altrettanto dicasi per l’esito elettorale della primavera scorsa. Tremonti è liberissimo di incamminarsi sulla stessa strada. Ma è chiaro che si tratta di una scelta politica assolutamente deleteria, che porterà a un crescendo di tensioni politiche e sociali. Il nostro Paese sta vivendo infatti un “processo di mezzogiornificazione”: è sempre più parte delle periferie arretrate d’Europa. Ne sono prova l’allarmante crescita del passivo della bilancia commerciale - che sinteticamente mostra tutta l’inadeguatezza, la scarsa competitività, del nostro apparato produttivo - e la crescita intensa delle sacche di povertà, di precarietà, di lavoro nero. Per arrestare questi processi occorrerebbero incisive politiche industriali. E quindi fondi. E per queste ragioni noi italiani dovremmo essere i principali avversari dei vincoli di Maastricht e in generale delle politiche di restrizione dell’intervento pubblico. Dovremmo sfruttare tutti i varchi che si aprono. E dovremmo chiedere che l’Europa intervenga seriamente, cominciando con l’ampliare il bilancio dell’Unione, per contrastare i forti processi di divaricazione territoriale in atto. Invece niente di tutto ciò.
Eppure i bocconiani non sembrano persuasi: Giavazzi e Alesina, nel loro ultimo libro, continuano a vaticinare i rischi del ritorno dello Stato e del protezionismo.
Nel quadro attuale di pesante recessione e con le emergenze italiane cui prima accennavo simili esortazioni dovrebbero semplicemente cadere nel vuoto. Sarebbe meglio per tutti. Purtroppo in Italia non va così e i bocconiani, nonostante tutto, continuano ad avere grande ascolto. Ed anche per questo serve “Economia e politica”.
La crisi, insomma, mette in discussione dogmi fino a pochi mesi fa consolidati e all’apparenza imbattibili. Quali rischi opportunità si aprono per il Paese, e in particolare per la sinistra?
La recessione nella quale siamo entrati ha e soprattutto avrà aspetti drammatici. Con costi sociali gravissimi a carico dei lavoratori che perderanno i posti di lavoro, ad iniziare da quelli che hanno contratti di lavoro precario. Le stime si fanno ogni giorno più pesanti e il nostro Paese continua ad essere assolutamente privo di una significativa rete di ammortizzatori sociali. Il pacchetto anticrisi del governo è a riguardo risibile. Ma almeno la crisi svela palesemente tutta la fallacia dei dogmi neoliberisti. Credo rimarranno davvero in pochi a continuare a credere sul serio sulle capacità di autoregolazione dei mercati, sugli effetti benefici delle politiche restrittive e dei tagli allo stato sociale. Tuttavia, non possiamo essere ottimisti circa il modo in cui usciremo dalla crisi e questo essenzialmente per la grande debolezza politica del mondo del lavoro, non solo in Italia. Insomma, esiste in teoria una via di uscita “progressista” dalla crisi; ma esistono anche vie di uscita “restauratrici” e purtroppo non sono affatto le meno probabili.