OMNIA SUNT COMMUNIA
“Un Marx teorico sovversivo, squilibrato, di parte”
“Un Marx teorico sovversivo, squilibrato, di parte”
Intervista a Paolo Virno. Sempre più spesso oggi Marx continua ad essere, anche solo per contrasto, uno strumento decisivo per il pensiero. Ma nonostante tutto rimane ancora oggi un pensatore che ci permette di capire il postfordismo”
Roberto Ciccarelli
Per Paolo Virno, filosofo, docente all'Università di Cosenza e autore, tra l'altro, di "Motto di spirito e azione innovativa" (Bollati Boringhieri, recensito su questo sito da Filippo Del Luccese Le risorse logiche dell'azione creativa), di "Mondanità" (Manifestolibri) e "Grammatiche della moltitudine" (Deriveapprodi), la passione per Marx non è dovuta ad un’affezione biografica a Marx. Senza Marx "la comprensione dei problemi critici della nostra epoca sarebbero letteralmente incomprensibili. E questo vale anche per le obiezioni ai suoi limiti”. “Sempre più spesso oggi – continua Virno - Marx continua ad essere, anche solo per contrasto, uno strumento decisivo per il pensiero. Io lo considero nello stesso modo in cui Cartesio faceva con la morale provvisoria: verrà il momento in cui nuove conoscenze daranno vita a nuovi paradigmi di pensiero, ma finché questo non avverrà - perchè i cantieri sono ancora aperti - Marx rappresenta la cosa meno superstiziosa rispetto a molte delle ultime trovate che spesso sono semplicemente pre-marxiste”.
Nel suo percorso Marx è stato utilizzato anche come l’anticipatore della grande trasformazione produttiva che stiamo vivendo dalla fine degli anni Settanta. Al punto che lei ha più di una volta affermato che le intuizioni presenti ad esempio nel famoso Frammento delle macchine è la realizzazione empirica del postfordismo. In che senso e perché?
Perché quello che Marx considerava una tendenza, ossia la crisi della legge del valore lavoro e la trasformazione del sapere e della scienza, cioè un intelletto generale, nella principale forza della produzione capitalistica è un dato empirico sotto i nostri occhi. In questo senso quel frammento marxiano si è totalmente realizzato, anche se non vi è stato il superamento del modo capitalistico di produzione né della società del lavoro salariato. Questo era il punto di osservazione dal quale ricominciammo alla fine degli anni Ottanta a fare i conti con il nuovo panorama sociale prodotto dalla controrivoluzione seguita agli anni Sessanta e Settanta in Italia. Naturalmente qualcosa era cambiato dai tempi di Marx, a partire dalla nozione stessa di intelletto generale che non era più capitale fisso, cioè un sistema di macchine, ma era la cooperazione intellettuale e linguistica del lavoro vivo. Era un vero spostamento rispetto alle considerazioni di Marx. Ma Marx rimaneva il più affidabile punto di riferimento utile per capire la trasformazione in cui eravamo immersi.
Lei parla di una controrivoluzione neo-liberale e neo-liberista. Cosa intende precisamente?
Questa controrivoluzione neo-liberale e neo-liberista emergeva dalla rottura del fordismo e del taylorismo, oltre che del prosciugamento dei sistemi di Welfare alla fine degli anni Settanta. Credo che i postoperaisti italiani siano stati tra i pochi a cogliere questo gigantesco processo e abbiano allo stesso tempo trovato un terreno di confronto, politico e antagonistico, con il neo-liberismo. A quell’epoca vi era un dialogo tra sordi con il movimento operaio e la sinistra democratico-statalista che non riusciva invece a cogliere la natura di questo processo. Con i neoliberisti vi era una totale divergenza, ma entrambi coglievamo lo stesso spettro dei fenomeni: loro dicevano, riferendosi alla classe operaia, “basta con le macchine da lavoro”, e già pensavano alla precarizzazione generalizzata. Noi invece dicevamo che oggi il lavoro sotto padrone è parassitario e pensavamo alla liberazione dal lavoro salariato. Questo rapporto ravvicinato e antagonistico faceva fuori il socialismo statalistico e poneva il confronto su un piano che oggi è assolutamente d’attualità. I neo-liberisti hanno dispiegato la potenza della controrivoluzione e noi, dai movimenti di Seattle nel 1999 ad oggi, abbiamo colto i momenti critici di questo processo. Il terreno politico oggi è questo: ragionare in una prospettiva postsocialista sapendo che è ormai impossibile un ritorno alle politiche classiche della piena occupazione. Marx mi sembra un’ottima risposta politica alla controrivoluzione liberista. Con uno slogan direi: non leggete Stuart-Mills, leggete Marx. Per una nuova teoria dell’individuo, quello sociale.
Lei scaglia contro il pensiero neo-liberale un Marx mi sembra inedito: teorico dell’individualismo contro i classici di questo pensiero. Può spiegare quello che sembra un paradosso?
Penso che di Marx andrebbe oggi recuperato il suo aspetto di filosofo teoretico. E in particolare penso che questo filosofo possa essere utile per pensare una teoria dell’individuo. Per me Marx è il più grande teorico in circolazione di ciò che c’è di unico e singolare nell’esistenza umana. In un tempo come il nostro in cui giustamente si ha a cuore l’individuo, la singolarità, la finitezza, la contingenza, bisognerebbe rivolgerci a Marx proprio come a colui che pensa l’individuo in quanto individuato. In questo senso lo userei in maniera spregiudicata e lo schiererei contro lo stesso marxismo.
In che modo?
Sia chiaro che quando dico che Marx è un teorico dell’individualismo parlo di un individualismo realistico che concepisce l’individuo come il punto culminante di un processo di individuazione. Marx, se si vuole, è il teorico di questo processo di individuazione che da forze comuni, universali e astratte porta alla contingenza sensibile che è proprio quella e non un’altra. Penso che in Marx ci siano dei punti di pensiero che permettono di cogliere la relazione tra la natura e la storia. Che in Marx vi siano degli embrioni per pensare una storia naturale che oggi serve per parlare sul serio, e non per moda, di biopolitica. Per uscire dalla chiacchiera diffusa sulla biopolitica ci vuole anche un’attrezzatura teorica marxiana. A Marx, infatti, stava a cuore non solo la mediazione sociale della natura, ma anche la mediazione naturale della società. Il marxismo occidentale, i Lukàcs, i Korsch e la Scuola di Francoforte, ha esaltato soltanto la prima, la mediazione sociale della natura, e non la seconda. Per Marx non era però meno importante la mediazione naturale della società.
Da quanto mi sembra di capire, per lei dall’individualismo marxiano non andrebbe però isolato il suo rapporto con la produzione e la società …
Questo è un altro dei motivi che distingue Marx dai teorici liberali dell’individualismo. Possiamo vedere questo aspetto se ripensiamo a ciò che Hannah Arendt scrive di Marx. Cose imprecise, d’accordo, ma credo che sia più interessante la sua teoria della separazione aristotelica tra il produrre e l’agire politico, poiesis e praxis nei termini greci. Già in Aristotele questa partizione era più complessa perché il produrre dell’umano è il produrre di quello stesso essere vivente che è capace di prassi e di relazioni pubbliche. Nella poiesis umana convergono quelle attitudini che rendono l’uomo capace di un’azione fine a se stessa. Marx rappresenta, se letto adeguatamente, il punto di indistinzione tra produzione e politica, ci permette di collocare l’azione politica all’interno di una mutazione epocale della produzione postfordista. Egli coglie l’aspetto pratico della produzione e anche la produzione della prassi.
In quello che dice mi sembra viva l’esigenza di ribaltare una certa immagine di Marx alla quale anche il marxismo italiano ha collaborato: Marx storicista, pensatore della storia e così via sino ad arrivare al Papa che gli attribuisce la responsabilità del socialismo reale…
Per questo, più che riproporre Marx come sociologo, scienziato, e peggio ancora economista, lo vedrei come il nervo scoperto della più attuale riflessione teoretica. E’ un po’ quello che capita con Kant. Se facessimo un esperimento mentale: Kant non è mai esistito, Wittgenstein non avrebbe mai scritto il suo Tractatus, ma non sarebbero mai nati i pensieri di Carnap o di Quine che hanno contestato Kant. Per tornare al marxismo italiano credo che ci siano stati dei contributi importanti, quelli di Roberto Finelli ad esempio, che hanno ribadito il concetto nient’affatto sociologico, ma teorico, di lavoro astratto. Per lavoro astratto s’intende l’essenza del modo capitalistico di produzione. Tuttavia questa categoria io preferisco declinarla nei termini di astrazione reale. Penso che il lavoro astratto sia la principale astrazione reale di cui parlava Marx.
Che cos’è l’astrazione reale, allora?
E’ una forma mentale che diventa fenomeno esteriore. Il denaro è l’esempio maggiore di astrazione reale. La più raffinata che la mente umana abbia saputo ideare: la quantità senza qualità che diventa una cosa che portiamo in tasca. Ma ce ne sono altre ancora più complicate. Il lavoro astratto è sicuramente centrale nel modo capitalistico di produzione. Accettando questa categoria dovremmo però soffermarci sulla nozione di forza lavoro, la vera scoperta di Marx. Come chiunque sa, Marx critica l’economia proprio perché non ha riconosciuto la differenza tra forza lavoro e lavoro. La forza lavoro è pura potenza. Sul mercato del lavoro io non vendo un lavoro in atto, ma vendo una pura potenza di produrre al contrario di quanto accadeva in precedenza, quando si vendeva solo la forza fisica. Oggi questa potenza è anche potenza linguistica, scientifica. Per questo dico che la vera astrazione reale oggi è proprio quella forza lavoro che con la vita della mente collettiva possiede questa potenza di produrre, ha le capacità di mettersi in relazione, di comunicare.
Lei vede dunque il lavoro mentale, comunicativo, per generalizzare quello “immateriale” come il fattore egemonico della produzione capitalistica. Eppure mi sembra che nella sinistra politica italiana il lavoro sia pensato in altri termini…
Trovo stupido regredire da una nozione di lavoro astratto a un lavoro determinato dalle sua qualità concrete, misurando così più i suoi prodotti che la sua potenza. Negli ultimi trent’anni c’è stata una tale astrattizzazione così sofisticata del modo di produzione che coinvolge non solo le ore di lavoro ma anche la stessa forza lavoro, il modo in cui si presenta la vita della mente.
Questo processo coinvolge anche le nuove forme di dominio?
Certamente. Il dominio oggi si radica nel tentativo di fare entrare nell’economia, nel suo nocciolo duro, tutto ciò che economico non è. Questo è un paradosso che ha ucciso l’economia politica negli ultimi trent’anni rendendola una scienza triste, una scienza che ormai o balbetta o tace del tutto. Oggi le principali potenze economiche non sono computabili attraverso le categorie economiche. Credo invece che sia determinante oggi considerare come terreno di riflessione l’astrattizzazione della vita. Penso infatti che ogni singolo che compone la moltitudine è un singolo che vive in una rete di rapporto cosmopolitici, astratti, sradicati. Questo è il punto da cui partire. C’è poi un certo uso della nozione di lavoro astratto che tende in maniera ingiustificata a ridurre la portata di questa astrazione della vita.
Cioè?
Volendo difendere il valore dell’astrazione della produzione capitalistica, è come se si volesse confinarla in una zona specifica, quella del processo del lavoro. Mentre l’astrazione è molto più generalizzata e intensificata e non può essere rinchiusa in questo ambito perimetrato.
Che spazio ha in questa sua ricostruzione il Marx politico della rivoluzione?
Il Marx ripreso negli anni Sessanta e Settanta è il Marx dell’estinzione dello Stato. E’ il contrario del Marx usato per giustificare la costruzione di uno Stato popolare, rappresentativo. Questo Marx dovrebbe essere legato a questo emergere di quella nuova sfera pubblica che io vedo nel general intellect. Una sfera pubblica sottratta cioè ai lacci che oggi che la qualificano come risorsa produttiva capitalistica. Marx ha fatto solo pochi accenni a questo problema. Ha solo intravisto nella comune di Parigi una forma politica non rappresentativa e non utopistica.
ARDITI NON GENDARMI




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