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    Predefinito La grande industria abita ancora il Mezzogiorno

    La grande industria abita ancora il Mezzogiorno

    Federico Pirro* - 19 Gennaio 2009
    Riceviamo e volentieri pubblichiamo, l’uno accanto all’altro, gli articoli di Federico Pirro e Carla Ravaioli. Si tratta di interventi dai quali traspare una sensibilità molto diversa sui temi della produzione e dell’ambiente. Noi riconosciamo pienamente le ragioni dell’ambientalismo, anche se ancora attendiamo che le cosiddette teorie della decrescita, cui parte del movimento ecologista tende ad appellarsi, diano prova di coerenza scientifica e di non contraddittorietà politica rispetto alle istanze del lavoro subordinato. Ma soprattutto siamo convinti che in generale si debba cercare di uscire dalla contrapposizione tra un industrialismo lesivo dell’ambiente e un anacronistico ambientalismo antindustrialista. Sebbene ancora molto sia il lavoro da fare in tal senso, negli articoli qui presentati si individuano alcuni passi nella giusta direzione. Il nostro auspicio è che la loro pubblicazione possa dare avvio a un dibattito teso concretamente, e finalmente, alla individuazione di una “sintesi” tra le diverse visioni. (La redazione).


    Un’associazione ambientalista di Taranto ha chiesto di recente al Comune di indire un referendum cittadino per giungere alla chiusura dell’intero stabilimento siderurgico, o almeno della sua area a caldo, a causa del forte impatto ambientale dell’impianto ove, peraltro, il Gruppo Riva sta realizzando da anni massicci investimenti per contenerlo. Si vorrebbe così puntare nel capoluogo ionico ad uno sviluppo fondato in larga misura su mitilicoltura, turismo, artigianato, servizi e commercio, avviandovi una pesante deindustrializzazione che colpirebbe una delle maggiori concentrazioni industriali del Paese e del Mediterraneo e svaluterebbe nei fatti l’impegno profuso da lungo tempo da Istituzioni, sindacati, imprese e centri di ricerca per contenere, con l’impiego di tecnologie avanzate, le ricadute nocive dei vari insediamenti sull’ecosistema cittadino.
    Ora, la recessione che colpisce il Paese non risparmia certo il Meridione, ma mentre vi sono ormai in declino i ‘protodistretti’ di pmi - che qualche economista aveva immaginato che potessero trainare la crescita del Sud [1] e che invece sono stati interessati nell’ultimo settennio da ristrutturazioni selettive - restano tuttora punti di forza i grandi stabilimenti di gruppi industriali settentrionali ed esteri, pubblici e privati, che vi si sono localizzati dai primi anni Sessanta del ’900, e che fra il 1996 e il 2007 hanno realizzato massicci investimenti per ampliamenti e ammodernamenti di impianti, incrementandovi spesso anche l’occupazione [2].
    Si passeranno rapidamente in rassegna alcuni comparti manifatturieri pesanti e mediopesanti, l’ICT, il transhipment e la portualità dei terminal container, escludendo per ragioni di spazio l’industria leggera – agroalimentare, tac e legno-mobilio – che pure vanta diffuse presenze di aziende italiane ed estere.
    Oggi la più grande fabbrica d’Italia per dipendenti diretti (13.346 + 3.100 nell’indotto) è proprio il gigantesco impianto siderurgico a ciclo integrale dell’Ilva di Taranto che, superando per i suoi occupati la stessa Fiat Auto a Mirafiori, è anche il maggior stabilimento del settore in Europa. Inoltre ben oltre la metà della capacità di raffinazione petrolifera del Paese è nel Mezzogiorno con 5 raffinerie in Sicilia, 1 a Taranto, mentre la più grande d’Italia è in esercizio a Sarroch nel Cagliaritano (1.000 addetti diretti + 3.000 nell’indotto), della Saras (famiglia Moratti), impianto che è anche il maggiore del Mediterraneo ed uno dei sei supersites d’Europa. Dei cinque impianti di cracking in Italia per la produzione di etilene. ben 4 sono nel Sud e quello di Priolo (SR) è il più grande e fra i maggiori del continente.
    I pozzi petroliferi in Basilicata, i maggiori on-shore d’Europa, creano nella regione un indotto di 1.500 unità. Nella chimica fine operano fra gli altri nel Mezzogiorno i gruppi farmaceutici mondiali della: 1) Sanofi Aventis con 2 impianti a L’Aquila e Brindisi; 2) Serono Merck a Bari; 3) Novartis nel Napoletano con 412 addetti diretti; 4) Wyet Wederle a Catania con 1.000 occupati diretti.
    Nei settori dell’auto e dell’automotive, oltre il 50% della capacità produttiva di automobili e di veicoli commerciali leggeri del Gruppo Fiat è insediata nei grandi stabilimenti della Sevel ad Atessa (CH) (6.300 addetti diretti, 700 interinali e oltre 3.000 nell’indotto); dell’Alfa Romeo a Pomigliano d’Arco (NA) (5.000 diretti, più 5.000 nell’indotto); della Fiat Sata a Melfi (PZ) (5.200 diretti e 3.000 nell’indotto di primo livello); della Fiat auto a Termini Imerese (PA) (1.500 addetti diretti più 400 nell’indotto). Il Gruppo Fiat ha anche altri grandi stabilimenti a Sulmona, Termoli, Napoli (2), Pratola Serra e Flumeri (AV), Foggia, Bari, Lecce dove produce componentistica, motori, autobus e macchine movimento terra: ad essi si aggiungono quelli della Ergom, di recente acquisita dal Gruppo torinese. A Bari è in esercizio un polo di componentistica per auto con gli imponenti impianti dei Gruppi Bosch (2.350 addetti), Firestone (1.000) Getrag (750), Magneti Marelli (731), Graziano Trasmissioni, Skf e il loro indotto.
    Nell’aerospaziale uno dei più grandi poli d’Italia è nell’area di Napoli, seguita da quelli di Brindisi, Foggia e Grottaglie (TA). Nel settore energetico a Brindisi esiste la più potente centrale termoelettrica d’Italia – insieme a quella di Porto Tolle nel Veneto – di proprietà dell’Enel, da 2.640 MW, con 470 addetti diretti e 800 nell’indotto. La Puglia è la seconda regione alle spalle della Lombardia per energia da combustibili fossili e la prima per quella da fonte eolica. Oltre all’Enel, operano nel Sud i maggiori gruppi energetici italiani come Edison, Sorgenia, Enipower ed esteri come British gas, Endesa-Eon, Atel, Gas Natural, con centrali a turbogas, a olio combustibile, eoliche e distribuzione di gas in reti urbane.
    Nell’ICT esistono i poli mondiali della STMicroeletrocnics a Catania con 4.600 addetti diretti, in quella che è nota come l’Etna Valley; della Micron ad Avezzano (AQ) con 2.000 addetti diretti; della Ericsson a Marcianise; della bioinformatica nel Cagliaritano, mentre in Sardegna è nata anche la Tiscali di Renato Soru.
    La Campania è la terza regione d’Italia per produzione di elettrodomestici con 2 siti della Indesit nel Casertano, della Whirpool a Napoli - con 18 aziende dell’indotto - e della Siltal sempre nel Casertano. La più grande fabbrica d’Italia di aerogeneratori per energia eolica è a Taranto ed è della multinazionale danese Vestas, leader a livello mondiale nel settore, con 600 addetti diretti nella città ionica e 1.000 nell’indotto. Nel Meridione inoltre esistono grandi stabilimenti pubblici e privati produttori e manutentori di materiale rotabile ferroviario della AnsaldoBreda a Napoli, Reggio Calabria e Palermo, del Gruppo Firema a Caserta e delle Ferrovie dello Stato a Foggia.
    Massiccia è anche la presenza di cementerie dei 4 grandi gruppi nazionali Italcementi, Buzzi Unicem, Colacem, Cementir, con le loro aziende di calcestruzzi, e di impianti di produttori minori. Da segnalare inoltre le numerose fabbriche della pugliese Fantini-Scianatico, fra i maggiori fornitori italiani di laterizi con stabilimenti anche all’estero. Nella prefabbricazione pesante spiccano gli impianti in Puglia della piacentina RDB, il primo produttore italiano del comparto. Esistono inoltre tre grandi poli navalmeccanici a Castellammare di Stabia (Na), a Palermo – questi due controllati dalla Fincantieri - e nel Messinese dove opera, fra le altre la Roqriquez del Gruppo Immsi di Roberto Colaninno. A Taranto è in esercizio il più grande Arsenale della Marina Militare Italiana con 1.700 addetti, insieme a quello di La Spezia. Nell’area di Napoli inoltre si concentrano 80 produttori di nautica da diporto, mentre un altro polo del settore è a Messina ed un altro in via di sviluppo a Manfredonia (FG).
    Sempre nell’area del capoluogo campano esiste una delle maggiori concentrazioni di armatori d’Europa, con società leader a livello mondiale in alcuni segmenti di transhipment come il Gruppo Grimaldi per i rotabili e la MSC dell’imprenditore sorrentino-ginevrino Aponte che, oltre ad essere fra i maggiori nel settore crocieristico, è il secondo al mondo nella movimentazione via mare di container. Il più grande porto container del Mediterraneo per TEUs movimentati nel 2007 è a Gioia Tauro; altri quattro di rilevante capacità sono a Taranto, Cagliari, Salerno e Napoli. Il secondo scalo d’Italia dopo Genova, per traffico di materie prime e beni finiti, è quello industriale di Taranto che ha superato Trieste.
    La maggior parte delle grandi industrie citate è tuttora concentrata nei poli di Chieti-San Salvo, Termoli, Napoli Pomigliano d’Arco, Foggia-Incoronata, Bari-Modugno, Brindisi, Taranto-Massafra-Grottaglie, Catania, Palermo-Termini Imerese, Priolo-Augusta-Melilli, Gela, Sarroch-Cagliari, Sulcis Iglesiente Portovesme, Porto Torres [3]. Ad essi si affiancano siti manifatturieri più recenti come Atessa, Melfi, Lecce-Surbo, Gioia Tauro, ma anche aree di più antica industrializzazione, diffuse in varie regioni meridionali, che non hanno tuttavia acquisito la forza propulsiva delle grandi zone industriali.
    Nel Sud dunque si localizzano settori strategici dell’industria italiana - con attività nell’indotto - con i quali il Paese compete e difenderli sul mercato significa difendere segmenti portanti dell’industria nazionale. Emerge poi il ruolo strategico in taluni comparti e in certe aree di grandi impianti di Eni, Enel, Finmeccanica, Fincantieri, Ferrovie dello Stato, Poligrafico dello Stato, restituiti a piena efficienza: pertanto in essi tali presenze pubbliche andrebbero salvaguardate. Da tali poli può ripartire una rinnovata strategia di industrializzazione nell’interesse del Paese.

    *Professore di Storia dell’industria nell’Università di Bari.


    http://www.economiaepolitica.it/inde...l-mezzogiorno/

  2. #2
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    Retrocede.

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    L'Ilva è stata la classica cattedrale del deserto, l'indotto non si è mai sviluppato e quel poco che c'era è stato chiuso anni addietro. Il compito dell'Ilva attualmente è solo uno: inquinare e far morire la gente. Si muore sia di lavoro senza che le TV ne parlino (mica siamo a Torino) che di malattie correlate ai fumi.
    La cosa che mi chiedo io è: come fanno a vivere le altre Province senza l'Ilva ? Beh se possono vivere loro senza l'Ilva credo che lo possa fare anche la Provincia di Taranto.
    Riva se vuole rimanere DEVE investire in sicurezza e ambiente, non buttare soldi a CAI e nello stesso momento cassaintegrare 3.500 dipendenti.
    E' facile parlare di industrializzazione, ma a che prezzo? E per quali fini? Aiutare la cordata dei patrioti italiani esperti di aerei?
    Quanto è costata l'Ilva in termini sociali e ambientali? E facendo un bilancio dopo 50 anni, siamo sicuri che esso sia positivo?

  4. #4
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    La cassa integrazione dell'ILVA in teoria finirà il 28, ma a quanto pare verrà rinnovata.
    Oggi c'è stato un incidente, l'ennesimo, per fortuna senza conseguenze sui lavoratori e per fronteggiare l'emergenza sono stati richiamati alcuni a lavorare.


    Cyber, se vuoi fare la prova per vedere com'è stare senza ILVA non credo che dovrai aspettare molto. Ringrazia il caro Presidente della Regione per l'esperimento.

  5. #5
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    Sei contraria alla legge anti diossina? Dobbiamo superare l'idea romantica della fabbrica, in un Paese Avanzato non è concepibile l'esistenza di una industria con un potere inquinante così elevato.
    Se hai coraggio prendila tu una casa a Tamburi, così capirai che significa respirare il 90% della diossina emessa in Europa.
    Il romanticismo in questo caso non serve a nulla, di diossina si muore, i bambini muoiono di cancro ai polmoni.
    Qua è tutto contaminato, bestiame, latte, formaggi, olio e vino.
    O si adegua, o chiude. C'è poco da fa.


    Il Presidente Napolitano a Taranto ha chiesto scusa del suo peccato. Tutti erano d’accordo negli anni ’60 a creare questo stabilimento delle partecipazioni statali, poi regalato al privato. Erano talmente convinti che non sentirono le ragioni di urbanisti di tutta Italia che a Taranto, nel 1973, fecero un convegno contro il raddoppio dello stabilimento. Sbagliarono pure il layout, l’avessero fatta al contrario ciminiere e polveri sarebbero state a 7 km dall’abitato e non a 200 metri.

    Come giustamente dice l’Ing De Marzo ora l’Ilva rischia di non avere l’autorizzazione integrata ambientale. Questa iniziativa di convolgimento dei cittadini può essere utile per costringere l’azienda a far qualcosa, altrimenti è l’Europa che chiederà, in assenza di autorizzazione, la sua chiusura.

  6. #6
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    «Taranto Futura risponde alla missiva pro-ILVA di Pirro»
    Il Comitato Taranto Futura risponde a Federico Pirro. Dal professore solo risibili e sorprendenti vacuità, da non meritare alcun commento, ma da interpretarli come una farneticante pretesa di raccolta fondi d’aiuto a sostegno del sig. Riva.
    9 aprile 2008 - Claudio Monteduro (Comitato Taranto Futura)

    - Non potevamo non rispondere facendo passare sotto silenzio l’intervento del sig. Federico Pirro pubblicato sul Corriere del Mezzogiorno del 4/04/2008, del quale in verità non se ne sentiva il bisogno, e col quale ha inteso esprimere un suo parere sulla nostra iniziativa del referendum agli abitanti di Taranto per chiedere loro la chiusura dell’ILVA.

    Vedremo in ogni caso se questo comitato sarà solo un “gruppo (ristretto) di rappresentanti della società civile che vorrebbero raccogliere firme per l’indizione di un referendum (consultivo) sull’argomento”, come ,riportato tra virgolette, lui lo definisce.

    Ben altri sproloqui del tipo: “abbassare l’inquinamento costa molto alle aziende: bisogna aiutarle” sono perlomeno di una risibile e sorprendente vacuità, da non meritare alcun commento, ma da interpretarli come una farneticante pretesa di raccolta fondi d’aiuto a sostegno del sig. Riva.

    Come dire, concedetecelo, oltre al danno la beffa. Ricordiamo al sig. Pirro che scegliere di venire ad abitare nella nostra città non gli sarebbe impedito, lo accoglierebbe quella parte di cittadini (ce ne sono ?) che sono convinti come lui che l’ambiente sia sufficientemente sano per sopportare ancora per “un altro anno e chissà per quant’altri” le emissioni senza controllo, non solo dell’industria siderurgica. Non è evidentemente informato, dell’ulteriore proroga dell’autorizzazione della AIA (Valutazione dell’impatto ambientale) scaduta il 31 marzo.

    Ci soccorre il dubbio che tali dichiarazioni populiste abbiano ben altri significati espresse nel momento elettorale, suggerite dall’interesse per ambizioni politiche del candidato Federico Pirro al parlamento, se siamo ben informati, oggi consigliere comunale di Bari, già giornalista Rai, ora in pensione. Se analizziamo, per noi, altre irriflessive asserzioni tipo : Chi dice di voler chiudere l’Ilva non offre alcuna prospettiva alla città. Senza industria, il Sud e Taranto non hanno futuro. È bene che tutti ne prendano atto (per sempre) perché chi tentasse di imporre la dismissione della fabbrica, dovrebbe scontrarsi con la marea umana di oltre 13 mila tute verdi che questa volta-insieme a impiegati, dirigenti ,quadri e dipendenti dell’Ilva e delle aziende dell’indotto- manifesterebbero con ben altra forza rispetto a quella tenera e gentile dei bambini secondo una interpretazione meno miope potremmo definirle una sorta d’intimidazione e di sottesa sollecitazione a rischiose ribellioni di tipo rivendicativo.

    Sarebbe interessante avere un parere di esperti di diritto per accertare se tali supposizioni possano essere passibili, almeno, di una reprimenda. Altra assurda conclusione quella: “non sfugge a nessuno che tutti gli interventi tecnologici da completarsi per abbattere le emissioni nocive nei vari stabilimenti hanno costi che non possono essere posti a carico solo dei bilanci delle aziende che dovrebbero realizzarli, perché esse - già gravate da costi elevati di energia, lavoro e trasporti – devono poi competere con concorrenti di Paesi ove sono quasi inesistenti determinate sensibilità ecologiche”, che ci fa dubitare sulle competenze e sulle opportune informazioni che si dovrebbero avere nel fare valutazioni di tale inconsistenza.

    Non ci trova disposti a condividere le ultime conclusioni dove si chiede se non sarebbe il caso di destinare non restituendo i quasi 500 milioni di fondi 2000-2006 dell’Unione Europea non investiti dall’Acquedotto Pugliese, investendoli invece per finanziare il processo di disinquinamento che dovrebbe essere a carico di chi inquina e non sottrarli ad altri investimenti nel rispetto dei regolamenti comunitari.

    Ebbene, abbiamo sempre affermato,di aver messo in conto che oltre come provocazione, la nostra iniziativa sarebbe apparsa a tanti come un progetto elaborato da persone portatrici sane di una lucida follia. Follia a nostro avviso è continuare a inquinare e a condannare , è accertato, chissà quant’altri a morire di tumori e non pagare o far pagare ad altri i conti del disastro ambientale.


    http://www.tarantosociale.org/tarant...e/a/25709.html

  7. #7
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    Non sono "contraria". Sono perplessa.

 

 

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