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    Predefinito *** DOSSIER / L'ascesa dei Red Tories ***

    Phillip Blond
    L'ascesa dei Red Tories


    Prospect, 28 febbraio 2009





    Viviamo in un’epoca di crisi. In periodi del genere la gente si rifugia nella sicurezza, ed edifica barricate contro il futuro. L’emergenza finanziaria sta avendo esattamente questo effetto sulla classe al governo in Gran Bretagna. Il partito laburista ha ceduto alla tranquillità dello stato assistenzialista e alle comodità della prima tassa sul reddito che sia mai stata imposta dalla metà degli anni Settanta. Nel contempo, i conservatori sembra stiano tentando di opporsi alla catastrofe economica proponendo una replica dell’austerità alla Thatcher. Ma questa crisi rappresenta ben più di una comune recessione. Equivale al disintegrarsi stesso del concetto di “stato di mercato” e rende assolutamente obsoleto il consenso politico acquisito negli ultimi 30 anni. Oggi quel che serve è un’analisi fresca e rinnovata dell’ortodossia ideologica di governo. Quel che è certo, questa nuova linea di pensiero non è destinata ad arrivare dalla sinistra. Il New Labour è intellettualmente estinto, per quanto Gordon Brown si ostini a promettere l’inevitabile ritorno a uno status quo ormai defunto. In realtà, però, la riconversione di Brown da post socialista sostenitore del libero mercato a fautore dell’interventismo statale è plausibile solo in virtù del fatto che i conservatori non sono riusciti a sviluppare un’economia politica alternativa capace di spiegare le ragioni di questa crisi, e delinea un futuro diverso, esente da ortodossie ormai in disarmo. Finché ciò non accadrà, il punto di vista di Brown secondo cui il partito conservatore sarebbe il partito del “far nulla” ha un suo fascino, e rende gli esiti delle prossime elezioni tutt’altro che scontati.

    A un livello più profondo, il momento attuale costituisce una sfida per il conservatorismo stesso. Il partito conservatore è ancora visto come il partito del libero mercato, un concetto che ha finito per scadere nel monopolio finanziario, nell’affarismo e nel capitalismo globale sregolato. L’approccio al sociale dei Tory si è proficuamente evoluto, ma la posizione in materia di economia è ancora sospesa tra reiterazione e rinnovamento. Nell’agosto del 2008 David Cameron affermava: “Sarò radicale nelle riforme sociali quanto Margaret Thatcher lo è stata in quelle economiche”, e “quel che serve al paese in questo preciso momento è una riforma sociale radicale”. Riguardo all’aspetto sociale aveva ragione, ma di fronte a uno scenario di collasso dei mercati e in assenza di un’alternativa macroeconomica, l’economia thatcheriana è stata sconfitta dall’evoluzione degli eventi.

    Fortunatamente, però, il conservatorismo ha una tradizione ricca e articolata, e riconsiderarne la storia può fornire a Cameron le risposte di cui ha bisogno. Idee del genere derivano da un conservatorismo che ha radici ben più profonde del 1979, e le cui ramificazioni arrivano fino alla tradizione del conservatorismo civico comunitario, o torysmo rosso. Un approccio ben più radicale di qualsiasi altro caratterizzi la sinistra attuale, e che dovrebbe a rigor di logica essere l’indirizzo per la destra. La possibilità di ristabilire un torysmo radicale e progressista non deve venir meno a causa della recessione economica.

    (...)

    La crisi finanziaria rappresenta un’opportunità per pensare a un conservatorismo rinnovato, dal disegno nazionale unitario. Cameron sostiene che il suo Tory preferito è Disraeli. Disraeli ha cercato di migliorare una società devastata dall’industrializzazione rampante prodotta dal capitalismo del Diciannovesimo secolo, mentre il principale obiettivo di Cameron (almeno finora) è stato la creazione di un qualcosa profondamente targato Ventesimo secolo: uno Stato disfunzionale ed esautorato. I Tory del Diciannovesimo secolo criticavano il capitalismo liberale, mentre i conservatori del Ventesimo secolo condannano le conseguenze illiberali dello statalismo. Quelli del Ventunesimo secolo, specialmente a fronte dell’attuale crisi, devono prendersela con entrambi se veramente tengono a ciò che più soffre della deregolamentazione del mercato e del potere statale illimitato: la società stessa. Il conservatorismo, così concepito, potrebbe rigettare la politica di classe – la logica della “nostra gente” – e gli interessi di chi già è benestante a favore di una politica nazionale che soddisfi i bisogni di tutti.

    È stato Edmund Burke a coniare la famosa definizione del conservatorismo radicale come approccio fondato sulle comunità circoscritte della famiglia e dell’associazione tra cittadini. “L’amore per la piccola cerchia di cui facciamo parte nella società è il primo fondamento dell’affezione pubblica. È il primo anello della catena attraverso cui arriviamo all’amore per il nostro paese e per l’umanità tutta”. È questo l’autentico spirito del conservatorismo di Cameron e, preso seriamente, rappresenta una rottura con la logica monopolista dello stato di mercato. Ma per riconoscere l’essenza di tale innovazione dobbiamo opporci al potenziale del conservatorismo civico comunitario di Cameron proprio con ciò che esso intende trascendere: la corruzione e degenerazione della politica britannica postbellica.

    Dal 1945 ad oggi il Regno Unito ha sperimentato due diversi paradigmi di governo. Il primo – il keynesismo promosso dallo Stato – è andato avanti dal 1945 alla crisi petrolifera del 1973 per poi spegnersi definitivamente nel 1979. Il secondo – il neoliberismo – è partito da lì ed è giunto fino alla crisi del debito globale del 2007-2008. Spesso si dà per scontato che questi due modelli rappresentino due punti di vista sul mondo radicalmente diversi e che si escludono a vicenda, eppure a prescindere dalle differenze oggettive essi condividono alcuni importanti presupposti filosofici ed economici, ed entrambi hanno conquistato un favore trasversale. Pensate a che società siamo diventati: siamo una nazione bipolare, uno stato burocratico e centralizzato che governa in maniera disfunzionale una cittadinanza sempre più frammentata, esautorata e atomizzata. Le strutture intermedie del vivere civile non esistono più, e con loro è scomparso l’ideale di Burke di una medietà civica, religiosa, politica o sociale, dal momento che lo stato e il mercato acuiscono il proprio potere alle spese della gente comune. Ma se il socialismo del Ventesimo secolo e il conservatorismo hanno finito per convergere nello stato di mercato, ciò è accaduto come conseguenza degli insistenti dettami della modernità stessa. E la modernità, se non è liberale, non è nulla.

    Per capire come sia possibile che l’eredità del liberismo porti sia all’autoritarismo dello stato che a un individualismo atomizzato, dobbiamo prima ricordare che il liberismo filosofico è nato nel Diciottesimo secolo dalla criticità nei confronti delle monarchie assolute. Tale approccio puntava a difendere i diritti dell’individuo dagli abusi arbitrari del sovrano. Ma la tutela della libertà individuale si estremizzò al punto che ognuno fu obbligato a rifiutare i dettami altrui, perché ciò avrebbe semplicemente voluto dire sostituire la legge della volontà di un uomo (il sovrano) con quella di un altro. Stando così le cose, la forma più estrema di autonomia liberale implica il ripudio della società, perché la comunità umana influenza e plasma l’individuo prima che una qualsiasi facoltà sovrana di scelta possa prendere forma. Il concetto liberale di uomo, quindi, è in primo luogo un’idea del nulla: niente famiglia, niente appartenenza etnica, nessuna società o nazione. Ma la gente vera è fatta della società degli altri. Per i liberali, l’autonomia deve venire prima di ogni altra cosa, ma un “sé” del genere è una finzione. Una società così costituita richiederebbe un’autorità centrale potentissima capace di gestire il continuo conflitto tra individui egoisti. Ne deriva che l’inatteso esito di un liberismo illimitato è la più illiberale delle entità possibili: il dirigismo statale assoluto. Anche i liberali più “comunitari” – dai filosofi come Michael Sandel ai politici come Ed Miliband – non possono sostenere una comunità senza un governo forte. Per loro lo Stato è la risposta, quando invece generalmente è ciò che aggrava il problema. L’eredità dell’individualismo liberale è la restaurazione dell’assolutismo che in origine si proponeva di contrastare. Una tragedia filosofica così sintetizzabile: “il re è morto, lunga vita al re”.

    I conservatori che credono nei valori, nella cultura e nella verità dovrebbero quindi pensarci due volte prima di definirsi liberali. Il liberismo può essere virtuoso solo se legato a una politica del bene comune, un problema di cui anche i liberali più illuminati - Mill, Adam Smith e Gladstone – sono consapevoli ma che non può essere risolto. Dai principi liberali non può derivare una visione “buona” della vita. Il liberismo illimitato genera un relativismo atomizzato e l’assolutismo dello Stato. Finora sia Tory che laburisti sono stati contaminati dal liberismo, e l’unica vera eredità postbellica sia per la destra che per la sinistra è – e ciò non deve sorprendere – uno Stato centralizzato e autoritario, una società frammentaria e disassociata.

    Sia nel pubblico che nel privato, il tratto distintivo degli ultimi decenni è stato determinato da queste tre fasi: il consenso liberale, il persistere del concetto di classe, e il trionfo del monopolio e della speculazione in nome del libero commercio e della modernizzazione. Contro tutto ciò, il nascente conservatorismo civico di Cameron rappresenterebbe la prima rottura radicale con tutti i mali sopra menzionati. Esso è il fulcro attorno al quale potrebbe ruotare il rinnovamento della Gran Bretagna. Ma il suo è un lavoro già monco. Il degrado della nostra società va ben oltre le disfunzioni delle classi meno abbienti. L’anno scorso uno studio di Danny Dorling ha dimostrato quanto l’anomia sia diventata normale, concludendo come “anche le comunità più deboli del 1971 fossero più forti di una qualsiasi comunità attuale”. La nostra è, a tutti gli effetti, una società infranta.

    Tuttavia il conservatorismo britannico non deve fare lo stesso errore di quello americano predicando “la morale più il mercato” senza considerare il fatto che il liberismo economico ha spesso rappresentato una copertura del capitalismo e del monopolio, e pertanto è da ritenere altrettanto socialmente dannoso dello statalismo di sinistra. Parimenti, se i conservatori devono togliere potere allo stato di mercato per darlo alla gente, devono sviluppare un “neolocalismo” ardente che si impegni per ridare forza alle comunità e sia capace di dare vita a nuove, ferventi economie locali in grado di sostenere la visione civica del partito.

    In che modo accadrà? Quail devono essere le priorità di Cameron, e in che modo egli può riuscire a stabilire un nuovo modello Tory comunitario? Potrebbe partire da quattro linee d’azione: rilocalizzare il sistema bancario, sviluppare capitale locale, aiutare la gente normale ad acquisire nuovi beni e infrangere i grandi monopoli economici. La prima priorità dovrebbe essere un sistema bancario che funzioni. Le banche britanniche non fanno più credito perché sono gravate da 150 milioni di miliardi di sterline di ipoteche in costante svalutazione. Per risolvere questa situazione ci sarebbe bisogno di un nuovo sistema bancario parallelo. Per crearne uno, Cameron dovrebbe annunciare una riconfigurazione delle Poste per ampliarne le attualmente limitate funzioni bancarie, e invertire il processo di privatizzazione avviato da Peter Mandelson. Le Poste sono ovunque popolari, nazionali, legate alla comunità locale e, quel che è l’aspetto cruciale, interamente svincolate da debiti fondati su beni in declino. Le altre banche fornirebbero loro dei prestiti ma, quel che più importa con i tassi di interesse che si avvicinano allo zero, la Banca d’Inghilterra potrebbe utilizzare a un costo minimo “l’alleggerimento” (il “creare moneta”) per sottoscrivere investimenti e ipoteche. Il ricorso alle Poste introdurrebbe una qualche concorrenzialità da settore pubblico.

    Certo, il potere di ago della bilancia dello stato aumenterebbe, ma a costo nominale. Se aiuta a porre un freno al calo dei prezzi dei beni (come un ritorno al prestito consentirebbe), qualsiasi investimento di denaro pubblico assicurerebbe i soldi già investiti nel salvataggio di Brown, e sarebbe di gran lunga più efficace di qualsiasi incentivo fiscale. Queste Poste rinnovate potrebbero effettivamente ridare nuova linfa all’economia garantendo prestiti a piccolo margine, e partecipando all’investimento locale piuttosto che alla speculazione globale. Potrebbero addirittura essere localizzate piuttosto che privatizzate, restituendole alle comunità, per ampliare gli investimenti e aumentare la ricchezza in ogni quartiere.

    Una volta annunciato il suo piano, Cameron dovrebbe proseguire aiutando le comunità locali a prendere possesso delle proprie risorse. Dovrebbe istituire una nuova classe di fondi di investimento, dedicata alle città e ai paesi specifici. Questi fondi potrebbero diventare dei nuovi centri della finanza locale; piuttosto che investire in Islanda, gli enti locali e altre strutture sarebbero obbligati a depositare lì i fondi pubblici, aumentando la base di capitale locale. Allo stesso modo la proposta dei Tory di nuovo “fondo sociale” potrebbe interagire con queste realtà nelle aree più povere, garantendo delle sacche di microfinanza per chi non ha beni. Si creerebbe così una nuova e genuinamente conservatrice forma di welfare basato sulle risorse che finirebbe per portare a una conclamata indipendenza.

    Il passo successivo sarebbe quello di assicurarsi che l’approvvigionamento del governo locale sia destinato a enti locali. Uno studio del 2005 della New Economics Foundation ha dimostrato che ogni sterlina spesa con un fornitore locale ne genera 1.76 localmente, mentre ogni sterlina spesa con un fornitore non locale genera solo 36 centesimi. Un aumento del 10 per cento negli investimenti a livello locale significherebbe un’iniezione di 5.6 milioni di miliardi di sterline nelle economie locali. E se i fondi riuscissero ad emettere anche dei bond, si potrebbe tornare a qualcosa di simile alla potenza delle municipalità del Diciannovesimo secolo (i residenti potrebbero addirittura prendere parte a delle versioni di massa di Dragon’s Den per decidere che investimento fare). Così concepita, la dimensione locale potrebbe aiutare a contrastare la terribile spinta accentratrice di Londra, che risucchia tutto il talento e il denaro dal resto del paese nel proprio congestionato sudest, lasciando altrove il ristagno.

    Il passo successivo del conservatorismo è quello di rovesciare la vecchia politica di classe, restituendo il capitale alla forza lavoro. Cameron dovrebbe rifiutare la vecchia trama marxista che dipinge i Tory come indissolubilmente legati a un proletariato privo dei propri diritti civili. Al contrario: i conservatori credono nell’estensione generalizzata del benessere e della ricchezza. Tuttavia la grande catastrofe degli ultimi 30 anni è la dissoluzione del capitale, dei beni e dei risparmi dei poveri: in Gran Bretagna, la percentuale di benessere (escluse le proprietà) a cui ha accesso il 50 per cento più basso della popolazione è crollata dal 12 per cento del 1976 ad appena l’1 per cento del 2003. Un conservatorismo civico comunitario radicale dovrebbe votarsi a invertire questo trend. Ciò implica un rifiuto ponderato della mobilità sociale, della meritocrazia e del linguaggio statalista e neoliberale dell’opportunità, dell’istruzione e della scelta. Perché? Perché secondo tale visione a meno che tu non sia nel cerchio d’oro compreso tra il 10 e il 15 per cento superiore della scala dei contribuenti, sei fondamentalmente un insicuro, un individuo senza successo e senza merito né valore. I Tory dovrebbero lasciare quest’ideologia della bancarotta al New Labour e far proprio piuttosto un comunitarismo organico che gratifichi ogni livello sociale con meriti, sicurezza, benessere e dignità.

    (traduzione di Chiara Rizzo)

    © (2010) Prospect Magazine
    Distributed by The New York Times Syndicate


    L'ascesa dei Red*Tories | Caffè Europa - Webzine di cultura europea e democrazia informata
    Ultima modifica di Florian; 13-05-10 alle 20:00

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    Predefinito Rif: L'ascesa dei Red Tories



    Il "red Tory" Phillip Blond, a destra, ritratto insieme al "blue Labour" Maurice Glasman, a sinistra.

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    Predefinito Rif: L'ascesa dei Red Tories

    La fuga solitaria del “Red Tory”

    di Pasquale Annicchino





    “Restateci voi all’Università di Cumbria”. Questo sembra essere stato il primo pensiero di Phillip Blond, uno dei protagonisti dello scenario politico-intellettuale attuale in Inghilterra. Per Alberto Mingardi a febbraio Blond era ancora una “provocazione”, “un personaggio di dignitoso secondo piano” (Il Riformista 22/02/2009), ma più passano i mesi più aumentano i fedelissimi del “Conservatorismo Progressista”. Questo lo slogan coniato dal teologo inglese che invoca una “Catholic economy”, mezzi conservatori per scopi progressisti, e che David Cameron ha preso come guru per la sua lunga corsa elettorale.
    Certo un teologo che discetta di economia potrebbe far storcere il naso agli addetti ai lavori, ma le notes di Blond che circolano fra gli addetti ai lavori dei Tories dettano la linea. Così “il nostro” non lascia, ma raddoppia. Messo a capo del Progressive Conservatism Project gestito dal think tank Demos, dopo i primi successi Blond ha ben pensato di alzare la posta e mettersi in proprio. Ha raccolto quasi due milioni di sterline in due settimane e così a settembre fa partire i lavori della sua nuova macchina infernale: il think tank Res Publica (Si recluta, se qualche libertario coraggioso è interessato non esiti!!). Che cosa succederà all’iniziativa di Demos? Jonty Olliff Cooper ne ha preso le redini e, in una conversazione telefonica, mi ha confermato che l’impostazione che seguiranno sarà diversa rispetto a quella del teologo Blond. Meno social conservatism (quindi meno attenzione al ruolo della religione nelle dinamiche pubbliche) e maggiore attenzione all’economia (magari qualcuno potrebbe essere interessato all’ultimo working paper “Ricapitalising the poor. Why property is not theft”). Attendiamo la risposta di Blond che intanto conquista anche una bella paginata del Guardian. Secondo la migliore tradizione anche i conservatorismi si moltiplicano. Entia sunt multiplicanda direbbe qualcuno, ma Blond replica: “There are just too many people rehashing the politics of the 1980s. What I want to do is something truly transformative”. Yes we can.

    p.s.
    Ad agosto Blond sbarca a Rimini con il suo “Civic State”.


    CHICAGO BLOG » La fuga solitaria del “Red Tory”

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    Predefinito Rif: L'ascesa dei Red Tories




    Phillip Blond al Meeting di Rimini


    Filosofo e pensatore inglese, ha studiato Filosofia e Politica all’Università di Hull, Filosofia continentale a Warwick e Teologia al Peterhouse College di Cambridge; ha curato Post-Secular Philosophy, un testo chiave per la nuova teologia radicale. È stato docente di Teologia cristiana all’Università di Cumbria. È direttore del progetto Progressive Conservatism presso Demos, un importante think tank di Londra. I suoi interessi includono il welfare, i mercati finanziari, il localismo e il comunitarismo.


    Eventi:


    IL FUTURO DEGLI STATI: FEDERALISMO O DECENTRAMENTO?
    Data: 28/08/2009


    CULTURA POLITICA E SUSSIDIARIETÀ
    Data: 25/08/2008


    http://www.meetingrimini.org/default...=671&item=4733
    Ultima modifica di Florian; 13-05-10 alle 19:06

  5. #5
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    Predefinito Rif: L'ascesa dei Red Tories

    Phillip Blond al Meeting di Rimini 2009 /1


    IL FUTURO DEGLI STATI: FEDERALISMO O DECENTRAMENTO?
    Venerdì 28 agosto 2009, ore: 11.15 Sala A1

    Partecipano: Phillip Blond, Director of ResPublica; Jeb Bush, former Governor of Florida; Maurizio Lupi, Vice Presidente Camera dei Deputati. Introduce Marco Bardazzi, Giornalista.


    MARCO BARDAZZI:

    (...) Phillip Blond ha lanciato di recente un proprio think tank res pubblica e le sue tesi alimentano sempre più i discorsi e i progetti politici del leader conservatore, David Cameron. Mr. Blond please.

    PHILLIP BLOND:

    Grazie, è veramente un piacere per me e sicuramente anche un onore tornare dinanzi a voi, qui a Rimini. La crisi che ci sta colpendo, in particolare negli ultimi 18 mesi, è per me qualcosa che ha radici profonde, si tratta fondamentalmente di fenomeni che hanno portato all’accentramento dell’economia e alla centralizzazione dello stato. Questi due fenomeni ovvero lo stato centralizzato, l’economia centralizzata, si sono verificati nel Regno Unito grazie alla politica della sinistra e alla politica della destra e ciò che è mancato nel mio paese è una profonda comprensione del concetto di sussidiarietà politica ed economica. Per tanto è mia intenzione, in questo mio breve intervento, delineare come la sinistra, il partito laburista, attraverso lo stato centralizzato, abbia portato ad una democrazia di cui beneficia solo l’élite e come il partito conservatore, la destra, a causa di una scarsa comprensione dell’economia di mercato, abbia portato ad un economia centralizzata. Queste due cose forse sono per certi versi coincise, per portare poi a livelli di indebitamento la speculazione, che alla fine ha fatto crollare il modello anglosassone e ha aperto la strada a un sistema politico ed economico del tutto nuovo, nel quale la sussidiarietà dovrà svolgere un ruolo fondamentale. E’ mia intenzione parlare di una serie di aspetti che mi augurano possono avere interesse per voi e attinenza non solo per il mio paese. È evidente che noi stiamo vivendo un momento di cambiamento epocale nella storia politica del Regno Unito, proprio come c’è stato un cambiamento nel ’79 dal partito laburista all’elezione della signora Thatcher, che ha portato a un cambiamento totale rispetto alla Londra precedente, con la comparsa di qualcosa di nuovo, di rivoluzionario che ha cambiato completante lo stato britannico. L’attuale crisi del debito, che non ha precedenti, sta portando una simile rivoluzione nel mio paese.

    Nel ’79, l’elezione della signora Thatcher pose fine allo stato sociale; la crisi del 2008-2009 porterà alla fine dello stato-mercato e nelle prossime elezioni vedremo, speriamo, la nascita di quello che io definisco lo stato civico. Sappiamo quali sono state le cose positive e negative del welfare state coretto, perché costituisce una base sotto la quale le persone non possono scendere, una specie di rete di sicurezza che sostiene le persone che, per motivi di salute, di patrimonio, di fluttuazione di mercato, non sono in grado di sostenersi per un certo periodo di tempo. In fine è giusto, perché può garantire il benessere di tutti attraverso il bene comune universale e la piena partecipazione allo stesso da parte di tutti. Tuttavia sappiamo anche che il welfare è più valido come tetto che come soglia minima e condanna molte persone, un’intera classe, i più reietti della società alla povertà. Inoltre il welfare toglie il potere a chi ne è beneficiario. La filosofia del diritto distrugge il concetto di reciprocità e porta la frammentazione della cultura del povero, della pratica della classe operaia e non riesce a sostenere la popolazione, tanto meno le comunità, né sostiene lo sviluppo del benessere, della ricchezza, dell’indipendenza e dell’autosufficienza. Infine il welfare ha fatto sì che la sinistra si sia trovata a gestire quello che chiamo un capitalismo monopolistico, una modalità economica che va bene solamente per coloro che già ricchi sono e che hanno già un loro patrimonio.

    Questo tipo di stato sociale garantisce praticamente una discendenza continua, una sopravvivenza continua della classe media e mette in pericolo il futuro e non aiuta i poveri e naturalmente sostiene la classe media liberale che, spesso, trae massimo beneficio del welfare state ma teme per la perdita del proprio stato sociale e dei propri diritti alla mobilità sociale. Allo stesso modo sappiamo cosa sono le cose positive e negative dello stato-mercato. Chiaramente il mercato è più funzionale, è il miglior meccanismo per la distribuzione di molte risorse, più di quanto non lo sia lo stato. E’ chiaro che se potessimo entrare nel mercato e avessimo qualcosa da scambiare, il mercato creerebbe ricchezza, prosperità e indipendenza. Infine c’è il bene manifesto della libertà e se questo non si traducesse in realtà economica, saremmo sempre soggiogati dallo stato o dai cartelli privati. Sappiamo, per lo meno nel mondo anglosassone, cosa non ha funzionato nello stato-mercato. Troppo spesso nel Regno Unito, in America il monopolio di stato è stato criticato e esso è stato sostituito con ciò che io chiamo un cartello privato, per esempio con il crollo della TT, la stessa cosa per quanto riguarda il crollo della British Telecom nel mio paese. Spesso ciò che avviene è che il monopolio di stato è stato trasferito ad un monopolio privato, senza alcun reale beneficio per i singoli cittadini o i consumatori.

    Nel mondo anglosassone, per lo spirito di demolizione dello stato, poco si è fatto per cercare di cambiare il mercato e in questo stato-mercato, in pratica, il privato ha sostituito il pubblico e in questo modo è stato completamente chiuso l’accesso a nuovi attori. In pratica, è stato negato l’accesso al mercato a molti britannici e in questo modo non hanno potuto nemmeno avere accesso al capitale d’investimento, quindi, la capacità di trasformare la propria vita, cambiare la propria situazione è venuta meno con la crisi, la gente è crollata verso il basso e non è salita verso l’alto. La nuova classe di oligarchi, con grandi capitali, pensavano che libertà di mercato fosse semplicemente il loro oligopolio. Il fondamentalismo di mercato è stato praticato in Gran Bretagna e nel Regno Unito, in realtà ha abbandonato i fondamentali di mercato. Praticamente non è stato più possibile promettere un boom e questo è avvenuto nel nostro paese con un cambiamento totale per quanto attiene all’atteggiamento speculativo in tutti i mercati mondiali. Nel Regno Unito i laburisti hanno fatto partire la disuguaglianza, abbandonando il resto dell’economia, lasciando aperte le porte alle speculazioni finanziarie e hanno utilizzato quanto hanno ottenuto da questa speculazione finanziaria per sostenere il welfare state e quindi questo stato-mercato della destra e lo stato welfare della sinistra si sono uniti in un'unica entità. Hanno creato un sistema il cui crollo è in corso, è più che evidente agli occhi di tutti. Il welfare state e lo stato-mercato sono due insuccessi totali. Il merito del nuovo rinascimento conservatore attuale in Gran Bretagna non è sfuggito ai più.

    Il partito laburista, nella sua crisi, sostiene che questo nuovo conservatorismo è una versione di movimenti passati e molti di coloro che vivono la crisi del partito laburista sperano che sia effettivamente così; sia i laburisti che i conservatori sembrano semplicemente auspicare un ritorno al vecchio status-quo, in cui l’economia funziona solo per il beneficio di alcuni e gli introiti vengono utilizzati per far funzionare lo stato. Il conservatorismo moderno, progressista, rifiuta questa posizione, vuole andare sostituire lo stato-mercato e il welfare state con lo stato civico. Lo stato civico ha lo scopo di combinare i benefici del welfare state e dei meccanismi di mercato, non favorendo uno a scapito dell’altro ma combinando i due. Questo nuovo approccio conservatore favorisce l’associazionismo rispetto alla nazione, la responsabilità rispetto all’isolazionismo, riconosce l’importanza delle comunità, dei singoli che devono essere sostenuti allo stesso tempo, come prevede l’agenda politica di David Cameron - egli è molto più radicale, se vogliamo, lungimirante, rivoluzionario di quanto i più possano pensare. E’ una soluzione al fallimento delle politiche del passato e ci consentirà di definire nuovamente il concetto di proprietà, sfuggendo al conflitto tra conservatori e laburisti e darà nuovo vigore, contro il solo monopolio dello stato, ai cartelli privati del mercato e questo consentirà di demolire le barriere che si oppongono alla partecipazione di mercato. E infine potrà ovviare alle conseguenze negative delle politiche del relativismo del passato.

    Ora, i conservatori in Gran Bretagna vogliono sottolineare l’importanza di nuove responsabilità e in tal modo sarà possibile definire un nuovo movimento conservatore, gettando le basi per un nuovo commonwealth. Non si può avere la moralità del singolo, la morale del singolo o la morale della comunità separatamente. Il nuovo ordine sociale darà importanza al singolo rispetto alla comunità, quindi alla luce della attuale crisi del mercato, del capitalismo vedremo nuovi movimenti e nuove tendenze per risolvere i problemi dei monopoli del passato. In particolare per quanto riguarda il sistema bancario, la cosa più importante, più necessaria è quello di definire una nuova economia politica in Gran Bretagna, creando nuovi paradigmi per il mercato e per gli scambi. Questa nuova economia conservatrice perseguirà il rimodernamento del mercato, la rilocalizzazione dell’economia e un nuovo potere d’acquisto per meno abbienti. Solamente un mercato ispirato all’architettura morale può essere sostenibile, come già disse Adam Smith. Quindi senza diritto, senza morale non avremo scambi, avremo estorsione invece di accordi e contratti, quindi è necessario superare una serie di prove e bisognerà collegare le politiche economiche alle politiche sociali. Quindi, questo nuovo conservatorismo dovrà essere in grado di offrire a tutti i vantaggi della ricchezza, i benefici, i vantaggi derivanti dal benessere economico e sociale. Dovremo liberarci dal dominio monopolistico della burocrazia statale, dall’influenza del mercato, ciò consentirà di ottenere l’indipendenza nella formazione della comunità e l’autonomia. In secondo luogo, è necessario dare maggior attenzione alla salute delle economie locali.

    In Gran Bretagna il mercato del lavoro soggiace alle grande imprese e ha generato delle città cloni, delle città fantasma, in cui i negozi sono o tutti uguali o assenti ed è stato creato un paradosso britannico, quindi si ha concorrenza senza competitore e questo favorisce certi modelli economici e il predominio dei grandi supermercati. Le piccole imprese sono schiacciate dal potere monopolistico delle multinazionali e vi sono grandi barriere all’ingresso del mercato da parte dei più piccoli e quindi non deve stupire che nella Gran Bretagna ci sia la minore percentuale di piccole, medie imprese di tutti i paesi OCSE. Le piccole e medie imprese, che milioni di persone normali posseggono, proteggono la ricchezza necessaria a queste persone e alle loro famiglie. L’attuale mercato le espropria e le riclassifica come membri a basso reddito della classe dei commessi di negozio, piuttosto che dei proprietari di negozio; è quindi necessario rinforzare le leggi programmatiche, riformando le basi tributarie locali e i conservatori in questo modo possono ripristinare l’economia e i capitali locali. Infine, un terzo obbiettivo del conservatorismo moderno e progressista è dare nuovo potere d’acquisto ai meno abbienti. Sotto il Regno del monopolio e nel Regno Unito, i poveri sono stati completamente privati di risorse. Nel 1976 la metà più povera della popolazione possedeva il 12% della liquidità nazionale, nel 2003 erano scesi al 1% e credo che la stessa cosa avvenga anche negli Stati Uniti. Il risparmio è sceso moltissimo, ai livelli degli anni ’40, i salari più bassi sono stati quelli che sono cresciuti più lentamente e il divario tra ricchi e poveri si è ampliato nell’attuale situazione economica e quindi è necessario adottare una nuova agenda politica per garantire sicurezza economica, in particolare ai più deboli, ai più vulnerabili di questa crisi economica. E’ necessario adottare una nuova filosofia per evitare la dipendenza dello stato sociale in modo coatto. Quindi, per concludere, nel mio paese, credo anche negli Stati Uniti, serve un mercato diverso che sia all’altezza delle proprie promesse, che offra prosperità e ricchezza a tutti e per fare ciò abbiamo bisogno, nel mondo anglosassone, di adottare seriamente il principio di sussidiarietà in tutto il sistema politico-sociale ed economico del nostro paese. Già esiste la sussidiarietà economica, in Gran Bretagna però non è cosi, quindi la cosa principale per il nuovo conservatorismo progressista consiste nell’ attuare la sussidiarietà politica anche a livello locale. Ecco, solo in questo modo possiamo migliorare la condizione dei nostri cittadini perché non abbiano più bisogno di uno stato centralizzato. Grazie della loro attenzione.

    http://www.meetingrimini.org/detail....56&key=3&pfix=
    Ultima modifica di Florian; 13-05-10 alle 20:10

  6. #6
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    Predefinito Rif: L'ascesa dei Red Tories

    Phillip Blond al Meeting di Rimini 2009 /2


    CULTURA POLITICA E SUSSIDIARIETA’Workshop

    Lunedì, 25 agosto 2008, ore 11.15

    Partecipano:
    Phillip Blond, Senior Lecturer in Christian Theology at the University of Cumbria and Journalist for the International Herald Tribune; Alonso Mendoza, Esperto in Fund Raising; Josè Miguel Oriol, Presidente di Ediciones Encuentro; Adrian Pabst, Leverhulme Research Fellow Department of Theology and Religious Studies Centre of Theology and Philosophy University of Nottingham and Journalist for the International Herald Tribune; Carlin Petrini, Presidente Slow Food; Giorgio Vittadini, Presidente Fondazione per la Sussidiarietà

    Moderatore:
    Antonio Quaglio, Capo Redattore de Il Sole 24 Ore


    MODERATORE:

    (...) La prima testimonianza è in lingua inglese ma direi British nel senso che il professor Phillip Blond ci parlerà di come ciò che noi, e ciò che anche lui, chiama sussidiarietà, menomale, anche in Gran Bretagna si sta inserendo, sta già cambiando la politica della Gran Bretagna, che avrà un appuntamento elettorale ormai in termini molto ravvicinati e la sussidiarietà lì sarà protagonista. Phillip Blond, lo ricordo, è Senior Lecturer in Christian Theology all’ Università di Cumbria ed è un collega, è un giornalista, è un collaboratore di International Herald Tribune, e prima, quando abbiamo parlato 5 minuti, mi ha raccontato in breve che sta lavorando, sta dialogando con il nuovo partito conservatore di James Cameron. A lei professore.


    PHILLIP BLOND:

    Grazie mille. Innanzitutto desidero sottolineare il motivo per cui il mio paese attualmente si trova in una fase così difficile e il motivo anche per cui il mio paese è, in un certo senso, distrutto. Lo possiamo capire innanzitutto perché c’è una mancanza di sussidiarietà, perciò spero che questo sia pertinente. Dicevo, quello che sto descrivendo è quello che succede quando la società manca di sussidiarietà. E questo distrugge quelle che sono le tradizioni sia della destra che della sinistra. Se avete avuto la sfortuna di visitare una di quelle stazioni climatiche della costa mediterranea, che sono stati adottati da giovani violenti britannici molto spesso ubriachi, allora saprete che c’è qualcosa che non va nella società e nella cultura Britannica. In parte quello che è successo in Gran Bretagna si è verificato perché si tratta di uno dei paesi più avanzati del mondo. Come risultato di questa modernità, del suo relativo successo economico e della sua cultura popolare molto influente, la Gran Bretagna è diventata un modello sulla base del quale molti paesi si giudicano e formano le proprie economie e le proprie abitudini. E’ proprio però a causa di questi supposti progressi che i britannici hanno perso più di quello che hanno trovato. Noi britannici abbiamo, penso, delle cose fondamentali, e queste sono: famiglia, società e proprietà. Quello che succede in Gran Bretagna tende a succedere anche altrove. Vorrei farvi una panoramica della modalità con cui la Gran Bretagna ha distrutto la propria società, nella speranza che voi evitiate che questo succeda, in modo che possiate difendervi da quelle che sono le pretese sia del mercato che dello Stato, per creare un’alternativa più religiosa e più cattolica.

    Vorrei dare qualche chiarimento terminologico prima di cominciare. Il partito della sinistra in Gran Bretagna è il partito laburista, che è stato eletto in base alla proposta di socializzare il mercato e utilizzare gli utili del capitalismo per il bene della società. Il partito della destra è il partito conservatore, o il partito dei Tory, e la più importante leader di questo partito è stata la Thatcher, che è stata eletta la prima volta nel 1979, e che ha cercato di mettere il neoliberalismo alla base della prosperità e dell’uguaglianza. Per gli italiani il liberalismo significa primariamente, da quanto mi è stato detto, il primato dell’iniziativa privata, delle attività individuali e dei gruppi non controllati dallo Stato. Però secondo me il liberismo è una cosa molto più negativa. Secondo me il liberismo infatti non tiene conto dell’aspetto sociale e si basa su un individualismo aggressivo e possessivo, che non cerca il bene comune e che considera il bene comune, in realtà, una sorta di ricerca del tornaconto personale. Questo relativismo dilagante chiede una pace sociale attuata da uno Stato autoritario che tenga sotto controllo i cittadini. Il capitalismo viene considerato dagli italiani come un bene sociale, perché essenzialmente rappresenta l’emancipazione economica di coloro che non sono limitati o vincolati dallo Stato. Per me il capitalismo s’identifica con un dominio monopolistico del mercato e l’espropriazione dei tanti da parte dei pochi. Per cui vorrei suggerire che coloro che vogliono uno Stato civile,cattolico, una società emancipata, dovrebbero stare attenti di fronte a quello che può essere l’effetto di uno Stato libero da vincoli e un mercato libero da qualsiasi forma di controllo. Adesso vi voglio spiegare come sia la destra che la sinistra hanno contribuito alla distruzione della società britannica, dopo la Seconda Guerra Mondiale. Innanzitutto partiamo da quello che è stato il problema del liberismo. La sinistra ha preso la società in due fasi fondamentali: innanzitutto la presa di potere sullo Stato nel 1945, poi quella sull’individuo dopo il 1968. Questo doppio atto d’infedeltà ha portato ad un accoppiamento con una tradizione di socialismo e liberismo religioso e civico, e questo ha portato quella che è stata l’eredità della sinistra del dopoguerra, cioè uno Stato autoritario ed una società atomizzata. Perché il liberalismo ha prodotto questi due risultati? Per riuscire a capirlo dobbiamo esaminare brevemente le conseguenze rovinose delle rivoluzioni francese e americana. Naturalmente entrambe sono nate da una legittima critica del potere assoluto aristocratico. Il liberalismo però, che ha sostituito una aristocrazia decadente, ha prodotto, come ha detto Tocqueville, uno Stato assolutista francese e un’America, una società americana in cui ciascuno, in cui ciascun individuo si sente separato dagli altri. Quindi questa separazione da un’autocrazia pubblica è una solitudine privata, un isolamento dell’individuo, si verifica perché il liberismo non ha una filosofia di comunità, non tiene conto appunto della società e della necessità di difendere l’individuo a livello quanto più ampio possibile. Quindi, per spiegarmi, secondo me il maggiore rischio del liberismo è che ha portato ad uno Stato burocratico e a un individualismo dilagante, che non vede alcun bisogno della comunicazione. Tutto questo secondo me ha distrutto la nostra società.

    Allora cercherò di spiegarmi meglio. Poiché il liberismo moderno s’incentra sull’idea che non ci siano norme fondamentali soggettive individuali, quindi che tutte le rivendicazioni siano ugualmente valide e ugualmente vuote, allora il liberismo diventa una filosofia del potere, perché non mette alcun limite al desiderio, alla volontà umana, per cui qualsiasi scelta l’individuo faccia va bene. Nella mia università gli studenti pensano che basti fare una scelta, qualsiasi scelta si faccia, la scelta è giusta, perché la scelta di per sé si autoconvalida. Però non c’è l’idea che sia possibile fare la scelta sbagliata: se si fa una scelta si diventa automaticamente morali. Questo è quello che pensano. E’ la società in cui non ci sono valori soggettivi, in cui il potere individuale è l’unica fonte di valore, quindi non si fa altro che riconoscere quelli che sono i fabbisogni fondamentali. Si tratta d’individui che sono isolati, che molto spesso sono in conflitto gli uni con gli altri. Quindi lo Stato liberale in realtà si basa su un ordine contrattualistico ed utilitaristico, vuoto, privo di qualsiasi nozione di bene e di principi guida. Questo porta naturalmente all’annullamento di qualsiasi tipo di distinzione culturale. Pensate all’attacco da parte dei francesi, da parte di, ad esempio, coloro che hanno occupato alcuni edifici pubblici. Lo Stato liberale proclama una uguaglianza puramente formale che tenga conto delle differenze individuali. Quindi c’è un rapporto con gli individui più potenti e questo diventa appunto il rapporto più importante. Per questo lo stato liberale che promette l’uguaglianza delle possibilità, delle opportunità, naturalmente porta ad una forte ineguaglianza materiale e porta anche al dominio di idee che non sono basate su un principio. Ad esempio possiamo vedere che in Francia c’è il rifiuto da parte dello Stato liberale di integrare gli immigrati. Lo stesso avviene in Gran Bretagna, nella discriminazione ad esempio dei cattolici nelle procedure di adozione dei minori, per cui c’è una esclusione dei cattolici. L’incapacità dei liberali di pensare a comunità toglie potere all’individuo. Lo Stato liberale ugualmente distrugge le comunità diverse: per garantire diritti uguali a tutti si pensa che tutti dobbiamo essere uguali.

    Passiamo alla seconda sessione: lo Stato. La prima perdita della società da parte della sinistra. Lo stato del benessere, Welfare state dopo il 1945, in Gran Bretagna è stato instaurato a vari livelli. Senza dubbio ci sono state cose positive, perché si trattava di garantire il benessere in assoluto di tutti i cittadini. Tuttavia ci sono state conseguenze non volute, però serie, come l’assunzione dello statalismo da parte della sinistra. Innanzitutto c’è stata l’instaurazione di uno Stato autoritario, che per l’efficienza e l’efficacia ha reso superflue tutte le associazioni intermedie della classe borghese e della classe operaia, distruggendo quindi tutte le cooperative e tutte le società intermedie che erano state create. Il Welfare state britannico ha in realtà tolto autonomia alla classe operaia. Questo ha creato una separazione tra chi gestisce e chi è gestito. Ha tolto potere alle comunità della classe lavorativa e ha portato all’abbandono di altre alternative paleocorporativiste. Nonostante l’ispirazione cattolico-cristiana del Welfare state, la visione statalistica è prevalsa, quindi le persone comuni man mano si sono viste negare il ruolo, un qualsiasi ruolo all’interno delle proprie istituzioni. Questo ha permesso naturalmente di togliere potere ai lavoratori, soprattutto nei contratti collettivi, quindi le promesse della nazionalizzazione, in realtà, sono state soltanto una sorta di specchietto delle allodole, che ha permesso all’autorità amministrativa e statale di prendere ancor più potere. Questo ha portato alla creazione di una nozione comune, sia da parte del patronato, come da parte dei sindacati, appunto la nozione comune di quelle che sono l’idea del benessere e dello stipendio, dello stipendio minimo, e così via. Con un conflitto che sta alla base della struttura industriale, una gestione inefficace e pratiche lavorative restrittive con alti livelli di richieste di aumenti di stipendio, hanno portato ad una diminuzione dell’utile, e questo ha fatto si che gli operai abbiano continuato a chiedere sempre di più mentre gli utili diminuivano, e questo ha portato ad un crollo, perché c’era in piedi un sistema di sovvenzioni statali che non era più in grado di reggersi. Questo ha portato poi al trionfo neoliberalista della Thatcher.

    Passiamo adesso alla terza parte: l’individuo. La seconda perdita della società da parte della sinistra. Prima di parlarvi delle conseguenze terribili del libertarismo di sinistra, non voglio dire che la sinistra degli anni ’60 abbia fatto soltanto degli errori: l’opposizione alla guerra del Vietnam, le campagne per i diritti civili, per gli afroamericani, per le donne negli Stati Uniti, sono stati tutti aspetti positivi, però bisogna anche dire che ci sono molte persone nella sinistra degli anni Sessanta che non hanno fatto una lotta iconoclastica, che volevano preservare un alto livello di cultura, per cercare di estenderne a tutti i benefici. Questo però ha portato molto spesso ad un consumismo aggressivo, che si basava su una cultura di seconda categoria, che a sua volta si fondava sull’edonismo, che si basava su una sfrenata sessualizzazione della società. Questo naturalmente ha avuto conseguenze molto gravi sulle persone e sui loro discendenti. Siamo onesti: la vittoria dell’idealismo economico nel 1979 non si sarebbe potuta verificare senza il liberalismo della nuova sinistra della fine degli anni 60; perché la politica culturale della sinistra era ed è coperta da quella che è la politica della sinistra neoliberista. Non contenti di aver messo da parte le istituzioni autonome della classe operaia, i liberisti della nuova sinistra hanno cominciato a distruggere la cultura collettiva che si basava sull’aiuto reciproco. Questo ha portato alla creazione di nuove classi sociali: una classe borghese, che molto spesso guardava dall’alto in basso gli schemi tradizionali stabiliti del comportamento sessuale, della responsabilità morale e delle famiglie allargate. Tant’è che alla fine degli anni 60 è stato creato un nuovo essere sociale in Europa ed in America, chiuso in se stesso e sempre alla ricerca dell’eleganza e della stimolazione, questa nuova creazione della sinistra ha cercato una politica che si basava su un interesse egoistico, per cui qualsiasi tipo di controllo, qualsiasi tipo di riferimento all’altruismo, a qualcun’ altro, veniva considerato una limitazione della libertà personale. Quindi la destra ha minato le sue stesse radici nel momento in cui ha abbracciato l’eguaglianza, un’ eguaglianza che era basata sullo Stato e sulla libertà, e che s’incentrava solo sull’individuo. Molto spesso infatti, a meno che la comunità non venga presa nella giusta considerazione, l’uguaglianza e la libertà naturalmente finiscono per cospirare contro la fraternità.

    Adesso, per concludere la mia ultima parte, vi parlerò di come la destra ha tradito la società abbracciando il mercato, l’economia di mercato. La sinistra quindi ha tradito due volte la società: lo Stato e l’individuo. La sinistra, negli Stati Uniti e in Gran Bretagna, ha adottato dei paradigmi liberalistici anche nell’economia. Alcuni dei tentativi fatti dalla Thatcher sono giustificabili se visti adesso con la scienza del poi. Il corporativismo infatti non è stato che un tentativo da parte della Thatcher di allearsi con il patronato, gli azionisti. Quindi è avvenuto per la prima volta il rifiuto di garantire una occupazione quanto più ampia possibile, e questo ha portato ad una recessione economica nel tempo. Dal punto di vista macroeconomico, una sorta di darwinismo economico ha impedito all’economia di modernizzarsi. Purtroppo questo fondamentalismo del libero mercato ha portato molto spesso a distruggere quella che era la base industriale della Gran Bretagna. Questo ha impedito alle industrie di investire, ed anche ai sindacati di lottare per garantire la piena occupazione. Questo è importante, questo ha creato infatti una sacca di povertà postindustriale. Infatti gran parte della classe lavoratrice ha finito per essere danneggiata sia dalla politica della sinistra del partito laburista, poi dalla politica della Thatcher e dei conservatori. Questo ha aumentato il livello di povertà. Questo è stato soltanto l’effetto locale di quello che è stato un cambiamento di rotta dell’economia a livello europeo, mondiale. La nozione del capitale nazionale, che era legato all’economia locale, è stato completamente annullato, in maniera sistematica. Questo naturalmente ha finito per minare il legame, l’aiuto da parte dello Stato nei confronti delle società, della classe media e della classe operaia.
    Bene, questo è quanto. Grazie.


    http://www.meetingrimini.org/detail....55&key=3&pfix=
    Ultima modifica di Florian; 13-05-10 alle 20:10

  7. #7
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    Predefinito Rif: L'ascesa dei Red Tories

    non ne avevo mai sentito parlare prima di red tories, neanche in Inghilterra
    Ultima modifica di FrancoAntonio; 13-05-10 alle 19:07

  8. #8
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    Predefinito Rif: L'ascesa dei Red Tories




    (...) La pubblicazione che ha fatto più scalpore è stata il libro di Phillip Blond, “Red Tory”, uscito alla fine di marzo: il volume ha riscosso immediato successo – però in America. David Brooks ne ha parlato in termini lusinghieri sul New York Times, avvertendo che anche gli Stati Uniti “stanno diventando una broken society” e sancendo il trionfo del piccolo tour oltreoceano di Blond. In Gran Bretagna l’accoglienza è stata più tiepida. Il Guardian ha denunciato l’assenza di un pubblico pronto a recepire le idee di Blond e la loro conseguente impraticabilità; il Daily Telegraph ha perfidamente notato che i conservatori “elogiano Blond, ma a distanza di sicurezza”. C’è una ragione: “Red Tory” cerca di essere equidistante dalle categorie di destra e di sinistra, illustrando come la rivoluzione sinistrorsa dei costumi e quella destrorsa dell’economia abbiano creato “un individualismo radicale” basato su “una coscienza vuota”. E’ dunque ragionevole che tanto da destra quanto da sinistra le reazioni siano poco accomodanti. Per quanto la convinzione che “in futuro ci sarà una nuova governabilità partecipativa” abbia favorito la trovata di intitolare il programma conservatore “Invito per partecipare al governo”, le distanze fra Blond e Cameron sono andate via via ampliandosi da che il leader aveva preso la parola in ben due presentazioni di Res Publica. Tim Bale sottolinea come “le idee di Blond siano troppo radicali e per certi versi si rifacciano a un’epoca che secondo molti conservatori ha fatto il suo tempo già decenni or sono o a una specie di età dell’oro che in realtà non è mai esistita”. (...)

    da Antonio Gurrado, Cosa ha in testa Cameron (Il Foglio, 30/4/2010)


    http://www.ilfoglio.it/soloqui/5092
    Ultima modifica di Florian; 13-05-10 alle 20:14

  9. #9
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    Predefinito Rif: L'ascesa dei Red Tories



    Il banner del blog di ResPublica, con l'immagine stilizzata di Benjamin Disraeli, il padre della "democrazia Tory".
    Ultima modifica di Florian; 13-05-10 alle 20:15

  10. #10
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    Predefinito Rif: L'ascesa dei Red Tories

    Il red Toryism è stato a lungo mainstream, dominante, nel Partito Conservatore canadese, che non a caso si chiamava Partito dei Conservatori Progressisti !
    ***Bratstvo i jedinstvo***
    Socialismo Gollista

 

 
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