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    Predefinito Dove vanno i Repubblicani USA?

    I conservatori e lo stato minimo

    12 Dicembre 2008 Il Foglio


    New York. Destra e sinistra, il presidente uscente George W. Bush e quello entrante Barack Obama, sono sostanzialmente d’accordo sulla necessità che lo stato federale debba intervenire con i soldi dei contribuenti per salvare i settori industriali in crisi. Washington ha già coperto di denaro banche e assicurazioni e ora tenta di prestare 14 miliardi di dollari alle tre grandi aziende automobilistiche di Detroit, altrimenti destinate a portare i libri in tribunale e dichiarare la bancarotta. La Camera ha appena approvato il finanziamento, nonostante il voto contrario di 170 deputati, ma al Senato non sarà così semplice. Al vaglio ci sono varie ipotesi di compromesso e prima o poi si troverà una soluzione, ma questa volta, anche grazie alla fine della campagna elettorale, la novità è che sembra essere ripartito il confronto e il dibattito intellettuale su come affrontare la crisi finanziaria e la recessione.

    Barack Obama punta le sue carte su un ruolo decisivo dello stato, lancia piani nazionali di grandi opere e promette una maggiore protezione sanitaria (ieri ha presentato Tom Daschle, l’uomo della riforma sanitaria). Ma il presidente eletto sembra anche aver avviato una riconsiderazione del suo piano fiscale che prevede tagli fiscali per il 95 per cento degli americani, lasciando intendere che da presidente potrebbe non cancellare la riduzione delle tasse voluta da Bush per chi guadagna più di duecentomila dollari l’anno.

    I conservatori hanno cominciato un loro serrato dibattito intellettuale, tra l’ala libertaria e liberista del movimento, alleata con quella populista e antistatalista, e quella composta da una nuova generazione di analisti e politici, alleata ai vecchi neoconservatori, che sembra più disponibile ad accettare un ruolo dello stato nell’economia, pur mantenendo una giusta attenzione ideale per evitarne gli eccessi.

    Negli ultimi mesi sono usciti alcuni libri, da “Comeback” di David Frum a “The Grand New Party” di Ross Douthat e Reihan Salam, che hanno elaborato proprio questo principio, in contrapposizione all’ortodossia dello stato minimo, invitando i repubblicani a una flessibilità più adatta ai tempi e alla società reale.

    Con il “conservatorismo compassionevole”, già Bush aveva provato a lanciare una nuova filosofia di governo. L’ala liberista e populista della Right Nation sostiene che la sconfitta alle elezioni del 2006 e del 2008 sia dovuta esattamente a questo tradimento dei principi conservatori attuato da Bush ben prima dell’emergenza di questi mesi. Negli otto anni di presidenza, il presidente repubblicano è stato l’autore del più grande ampliamento del ruolo dello stato dai tempi di Lyndon Johnson (anni Sessanta). Bush ha aumentato la spesa scolastica con il No child left behind act, presentato con Ted Kennedy, e quella sanitaria con le medicine gratuite per gli anziani e l’ampliamento del Medicare. In realtà, con l’eccezione di Ronald Reagan, nessun presidente repubblicano del dopoguerra – da Dwight Eisenhower a Richard Nixon, fino ai due Bush – è stato un sostenitore incallito dello stato minimo, come da ideologia iper liberista. E anche Reagan, tra l’altro eletto grazie a una piattaforma centrata su taglio delle tasse e politica estera, una volta alla Casa Bianca non ha governato da ideologo della riduzione del ruolo dello stato.

    I conservatori contrari all’intervento pubblico, ha scritto Bill Kristol sul New York Times, devono ricordarsi che il campione dello stato minimo, Barry Goldwater, nel 1964 è stato protagonista della più rovinosa sconfitta repubblicana del dopoguerra. E la stessa “rivoluzione conservatrice” del 1994 di Newt Gingrich è partita su tasse, crimine e riforma dello stato ed è fallita perché alla Camera i repubblicani si sono impuntati su iniziative antistataliste. “Parlare di stato minimo – ha scritto Kristol avviando il dibattito – è musica per le orecchie dei conservatori, ma non per il pubblico in generale”. (chr.ro)

    http://www.camilloblog.it/archivio/2...-stato-minimo/

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    Citazione Originariamente Scritto da Florian Visualizza Messaggio
    I conservatori e lo stato minimo

    12 Dicembre 2008 Il Foglio


    New York. Destra e sinistra, il presidente uscente George W. Bush e quello entrante Barack Obama, sono sostanzialmente d’accordo sulla necessità che lo stato federale debba intervenire con i soldi dei contribuenti per salvare i settori industriali in crisi. Washington ha già coperto di denaro banche e assicurazioni e ora tenta di prestare 14 miliardi di dollari alle tre grandi aziende automobilistiche di Detroit, altrimenti destinate a portare i libri in tribunale e dichiarare la bancarotta. La Camera ha appena approvato il finanziamento, nonostante il voto contrario di 170 deputati, ma al Senato non sarà così semplice. Al vaglio ci sono varie ipotesi di compromesso e prima o poi si troverà una soluzione, ma questa volta, anche grazie alla fine della campagna elettorale, la novità è che sembra essere ripartito il confronto e il dibattito intellettuale su come affrontare la crisi finanziaria e la recessione.

    Barack Obama punta le sue carte su un ruolo decisivo dello stato, lancia piani nazionali di grandi opere e promette una maggiore protezione sanitaria (ieri ha presentato Tom Daschle, l’uomo della riforma sanitaria). Ma il presidente eletto sembra anche aver avviato una riconsiderazione del suo piano fiscale che prevede tagli fiscali per il 95 per cento degli americani, lasciando intendere che da presidente potrebbe non cancellare la riduzione delle tasse voluta da Bush per chi guadagna più di duecentomila dollari l’anno.

    I conservatori hanno cominciato un loro serrato dibattito intellettuale, tra l’ala libertaria e liberista del movimento, alleata con quella populista e antistatalista, e quella composta da una nuova generazione di analisti e politici, alleata ai vecchi neoconservatori, che sembra più disponibile ad accettare un ruolo dello stato nell’economia, pur mantenendo una giusta attenzione ideale per evitarne gli eccessi.

    Negli ultimi mesi sono usciti alcuni libri, da “Comeback” di David Frum a “The Grand New Party” di Ross Douthat e Reihan Salam, che hanno elaborato proprio questo principio, in contrapposizione all’ortodossia dello stato minimo, invitando i repubblicani a una flessibilità più adatta ai tempi e alla società reale.

    Con il “conservatorismo compassionevole”, già Bush aveva provato a lanciare una nuova filosofia di governo. L’ala liberista e populista della Right Nation sostiene che la sconfitta alle elezioni del 2006 e del 2008 sia dovuta esattamente a questo tradimento dei principi conservatori attuato da Bush ben prima dell’emergenza di questi mesi. Negli otto anni di presidenza, il presidente repubblicano è stato l’autore del più grande ampliamento del ruolo dello stato dai tempi di Lyndon Johnson (anni Sessanta). Bush ha aumentato la spesa scolastica con il No child left behind act, presentato con Ted Kennedy, e quella sanitaria con le medicine gratuite per gli anziani e l’ampliamento del Medicare. In realtà, con l’eccezione di Ronald Reagan, nessun presidente repubblicano del dopoguerra – da Dwight Eisenhower a Richard Nixon, fino ai due Bush – è stato un sostenitore incallito dello stato minimo, come da ideologia iper liberista. E anche Reagan, tra l’altro eletto grazie a una piattaforma centrata su taglio delle tasse e politica estera, una volta alla Casa Bianca non ha governato da ideologo della riduzione del ruolo dello stato.

    I conservatori contrari all’intervento pubblico, ha scritto Bill Kristol sul New York Times, devono ricordarsi che il campione dello stato minimo, Barry Goldwater, nel 1964 è stato protagonista della più rovinosa sconfitta repubblicana del dopoguerra. E la stessa “rivoluzione conservatrice” del 1994 di Newt Gingrich è partita su tasse, crimine e riforma dello stato ed è fallita perché alla Camera i repubblicani si sono impuntati su iniziative antistataliste. “Parlare di stato minimo – ha scritto Kristol avviando il dibattito – è musica per le orecchie dei conservatori, ma non per il pubblico in generale”. (chr.ro)

    http://www.camilloblog.it/archivio/2...-stato-minimo/
    Bè anche lo statalismo di Bush non è piaciuto particolarmente agli americani!
    Come è stato giustamente riportato nell'articolo, Bush ha dato via ad una intensa espansione dello stato nell'economia, ed ora non mi sembra sia particolarmente gradito all'opinione pubblica, continuare sulla sua strada francamente mi pare un grave errore.

  3. #3
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    Citazione Originariamente Scritto da (Controcorrente Visualizza Messaggio
    Bè anche lo statalismo di Bush non è piaciuto particolarmente agli americani!
    Come è stato giustamente riportato nell'articolo, Bush ha dato via ad una intensa espansione dello stato nell'economia, ed ora non mi sembra sia particolarmente gradito all'opinione pubblica, continuare sulla sua strada francamente mi pare un grave errore.
    Ho riportato l'articolo del neocon mezzo-liberal Christian Rocca non perchè ne condividessi gli auspici, ma perchè mi sembrava indicativo di un dibattito, che perdura da anni se non addirittura da decenni in casa Repubblicana.
    Francamente l'opinione pubblica la lascerei perdere, in quanto non si sa mai bene cosa davvero desideri. Un giorno è bellicista, l'altro è pacifista; un giorno è per lo small government, l'altro per il big government... Cosa vogliono gli americani? Poche tasse e lavoro sicuro, sicurezza nazionale e isolazionismo, pace nel mondo e comodità a casa propria. Non ricorda tutto ciò il famoso detto: la botte piena e la moglie ubriaca?

  4. #4
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    Citazione Originariamente Scritto da Florian Visualizza Messaggio


    il destino del GOP è segnato

    d fatto il 4 novembre 2008 . il gop è diventato il partito dei BIANCHI
    x il semplice fatto che + del 92% degli elettori del GOP è bianco
    e sopprattutto che solo i GIVANI d razza bianca hanno "tenuto" il loro orietamento a dx , mentre i giovani di tutte le altre etnie hanno votato in assa x obama

    viceversa il partito democratico diventerà il partito delle minoranze etniche
    già oggi gli afro-americani votano al 97% x la sx
    le altre minoranze si "fermano" al 66%, ma sono su quella via

  5. #5
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    Citazione Originariamente Scritto da Florian Visualizza Messaggio
    Ho riportato l'articolo del neocon mezzo-liberal Christian Rocca non perchè ne condividessi gli auspici, ma perchè mi sembrava indicativo di un dibattito, che perdura da anni se non addirittura da decenni in casa Repubblicana.
    Francamente l'opinione pubblica la lascerei perdere, in quanto non si sa mai bene cosa davvero desideri. Un giorno è bellicista, l'altro è pacifista; un giorno è per lo small government, l'altro per il big government... Cosa vogliono gli americani? Poche tasse e lavoro sicuro, sicurezza nazionale e isolazionismo, pace nel mondo e comodità a casa propria. Non ricorda tutto ciò il famoso detto: la botte piena e la moglie ubriaca?
    a me l'articolo pare solo confermare che il principale problema del GOP sia l'attuale terrificante assenza di leaders un pelo credibili....

 

 

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