di Christian Di Nicola Il 12 dicembre, siamo chiamati ad un sciopero generale di primaria importanza, la C.G.I.L. trascinata dalla F.I.O.M (che ha continuato coerentemente anche con il governo Prodi a rappresentare gli interessi dei lavoratori), insieme al sindacalismo di base (già protagonista il 17 ottobre scorso), chiamano alla lotta, le parole d’ordine su cui è costruito lo sciopero e la mobilitazione di venerdì sono le stesse che hanno caratterizzato in questi ultimi mesi il movimento studentesco: noi la crisi non la paghiamo!
Occorre fin d’ora essere estremamente chiari. Noi oltre a non voler pagare la crisi vogliamo che si individui chi deve pagare la crisi. Deve essere chiaro che i soldi pubblici, i “nostri” soldi, che dovrebbero essere utilizzati per sostenere salari, sanità, istruzione e qualità della nostra vita, non devono essere spesi per rimpinguare le tasche di banche e speculatori di ogni sorta. Bisogna uscire dall’angolo in cui siamo stati messi da una politica e un’economia feroce e ingorda. Lo sciopero del 12 dicembre, può e deve rappresentare un punto di partenza. E’ necessario rialzare la testa, i licenziamenti, la precarietà, il taglio dei salari, i sacrifici, non sono inevitabili sono solo il frutto del costo di trent'anni di capitalismo sfrenato e vorace caratterizzato dalla fine della storia e dal pensiero unico, che oltre ad aver accresciuto disuguaglianze e povertà, ha ridotto il pianeta allo sfinimento. La giornata del 12 deve caratterizzarsi dal bisogno di trovare una convergenza su alcuni contenuti comuni che oggi appaiono decisivi, c’è bisogno di costruire risposte forti, unitarie e di massa. Oggi più che mai. Oggi che i capitalisti dell’alta finanza e non solo loro, intendono colpire il movimento operaio, attraverso il licenziamento di migliaia e migliaia di lavoratori, oggi che intendono realizzare controriforme e trasformare in senso reazionario lo stato, le relazioni sindacali e l’intera società. Appare chiaro quindi che non sono più possibili “mezze misure”, di fronte alla crisi le alternative si fanno più nette. Nel quadro dell’acutizzazione della crisi economica, c’è bisogno più che mai di risposte chiare e pertinenti, una terza via, tra conflitto sociale e accettazione della linea di Confindustria Cisl e Uil, non esiste. La C.G.I.L deve lasciarsi definitivamente alle spalle la politica concertativa che ha compresso salari e diritti a favore di profitti e precarietà, è opportuno fin d’ora caratterizzare la data del 12 dicembre come un nuovo inizio, un inizio che deve naturalmente, rilanciare proposte concrete come il blocco dei licenziamenti per tutti i lavoratori, la cassa integrazione e gli ammortizzatori sociali estesi a tutti, salari e pensioni più alte, mettere fine alle speculazioni finanziarie, ma occorre necessariamente dare seguito allo sciopero generale costruendo un programma e un’iniziativa destinate a durare nel tempo.
Non abbiamo più bisogno, né da un punto di vista sindacale, né politico, di una “complicità fra capitale e lavoro” né può essere all’ordine del giorno la costruzione di una “sinistra moderna” che continua a spargere illusioni su un impossibile ritorno al capitalismo “sano”, al capitalismo “legittimo”, al capitalismo “buono.
Abbiamo necessità invece per dirla come il segretario Paolo Ferrero di “un'idea forte” e quale miglior idea forte se non quella di approfondire e radicalizzare la critica al contesto economico e sociale nel quale viviamo. Occorre oggi più che mai lanciare un dibattito il più possibile aperto, plurale, e partecipato, se vogliamo realmente delineare i contorni di una rifondazione comunista fulcro di una sinistra anticapitalista ancora di la da venire.
Bisogna insomma iniziare a capire che da questa crisi non si esce se non si rimette in discussione l’attuale sistema di produzione, è necessario mettere all’ordine del giorno la possibilità di una politica ”altra” che faccia realmente gli interessi delle classi popolari, delle lavoratrici e dei lavoratori, in pratica, gli interessi dei molti, degli sfruttati, del pianeta, contro quelli delle elite capitaliste. Questa è oggi la posta in gioco, dalla crisi o si esce da sinistra o non se ne esce.
Ma un cambiamento sociale come quello che qui immaginiamo implica una soluzione radicale, una politica rivoluzionaria che ponendo definitivamente fine allo sfruttamento economico offra la possibilità di uno sviluppo libero e creativo dell’esistenza individuale e collettiva, ed una ridefinizione e reinvenzione dei rapporti, delle identità, delle nature. Perché ciò possa avvenire con la radicalità necessaria, c’è bisogno del riconoscimento di bisogni fondamentali, bisogni che devono essere estesi a “tutto” e a “tutti”, una società egualitaria, ecologica e rispettosa dei molteplici interessi che si intrecciano nella biodiversità, è, ad oggi, l’unica alternativa possibile alla mercificazione di qualsiasi cosa che caratterizza invece l’attuale società dei consumi.
Solo di recente ci si è resi conto che l’accrescersi dello sfruttamento del territorio e delle risorse ambientali che si è sviluppato a livello mondiale ha cominciato a provocare diversi evidenti disastri, i quali mostrano come non solo la barbarie capitalista, ma la stessa idea di uno sviluppo infinito delle forze produttive a spese di una natura intesa come mera “terra di conquista” sia illusoria e contraria agli interessi della collettività.
Questa è oggi, la posta in gioco, questo il ruolo e il compito gravoso che hanno i sindacati, la sinistra in generale e il Partito della Rifondazione Comunista in particolare, dare corso a questa aspirazione collocarla nel dibattito italiano ed internazionale e in parallelo, ricostruire dal basso, ripartendo con il conflitto sociale e l'opposizione di classe. Ricostruire con tutte le forze sindacali, comuniste ed anticapitaliste, realtà operaie, settori di movimento, intellettualità varie e diffuse, un forte Partito Comunista collocato in una più ampia sinistra anticapitalista, si tratta semplicemente di essere all’altezza dei tempi, tutto ciò è necessario e ancora possibile. Rifondazione (strumento indispensabile) dovrà esserne sia il fulcro che il motore, l’attuale perdita di credibilità della sinistra e dei comunisti che ha portato alla loro scomparsa dal panorama politico istituzionale, ha bisogno per venir fuori dalla palude, di “idee altre”, di “idee forti”, che muovendo dai bisogni indichi vie alternative. Non si tratta però di “inventare” nuove alchimie, nuove sinistre, occorre semplicemente ripartire dalla nostra storia, dai motivi e dai bisogni che ci spinsero, oggi come ieri a dar vita ad una forza comunista, occorre, pertanto porre fine a decenni di sradicamento e di subalternità politica e culturale, bisogna far si che la cultura operaia e la coscienza anticapitalista di classe ritornino senso comune, per iniziare questa lunga marcia, lo sciopero del 12 deve riuscire appieno, deve essere l’inizio di un movimento sindacale che estenda e generalizzi la resistenza dei lavoratori, sarà il suo andamento, il suo consenso e la mobilitazione che verrà fuori dalla giornata del 12 a dirci se questo è il cammino da intraprendere.
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