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    Predefinito NATALE 2008 - Consigli, segnalazioni, pensieri


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  2. #2
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    Joseph Thornborn. Il quarto segreto, Piemme, 2008, pp. 443, Euro 11,50

    Questo è un tempo di segni, profezie e decrittatori. Capita. Quando gli anni sono incerti, l’identità confusa, le metamorfosi incompiute. Capita quando si ha paura. I romanzi spesso si abbeverano di tutto questo. Funziona il complotto. Funziona la leggenda. Funziona l’altra storia. Il caso dei casi è Il codice da Vinci di Dan Brown. Ma non è il solo. Schiere di autori scavano nei bassifondi dell’esoterismo, tra gli scaffali delle teorie cospiratorie, nelle antiche biblioteche perdute o sotto le rovine di Gerusalemme. C’è di tutto: frammenti di tardi vangeli apocrifi, documenti dubbi o fabbricati ad arte, carte che riscrivono la storia di Gesù e lo fanno magari morire nel Kashmir o sposare con Maria di Magdala. Quasi nessuno invece scava nel cuore sacro del mistero. La tradizione giudaico-cristiana è la più grande fabbrica di profezie. Il ritmo della Bibbia è scandito dai profeti. Cristo è la profezia incarnata. L’apocalisse è la madre di tutte le profezie. Questi sono i pilastri, poi ci sono milioni di labirinti dove perdersi e da interpretare. È un mare che Dan Brown non osa neppure immaginare. Basta tuffarsi e pescare. Ed è ciò che ha fatto Joseph Thornborn con Il quarto segreto (Piemme, pagg. 443, euro 18,90).
    Lasciate stare il sorriso della Gioconda. Questa è un’altra storia. Qualche tempo fa un collega si è presentato in redazione con uno di quei romanzi apocalittici che leggono il futuro nelle profezie. Il protagonista è un giornalista americano. Fa parte di quello strano club che sono i vaticanisti. È gente che accarezza le notizie, le affronta con la calma di un torero. Il vaticanista interpreta, vira, sussurra, traduce, archivia, colpisce. È un filologo che gioca con gli enigmi, veloce con le mani, astuto con le parole. E capita di andare a casa sua e trovarci un cardinale sudamericano e magari un giorno te lo ritrovi vestito di bianco, salutare i fedeli sotto la cupola di Michelangelo. Raccontano che il professor Joseph Thornborn si sia ispirato a un suo amico cronista ed enigmista. Il suo romanzo intreccia scienza e metafisica, antiche profezie e virus dimenticati nel ghiaccio della storia, colossi farmaceutici e madonne in lacrime, fiuto da giornalista e polvere di sacrestia, quella nobile, colorata di viola e di porpora.
    Quando cominci a leggere Il quarto segreto sei scettico e un po’ stufo di questi sacri misteri. Poi ti lasci incantare. Tornate a quasi un secolo fa. Longyearbyen, isole norvegesi Svalbard: «Il rivelatore cominciò a lampeggiare all’improvviso, come era accaduto più volte nei giorni precedenti». Qui il 24 settembre 1918 entra nel porto il battello Forsete, carico di pescatori norvegesi che come ogni inverno sbarcano per andare a lavorare in miniera. Hanno tutti tra i 19 e i 27 anni. Uomini rudi abituati alla fatica che invece appaiono stremati. Sette di loro soffrono di uno strano malanno: tosse, febbre, dolori lombari. Poi il sudore si fa denso e i tessuti si distruggono, fino a che il sangue invade i polmoni. È la spagnola. Una febbre che ha fatto più morti della Grande Guerra. Notate. Il professor Jakob e la sensuale Kate sono tornati su questi ghiacci per disotterare i cadaveri dei sette marinai e isolare il virus ancora congelato.
    Immaginate. Immaginate che il terzo segreto di Fatima abbia una coda. Una parte di profezia che il vecchio Papa non ha voluto svelare. Parla dei figli di Maometto e dei «fratelli che invaderanno silenziosamente la terra crociata rendendo putrida l’aria». È il codice Coimbra, lì dove riposa suor Lucia dos Santos, l’ultima pastorella, la visionaria. Mettete che il virus della spagnola finisca nelle mani di una casa farmaceutica diretta da uno dei capi di un’antica setta salafita. L’Europa sarà circondata. E il virus diventa l’arma dell’invasione islamica. Sotto assedio quattro porti d’ingresso al vecchio continente. Il primo è nella città di Agostino dove c’è la Madonna che piange. È lì che il santo di Ippona, mentre si lambiccava con il mistero della Trinità, vide un bimbo che con una conchiglia travasava l’acqua del mare. Civitavecchia. Il secondo è un’antico porto dalmata. Dubrovnik. Il terzo è nel luogo dove Grignon de Montfort coniò il motto Totus tuus. La Rochelle. Il quarto porto è dove s’incrociano Motlawa e Radunia. Danzica.
    Thornborn è un cacciatore di profezie. Il suo alter ego, il protagonista del romanzo, è un vaticanista scettico che si ritrova a sfidare gli enigmi dell’Apocalisse, della Monaca di Dresda o il protocollo 051719, fondo 13/A, dell’Archivio Sant’Uffizio. Anche lui, in quest’era di metamorfosi, è alla ricerca di un segno. Ma come lui ti chiedi se questo scrutare il cielo abbia poi un senso.
    La risposta è in Matteo cap 16 (versetti 1-4): «I farisei e i sadducei si avvicinarono per metterlo alla prova e gli chiesero che mostrasse loro un segno dal cielo. Ma egli rispose: “Quando si fa sera, voi dite: Bel tempo, perché il cielo rosseggia; e al mattino: Oggi burrasca, perché il cielo è rosso cupo. Sapete dunque interpretare l'aspetto del cielo e non sapete distinguere i segni dei tempi? Una generazione perversa e adultera cerca un segno, ma nessun segno le sarà dato se non il segno di Giona”. E lasciatili, se ne andò».

    L’ULTIMA PROFEZIA Il virus islamico dell’Anticristo
    di Vittorio Macioce

    da Il Giornale per gentile concessione

    http://www.totustuus.net/modules.php...ewtopic&t=4868



    Joseph Thornborn. L'ultima rivelazione, Piemme, 2008, pp. 426, Euro 18,50

    Washington, One Lafayette Square. Eugene Harvey, alto papavero della NY Archeological Foundation, apre un'affollata conferenza stampa. Lancia una scoperta archeologica da urlo.
    A Pella, Giordania, tra i ruderi di quella che fu l'ultima dimora di Maria, madre di Gesù, gli specialisti hanno recuperato gli antichissimi papiri dei Vangeli gnostici. La prova oggettiva che il testo sacro della Chiesa, i Vangeli, è stato per venti secoli la scaltra copertura di uomini assetati di potere, che pur di far valere il loro malvagio privilegio (incarnato, storicamente, nella figura del Pontefice di Roma), avevano liquidato con l'accusa di eresia quei testi, sostituendo ai cristianesimi autentici, un solo, prevaricante, cristianesimo: il loro. Innalzando sugli altari e velando d'incenso le menzogne dei quattro Evangelisti «autorizzati», la Chiesa romana aveva sepolto l'unica verità: che il Nazareno non era divino, ma l'umanissimo missionario di una fede religiosa a più facce, che portava a maturazione le dottrine antiche dello zoroastrismo, dell'ermetismo, delle filosofie ellenistiche e chi più ne ha, più ne metta.
    Ai colpi di maglio di Harvey collabora Mr. Rolf, della Church Interfaithful Unification Enterprise, che dimostra, prove al radiocarbonio alla mano, che quelle carte non sono tardivi rifacimenti, come i polemisti cristiani sostengono a torto, ma documenti coevi all'alba del cristianesimo adamantino. Rolf dovrebbe essere il paladino dell'unificazione religiosa, l'uomo del confronto e dell'integrazione tra le fedi, come si evince dal titolo della sua organizzazione.
    Ma, calma: prendiamo carta e penna, trascriviamo le lettere del suo nome, le iniziali dell'organizzazione di riferimento, e che cosa scopriamo? LUCIFERO! Il Maestro delle Tenebre. Un tipo che, sottobanco, nelle sue spoglie umane, definisce la Chiesa, la «vedova» (imminente sarebbe la morte del fasullo Cristo) e il pontefice attualmente sul soglio, Gregorio XVII, «il messicano vestito di bianco», un usurpatore da eliminare. Se si aggiunge che a gettare benzina sul fuoco del sensazionalismo anticlericale ci si mette anche Murphy Darrow (che ha i capelli biondastri, folti e lunghi, sembra il professorino giovanilista di un college americano, assomiglia a Dan Brown e festeggia l'arcimilionesima copia del suo romanzaccio sul Sangreal di Cristo, passando attraverso i Templari, Da Vinci e Maria di Magdala), allora è chiaro che siamo nel gorgo fiammeggiante di un fantathriller religioso, una replica muscolosa, bene orchestrata, movimentata, ritmo adrenalinico, al più chiacchierato Codice di questi nostri poco limpidi tempi.
    Il romanzo è L’ultima rivelazione, di Joseph Thornborn (Piemme, pagg. 426, euro 18,50).
    Suggestivo l’attacco, la bellezza di un volto di donna che gli anni sembrano non aver intaccato. È il viso della «Madre», che a Efeso consegna al pellegrino, venuto a venerarla con i confratelli da Gerusalemme, le sue estreme volontà e il permesso di tracciare con lo stilo sulla pergamena il suo ritratto.
    Ecco le idee-germe del romanzo. Il disegno diventerà nella tradizione un'icona (la «Madonna del fazzoletto», il puro volto della Vergine che si appoggia a un panno, fasce e sudario di Cristo, con negli occhi la storia completa della sua passione, e l’annuncio del terzo giorno, il trionfo sulla morte); le parole definitive si faranno testamento, preannuncio di un'apocalisse, ma anche uno squillo di speranza e redenzione, perché «quando vedrete questi segni» recita il santo oracolo, in stile segreto di Fatima «non scoraggiatevi. L'ora delle tenebre è vicina, ma io sarò vicina a voi».
    Certo, il resto della profezia non è incoraggiante. «L'uomo delle tenebre sarà innalzato»: presagio da brivido di qualche Signore del Terrore. «Il mare vi si rivolterà contro e si alzerà. Molte nazioni saranno sommerse»: tsunami e terremoti? Inquietante l'accenno a un'«arma» (batteriologica, gas nervino) che non danneggerà erbe e raccolti, ma solo esseri umani. Ci saranno anche dei calunniatori del Figlio. Parleranno male di lui, per confondere i suoi fedeli. Inventeranno una sua discendenza di sangue reale... Che non è certo la principessa Josephine d'Hauteville, discendente dei Plantageneti, ultima perla della stirpe provenzale graalica, come pretende il saccente Darrow, presentando alla sua farneticante conferenza stampa un'aristocratica ventenne, rampolla della blasfema linea genetica Gesù-Maria Maddalena, la presunta sposa.
    Ma quale sposa. Qui c’è uno svarione storico e filologico madornale.
    Thornborn su questo punto è più che abile. Persuasivi colpi di piccone, in piena narrazione, alla teoria delle nozze di Gesù. Padre Fustenberg, domenicano con l'esegesi biblica sulla punta delle dita, fa osservare a Kate, la papirologa che nella ridda dei colpi di scena salva il testamento mariano, che se Maria (Myriam, un nome comunissimo ai tempi evangelici) è chiamata Maddalena, cioè di Mydgala, un borgo del mare di Galilea, e non la Maria di qualcuno (padre, fratello o consorte) come nell’uso di quei cronachisti impregnati di maschilismo, era perché di mariti non ne aveva neanche l'ombra. La tenaglia del male si stringe sulla Chiesa. Calunnie di pedofilia ai ministri del culto. Le sante carte fatte strame da sedicenti apologeti del giusto. I penetrali del Vaticano nidi di spie e di cimici. Ma grazie a quel volto di donna pietosa, portae inferi non praevalebunt, il fumo di Satana non ce la farà, per adesso.

    Joseph Thornborn, un Dan Brown cattolico?


    di Ezio Savino

    http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=262896

  3. #3
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    Il Natale


    Ho sempre considerato il Natale come il momento più bello dell’anno, la festa più attesa e rispettata. Non ho mai fatto follie per Capodanno, Pasqua, compleanni e onomastici vari… ma il Natale è il Natale, e anche negli anni spiritualmente più bui l’ho sempre amato lasciandomi trasportare da quel Mistero che ti rende bambino anche quando da tempo non lo sei più.

    Natale è la celebrazione della tradizione, dei riti sempre uguali e sempre diversi che si rinnovano ogni anno insieme ai familiari e ai parenti. Perché il Natale si passa in casa e in compagnia, di chi ti vuol bene, però, altrimenti il rischio è di trovarsi ancora più soli.
    Natale è il momento dei ricordi belli, che ti ritornano in mente al contrario di quelli brutti, che si lasciano per altre ricorrenze. E’ il periodo della casa addobbata a festa, con l’albero e il presepe che troneggiano in salotto.
    Quando ero bambino il Natale lo si preparava con largo anticipo, a partire dai primi di dicembre, e si aveva tutto il tempo necessario per vivere le giuste emozioni fino alla vigilia. Con gli anni, purtroppo, questa dedizione è venuta sempre meno e alla fine si prepara tutto in pochi giorni con grande agitazione e persino fastidio.

    Sempre più persone subiscono oggi il Natale come una calamità, un qualcosa a cui non puoi sottrarti e che ti porta via tempo, fatica e denaro. Ma un anno senza il Natale non riesco ad immaginarlo ed è triste constatare come si sia talmente presi dalla quotidianeità da rifiutare quello che è il Giorno dei giorni, l’Evento per eccellenza.
    A Natale si è tutti più buoni e non è retorica. Una cattiveria fatta di proposito a Natale acquista nella nostra coscienza una rilevanza particolare, come un sacrilegio, e per questo ci si sforza, almeno in quell’occasione, di dare il meglio di se stessi.
    I cinici da qualche tempo accusano il Natale di essersi ridotto a una sorta di martedì grasso, una festività spoglia di ogni fervore religioso. Per tale ragione si vorrebbero costringere i credenti ad essere nell’occasione quanto mai frugali ed austeri. Nonostante viviamo in un’epoca fortemente materialista penso che sia comunque giusto a Natale festeggiare. Che non ci si debba vergognare di organizzare un buon pranzo e di scambiarsi i regali, sempre che si intenda vivere tutto ciò non con superficialità ma come un ringraziamento al Signore per quanto di buono ci è stato donato.

    Natale è infatti il gran giorno di chi ha Fede. Dei fervorosi come anche dei tiepidi, di chi si reca ogni giorno a messa e di chi prega in solitudine non avendo perso la Speranza. Per chi invece rifiuta in toto la Buona Novella, il Natale deve essere un giorno come gli altri o ancora più triste, perché è il momento in cui ci si sente privi del dono più importante che si possa ricevere, ovvero la consapevolezza che la nostra vita e la nostra morte abbiano un senso nella persona del Cristo.
    Rifiutare il Natale significa oltretutto rifiutare una cosa bella, in quanto tutte le cose belle hanno la loro origine in Gesù. Anche se il Cristianesimo fosse falso - e io sono fermamente convinto che non lo sia – penso che andrebbe sostenuto e praticato da tutti se non altro perché dà le risposte migliori alle nostre domande fondamentali, permettendoci così di incanalare la nostra vita su binari solidi.

    Purtroppo molta gente oggi ha scelto di rifiutare la felicità e di scegliere l’angoscia. Tanta gente, pur avendo avuto le sue soddisfazioni dalla vita, ha sempre un motivo per essere arrabbiata con Dio, con la Chiesa, con il mondo. E odia il Natale perché è il giorno che legittima questo ordine di cose… Alcuni, che non si spingono così lontano nel loro rifiuto, lo considerano con sufficienza, come se si trattasse di una festività circoscritta ai soli bambini. E invece riguarda anche noi adulti, eccome se ci riguarda…
    Solo da adulti, infatti, si è in grado di confermare liberamente la nostra adesione alla Verità cristiana. Fino all’adolescenza si è portati ad agire senza convinzioni profonde, trasportati dalle consuetudini.

    Il sottoscritto aveva smesso di osservare ogni pratica religiosa poco tempo dopo la sua Prima Comunione, e ha trascorso praticamente tutta la sua giovinezza lontano dalla Chiesa. Successivamente, in seguito ad una crisi provvidenziale ha iniziato un lungo e tortuoso cammino spirituale che è giunto a compimento in occasione, guarda caso, del Natale di due anni fa. Mi ero riavvicinato da qualche tempo al cattolicesimo ed ero andato a vedere al cinema Le Cronache di Narnia attirato dal messaggio cristiano che lo contraddistingueva. Quella sera, in sala, mi sentii spiritualmente "congelato" come il Signor Tumnus, il buon fauno riportato alla retta via dalla piccola Lucy e provai un fortissimo desiderio di congiungermi alla fonte di quel calore. Un avvenimento di per sé poco rilevante si è rivelato per me provvidenziale nel riportarmi nell’alveo della Chiesa cattolica, della quale mi sento tuttora parte, nonostante le continue difficoltà e le prove che accompagnano la vita di ogni cristiano.

    La mia esperienza, banale e insignificante di per se, testimonia comunque che siamo sempre in tempo a riannodare i fili spezzati, basta che non perdiamo la tensione spirituale che ci tende costantemente verso l’alto. Il Natale arriva per ricordarci ogni anno che le ragioni della nostra vita risiedono in ciò che è avvenuto a Nazareth duemila anni fa. Per questo la sua importanza non può essere in alcun modo minimizzata. Il Natale è un evento da festeggiare sempre con gioia, facendosi catturare dalla sua eterna magia. Davvero la più bella che ci sia. (F.)



  4. #4
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    Caro Florian, il tuo messaggio mi ha toccato il cuore, perchè dimostra che è davvero possibile ritornare ad una fede vera e pienamente vissuta.
    Mi ha quasi commosso il modo in cui hai sentito il calore della fede e della speraza ritornare in te, toccarti nuovamente dopo un periodo di allontanamento e di distacco. Come si può vedere, basta anche un piccolo momento, la visione di una immagine particolare, per accendere la fiamma e scatenare un fuoco, che arde dentro di noi, e che in fondo non si spegne mai (basta solo attendere e prepararsi...)

    Come ogni Natale, si ripeterà per me una tradizione che dura ormai da più di 15 anni, da quando cioè posseggo ricordo della Santa Notte che rimembra la nascita del Salvatore. Mi recherò, insieme a mio padre e mio fratello, alla S. Messa natalizia che si terrà in una Chiesa raccolta, piccola, spoglia se si vuole, ma abbellita a dovere dalla Presenza di Gesù Bambino, e quella di tutti i partecipanti. Il coro, con le sue canzoni natalizie in latino, accompagnerà la Santa celebrazione e aiuterà a creare una atmosfera di raccoglimento, di riflessione, ma anche di grande felicità e gioia per la venuta di Gesù.
    Si tratta di una tradizione irrinunciabile, che si ripete nel tempo ma non scivola mai nella noia o nella stanca abitudine. Ogni volta il mio cuore si apre, ed è dolce questa sensazione.

  5. #5
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    La mia gratitudine ad entrambi per la squisita testimonianza.
    Sarebbe bello tenere questo 3d "ben coltivato" sino alla notte di Natale.

  6. #6
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    Per me questo sarà il primo Natale lontano dal paese. Per questioni familiari infatti passerò buona parte delle Feste presso i parenti di mia moglie, a Roma.

    Non ho idea di come sia il Natale senza gli alpini col vin brulé fuori dalla chiesa dopo la Messa di mezzanotte, o come sia il pranzo di Natale senza l'adorata polenta ;-)
    Però, insomma, tutto il mondo è paese, e so bene che sarò tra persone che mi vogliono bene. E al vin brulé, in fondo in fondo, posso rinunciare per un pò di vino dei castelli romani no?

  7. #7
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    José Miguel Garcia, La vita di Gesù nel testo aramaico dei Vangeli, BUR, 2005, pp. 319, Euro 9,50

    C'è il vero Gesù nei vangeli aramaici

    di Antonio Socci
    © Il Giornale - 13 maggio 2005

    Mentre Diario tenta di usare per rozza propaganda anticlericale gli eventi che stanno all'origine del cristianesimo, tutti i nuovi studi e le ricerche (archeologiche, linguistiche, documentarie) concordano nel mostrare la storicità e l'attendibilità dei fatti riferiti nei Vangeli.

    E' pieno di affascinanti scoperte anche il volume, fresco di stampa, di Josè Miguel Garcia La vita di Gesù nel testo aramaico dei Vangeli (Rizzoli, pp. 246, e 9.50). Già l'erudito francese Jean Carmignac scoprì che lo strano e a volte oscuro greco dei Vangeli era in realtà la traduzione di un testo originario in lingua semitica. In base a ciò Carmignac poté ridatare i vangeli agli anni a ridosso degli avvenimenti di Gesù, quando erano ancora viventi tutti i testimoni, e non - come voleva la moderna critica - a un'epoca molto posteriore.

    J. M. Garcia - riportando alla luce il testo aramaico che sta sotto il greco - ha scoperto addirittura che in due passi della seconda lettera ai Corinzi, scritta prima dell'autunno del 57 d.C., san Paolo parla di un Vangelo già scritto e circolante fra le comunità. In sostanza i cristiani annunciavano a tutta Gerusalemme la resurrezione di Gesù di Nazaret quando i protagonisti di quel processo e della sua condanna erano ancora vivi e avrebbero potuto sbugiardarli indicando la tomba e il cadavere. Non lo potevano fare perché quell'uomo era risorto.

    Il biblista e teologo J. M. Garcia fa parte della cosiddetta "Scuola di Madrid", nata da D. Mariano Herranz Marco e formata da un'équipe di specialisti che per anni ha lavorato sui passaggi oscuri, anomali o contraddittori dei Vangeli, scoprendo che tali discordanze non appartengono all'autore originario, ma sono il risultato di cattive traduzioni o di errori di traduzione dall'originale testo aramaico (la lingua parlata da Gesù). Il risultato di questi lunghi studi, che hanno riempito una decina di volumi, è sintetizzato in maniera divulgativa in questo libro. La "retroversione" dal greco all'aramaico ha dissolto anche qualche pia tradizione. Come quella per cui Gesù sarebbe nato in una grotta-stalla. Soprattutto non pare vero il dettaglio degli alberghi e del rifiuto della gente. Gesù, secondo l'Autore, nacque a Betlemme nella casa paterna di Giuseppe, che era uno dei discendenti di re David (fu posto in una "mangiatoia" probabilmente perché al piano inferiore di quelle grandi case stavano gli animali e c'era più caldo o forse perché sopra non c'era posto. Se c'era una grotta era dunque di quelle annesse all'abitazione, come si usava allora). Ma J. M. Garcia ha riportato alla luce molto altro. Innanzitutto traduce meglio le parole che l'angelo dell'Annunciazione dice a Maria. Gli rivela infatti che l'identità di colui che nascerà da lei come suo figlio è quella di Dio stesso. E così rivelerà anche a Giuseppe (da qui viene il timore del giovane che "si ritiene indegno di una tale donna", lui che ne era così innamorato da aver accettato anche di rispettare il suo voto di verginità).

    L'autore smonta anche tutte le speculazioni fatte su quelli che il Nuovo Testamento chiama "i fratelli di Gesù". Si sono stampate montagne di libri, ipotizzando altri figli di Maria o di Giuseppe o l'esistenza di "cugini". Tutto sbagliato. Il testo aramaico dei Vangeli mostra che "fratelli" sono chiamati tutti gli apostoli e in genere i discepoli di Gesù. E il passaggio in cui si dice che Gesù è sommerso dalla folla, da ore, e "i suoi congiunti" andarono a prenderlo perché lo ritenevano "fuori di sé", in realtà va letto così: i suoi amici gli portarono del cibo perché era stremato dalla fatica.

    Questa retroversione in lingua aramaica permette di ricostruire la cronaca dettagliata e vivissima, quasi giornalistica, di tanti miracoli di Gesù la cui confusa traduzione greca aveva indotto molti critici a giudicarli contraddittori e quindi inventati. D'altronde che Gesù abbia fatto quei miracoli è attestato anche dalle insospettabili fonti ebraiche di quel tempo (raccolte nel Talmud di Babilonia), cioè dalle fonti non cristiane.

    I suoi miracoli sono dunque fatti storici. Riemergono poi le vere parole di Gesù in episodi cruciali. Per esempio alle nozze di Cana: egli non rivolge a sua madre parole dure (come parrebbe dalla traduzione italiana) per la sua richiesta di soccorrere quei poveretti, ma le dice una frase da cui traspare un'immensa venerazione: "non per me, bensì per te, donna, è giunta opportuna la mia ora". Un'espressione in cui già s'intravede la missione che egli affiderà a sua madre dalla croce. Del resto J. M. Garcia dimostra che Maria non rimase a Nazaret, ma fin dall'inizio seguì la missione di suo figlio con molte altre donne e molti giovani galilei. L'autore smonta inoltre la tesi moderna secondo cui Gesù si sarebbe aspettato - sbagliandosi - una fine del mondo imminente. Non è così, il professor Garcia svela gli erorri di traduzione su cui si è basata questa idea maliziosa.

    Un altro passo contestato, soprattutto dai protestanti, è l'investitura di Pietro a Cesarea. Sotto il greco c'è un testo aramaico davvero clamoroso. L'attuale traduzione italiana recita: "e impose loro severamente di non dire questo di lui a nessuno" (Mc 8, 30). Ma l'originale recita: "E (Gesù) impose loro severamente di vedere sempre in lui (in Pietro, ndr) il Figlio dell'uomo". Un'altra idea sballata è quella del "segreto messianico" secondo la quale "Gesù non fu mai consapevole di essere il Messia". E' una invenzione senza fondamento. Dai testi originari "ritrovati" emerge in modo ancor più impressionante "la coscienza divina di Gesù", cioè l'inaudita pretesa di questo uomo, vero uomo a tutti gli effetti, di essere Dio ed emerge addirittura il suo desiderio - prima dell'incarnazione - di "venire incontro al patimento", cioè di venire sulla terra a dare la sua vita per "sconfiggere il regno di Satana e far venire il regno di Dio".

    Impressionante anche il momento in cui Gesù lava i piedi ai suoi amici, investendoli del potere sacerdotale: egli manifesta loro "la sua contentezza, poiché, grazie a loro, potrà morire nuovamente, bere di nuovo il calice che bevette sul calvario". Dal testo aramaico emerge insomma un Gesù potentemente determinato e desideroso di soffrire e subire volontariamente ogni strazio, umiliazione e crudeltà per poter così salvare gli uomini. Perfino i suoi carnefici.

    Illuminante è infine la ricostruzione che l'autore fa degli eventi accaduti la mattina del 9 aprile dell'anno 30, quando il sepolcro di Gesù viene ritrovato dalle donne aperto e vuoto e le guardie sono scappate. Dopo l'arrivo del primo gruppo di donne, si succedono delle corse concitate da e verso la città e i vangeli riportano il groviglio di eventi tumultuosi di quelle ore in un modo che - alle traduzioni odierne - appare confuso. Ma la ripulitura dagli errori di traduzione riporta alla luce la perfetta linearità dei resoconti evangelici e l'enormità dell'evento accaduto quella mattina. Pietro e Giovanni capiranno ciò che è successo prima ancora che Gesù appaia loro vivo, perché entrati in quel sepolcro trovano la sindone e il sudario ancora lì, come non era possibile se il corpo fosse stato portato via.

    A proposito della sindone. I testi tradotti dicono che, dalla croce, "presero il corpo di Gesù e lo avvolsero in bende" (Gv 19,40), ma l'originale aramaico recita: "presero il corpo di Gesù e lo avvolsero in una doppia tela di lino". Che è la perfetta descrizione, rinvenuta oggi, anno 2005, della Sindone di Torino.
    Un resoconto fedele. Del resto "lo scopo di questo libro", ci confida l'autore, "è proprio questo: mostrare che i Vangeli non espongono delle credenze, ma riferiscono dei fatti accaduti".

    http://www.acquaviva2000.com/LIBRI/v...20aramaici.htm

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    Io non l'ho letto, ma se mi capita tra le mani dubito che resisterò alla tentazione natalizia!



    San Tommaso d’Aquino visto (davvero) da vicino. Una recensione di Nel segno del sole di Tito Sante Centi O.P.

    Per scrivere la biografia di qualcuno, nulla di meglio di un amico. Padre Tito Sante Centi O.P., che ha appena compiuto novantatré anni, può essere definito il migliore amico di san Tommaso d’Aquino (1227?-1274) nell’Italia del XX secolo. Padre Centi, infatti, è il traduttore italiano della Somma Teologica e della Somma contro i Gentili, e ha passato tutta la sua vita di studioso in simbiosi con quello che definisce il più grande filosofo di tutti i tempi e il più grande teologo nella storia della Chiesa. Nel segno del sole. San Tommaso d’Aquino (Ares, Milano 2008) non è però una sintesi della filosofia e della teologia dell’Aquinate. L’autore la definisce modestamente una «biografia aneddotica», adatta anche ai giovani. Ma è molto di più. In cento pagine, lo studioso domenicano riesce a riassumere non solo gli episodi salienti della vita di san Tommaso ma anche il loro significato nella storia della Chiesa e dell’Europa. Non basta: il santo è presentato appunto come un santo, non solo come un grande uomo di cultura. La sua vita spirituale e mistica è posta nel giusto rilievo, ma nello stesso tempo san Tommaso emerge dalle pagine come un personaggio vivo, affabile e simpatico. Si ha quasi l’impressione che l’autore lo conosca personalmente: e da un certo punto di vista è proprio così.

    di Massimo Introvigne



    Il primo episodio che padre Centi mette in luce a proposito di san Tommaso è la sua lotta per entrare, a meno di vent’anni, fra i domenicani, contro il volere della nobile famiglia, che sarebbe disposta a vederlo religioso purché si tratti dei potenti benedettini e non di un ordine mendicante. L’episodio ricorda le «deprogrammazioni» in voga negli anni 1970 e 1980, quando adepti di nuovi movimenti religiosi erano fatti rapire dai loro genitori, rinchiusi in casa o in qualche motel e sottoposti a pressioni di ogni genere finché non accettassero di lasciare il movimento accusato di averli «plagiati». E di «plagio», secondo padre Centi, i fratelli di san Tommaso accusano i domenicani: rapiscono il santo, lo rinchiudono nei loro castelli di Roccasecca e Monte San Giovanni, lo fanno supplicare dalle amate sorelle, e gli mandano perfino una ragazza di facili costumi come cameriera sperando che lo distolga dalla vocazione. Proprio quest’ultimo episodio, e la sdegnata reazione del giovane Tommaso, portano le sorelle (una delle quali diventerà poi suora) a passare dalla sua parte, e a facilitarne la fuga. Ma prima di scappare calandosi da una finestra Tommaso è rimasto prigioniero per quasi due anni. Ne ha approfittato per imparare a memoria la Bibbia e il Libro delle Sentenze di Pietro Lombardo (ca. 1065-1160), il più famoso manuale di teologia del Medioevo. Della sua tentata «deprogrammazione» san Tommaso si ricorderà quando scriverà a Parigi l’opuscolo Contro la dottrina pestilenziale di coloro che distolgono gli uomini dall’abbracciare la vita religiosa, le cui idee centrali derivano – riferisce padre Centi – da un’improvvisa illuminazione che ha mentre pranza alla tavola del re di Francia Luigi IX (1214-1270), che sarà anch’egli canonizzato come santo .

    Divenuto domenicano, prosegue la formazione a Parigi e a Colonia, sotto la guida di sant’Alberto Magno O.P. (1206-1280). Il suo carattere riflessivo e taciturno – è soprannominato «il bue muto» - rischia d’indurre in errore sulle sue capacità. Ma non s’ingannano né sant’Alberto né i superiori, che favoriscono la sua rapidissima carriera accademica. Appena completati gli studi, comincia subito a insegnare a Parigi, da dove si trasferirà nel 1259 in Italia come professore allo Studium Curiae, primo abbozzo di un’università pontificia. Gli anni 1259-1268 sono quelli in cui più fiorisce la sua opera: completa la Somma contro i Gentili e buona parte della Somma Teologica, che alla sua morte peraltro resta ancora incompiuta. Nell’inverno 1268-1269 torna a Parigi, per difendere gli ordini mendicanti dai loro avversari e la sua teologia dalle opposte critiche di un razionalismo ispirato ad Averroé (1126-1198) e del fideismo di quello che padre Centi chiama «un malinteso agostinianismo tradizionalista». Contro questi due errori contrapposti, il pensiero di san Tommaso emerge definitivamente come il punto più alto di quell’equilibrio fra fede e ragione che dà all’Europa cristiana la sua identità. Nel 1272 torna in Italia per insegnare all’Università di Napoli.

    Una carriera accademica, dunque, tanto rapida quanto sbalorditiva per la capacità di produrre così tante opere fondamentali in pochi anni. Ma l’autore insiste sempre sul fatto che si tratta non solo di un filosofo ma di un santo e di un mistico. Esperienze sovrannaturali e prodigi ne accompagnano tutta la vita. E Tommaso non è solo l’autore della Somma teologica ma anche di opere poetiche, tra cui i cantici – Lauda Sion, Pange Lingua, Adoro te devote – commissionati al santo da Papa Urbano IV (1195 ca. -1264) con la Messa e l’Ufficio del Corpus Domini, festa che il pontefice aveva istituito nel 1264 sulla scorta delle visioni della Beata Giuliana di Liegi (1192-1258). Per la verità, l’attribuzione a san Tommaso di questi cantici carissimi al popolo cattolico è stata revocata in dubbio. Padre Centi riprende dallo storico belga Pierre Mandonnet O.P. (1858-1936) una serie di argomenti secondo cui l’Ufficio, con i cantici, è proprio di san Tommaso, e aggiunge un ulteriore elemento, di carattere numerologico, che non mancherà d’interessare i lettori contemporanei abituati a opere che cercano «codici» più o meno dappertutto. San Tommaso ama i numeri, specie quando si tratta dell’Eucarestia. Così le strofe della sequenza del Corpus Domini sono esattamente ventiquattro, «ossia il raddoppio del dodici, il quale è notoriamente [per i medievali] il simbolo della Chiesa di Cristo» (p. 43): dodici strofe per la Chiesa militante, dodici per la Chiesa trionfante, ventiquattro in totale. «Le strofe degli inni del vespro e delle lodi sono precisamente sei, come sono sei gli articoli che formano le questioni 73, 78, 83 della Terza Parte [della Somma Teologica], dedicate rispettivamente al Sacramento [dell’Eucarestia] in sé stesso, alla sua forma e al suo rito. Che poi san Tommaso, d’accordo con i contemporanei, attribuisse al numero sei un simbolismo particolare quale primo dei numeri perfetti, non è possibile dubitarne. In una sua questione quodlibetale viene discusso addirittura il problema seguente: “Se il numero sei, in forza del quale tutte le cose create si dicono perfette, sia creatore o creatura” (Quodlib. 8, q. I, a. 1). Dopo di che sembra legittimo concludere che non è casuale neppure il numero delle strofe in cui si articolano l’inno del mattutino e l’Adoro te devote: le sette strofe evocano le sette divisioni principali del trattato e più a monte la preminenza del mistero eucaristico fra tutti i [sette] sacramenti» (pp. 43-44).

    Chiamato da Papa Gregorio X (1210-1276) a Lione per il Concilio ecumenico, vede la sua salute – già da tempo malferma – aggravarsi per le asprezze del viaggio. Muore il 7 marzo 1274 nell’abbazia cistercense di Fossanova (Latina) senza avere potuto raggiungere Lione. Padre Centi dedica ampio spazio alle vicende quasi romanzesche delle sue reliquie, oggetto di un’aspra contesa fra i cistercensi di Fossanova e i domenicani. Divise in varie parti per accontentare tutti coloro che desiderano conservarle, attraverso complesse vicende in cui interviene anche una suora chiamata Caterina – che l’autore, contro altre ipotesi, identifica in santa Caterina da Siena (1347-1380) – sono infine depositate (almeno per quanto riguarda la loro porzione essenziale, così che né a Fossanova né altrove si può parlare a rigore di «tombe» di san Tommaso) a Tolosa, presso la chiesa conventuale dei Giacobini, considerata allora la più bella chiesa domenicana d’Europa. Nel 1791 la chiesa è profanata e trasformata in caserma dalla Rivoluzione Francese, ma le reliquie sono salvate e trasportate nella chiesa di Saint-Sernin. Di lì, dopo una ricognizione affidata a una commissione di storici che ne certifica l’autenticità, ritornano alla chiesa dei Giacobini finalmente restaurata e riconsacrata nel 1974. Ma pochi, nota l’autore, lo sanno: «Quasi nessun cattolico, all’infuori della diocesi di Tolosa e dell’Ordine domenicano, immagina che le reliquie di san Tommaso siano a Tolosa» (p. 83).

    Testimonianza, questa, del fatto che si pensa di conoscere e si tende a dare per scontato san Tommaso, mentre su di lui ci sono tante cose che non sappiamo. Padre Centi ci offre anche, in appendice, un saggio del metodo del santo, pubblicando – preceduta da una sua Introduzione (pp. 91-105) – una traduzione dell’opuscolo De aeternitate mundi contra murmurantes («L’eternità del mondo», pp. 107-117). In questo testo difficile san Tommaso sostiene che noi sappiamo per fede che il mondo non è stato creato da Dio dall’eternità, ma ha avuto un inizio nel tempo: ma non potremmo arrivare con certezza a questa conclusione sulla base della sola ragione. Pertanto l’ipotesi di una creazione ab aeterno – che il cristiano è obbligato a escludere per fede – da un punto di vista puramente razionale non è assurda, mentre sarebbe assurdo negare che il mondo sia stato creato da Dio o anche negare la differenza sostanziale fra Creatore e creature. Padre Centi fa notare che alcune argomentazioni di san Tommaso sono qui legate a una fisica aristotelica che noi oggi non condividiamo più. Ma quello che sta a cuore al santo filosofo – la difesa dell’autonomia della ragione contro il fideismo, e il fatto che la nozione di un Dio creatore distinto dal creato s’imponga sulla base della stessa ragione, a prescindere dalla fede, anche ai non credenti – ha grande rilievo ancora oggi, in dibattiti che riguardano la scienza, l’evoluzionismo e anche l’islam e la sua nozione di Dio.

    San Tommaso, dunque, parla ancora oggi. Riscoprire le radici cristiane dell’Europa significa riscoprire san Tommaso come parte integrante di queste radici. Radici di vita, e non solo di dottrina. È la lezione di san Tommaso d’Aquino: ma anche della lunga e operosa vita religiosa e accademica di padre Tito Sante Centi.

    Centi Tito S. - Nel segno del sole. Vita di san Tommaso d'Aquino. Edizioni Ares 2008

    http://www.totustuus.it/modules.php?...ticle&sid=2506

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    Colgo l'occasione per scusarmi con voi tutti se alcune sere di questa settimana (il resto del giorno è già occupato da altre attività, come ben sapete) risulterò assente, come già accaduto ieri...
    ... ma il dovere mi chiama
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    Ebbravo zaffo!
    Fatti scattare una foto, che vogliamo anche noi il nostro Babbo Natale GOP!

 

 
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