Gil Grissom e la «scuola bolognese»
Domenico Savino

Bastonati e mortificati, non si danno per vinti, ma continuano a tessere le loro trame e a spandere i loro veleni per la Chiesa: ora che il bubbone è stato inciso, viene a suppurazione tutto il carico di iniquità, errori dottrinali, menzogne con cui hanno ammorbato il Corpo mistico di Cristo nel corso degli ultimi quarant'anni. Stiamo parlando di quella sulfurea corrente che all'interno della Chiesa ha in eminenti porporati gerosolimitani, in vescovi prudentemente dissidenti, nella maggioranza dei teologi e in un gran numero di intellettuali più o meno di lungo corso il proprio cast, il plotone di scena con cui riescono sempre e comunque a guadagnare la ribalta e a «spacciare» se stessi, «cattolici stupefacenti», come interpreti della Chiesa «autentica». Sono in realtà una setta, una ristretta, intellettualistica, potentissima e velenosa lobby che ha «trafficato» con ogni forma ereticale antica e moderna ed ha occupato la Chiesa: sono un'avanguardia «teologicamente leninista», che pensa di dover condurre la Chiesa-popolo di Dio, intesa come massa ignorante di gente ingannata da un dogma costruito a fini di potere, verso la vera comprensione dell'autentico messaggio evangelico, fin qui celato in forme devozionali, a causa di un millenario peccato contro lo Spirito. Sono coloro che pensano che attraverso lo sforzo maieutico che lo spirito e la storia avrebbero loro affidato, i credenti in Cristo debbano essere indirizzati verso l'incontro con una più alta consapevolezza di sé, che li liberi dal dogma, per renderli lievito tra le nazioni, in grado di rivelare il Cristo presente in ognuno, a prescindere dall'«appartenenza» alla struttura ecclesiale: ciò al fine di costruire l'autentica cattolicità della Chiesa, proiettata verso un avvenire di «progresso», che la affranchi per sempre dai propri «cascami oscurantisti», permettendo in tal modo che si dispieghi pienamente al suo interno l'illuminazione di un messaggio cristico, depurato dalla superstizione della propria tradizione storica e contingentemente incarnazionista. Sono i figli delle antiche eresie, che si sono rapprese nella multiforme idea modernista e che hanno usato il Concilio Vaticano II come grimaldello per scardinare il «depositum fidei» e contaminarlo con i propri irredimibili errori. Non deve stupire: è il frutto di un'Opera malvagia che viene da lontano. Hanno lavorato nell'ombra, hanno ostentato umiltà, esercitato pazienza, raffinato il sapere, ammaestrato la coscienza, simulato obbedienza, riscosso fiducia, acquisito il potere: da lì hanno occupato posti, cattedre, cattedrali, giornali, riviste, diocesi, parrocchie, case editrici, scuole, università, partiti, sindacati, scranni, sedie, strapuntini, schermi televisivi, onde radio e modulazioni di frequenza senza trovare argine alcuno, disegnando contro il «mistero» della Chiesa, trasmesso dalla tradizione, un'altra Chiesa, la chiesa rinnovata, la chiesa come assemblea comunitaria, la chiesa del Terzo Millennio: particolarmente negli ultimi trent'anni, mentre il «Papa volante» girava il mondo a riempire le piazze, loro si incaricavano di svuotare le anime e quindi le chiese, anzi la Chiesa. Ma di una cosa essi non hanno tenuto conto, giacché a questo non si rassegnano: la Chiesa non sono loro. La Chiesa, societas perfecta, nella sua essenza non è neppure il popolo di Dio, con cui l' hanno sociologicamente e riduttivamente identificata, popolo che, anzi, sovente essi hanno portato verso l'errore e la perdizione. La Chiesa è - anche solo da questo limitato punto di vista - molto di più: come insegna l'insuperato Catechismo di San Pio X la Chiesa «è la società o congregazione di tutti i battezzati che, vivendo sulla terra, professano la stessa fede e legge di Cristo, partecipano agli stessi sacramenti, e obbediscono ai legittimi Pastori, principalmente al Romano Pontefice» (1). La Chiesa-popolo di Dio non può mai essere disgiunta dalla Chiesa-corpo di Cristo, dalla Chiesa-sposa di Cristo e dalla Chiesa-Tempio dello Spirito Santo. Anche il nuovo Catechismo della Chiesa cattolica rammenta infatti che «il paragone della Chiesa con il corpo illumina l'intimo legame tra la Chiesa e Cristo. Essa non è soltanto radunata attorno a lui; è unificata in lui, nel suo corpo. (2) L'immutabile insegnamento della Chiesa promana infatti dalla medesima immutabilità di Gesù Cristo che 'è lo stesso ieri, oggi e nei secoli!' (Eb 13, 8), rendendo ciò che è esterno conforme alla sua dimensione spirituale interna. In questo senso il Catechismo di San Pio X ricordava che 'il corpo della Chiesa consiste in ciò che essa ha di visibile e di esterno, sia nella associazione dei congregati, sia nel culto e nel ministero d'insegnamento, sia nel suo esterno ordine e governo» (3). Analogamente va inteso ciò che afferma il Catechismo della Chiesa cattolica, quando rammenta che «tre aspetti della Chiesa-corpo di Cristo vanno sottolineati in modo particolare: l'unità di tutte le membra tra di loro in forza della loro unione a Cristo; Cristo, Capo del corpo; la Chiesa, Sposa di Cristo» (4). Il vecchio Catechismo di San Pio X insegnava a tal fine che «l'anima della Chiesa consiste in ciò che essa ha d'interno e spirituale, cioè la fede, la speranza, la carità, i doni della grazia e dello Spirito Santo e tutti i celesti tesori che le sono derivati pei meriti di Cristo Redentore e dei Santi» (5). E' ciò che il nuovo Catechismo con altro linguaggio vuole ricordare, citando Sant'Agostino: «Quod est spiritus noster, id est anima nostra, ad membra nostra, hoc est Spiritus Sanctus ad membra Christi, ad corpus Christi, quod est Ecclesia - Quello che il nostro spirito, ossia la nostra anima, è per le nostre membra, lo stesso è lo Spirito Santo per le membra di Cristo, per il corpo di Cristo, che è la Chiesa». Bisogna attribuire allo Spirito di Cristo, come ad un principio nascosto, il fatto che tutte le parti del corpo siano unite tanto fra loro quanto col loro sommo Capo, poiché egli risiede tutto intero nel Capo, tutto intero nel corpo, tutto intero in ciascuna delle sue membra. Lo Spirito Santo fa della Chiesa «il tempio del Dio vivente» (2 Cor 6,16) (6). Il tema di Cristo-Sposo della Chiesa è infine «preparato dai profeti e annunziato da Giovanni Battista. Il Signore stesso si è definito come lo 'Sposo' (Marco 2,19). L'Apostolo presenta la Chiesa e ogni fedele, membro del suo corpo, come una Sposa 'fidanzata' a Cristo Signore, per formare con lui un solo Spirito. Essa è la Sposa senza macchia dell'Agnello immacolato, che Cristo ha amato e per la quale ha dato se stesso, 'per renderla santa' (Ef 5,26), che ha unito a sé con una Alleanza eterna e di cui non cessa di prendersi cura come del suo proprio corpo. Che cosa, infatti, sta scritto? 'Saranno due in una carne sola. Questo mistero è grande; lo dico in riferimento a Cristo e alla Chiesa' (Ef 5,31-32)» (7). Questa dimensione «misterica», cioè sacramentale della Chiesa viene continuamente occultata dai moderni e modernisti «pastori», ma essa permane come un Mistero che li sovrasta e sopra la quale vigila terribile una promessa: non prevalebunt. L'oblio doloso delle verità essenziali della nostra fede è drammaticamente divenuto pratica costante della «pastorale» post-conciliare: nel corso degli ultimi quarant'anni lentamente, inesorabilmente, come è nei processi tumorali, ove la degenerazione avviene per un piccolo errore di «copiatura» del patrimonio genetico, il dogma della nostra fede è stato trasformato tramite piccoli sistematici incessanti aggiornamenti, continui, minimali, ma implacabili. Gradualmente, in modo quasi subliminale, hanno fatto in modo che ci abituassimo, senza quasi che ce ne accorgessimo, alterando, a partire dai riti e dalle formule di preghiera, i processi di trasmissione del codice della fede, che avevamo ricevuto dalla tradizione, sicchè essa appare oggi metastatizzata dalla cancrena modernista. Ecco dunque oggi il Corpo mistico di Cristo, cioè la Chiesa, gravemente malata e le sue membra via via intaccate, infiacchite, indebolite da qualcosa che le trasforma e le deforma, in modo che esse non possano più assolvere la funzione per cui esistono. Così è ridotta oggi la Chiesa, resa sofferente e impotente dai propri peccati, dai propri errori e dai propri vizi: cristiani teologicamente modificati e pastoralmente sterilizzati, inadatti oramai antropologicamente a resistere alle «potenze» del mondo. Solo dall'alto può venire la salvezza. L'elezione a Papa del più «reazionario» tra i protagonisti del Vaticano II è il massimo che lo Spirito Santo ha potuto destare in Essa, ma è forse l'unica medicina che questo organismo infiacchito riesce oggi a sopportare. Bisogna farsene una ragione: allo stato delle cose cure più drastiche potrebbero forse uccidere il «malato». Ecco perché in aggiunta una solo cosa noi tutti possiamo, anzi dobbiamo fare: pregare di più, offrire digiuni e penitenze, essere assidui nell'Eucaristia e generosi nella carità. Insomma essere santi, come il Signore ci vuole. In fondo se la Chiesa è così, la colpa è anche nostra: nella nostra battaglia, non dobbiamo dimenticare l'umiltà. Deve valere anche per noi ciò che dice San Giacomo: «Non avete perché non chiedete; chiedete e non ottenete perché chiedete male […] forse pensate che la Scrittura dichiari invano: fino alla gelosia ci ama lo Spirito che egli ha fatto abitare in noi? Ci dà anzi una grazia più grande; per questo dice: Dio resiste ai superbi; agli umili invece dà la sua grazia». Occorre dunque guardare con gratitudine a ciò che per ora il Signore ci mostra, attraverso Colui che Egli ha posto a capo della Chiesa. Non so se si tratta di qualcosa di decisivo, ma la «cura» Ratzinger qualche segno lo dà, anche se, com'era prevedibile, il Male non si lascia sconfiggere facilmente. Penso sinceramente che l'atto più importante del Pontificato di Benedetto XVI e più in generale dei Pontificati degli ultimi quarant'anni sia stato il Motu Proprio con cui egli ha liberalizzato la celebrazione della Santa Messa con il Vetus Ordo. Occorre su questo chiarirsi: se la crisi che ha travolto la cattolicità è frutto non solo e non tanto degli errori e dei peccati degli uomini di Chiesa, ma molto più dell'apertura all'irruzione di potenze infere al suo interno, se cioè davvero - come ebbe a dire Paolo VI - il fumo di Satana è entrato in Essa, non vi è arma più efficace che la celebrazione del Santo Sacrificio della Messa per averne ragione. E - per ciò che ci riguarda - senza negare la validità della Santa Messa celebrata con il Novus Ordo, è certo che quella celebrata con il Vetus Ordo consente di sperimentare anche fisicamente l'efficacia e la potenza redentrice che da Essa promana. Insomma - seppure per ora in forma «extra-ordinaria» - la Chiesa ha ripreso in mano l'arma più efficace che il Signore Gesù Cristo Le ha donato. Ora tocca a noi: occorre che in ogni diocesi e se fosse possibile in ogni parrocchia coloro che hanno ricevuto il dono di comprendere quale straordinaria efficacia di salvezza possiamo ottenere dalla Santa Eucaristia degnamente celebrata, si muovano subito a richiedere al proprio parroco o al proprio vescovo, attraverso una raccolta di firme, la celebrazione di quel rito, con la chiara consapevolezza che non si tratta di un'operazione magica, ma di un abbandono totale ed intimo a Colui che tutto può: imparare di nuovo a pregare, per imparare di nuovo a credere e a testimoniare. Un piccolo, ma significativo indicatore del nuovo corso vaticano è stata in questa medesima direzione la sostituzione come cerimoniere pontifico di Piero Marini (seguace di monsignor Bugnini, anima della riforma liturgica postconciliare e assolutamente contrario alla liberalizzazione del Vetus Ordo) con il suo quasi omonimo Guido Marini, genovese e discepolo del cardinale Siri. Non appena sostituito, il «Marini rimosso» s'è precipitato a Londra. per presentare il suo libro, edito solo in lingua inglese, dal titolo «A challenging Reform» («Una riforma che pone sfide»), edito dalla Liturgical Press, volutamente indirizzato innanzitutto al pubblico della protestante Inghilterra, terra dove le sperimentazioni e gli abusi in campo liturgico hanno spesso contaminato anche le celebrazioni cattoliche: «La riforma liturgica (del Vaticano II) - ha spiegato l'ex cerimoniere - non era intesa o applicata solo come riforma di alcuni riti», ma avrebbe dovuto essere «la base e l'ispirazione degli obiettivi per cui il Concilio era stato convocato». Proprio così: «L'obiettivo della liturgia non era altro che l'obiettivo della Chiesa e il futuro della liturgia è il futuro della Chiesa». Ora capite perché Ratzinger lo ha spedito via senza pensarci su nemmeno un attimo. E forse è vero che il Papa si sta preparando ad un «riforma della riforma liturgica», che renderebbe il rito riformato di Paolo VI (al contrario di quello attuale) accettabile, anche se non praticabile, ai seguaci del Vetus Ordo, con il ripristino di una autentica dimensione sacrificale e di forme esteriori più confacenti alla tradizione: ciò che si è visto domenica 13 gennaio sull'antico altare della Cappella Sistina e cioè il Papa che, sguardo alzato verso il crocefisso, celebra - pur con il Messale di Paolo VI - rivolto insieme con i fedeli coram Deo, potrebbe divenire, insieme ad altre sostanziali correzioni, immagine di un nuovo rito riformato, assai più conforme a quello trasmesso dalla tradizione. Un altro piccolissimo segnale in tal senso era già venuto il 17 ottobre 2006 da una Circolare della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, inviata a tutti i presidenti delle Conferenze Episcopali Nazionali sulla traduzione in volgare dell'espressione «pro multis», contenuta nella formula della Consacrazione del Sangue nel Canone della Santa Messa. In questo documento si invitavano le conferenze episcopali a preparare i fedeli all'introduzione di una precisa traduzione in lingua volgare della formula pro multis (e cioè «per molti») nella prossima edizione del Messale Romano che i vescovi e la Santa Sede approveranno per i loro Paesi, in luogo di quella fin qui utilizzata che recita «per molti». Nella stessa direzione di un costante tentativo di ritorno almeno in parte alla tradizione va visto un altro fatto, anch'esso estremamente importante. Stiamo parlando delle Risposte a quesiti riguardanti alcuni aspetti circa la dottrina sulla Chiesa, firmate il 29 giugno (ma rese note il 10 luglio, tre giorni dopo il Motu proprio) dalla Congregazione per la dottrina della fede, in cui si chiariscono alcuni concetti che definiscono la Chiesa. In particolare si spiega come deve essere rettamente interpretata nella Costituzione Conciliare Lumen Gentium l'espressione «la Chiesa di Cristo sussiste nella Chiesa cattolica»: da molto tempo gli ambienti tradizionalisti contestano quella espressione, ritenendo che si sarebbe dovuto scrivere invece che «la Chiesa di Cristo è la chiesa Cattolica». Il documento della Congregazione per la Dottrina della Fede afferma che l'uso dell'espressione «sussiste» in luogo di «la Chiesa di Cristo è la chiesa Cattolica» sta ad indicare «la piena identità della Chiesa di Cristo con la Chiesa cattolica» e che essa «non cambia la dottrina sulla Chiesa, ma trova, tuttavia, la sua vera motivazione nel fatto che esprime più chiaramente come al di fuori della sua compagine si trovino 'numerosi elementi di santificazione e di verità', che in quanto doni propri della Chiesa di Cristo spingono all'unità cattolica». Questa inaspettata presa di posizione, che peraltro ribadisce precedenti precisazioni ispirate dallo stesso cardinale Ratzinger, hanno obbligato Luigi Accattoli su Il Corriere della Sera a riconoscere che «I lefebvriani il documento non li cita, ma un loro 'studio' del 2004 intitolato 'Dall'ecumenismo all'apostasia silenziosa' attribuiva a quella espressione del Vaticano II la responsabilità di aver reso 'indefiniti' i 'contorni' della Chiesa. L'impressione è dunque che il documento costituisca una seconda mano tesa al movimento tradizionalista dopo il Motu proprio sulla messa preconciliare pubblicato» (8). Analoga ammissione a denti stretti viene dalla rivista progressista Confronti, ove si conferma questa interpretazione, «tanto più - ammette la rivista - che le Risposte sono venute in contemporanea (7 luglio) con il Motu proprio Summorum pontificum con il quale Benedetto XVI, liberalizzando la liturgia post-tridentina, e la soggiacente teologia, cara ai lefebvriani, manomette il Vaticano II, e insidia la visione ecclesiologica del Concilio» (9). Poi c'è un ulteriore aspetto importante di questo breve ed intenso Pontificato, che va nella stessa direzione: il Papa fa un mea-culpa, ma questa volta non per colpe passate di altri, ma per una propria mancanza, anzi per una mancanza di coraggio a contrastare certe tendenze progressiste della Chiesa: ammette di sé che nel clima del postconcilio egli fu estremamente timido nella difesa della retta dottrina, rispetto per esempio a Leo Scheffczyk, cardinale, teologo di fama internazionale, studioso di questioni dogmatiche e sostenitore della sostanza della fede cattolica, secondo cui essa aveva perso solidità e sicurezza sotto la spinta di un pluralismo acritico e di una molteplicità variegata di nuove interpretazioni arbitrarie. In questo contesto - ha scritto il Papa - «io stesso ero […] quasi troppo timoroso rispetto a quanto avrei dovuto osare per andare, in modo così diretto, al punto». Ma il tentativo di Papa Benedetto XVI per riportare la Chiesa verso la piena verità del Dogma non si ferma qui. Ancora il 3 dicembre 2007, memoria liturgica di San Francesco Saverio, patrono delle missioni, la Congregazione per la Dottrina della Fede ha emanato una nota dottrinale in cui si ribadisce l'obbligo della evangelizzazione. Dopo anni di ambiguità la Chiesa è tornata a parlare il linguaggio della verità: «Si verifica oggi - è scritto nel Documento - una crescente confusione che induce molti a lasciare inascoltato ed inoperante il comando missionario del Signore (confronta Matteo 28, 19). Spesso si ritiene che ogni tentativo di convincere altri in questioni religiose sia un limite posto alla libertà. Sarebbe lecito solamente esporre le proprie idee ed invitare le persone ad agire secondo coscienza, senza favorire una loro conversione a Cristo ed alla fede cattolica: si dice che basta aiutare gli uomini a essere più uomini o più fedeli alla propria religione, che basta costruire comunità capaci di operare per la giustizia, la libertà, la pace, la solidarietà. Inoltre, alcuni sostengono che non si dovrebbe annunciare Cristo a chi non lo conosce, né favorire l'adesione alla Chiesa, poiché sarebbe possibile esser salvati anche senza una conoscenza esplicita di Cristo e senza una incorporazione formale alla Chiesa». Commentando alla Radio Vaticana il documento, il segretario della congregazione, l'arcivescovo Angelo Amato ha ammesso trattarsi di «una confusione penetrata anche negli istituti missionari. Niente più annuncio di Cristo, niente invito alla conversione, niente battesimo, niente Chiesa. Solo impegno nel sociale». Insomma non è più solo il cardinale Biffi a ricordare che l'evangelizzazione «è un preciso ordine del Signore e non ammette deroga alcuna. Egli non ci ha detto: predicate il Vangelo a ogni creatura, tranne i musulmani, gli ebrei e il Dalai Lama». Nella sua seconda Enciclica Spe Salvi, poi, Papa Benedetto XVI per la prima volta dopo anni di silenzio ha trovato il coraggio di parlare contro gli errori del cristianesimo moderno e il mito del «progresso» che ne ha ottenebrato la luce che promana da Cristo: «E' necessaria un'autocritica dell'età moderna in dialogo col cristianesimo e con la sua concezione della speranza. In un tale dialogo anche i cristiani, nel contesto delle loro conoscenze e delle loro esperienze, devono imparare nuovamente in che cosa consista veramente la loro speranza, che cosa abbiano da offrire al mondo e che cosa invece non possano offrire. Bisogna che nell'autocritica dell'età moderna confluisca anche un'autocritica del cristianesimo moderno, che deve sempre di nuovo imparare a comprendere se stesso a partire dalle proprie radici. […] La scienza può contribuire molto all'umanizzazione del mondo e dell'umanità. Essa però può anche distruggere l'uomo e il mondo, se non viene orientata da forze che si trovano al di fuori di essa. D'altra parte, dobbiamo anche constatare che il cristianesimo moderno, di fronte ai successi della scienza nella progressiva strutturazione del mondo, si era in gran parte concentrato soltanto sull'individuo e sulla sua salvezza. Con ciò ha ristretto l'orizzonte della sua speranza e non ha neppure riconosciuto sufficientemente la grandezza del suo compito». Non è certo una nuova Enciclica contro il Modernismo, ma erano anni che non si sentiva un rimprovero tanto esplicito al cristianesimo moderno, accompagnato dal fatto - come ha sottolineato Antonio Socci - che nell'Enciclica che parla della speranza neanche una volta e neppure nelle note si fa menzione né del Vaticano II né di uno dei suoi documenti più famosi: la costituzione pastorale «Gaudium et spes». Ad onta dei suoi detrattori interni alla Chiesa, esponenti di quel cristianesimo intellettualistico di cui dicevamo all'inizio, il Papa vede crescere silenziosamente ma inesorabilmente il proprio consenso nel popolo cristiano. Il Corriere della Sera ammette che il Papa teologo supera Wojtyła nel gradimento dei fedeli: per incontrarlo sono arrivati a Roma in 3 milioni, il suo Gesù di Nazareth è stato uno straordinario successo in libreria e da quando Joseph Ratzinger è Papa - dato significativo - le offerte per l'obolo di Pietro, quelle cioè che i fedeli destinano direttamente al capo della Chiesa sono passate da 59 a 102 milioni di dollari (10). Un dettaglio, certo, ma eloquente. Come eloquente è la cura proposta dal cardinale Hummes il 6 gennaio scorso contro il problema della pedofilia, diffusa tra una parte, seppur minimale, di sacerdoti: preghiera e adorazione eucaristica perpetua a livello mondiale per le vittime di pedofilia e abusi commessi da sacerdoti, nonché l'apertura di «cenacoli eucaristici», suscitando un grande movimento spirituale di preghiera per tutti i sacerdoti e per la loro santificazione. Insomma è finito il tempo in cui si pensava di risolvere il problema con la concessione del matrimonio ai sacerdoti o con il supporto delle scienze psicologiche e psicanalitiche: come insegna il Vangelo, vi sono certe razze di demoni che non si scacciano se non con la preghiera e il digiuno (Matteo 17,21). A fronte di tutto ciò, l'inarrestabile marcia dell'ex-panzercardinal, ha fatto cambiare strategia ai suoi avversari. Fallito il tentativo di imporgli l'agenda su temi che avrebbero impantanato il Pontefice in banali questioni mondane (sacerdozio uxorato, sacerdozio delle donne, questione omosessuale, profilattico e AIDS, ecumenismo, profilo del ministero petrino e altre amenità martiniane), travolti dalla sua offensiva contro il relativismo, spiazzati dalla determinazione del suo «revisionismo» teologico e pastorale e dopo aver tentato di fermare, attraverso le truppe cammellate dell'episcopato francese e tedesco, la liberalizzazione del Vetus Ordo, oggi essi giocano una carta nuova ed inaspettata: come ha scritto Sandro Magister se lo annettono (11) e lo dimostrano i quattro saggi di altrettanti studiosi molto rappresentativi, pubblicati sull'ultimo numero di «Cristianesimo nella storia», la rivista dell'Istituto per le Scienze Religiose di Bologna (12). In due articoli del 2005 (13) avevo spiegato come in un colpo solo, tra il discorso pronunciato per la festività dell'Immacolata l'8 dicembre 2005 e quello oramai famoso alla Curia Romana del 22 dicembre 2005, il Papa avesse spazzato via definitivamente l'idea di quella corrente ecclesiale, secondo la quale il Concilio doveva essere interpretato come «evento», momento di rottura e nuova palingenesi della Chiesa, «carta costituente della Chiesa rinnovata»: contro questa ermeneutica della discontinuità Benedetto XVI aveva precisato che il Concilio Vaticano II poteva, anzi doveva essere interpretato solo in chiave di riforma e nella continuità con la tradizione. Nel volume XVIII/2 del maggio scorso della rivista edita dall'Istituto per le Scienze Religiose di Bologna lo storico e teologo Joseph A. Komonchak, curatore dell'edizione americana della «Storia del Vaticano II» diretta da Giuseppe Alberigo, liquida come prive di un reale bersaglio le critiche del Papa ai teorici del Concilio inteso come «rottura» e fa addirittura dire al Pontefice che la discontinuità esemplificata dal Papa non è affatto «apparente», ma reale: «Questa fu 'la svolta epocale' che Giuseppe Alberigo ha proposto come significato storico del Concilio Vaticano II. Lungi dall'essere ripudiata, pare a me che essa è stata affermata e confermata da Papa Benedetto XVI». Ruggeri, nell'articolo «Recezione e interpretazioni del Concilio Vaticano II. Le ragioni di un dibattito», minimizza le parole del Papa nel famoso discorso alla Curia Romana del 22 dicembre 2005, affermando che dal punto di vista «tipico del teologo», che era il suo, «non poteva che sottoscrivere questa concezione», ma dal punto di vista storico la «novità» del Vaticano II sarebbe un fatto innegabile, dimostrato dal fatto che fu Ratzinger, in qualità di esperto di fiducia del cardinale tedesco Josef Frings, a scrivere l'esplosivo discorso che questi lesse in aula durante la prima sessione, discorso di piena rottura col magistero ecclesiastico degli ultimi due secoli. Insomma, fallito il tentativo di demolire il «deutero-Ratzinger», critico verso gli sviluppi del Concilio, i catto-modernisti-conciliaristi non vogliono lasciarselo scappare: a tal fine evocano il «proto-Ratzinger» ed il fatto innegabile che egli fu uno dei giovani protagonisti del Concilio. Dopo aver tentato di placcare il Papa, lanciato in contropiede sul Concilio, ora, come pugili suonati, lo abbracciano, riproponendo in questo una tecnica già usata contro quello che all'inizio del loro Pontificato consideravano il «reazionario Papa polacco», divenuto alla fine un Pontefice «illuminato»: non a caso contro un gruppo di teologi ostili alla beatificazione di Giovanni Paolo II, Alberto Melloni su Il Corriere del 2 dicembre 2005 con il solito linguaggio obliquo ammoniva che «fare dell'era wojtyliana non un coacervo di impulsi e pulsioni da decantare, ma il nero specchio di una reazione che non ci fu, significa aiutare coloro che ne sognano l'avvento» (14). Cosa c'è dietro questo improvviso cambio di strategia? La scelta di abbandonare la contrapposizione frontale, per rivendicare una comune derivazione conciliare, è un modo per guadagnare tempo ed impedire che altri, più «a destra» di Ratzinger, trovino spazio all'interno della Chiesa, specie coloro che vorrebbero normalizzare l'evento Concilio (non potendolo rinnegare), per ripartire dalla dottrina, depurata degli eccessi degli ultimi quarant'anni attraverso piccole, ma continue correzioni di rotta, che cancellino via via perlomeno le più macroscopiche deviazioni dalla tradizione della Chiesa. Inoltre l'«abbraccio mortale» a Ratzinger da parte dei conciliaristi vuole indurre alla prudenza il Pontefice e rallentare al massimo nuove prese di posizione «revisioniste» da parte del Papa: in particolare il rischio di una riconciliazione tra Roma e i lefebvriani viene considerato altissimo e da sventare ad ogni costo. Sanno bene, infatti, che ove ciò avvenisse, sarebbe per loro la catastrofe, perché contro di essi vi è un solo letale antidoto: la tradizione e la fermissima lotta antimodernista. Pare che questa riconciliazione con i lefebvriani guadagni consenso in Curia e contro di essa gli ambienti progressisti cercherebbero alleanze anche in taluni ambienti ecclesiali apparentemente moderati, ma velatamente modernisti. Mentre Martini disegna sempre più il profilo teologico di una Contro-chiesa e interpreta il ruolo di Shadow-pope, i suoi seguaci sembrano muoversi seguendo come tecnica quella di dissimulare il conflitto, attraverso una riappropriazione delle esperienze giovanili di Benedetto XVI (sul modello di «Perché non possiamo non dirci ratzingeriani») e tessendo ogni sorta di alleanza organica con ognuno che non guardi in maniera critica al Vaticano II: si sussurra di un tentativo di alleanza trasversale anche con Comunione e Lioberazione, di una strategia di appoggio al cardinale di Venezia Angelo Scola, in quota ciellina e intellettuale raffinato, affascinato da Marx; si parla di un legame sempre più intenso con monsignor Bruno Forte e con il cardinale Lehman. Per ciò che riguarda casa nostra, mentre a livello di pastorale di base si prosegue con una prassi di resistenza passiva verso ogni forma di ripristino seppur minimo di forme della tradizione e si erige un vero e proprio muro contro l'attuazione concreta del Motu proprio nelle diocesi, si cova per un futuro più lontano, magari con un nuovo «Papa di transizione», un cardinalato per Luciano Monari, giovane ex-vescovo di Piacenza ed oggi di Brescia, da lanciare in un futuro conclave come candidato italiano, erede di Martini e Dossetti. Fantascienza, anzi fantachiesa? Nient'affatto, specie per chi sembra adottare come tecnica quella di Gil Grissom, il colto detective di «CSI - Scena Del Crimine»: «Se non puoi distruggere il tuo nemico, allora abbraccialo!». Domenico Savino --------------------------------------------------------------------------------