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    COSTRUIRE IL COMUNISMO!!
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    Predefinito Frà Dolcino e i Dolciniani


    "Or dì a fra Dolcin dunque che s'armi,
    tu che forse vedra' il sole in breve,
    s'ello non vuol qui tosto seguitarmi,
    sì di vivanda, che stretta di neve
    non rechi la vittoria al Noarese,
    ch'altrimenti acquistar non sarìa leve".
    "O tu, che presto vedrai il sole,
    di' a fra Dolcino, se non vuole seguirmi quaggiù,
    che si munisca bene di vettovaglie,
    onde, bloccato dalla neve,
    non debba arrendersi per fame ai novaresi,
    che altrimenti avrebbero un bel da fare a prenderlo".

    Dante Alighieri, Divina Commedia - Inferno, Canto 28, Versi 54 - 60
    (è la frase che Maometto dice a Dante)

    Premessa storica
    Con la nascita dei Comuni si sviluppa in Italia un movimento ereticale che ambisce a contestare il compromesso di economia mercantile e di potere ecclesiastico, rivendicando le priorità comunitarie e pauperistiche del cristianesimo primitivo, facendo anzi della povertà il discrimen della retta fede, al punto che si veniva a negare la forma "istituzionale" dell'esperienza cristiana.
    Il fallimento delle istanze democraticistiche nell'ambito del cattolicesimo-romano, che la base sociale, urbana e rurale, cercherà di portare avanti per almeno cinque secoli, determinerà la nascita della riforma luterana, cioè la rottura definitiva dell'unità nella cristianità occidentale.
    La repressione organizzata dal papato, con l'aiuto del braccio secolare, sarà sempre durissima, dall'inizio alla fine, cioè dai catari messi sul rogo già nel 1028, sino alle sanguinosissime e interminabili guerre contro i protestanti.
    Cronistoria
    I
    I gioachimiti erano convinti che dopo la morte dell'imperatore Federico II di Svevia (1250) sarebbe iniziata l'era dello spirito santo, cioè della chiesa carismatica, non istituzionale, libera dai compromessi col potere. Le processioni dei flagellanti per tutta Italia dovevano servire per preparare gli animi all'evento apocalittico.
    Ma dieci anni dopo quella morte non era successo ancora nulla. E fu proprio dalla crisi dei seguaci di Gioacchino da Fiore che, grazie a Gherardo Segarelli da Parma, nacquero gli apostolici, che volevano seguire le orme di Francesco d'Assisi in maniera coerente al suo messaggio, cioè evitando soluzioni conventuali, in cui facilmente all'assenza di proprietà individuale si suppliva, grazie ai lasciti testamentari e alle donazioni, con ingenti proprietà collettive dell'ordine. Per non parlare del fatto che i due principali ordini medievali, approvati dalla chiesa, il francescano e il domenicano, svolgevano un'opera di controllo sociale e ideologico, a ciò preposti dagli stessi poteri dominanti.
    D'altra parte erano già così tanti quelli che volevano entrare nei due ordini regolari (al punto che sin dal 1215 il concilio Laterano aveva proibito la formazione di nuovi ordini), che per dirsi davvero "francescano" (dirsi "davvero" domenicano era ormai diventato ridicolo, viste le loro funzioni inquisitoriali) non restava che accettare la soluzione eremitica e della povertà assoluta, quella appunto del fondatore d'Assisi, per la quale lui stesso aveva rischiato la scomunica.
    Segarelli infatti vendette tutto e diede il ricavato ai poveri, limitandosi a chiedere elemosine alimentari, a pregare, cantare, predicare e soprattutto assistere i malati.
    Quando fu riconfermato, nel 1274, al concilio di Lione, il divieto di istituire nuovi ordini religiosi, il papato, vedendo gli apostolici indifferenti al decreto, cominciò a scrivere ai vescovi insistendo sulla necessità di farli entrare in un ordine riconosciuto, oppure di punirli severamente.
    Tuttavia, nonostante le minacce di papa Onorio IV e di Nicola IV, i "minimi" (così si facevano chiamare gli apostolici) riscuotevano molto successo tra la gente semplice, la quale ovviamente proteggeva i religiosi di estrazione sociale simile alla propria.
    Le persecuzioni cominciarono a farsi pesanti sotto il pontificato di Bonifacio VIII (1294-1303), e l'inquisizione a carico degli apostolici venne affidata proprio ai domenicani.
    Si iniziò nelle due città di Bologna e di Modena, finché nel 1300, dopo 40 anni di attività religiosa del tutto pacifica, Gherardino Segarelli fu messo al rogo.
    Il suo successore fu Dolcino, ch'era vissuto tra il Novarese e Vercelli, e che poi, in seguito a un furto, dovette riparare in Lombardia, finché, preso dalla conversione, approdò a Trento, cominciando a predicare: qui incontrerà Margherita, la compagna che gli resterà fedele sino all'ultimo giorno.
    La sua ideologia religiosa era molto semplice e radicale:
    1. la congregazione non era legata da vincoli di obbedienza esteriore ma solo interiore;
    2. Dolcino si definiva "un capo eletto di Dio", direttamente, senza autorizzazioni di tipo "ecclesiastico". Dio gli aveva rivelato il futuro tramite visioni;
    3. gli avversari da combattere erano i chierici secolari, gli ordini religiosi istituzionalizzati, i possidenti di beni immobili e le autorità che li rappresentavano;
    4. lo scontro doveva essere soprattutto di tipo militare, in quanto non vi erano margini per alcuna intesa.
    In generale l'interpretazione che Dolcino dava della storia della chiesa si riduceva a pochi fondamentali concetti: la povertà era stata vissuta dalla chiesa sino ai tempi di Costantino e di papa Silvestro, poi era subentrata la corruzione, cui si cercò di porre rimedio con la regola benedettina, ma anche questa, ad un certo punto, portò al lassismo della fede, che è d'altra parte inevitabile quando, in virtù delle proprietà, subentrano gli agi e le comodità.
    La medicina offerta da Francesco d'Assisi e da Domenico di Guzman, che si privarono di ogni bene, fu - secondo Dolcino - più efficace di quella di Benedetto da Norcia. Solo che gli ordini da loro creati, Frati Minori e Predicatori, tradirono molto velocemente la causa. E col loro tradimento era finita praticamente l'ultima epoca negativa della chiesa.
    La prima "era positiva" (quella dello spirito santo, secondo la terminologia di Gioacchino) era nata appunto con Gherardino Segarelli e stava proseguendo coi dolciniani. Questa nuova epoca avrebbe potuto trionfare solo dopo che tutta la chiesa, secolare e regolare, fosse stata abbattuta.
    Il nemico principale da combattere era dunque l'avidità. Umiltà, castità, pazienza ecc. andavano tutte subordinate, come importanza, alla povertà assoluta.
    Dolcino era convinto che con la defenestrazione di papa Celestino V, cui era subentrato il guerrafondaio Bonifacio VIII, lo scontro con la chiesa non poteva che essere durissimo, senza esclusione di colpi.
    In questa lotta armata egli sperava di avere dalla sua l'imperatore Federico d'Aragona, fratello di re Giacomo II d'Aragona. Federico era stato incoronato dai siciliani re della loro isola nel 1296, contro gli aragonesi, gli angioini e il papato. Quest'ultimo però, con Bonifacio VIII (che voleva prendersi la Sicilia), imbastì contro di lui una crociata, con l'aiuto degli angioini di Carlo II, re di Napoli.
    Federico era nipote di Manfredi, erede degli Hohenstaufen, il cui ultimo rappresentante maschile, Corradino di Svevia, era stato fatto decapitare da Carlo d'Angiò. Federico però fu sconfitto nel 1300, e con lui morirono le speranze di Dolcino di avere i principi tedeschi ghibellini dalla sua parte.
    Infatti, anche quando Federico si riprese dalla sconfitta e impose agli avversari la pace di Caltabellotta (1302), conservando per sé la Sicilia, egli non volle più intraprendere iniziative militari contro la chiesa.
    Quanto ai successori di Bonifacio VIII, il destino avrebbe riservato amare sorprese ai dolciniani, smentendo tutte le profezie del loro capo: Benedetto XI, eletto all'unanimità da 17 cardinali, i quali ebbero, per questo, un premio di 46.000 fiorini d'oro, era stato generale dell'ordine domenicano; Clemente V, che sposterà la sede pontificia da Roma ad Avignone, scriverà proprio da qui le bolle di scomunica contro i dolciniani, lanciando la crociata definitiva nel 1306.
    II
    L'esperienza di fra Dolcino e del movimento degli apostolici-dolciniani può essere considerata una delle più radicali e la sua conclusione una delle più tragiche di tutta la storia del Medioevo italiano ed europeo.
    La sua origine va fatta risalire all'ordine francescano che, alla morte del suo fondatore (1226) si divise in due correnti contrapposte: i conventuali, che, mitigando di molto la severità della regola originaria, accettavano donazioni d'ogni sorta e la vita in convento; e gli spirituali, che invece tendevano a rifarsi alle profezie di Gioacchino da Fiore, morto nel 1202, vivendo in povertà e senza fissa dimora.
    Gli apostolici, fondati nel 1260 da Gherardino Segarelli, nel Parmense, si sentivano eredi dei gioachimiti, e nelle accese diatribe tra i guelfi clericali e i laici ghibellini, tendevano a parteggiare per quest'ultimi.
    La prima scomunica li colpì nel 1286, da parte di papa Onorio IV, e i primi apostolici furono messi sul rogo nel 1294, subito dopo l'abdicazione di papa Celestino V (l'unico papa riconosciuto dai dolciniani), poi imprigionato da Bonifacio VIII, suo successore.
    Quando Gherardino fu messo al rogo nel 1300, un suo giovane discepolo, Dolcino, ebbe la forza di diventare capo carismatico del movimento, proseguendone in maniera decisa l'orientamento eversivo.
    Da Parma egli passò nel Bolognese e, per sfuggire ai processi e ai roghi, da qui finì nel Trentino, dove, unendosi ad altri gruppi locali di contestazione, predicava contro la corruzione del clero, per un cristianesimo fuori dalle istituzioni e senza obbedienze gerarchiche.
    Il vescovo di Trento avviò la repressione, costringendo i dolciniani a fuggire verso la Lombardia e il Piemonte, diventando una sorta di "comune nomade", con tanto di donne e bambini al seguito.
    Il movimento si diffuse sulle montagne di Brescia, Bergamo, Como, Milano e soprattutto della Valsesia. Era una compagine di estrazione rurale-artigianale, che aveva trovato molti seguaci negli ambienti delle comunità montane, profondamente avverse agli strapoteri feudali degli aristocratici laici ed ecclesiastici. In tutta la Valsesia medievale si combatteva contro il pagamento delle imposte inique e delle decime, cercando di riscattare le terre in enfiteusi o in usufrutto. Era inoltre una resistenza delle comunità montane contro i modelli culturali sempre più borghesi che s'andavano imponendo nella pianura.
    I dolciniani, tra militanti e simpatizzanti, si aggiravano sulle 3.000 unità. Si spostavano continuamente tra Piemonte e Lombardia (1304-1306), respingendo efficacemente i "crociati" cattolici. Per sostenersi scendevano nelle valli derubando quanto potevano nelle chiese e nelle case dei più facoltosi.
    Il vescovo di Vercelli ottenne da papa Clemente V il bando di una crociata che si voleva risolutiva, con l'appoggio armato dei signori feudali di parte guelfa.
    L'estrema resistenza dei dolciniani, dopo due anni di guerriglia, è travolta nel Biellese, sul monte Zebello (detto poi Rubello, da "ribelli") nel 1307: i ribelli vengono massacrati. Dolcino e altri suoi luogotenenti, tra cui la moglie Margherita, furono orribilmente torturati e arsi vivi.
    Condanne sinodali, processi inquisitoriali e repressioni d'ogni sorta contro gli apostolici, i dolciniani (l'utlima condanna sinodale contro quest'ultimi risale al 1374), i francescani spirituali (fraticelli e radicali), i giovannali, i tuchini proseguono in Italia almeno sino al rogo di Michele Berti da Calci a Firenze nel 1389. Il tuchinaggio in Piemonte sarà domato solo verso la metà del XVI secolo.
    Successivamente la repressione si volgerà verso eresie di tipo protestantico (in primis i valdesi, che raccoglieranno i superstiti dolciniani), sino agli inizi del '700.
    Nella seconda metà del XIX secolo Dolcino viene considerato come una sorta di "apostolo del Gesù socialista".
    Nel 1907 viene inaugurato sul monte Massaro un obelisco con la scritta "A fra Dolcino rivendicato. Il popolo 1307-1907". I fascisti, nel 1927, lo abbatteranno. Tuttavia nel 1974 l'obelisco, alla presenza di Dario Fo, verrà ripristinato, con fattezze simili a quello che a Montségur, nei Pirenei occitani, ricorda il martirio dei catari saliti sul rogo il 1244.
    Per il 700° anniversario il Comune di Varallo Sesia gli ha dedicato una lapide e un'altra all'ultima strega trucidata in Italia, la cosiddetta "Stria Gatina", vedova poverissima che nel 1828, a Cervarolo di Varallo fu accusata di aver lanciato un maleficio a due uomini mentre tagliavano un noce, un tempo di sua proprietà. Fu massacrata di botte.
    Testi
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    http://homolaicus.com/storia/medioev...ie/dolcino.htm
    Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Storia - Storia medievale
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    Aggiornamento: 22-09-2006

  2. #2
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    FRA DOLCINO
    E LA SUA STORIA CONTROVERSA

    FRA DOLCINO
    E LA SUA COMPAGNA
    MARGHERITA BONINSEGNA


    Secondola Chiesa Cattolica fra Dolcino era, è lo è tuttora, un eretico che, con la legge falsa che predicava, disturbava la fede e la vita pacifica dei sudditi. I suoi seguaci erano dei delinquenti che non esitavano, per la propria sopravvivenza, a saccheggiare e depredare i beni delle popolazioni dove avevano posto i loro quartieri. Chi tentava di opporsi veniva ucciso e la sua casa data alle fiamme.

    Dalla parte opposta fra Dolcino viene considerato un riformatore della Chiesa e, soprattutto, un precursore dei principi informatori della Rivoluzione Francese e dello stesso Socialismo.

    Al di fuori delle passioni politiche e religiose vediamo qual è stata la storia di fra Dolcino e del movimento degli Apostolici che, negli anni 1300 - 1307, ha avuto il suo svolgimento, e tragico epilogo, sui monti della Valsesia e del Biellese.

    Secondo gli storici gli Apostolici trassero la loro origine dallo stesso movimento francescano andato in crisi dopo la morte (1226) di S. Francesco d'Assisi. Il movimento Apostolico fu fondato nel 1260 da Gherardino Segalelli, che iniziò a predicare lo svincolo della Chiesa dalle ricchezze e dal potere, nonché il suo ritorno alle umili e paritarie condizioni delle origini. Gherardino, accusato di eresia, condannato al rogo, fu arso vivo nel 1300 a Parma. Fra Dolcino, suo discepolo, riorganizzò gli Apostolici e ne divenne ben presto il capo carismatico.

    Fra Dolcino viene definito come un uomo di rilevante intelligenza, capace, con le sue notevoli doti oratorie, di affascinare chiunque. I suoi seguaci erano contadini, artigiani, donne, bambini e anziani, che credevano nei suoi principi e ad una vita sociale migliore con la loro applicazione.
    Accanto a quella di fra Dolcino spicca la figura della sua compagna Margherita, da tutti definita donna di rilevante bellezza, che lo segue in tutte le sue battaglie e che ne condivide la tragica fine.

    I concetti cardine della dottrina dolciniana possono essere così espressi:

    - Abbattimento della gerarchia ecclesiastica e ritorno della Chiesa alle sue origini di umiltà e povertà.
    ­- Abbattimento dell'oppressivo sistema feudale.
    - Liberazione umana da ogni costrizione e da qualsiasi potere costituito.
    - Organizzazione di una società paritaria, di mutuo e reciproco aiuto, di comunione dei beni e di parità di diritti fra uomo e donna.

    Come si vede fra Dolcino più che un riformatore della Chiesa è da considerarsi un autentico rivoluzionario che ha anticipato i tempi di parecchi secoli. Proprio per questo non poteva che uscirne sconfitto.
    Le sue teorie, che non restavano concetti astratti ma che venivano applicate fra la sua gente, la sua straordinaria capacità di fare proseliti non potevano che preoccupare seriamente le autorità costituite. Vennero assoldate milizie mercenarie per reprimere, sul nascere, un movimento che sviluppandosi avrebbe portato a conseguenze irreparabili.
    Per sfuggire ai suoi persecutori fra Dolcino passa da Parma a Bologna ed in seguito si rifugia nel Trentino. Successivamente, sempre per sottrarsi alla caccia ostinata messa in atto dai vescovi, dai feudatari e dall'Inquisizione passa, attraverso le montagne per sentirsi più sicuro, in quel di Brescia, Bergamo, Como e Milano.
    In Valsesia fra Dolcino arrivava nel 1304 con un seguito di 3.000 persone. In quegli anni la valle era percorsa da movimenti di insofferenza verso il sistema feudale, di rifiuto di pagare i balzelli e le decime, di resistenza armata. In questi fermenti di ribellione vi confluirono gli Apostolici di fra Dolcino che vennero quindi accolti favorevolmente dai valsesiani. Il primo insediamento dei dolciniani fu a Gattinara, presumibilmente al castello di S. Lorenzo. Questa sistemazione durò poco perché, pressati da milizie mercenarie assoldate dal Vescovo di Vercelli, i seguaci di fra Dolcino furono costretti a ripiegare prima a Varallo ed in seguito a Campertogno. Dopo una permanenza di parecchi mesi in questa località si videro nuovamente obbligati a cercare un rifugio più sicuro. In un primo tempo lo trovarono sulla Cima delle Balme e quindi, verso la fine dell'estate del 1305, sulla Parete Calva in Val di Rassa. Da questo rifugio i dolciniani, affiancati da ribelli valsesiani, calavano a valle per compiere azioni di guerriglia nei riguardi dell'armata vescovile. Però questo rifugio, assolutamente inespugnabile con i mezzi bellici del tempo, si rivelò ben presto una trappola che avrebbe potuto diventare mortale. Al Vescovo di Vercelli si unì quello di Novara che assoldò nuovi mercenari, in modo particolare un corpo di balestrieri per contrastare i valsesiani abilissimi nel tiro con l'arco. La rinnovata armata vescovile bloccò tutte le vie di accesso alla Parete Calva impedendo ogni rifornimento, ogni azione di guerriglia e ogni via di fuga. Per la mancanza di viveri l'inverno 1305-1306 diventò terribile per i dolciniani. Nel marzo del 1306 fra Dolcino affrontò l'unica via libera che gli restava per abbandonare la Parete Calva e sfuggire all'accerchiamento. Con una marcia, che gli storici definiscono "incredibile", fra le montagne coperte da neve, passò in prossimità del Monte Bo, scese la Val Dolca approdando nel Biellese e attestandosi sui Monti Rubello, Tirlo e Civetta. I dolciniani erano ormai ridotti a poche centinaia, ma sufficienti per costruire apprestamenti difensivi attorno ai monti citati quali un fortino, cinte murarie, un pozzo e alcuni camminamenti. Partendo da questa base, con azioni di guerriglia contro i loro nemici, si procurarono viveri e quanto serviva alla loro sopravvivenza. Immediata fu la reazione del Vescovo di Vercelli che chiese aiuto ai feudatari e ottenne dal papa Clemente V che fosse bandita una crociata per reprimere, una volta per tutte, il movimento degli Apostolici di fra Dolcino. Tutte le vie di accesso e di ritirata dai Monti Rubello, Tirlo e Civetta furono bloccate. Ogni possibilità di rifornimento viveri preclusa. In queste condizioni i dolciniani dovettero affrontare un nuovo terribile inverno.
    Il 23 marzo 1307 i Crociati, in rilevante superiorità numerica, sferrarono l'attacco finale alle postazioni dolciniane. Dopo un'intera giornata di combattimenti accaniti e cruenti riuscirono a piegarne la resistenza.
    Fra Dolcino, Margherita e Longino Cattaneo furono catturati vivi unitamente ad altri 150 prigionieri.
    Margherita fu bruciata per prima sulle rive del Cervo alla presenza di fra Dolcino.
    Fra Dolcino e Longino Cattaneo furono sottoposti a terribili torture. Furono ad essi strappate le carni con ferri arroventati, prima di essere a loro volta bruciati vivi sul rogo.

    Ai giorni nostri riesce difficile pensare come gli alti prelati siano riusciti ad infliggere una morte così orrenda, in nome della Chiesa Cattolica e della dottrina di Gesù Cristo da essa predicata.

    Comunque si vogliano valutare le fedi, le ideologie e i fatti, una cosa è certa: il contenuto politico del messaggio lanciato da fra Dolcino annovera principi universalmente validi, principi che non avranno mai fine.

    Dalla guida “VALSESIA E MONTE ROSA” (pagina 194 e seguenti)
    Ecco come l’autore don Luigi Ravelli, per molti anni parroco di Foresto in Valsesia, racconta la storia di fra Dolcino.
    .
    ................................Così al principio del 1304 noi troviamo Dolcino, dietro forse invito dei ghibellini Conti di Biandrate, arrivare a Gattinara con tutta l'accozzaglia dei suoi compagni e seguito dalla ganza Margherita Boninsegna, giovane donzella di Arco, che l'ere­siarca seppe persuadere a fuggire dalla casa fraterna ove egli, fuggitivo, era stato accolto ospite. A Gattinara si stabilì sul Colle di S. Lorenzo ed al Pian di Cordova, donde discendeva instancabilmente a predicare alle popolazioni del piano e pur troppo, narrano i cronisti, in Gattinara e Ser­ravalle la sua predicazione incontrava largo favore, moltiplicando con rapidità gli aderenti alle sue dottrine.
    Tali gravissimi disordini preoccupavamo vivamente il cuo­re dei Vescovi di Novara e Vercelli, che vedevano con tristez­za l'empio Dolcino corrompere la fede e disturbare la tran­quillità di quelle buone popolazioni. Onde, per troncare ogni inganno, si videro costretti a colpirlo di scomunica, per al­lontanare i fedeli dallo stringere rapporti con lui ed i suoi seguaci. A ciò si aggiunse qualche molestia per parte di schie­re mandate da Vercelli e da Novara, per cui Dolcino, non tro­vandosi più sicuro sui colli dov'era trincerato, sceso sull'op­posta sponda del fiume, incominciò a ritirarsi su per da Val­sesia.
    Dopo alcuni attacchi la marcia di Dolcino si cambiò in vera guerra, e tra Prato Sesia e Robbiallo, presso Bettole, ebbero luogo, con varia vicenda, alcuni terribili fatti d'armi. Final­mente Dolcino s'accorse di non potere più tener fronte all'in­calzare delle squadre avversarie che sempre lo respingevano più in su; e dopo aver messo quelle regioni a soqquadro con incendi e saccheggi, organizzò la ritirata di tutti i suoi verso Varallo. Ma neppure Varallo gli parve una posizione adatta per difendersi; invitato e favorito da un certo Milarno Sola, personaggio potente ed audace, si portò a Campertogno, e poi, come in luogo ancor più acconcio, in Vasnera, e finalmente sulla Parete Calva ove Dalcino stabili il suo quartiere gene­rale, costruendo speciali fortificazioni e case per la sua gente, che si poteva in quel tempo calcolare di circa 1400 persone tra uomini e donne d’ogni età, saliti in seguito a quasi 5000.
    Quanto doveva essere difficile per i dolciniani, specialmente d'inverno, provvedersi di viveri in luoghi così selvaggi. I poveretti, tormentati dalla miseria e dalla fame, si trovarono costretti a discendere verso i borghi, saccheggiando feroce­mente i raccolti e le case. Ne si accontentavano di rubare il necessario per vivere, ma, fatti più audaci dall'abitudine del mal fare, riempirono quelle regioni di ratti, di stragi, d'in­cendi e di miserie d'ogni sorta, com'è detto nell'atto costitutivo della Lega Valsesiana.
    Fu allora che il popolo pensò di insorgere per difesa, contro questo manipolo di feroci devastatori. Il giorno di S. Bartolomeo (24 agosto) del 1305 i più influenti capifamiglia della Valsesia superiore, radunatisi nella chiesa parrocchiale di Scopa, conclusero con solenne giuramento una lega, al fine di allontanare dalla Valle quei nemici della loro fede e della loro libertà; e tosto si posero in armi per impedire ai criminali ogni discesa versola Valle. Purtroppo però i primi scontri non ebbero esito felice per i Valsesiani alleati, dalle cime dirupate dei moniti che Dolcino occupava, era facile precipitare loro addosso or da una parte or dall'altra, uccidendone, facendone prigionieri e costringendo gli altri alla fuga. In una di queste mosse Dolcino riuscì perfino a il catturare il Podestà di Varallo, Brulsiati. Egli rendeva poi ai prigionieri la libertà e la vita mediante ingenti somme di danaro, ed uccideva coloro che non erano in grado di pagare alcuna somma.
    Venne però a favore degli alleati l'inverno del 1305-1306 che fu oltremodo rigido e micidiale. Per lunghi mesi la neve coprì le montagne, impedendo ai Dolciniani ogni provvista di viveri. Essi erano costretti a nutrirsi delle carni dei cavalli, dei cani, dei topi, di fieno cotto con sego. L'inverno sembrava interminabile e molti infelici cadevano uccisi dal freddo e dalla fame. Sul principio di marzo del 1306, quando incominciò a spuntare più tiepido il sole e le nervi si andarono sciogliendo, Dolcino decise di abbandonare quei luoghi dove tanti dei suoi erano caduti e di errare attraverso i monti, per l'unica via che gli rimase libera, finché avesse trovato un rifugio ove posar più tranquillo Partì dunque il 10 marzo colla fida Margherita ed il seguito dei compagni decimati dalle sofferenze e, con una marcia meravigliosa, valicando “montes magnos per vias inexcogitabiles loca difficillima e nives altissima” passò nella diocesi di Vercelli ed a notte inoltrata giunse a Trivero. Quivi diede l'assalto al borgo immerso nel sonno, svaligiò da chiesa, incendiò le case, uccise numerosi cittadini facendone altri prigionieri, e quindi, ben rifornito riparò sulle alture vicine fortificandosi sul Monte Debello o Rubello. E di là i Dolciniani scendevano tratto tratto a depredare anche a Mosso, Cossato, Mortigliengo, Curino, Flecchia, Coggiola e Crevacuore.
    Lunga, ostinata ed eroica fu la resistenza che fra Dolcino oppose sul Rubello ai Vercellesi e Novaresi collegati, i quali ve lo assediarono con un esercito di 4000 combattenti; ma questi in un primo assalto, tratti negli agguati dai Dolciniani nascosti entro una caverna, perdettero più di cento dei loro, fra i quali Giacomo di Quaregna capitano Vercellese. L'inverno però inco­minciava ed il freddo e la fame avrebbero portato un grande aiuto ai collegati; si sarebbero sul Rubello rinnovati gli or­rori della Parete Calva, ma questa volta senza possibilità di scampo.
    .................................................. .................................................. ......................

    La mancanza di viveri infatti si fece ben presto manifesta più volte. Dolcino si persuase a rimettere in libertà dei prigionieri mediante il cambio con vettovaglie. Ma una volta non essendosi potuto soddisfare la sua richiesta, egli, dispe­rato, fece troncar la testa ai prigionieri stessi, quindi con efferata crudeltà, fece rotolare quei capì recisi giù peI monte fino ai piedi dell'esercito assediante. Così, privi di viveri, passarono l'inverno 1306-1307 fra inenarrabili angustie e torture, nutrendosi di radici, di carne canina e, orribile a dirsi, di carne umana.
    Tornata la primavera rifiorì l'ardore dei Crociati, e gli eretici dal canto loro, benché avessero i corpi languidi per la fame e per il freddo patiti, s'accinsero all'ultima disperatissima difesa. Sul principio della Settimana Santa del 1307 il Vescovo, quasi traendo augurio di vittoria dall’approssimarsi della festa di Pasqua, la festa della più grande vittoria morale, consigliò le schiere alleate a stringersi ancor più verso le cime dei monti circondando i Dolciniani. La lotta infatti fu ingaggiata e continuò per tre giorni, finché nel giovedì Santo (23 marzo 1307) si incominciò una mischia a corpo a corpo che durò tutta la giornata. Le vittime furono assai numerose, perchè si racconta che persino de acque del Sessera si tinsero in rosso. Ma alfine gli alleati vinsero. Dolcino fu fatto prigioniero e con lui Margherita e Longino Cat­taneo. Questi venne giustiziato a Biella sopra un gran sasso, presso il Ponte della Maddalena sul Cervo, dove nei tempi antichi avevano luogo le esecuzioni capitali dei malfattori. Dolcino e Margherita vennero invece condotti a Vercelli, ove l’eresiarca fu condannato all'estremo supplizio 1° giugno 1307 e la sua compagna, dopo tre anni di carcere, per l’indulgenza dei giudici fu liberata.
    Sulle rovine accumulate nel Biellese e nella Valsesia dai barbari devastatori l’amore della fede e della patria fece ben presto ritornane un sorriso, un palpito di vita, mentre un tempietto sorto in onor di S. Bernardo sulla vetta del Ribello, segna tuttora dall’alto alle genti la lotta suprema, la nobile vittoria.
    .................................................. .................................................. .......


    Don Luigi Ravelli nella sua esposizione dei fatti non parla delle torture alle quali fra Dolcino e Longino Cattaneo sono stati sottoposti prima di essere bruciati vivi sul rogo. Per quanto concerne Margherita Bonininsegna afferma addirittura che è stata liberata, mentre è storicamente accertato che è stata bruciata per prima sulle rive del Cervo. Non menziona inoltre i principi fondamentali della dottrina predicata da fra Dolcino. Questo dimostra che la sua è una versione di parte e che come tale va presa.

    IL MIO PARERE
    Molti storici si chiedono perchè fra Dolcino, una volta raggiunta l’attuale Panoramica Zegna, non abbia disperso i propri seguaci in tanti piccoli gruppi per sfuggire all’inevitabile cattura e per continuare, in questo modo, a predicare la propria fede. Fra Dolcino a partire dal 1300 e fino al 1307, braccato dalle milizie assoldate dai vescovi, dai feudatari e dal Tribunale d’Inquisizione, è stato sempre costretto a fuggire attraverso le montagne passando dal Trentino al bresciano al comasco, fino ad arrivare in Valsesia. Dopo questo e l’esperienza della Parete Calva era evidente l’impossibilità di fronteggiare, con successo, le soverchianti forze messe in campo dai suoi oppositori. Diventava quindi logico disperdersi, in ogni direzione e in tanti piccoli gruppi. In considerazione anche della politica perseguita dalla Chiesa Cattolica, prima della comparsa di fra Dolcino, e che fra Dolcino stesso non poteva ignorare e non prendere in seria considerazione.
    L'eresia era l'interpretazione contraria ai precetti sanciti dalla Chiesa Cattolica, che non ha mai ammesso interpretazioni eterodosse che rappresentassero tentativi di costituire gruppi a sé stanti, rispetto alla chiesa ufficiale, e che ha sempre giustificato, per estinguerli, l'uso di metodi violenti quali il rogo. Esempio il massacro dei Catari (anno 1244): più di 200 dei quali finirono sul rogo; scioglimento del movimento apostolico nel 1286 da parte del papa Onorio IV; messa al rogo di Gherardo Segarelli, fondatore del movimento apostolico, nel 1300.
    Certo che la condanna al rogo di fra Dolcino, di Margherita Boninsegna e di Longino Cattaneo pesa come un macigno sulla coscienza della Gerarchia Ecclesiastica.
    Papa Giovanni Paolo II ha chiesto scusa per l’operato del Tribunale d’Inquisizione. Le sue scuse avrebbero dovuto essere estese a tutto l’operato della Chiesa Cattolica che nel corso dei secoli si è resa responsabile di autentici crimini rimasti sempre impuniti: inquisizione, crociate, guerre di religione, massacri di protestanti e musulmani, condanne al rogo di intellettuali e scienziati, conversioni forzate, sostegno dello schiavismo, crimini contro gli aborigeni australiani, ostacoli ideologici al progresso medico e scientifico. La Chiesa Cattolica si è sempre schierata dalla parte dei più forti: feudatari, grandi monarchie, capitalismo, dittature europee del 20° secolo (fascismo: Patti Lateranensi) e ha sostenuto il colonialismo. Col suo operato ha sempre disatteso la filosofia predicata da Gesù Cristo che, come tutti sappiamo, ha come principi informatori l’umiltà, l’eguaglianza e l’amore reciproco.
    Personalmente non riuscirò mai a capire come si possa, partendo dalla filosofia di Gesù Cristo, arrivare ad un fanatismo religioso, ad una perversione mentale e ad una crudeltà d’animo tali da mettere al rogo persone che interpretano in un modo diverso la stessa filosofia.
    In parole povere la dottrina degli alti prelati era e lo sarebbe tuttora, se lo potessero: tu devi pensarla come dico io, perchè se la pensi diversamente sei un nemico da sopprimere.
    http://www.torriste.it/81115.php

  3. #3
    COSTRUIRE IL COMUNISMO!!
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    Obelisco a Fra Dolcino innalzato nel 1907
    durante una manifestazione con 10.000 persone
    e abbattuto dai clerico-fascisti nel 1927.
    Sulle sue rovine, nel 1974, è sorto un piccolo cippo
    per iniziativa del Centro Studi Dolciniani.


    Il cippo a fra Dolcino, eretto nel 1974 sulle rovine dell'obelisco, ad
    opera del Centro Studi Dolciniani, fondato proprio in quell'anno.


    La Parete Calva, nei pressi di Campertogno, in Alta Valsesia. In queste
    zone i dolciniani trovarono rifugio e solidarietà dalla popolazione locale,
    che insorse a partire dal 1305-1306 contro i "crociati" che invasero la
    valle per catturare e distruggere il gruppo ereticale.


    L'obelisco dedicato a fra Dolcino, in costruzione. Questa realizzazione
    rappresentò il culmine delle imponenti manifestazioni per il 600°
    anniversario del martirio (1907), organizzate dalle forze popolari e
    liberali. Nel 1927, in pieno fascismo, fu abbattuto dalla reazione
    clerico-fascista, chi dice con la dinamite, chi dice a cannonate: è l'unico
    monumento a valenza anche religiosa abbattuto dal regime durante il ventennio.

    Il Monte Rubello, da "ribelli", nel Biellese, ove i resistenti montanari e
    gli eretici dolciniani si asserragliarono per l'ultima, disperata
    resistenza. Alla fine, molti furono massacrati sul posto, qualcuno riuscì a
    fuggire, mentre Dolcino, Margherita e Longino Cattaneo, catturati, furono
    successivamente posti al rogo. Sulla cima del Rubello, fu eretto dapprima un
    oratorio, poi un santuario dedicato a San Bernardo (nella foto), per
    celebrare la vittoria delle forze cattoliche contro i "figli di satana".
    http://fradolcino.interfree.it

  4. #4
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    ...e qui ci vorrebbe Corsaro Rosso...

    Fra' Dolcino

  5. #5
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    ARDITI NON GENDARMI

  6. #6
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    THOMAS MUNTZER

    Il portavoce più significativo della riforma, in senso rivoluzionario, sul fronte contadino-plebeo, fu Thomas Müntzer, mentre su quello borghese fu Calvino.

    Müntzer criticò Lutero proprio negli aspetti della sua dottrina sociale, che praticamente non contenevano nulla di rivoluzionario, in quanto si limitavano a confermare i rapporti di sfruttamento feudale e borghese esistenti, preoccupandosi solo di modificare il modo di pensare dei credenti.


    Non a caso un maggior radicalismo sulle questioni socio-economiche trova sempre un riscontro teorico in direzione dell'ateismo o del laicismo che dir si voglia. Müntzer, in tal senso, è infinitamente superiore a Lutero, ma solo perché, con lo sviluppo ulteriore del socialismo scientifico, lo si può inserire in tale corrente (e con lui il riformatore Andreas Bodenstein o Andrea Carlostadio, che restò rivoluzionario finché Müntzer fu vivo).

    A quel tempo l'uomo che diede una svolta decisiva ai rapporti istituzionali tra Stati (europei) e chiesa romana fu Lutero e quello che diede una svolta analoga ai rapporti tra società borghese e società feudale fu Calvino.

    Ecco perché diciamo che la riforma tradì gli ideali sociali di uguaglianza democratica, quali si potevano intravedere nel corso della fase iniziale, quando tutti erano d'accordo sul tema della lotta antiecclesiastica e ancora non si erano sufficientemente chiariti sui comportamenti da tenere nei riguardi dei latifondisti laici, delle pretese politiche imperiali e nei riguardi di quanti speravano di non veder compromessi i propri privilegi feudali.

    Le tesi furono affisse nel 1517; quattro anni dopo fu convocata una Dieta a Worms, in cui Carlo V, imperatore di una potenza cattolica mondiale, insieme ai principi cattolici, chiedeva a Lutero un'ufficiale ritrattazione.

    Da un lato il riformatore agostiniano rifiutò e dall'altro decise di lasciarsi difendere non dalle masse popolari, che stavano insorgendo, ma dai principi tedeschi ostili all'imperatore, oltre che naturalmente alla chiesa di Roma.

    La rottura con Müntzer fu inevitabile. Questi, che nel 1520 si trovava a predicare a Zwickau, da dove venne espulso, si recò in Boemia nel 1521, dopo aver capito che dai principi non avrebbe ottenuto alcun appoggio. Si convinse che solo grazie alla tradizione rivoluzionaria dei taboriti si sarebbe potuto dare alla riforma quel carattere progressista di cui aveva bisogno e che con Lutero stava perdendo. Di qui l'invito ai contadini di scendere in piazza armati.

    Le idee di Müntzer cominciarono a farsi largo tra le file di un movimento radicale: gli anabattisti. Müntzer diventò il predicatore più ricercato d'Europa, colui che andava assolutamente eliminato. Lutero stesso intervenne con lo scritto Contro le empie e scellerate bande dei contadini (maggio 1525), invitando i signori della Turingia a intervenire con la dovuta durezza per stroncare l'espansione in rivolta.

    Müntzer gli rispose per le rime: "Che sapete voi, che vivete nell'abbondanza, che non avete mai fatto altro che mangiare e bere a crepapelle, che sapete voi della serietà di una vera fede? I poveri che hanno bisogno sono così bassamente ingannati che nessuna lingua può dirlo. Con le loro parole e i loro atti, i signori ottengono che il povero, preoccupato di procurarsi un nutrimento, non impari a leggere. Ed essi predicano insolentemente che il povero deve lasciarsi scorticare e spogliare dai tiranni".

    Qui la storiografia marxista si rivela nei suoi limiti di fondo. Anzitutto essa afferma che Müntzer non avrebbe mai potuto diventare un vero rivoluzionario, in quanto esistevano limiti oggettivi, indipendenti dalla sua volontà, dovuti al fatto che 500 anni fa non esistevano ancora le premesse materiali per il socialismo scientifico. Inoltre si sostiene che la rivoluzione non avrebbe potuto essere "socialista" o "comunista", dacché le idee stesse di Müntzer non erano scientifiche.

    In tal modo non ci rende conto di "condannare" il passato a vivere nell'oppressione. Il motivo di questa interpretazione così unilaterale dipende dal fatto che se Müntzer fosse riuscito a fare una rivoluzione socialista, in nome di ideali religiosi, non si sarebbe poi potuto spiegare il primato del marxismo classico e la necessità dello sviluppo capitalistico. (Qui infatti non dobbiamo dimenticare che se il leninismo per la prima volta sostenne che in Russia si poteva passare dal feudalesimo al socialismo, lo stesso leninismo non mise mai in discussione il fatto che se non ci fosse stato il socialismo in Russia sicuramente ci sarebbe stato il capitalismo, in quanto il feudalesimo non aveva in sé alcuna possibilità di vincere il confronto storico con la nuova formazione economica).

    Posizioni storiografiche del genere hanno spesso, sul piano politico, un risvolto di tipo unilaterale, favorevole a intese che prima di tutto devono essere ideologiche. Viceversa, una storiografia "scientifica" avrebbe anzitutto dovuto analizzare a fondo i motivi per cui alla teoria rivoluzionaria dei tedeschi di mezzo millennio fa non fece seguito una prassi rivoluzionaria: forse ci si sarebbe accorti che quei motivi non furono molto diversi da quelli che impedirono successivamente in Europa occidentale la stessa cosa nell'ambito dello stesso socialismo scientifico, cioè l'insufficiente determinazione politica e coesione sociale.

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  7. #7
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    Q
    Q, Luther Blissett, Einaudi, 384 pp., 17,50 euro.

    Luther Blissett, nome multiplo sotto il quale agisce programmaticamente un nucleo di destabilizzatori del senso comune, esordisce con questo capolavoro storico che affonda la narrazione in Germania, Italia e Olanda ai tempi della Riforma Protestante. Sembra di sentire nitido il grido che aveva terrorizzato i principi tedeschi nelle rivolte contadine guidate da Thomas Müntzer, il tradimento di Lutero, gli anabattisti e le trame meschine del Concilio di Trento. Tutto si gioca sull’inganno, sulla beffa e sulla falsificazione nell’era in cui la rivoluzione di Gutenberg diffuse Bibbia e Sapere. L’Europa del ‘500 viene dipinta per ciò che realmente era, mattatoio di miserabili manovrati dagli interessi dei poteri infiniti di clero e corone. Tradotto in più e più lingue e sospettato di poter contare su un tizio di nome Umberto Eco dietro le quinte, il romanzo è un colpo al petto che si ripete al ritmo degli archibugi veneziani.

    "Sconfitta dopo sconfitta abbiamo saggiato la forza del piano. Abbiamo perso tutto ogni volta, per ostacolarne il cammino. A mani nude, senza altra scelta. Passo in rassegna i volti a uno a uno, la piazza universale delle donne e degli uomini che porto con me verso un altro mondo. Un singulto squassa il petto, sputo fuori il groviglio. Fratelli miei, non ci hanno vinti. Si
    amo ancora liberi di solcare il mare".


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  9. #9
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    Citazione Originariamente Scritto da Muntzer Visualizza Messaggio
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    THOMAS MUNTZER

    Il portavoce più significativo della riforma, in senso rivoluzionario, sul fronte contadino-plebeo, fu Thomas Müntzer, mentre su quello borghese fu Calvino.

    Müntzer criticò Lutero proprio negli aspetti della sua dottrina sociale, che praticamente non contenevano nulla di rivoluzionario, in quanto si limitavano a confermare i rapporti di sfruttamento feudale e borghese esistenti, preoccupandosi solo di modificare il modo di pensare dei credenti.


    Non a caso un maggior radicalismo sulle questioni socio-economiche trova sempre un riscontro teorico in direzione dell'ateismo o del laicismo che dir si voglia. Müntzer, in tal senso, è infinitamente superiore a Lutero, ma solo perché, con lo sviluppo ulteriore del socialismo scientifico, lo si può inserire in tale corrente (e con lui il riformatore Andreas Bodenstein o Andrea Carlostadio, che restò rivoluzionario finché Müntzer fu vivo).

    A quel tempo l'uomo che diede una svolta decisiva ai rapporti istituzionali tra Stati (europei) e chiesa romana fu Lutero e quello che diede una svolta analoga ai rapporti tra società borghese e società feudale fu Calvino.

    Ecco perché diciamo che la riforma tradì gli ideali sociali di uguaglianza democratica, quali si potevano intravedere nel corso della fase iniziale, quando tutti erano d'accordo sul tema della lotta antiecclesiastica e ancora non si erano sufficientemente chiariti sui comportamenti da tenere nei riguardi dei latifondisti laici, delle pretese politiche imperiali e nei riguardi di quanti speravano di non veder compromessi i propri privilegi feudali.

    Le tesi furono affisse nel 1517; quattro anni dopo fu convocata una Dieta a Worms, in cui Carlo V, imperatore di una potenza cattolica mondiale, insieme ai principi cattolici, chiedeva a Lutero un'ufficiale ritrattazione.

    Da un lato il riformatore agostiniano rifiutò e dall'altro decise di lasciarsi difendere non dalle masse popolari, che stavano insorgendo, ma dai principi tedeschi ostili all'imperatore, oltre che naturalmente alla chiesa di Roma.

    La rottura con Müntzer fu inevitabile. Questi, che nel 1520 si trovava a predicare a Zwickau, da dove venne espulso, si recò in Boemia nel 1521, dopo aver capito che dai principi non avrebbe ottenuto alcun appoggio. Si convinse che solo grazie alla tradizione rivoluzionaria dei taboriti si sarebbe potuto dare alla riforma quel carattere progressista di cui aveva bisogno e che con Lutero stava perdendo. Di qui l'invito ai contadini di scendere in piazza armati.

    Le idee di Müntzer cominciarono a farsi largo tra le file di un movimento radicale: gli anabattisti. Müntzer diventò il predicatore più ricercato d'Europa, colui che andava assolutamente eliminato. Lutero stesso intervenne con lo scritto Contro le empie e scellerate bande dei contadini (maggio 1525), invitando i signori della Turingia a intervenire con la dovuta durezza per stroncare l'espansione in rivolta.

    Müntzer gli rispose per le rime: "Che sapete voi, che vivete nell'abbondanza, che non avete mai fatto altro che mangiare e bere a crepapelle, che sapete voi della serietà di una vera fede? I poveri che hanno bisogno sono così bassamente ingannati che nessuna lingua può dirlo. Con le loro parole e i loro atti, i signori ottengono che il povero, preoccupato di procurarsi un nutrimento, non impari a leggere. Ed essi predicano insolentemente che il povero deve lasciarsi scorticare e spogliare dai tiranni".

    Qui la storiografia marxista si rivela nei suoi limiti di fondo. Anzitutto essa afferma che Müntzer non avrebbe mai potuto diventare un vero rivoluzionario, in quanto esistevano limiti oggettivi, indipendenti dalla sua volontà, dovuti al fatto che 500 anni fa non esistevano ancora le premesse materiali per il socialismo scientifico. Inoltre si sostiene che la rivoluzione non avrebbe potuto essere "socialista" o "comunista", dacché le idee stesse di Müntzer non erano scientifiche.

    In tal modo non ci rende conto di "condannare" il passato a vivere nell'oppressione. Il motivo di questa interpretazione così unilaterale dipende dal fatto che se Müntzer fosse riuscito a fare una rivoluzione socialista, in nome di ideali religiosi, non si sarebbe poi potuto spiegare il primato del marxismo classico e la necessità dello sviluppo capitalistico. (Qui infatti non dobbiamo dimenticare che se il leninismo per la prima volta sostenne che in Russia si poteva passare dal feudalesimo al socialismo, lo stesso leninismo non mise mai in discussione il fatto che se non ci fosse stato il socialismo in Russia sicuramente ci sarebbe stato il capitalismo, in quanto il feudalesimo non aveva in sé alcuna possibilità di vincere il confronto storico con la nuova formazione economica).

    Posizioni storiografiche del genere hanno spesso, sul piano politico, un risvolto di tipo unilaterale, favorevole a intese che prima di tutto devono essere ideologiche. Viceversa, una storiografia "scientifica" avrebbe anzitutto dovuto analizzare a fondo i motivi per cui alla teoria rivoluzionaria dei tedeschi di mezzo millennio fa non fece seguito una prassi rivoluzionaria: forse ci si sarebbe accorti che quei motivi non furono molto diversi da quelli che impedirono successivamente in Europa occidentale la stessa cosa nell'ambito dello stesso socialismo scientifico, cioè l'insufficiente determinazione politica e coesione sociale.

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    Senti, contadino-plebeo, chi ha scritto questo pezzo?

  10. #10
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    Citazione Originariamente Scritto da Epifanio Visualizza Messaggio
    Senti, contadino-plebeo, chi ha scritto questo pezzo?

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