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    Predefinito WEB - Riflessioni di un Conservatore

    Tra i vari siti che promuovono il conservatorismo in rete ce n'è uno che ha colpito la mia attenzione perchè si fonda non tanto sull'attualità, ma sulla cultura politica. L'autore, Gianrocco Ambrosiano, è un fedele discepolo del grande pensatore anglo-irlandese Edmund Burke ed ha studiato con attenzione il pensiero politico anglosassone e nordamericano. Da qualche tempo ci onora della sua presenza su questo forum, un motivo in più per far conoscere a tutti gli abituali frequentatori de Il Conservatore il suo blog e alcuni suoi interessantissimi interventi.


    * * *


    Riflessioni di un Conservatore


    un blog che difende la libertà non perché utile al progresso ma perché conforme ai princìpi di una retta ragione






    http://riflessionidiunconservatore.blogspot.com/

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  2. #2
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    Caro lettore



    Questo blog esprime un pensiero politico conservatore, nel solco di giganti del pensiero politico e giuridico quali Marco Tullio Cicerone, Sir Edward Coke, Sir Edmund Burke.
    Questo blog non si riconosce nella destra autoritaria. L’autore di questo blog non crede nell’ordine sociale come creazione volontaria ed arbitraria dell'uomo, ma come conseguenza dell'applicazione di regole che la nostra civiltà ha elaborato lungo il corso dei millenni, allo scopo di garantire ai consociati la giustizia, secondo la massima suum cuique tribuere (a ciascuno il suo).
    L’autore di questo blog concepisce il diritto come fenomeno complesso che va al di là di quanto disposto per atto legislativo. Il diritto è costituito dai costumi cui i popoli si conformano nella loro vita civile secondo lunghi e trortuosi processi evolutivi. Tradizionalmente il diritto non nasce dalla deliberata volontà dell'uomo, bensì dalla necessità di dirimere le controversie. In questo blog i pubblici poteri sono concepiti non come privi di vincoli e liberi nei mezzi e nei fini, ma come elementi immersi in un ambiente normativo costituito da regole scritte, consuetudini e convenzioni.
    Questo blog riconosce nelle radici giudaico-cristiane, nella cultura greco-romana e nelle consuetudini dei popoli barbari i tre grandi fiumi che hanno nutrito la cultura occidentale, formando il grande patrimonio filosofico, artistico, letterario, politico e giuridico di cui siamo eredi. Questo blog esalta l’importanza del medio evo come epoca di preparazione alle grandi conquiste dell’era moderna. La storia non procede per salti. Le istituzioni sono il frutto di un lungo e lento processo di selezione da parte degli uomini.
    Questo blog non è alla ricerca di teorie conclusive sulla giustificazione delle istituzioni sociali. La valutazione di norme e istituzioni viene fatta non sulla base di deduzioni a partire da assiomi predefiniti, né sulla base delle conseguenze delle stesse sul benessere umano.
    Questo blog non vagheggia di perdute età dell’oro, bensì è rivolto alla prosecuzione di una lunga tradizione di pensiero, nella consapevolezza che la società di oggi è il frutto di un lunghissimo processo evolutivo sottoposto alle leggi del cambiamento.
    Questo blog dà valore al concetto di nazione, ma non è parente della destra nazionalista, che fonda sulle differenze tra nazioni messaggi di diffidenza e talvolta di odio. Questo blog crede invece nella cooperazione spontanea fra gli uomini e fra i popoli, pur riconoscendo la fallacia del multi-culturalismo forzato. Questo blog esprime le opinioni del suo autore sugli eventi umani, nella convinzione che non basta che un popolo o un insieme di popoli si dia una Costituzione, se questa non rispecchia i princìpi fondamentali di una libertà ordinata.
    L'autore di questo blog concepisce l’Unione Europea come uno spazio politico di cooperazione internazionale fra Paesi indipendenti. Questo blog si batte con la forza delle idee affinché l’Unione Europea non diventi uno stato federale, una sorta di Stati Uniti d’Europa. L’indipendenza dei Paesi membri, le varietà e le differenze delle nazioni europee devono essere, infatti, salvaguardate.
    Questo blog considera il principio dell’auto-governo conforme all’ordine delle cose e ai più elementari princìpi di giustizia, ma ribadisce con fermezza che vi sono beni fondamentali, come la vita e la proprietà, che anche il governo più piccolo e vicino ai governati deve rispettare.

    Riflessioni di un Conservatore non è un blog "neo-con". Secondo la definizione di Irving Kristol, un neo-con è un liberal colpito dalla realtà, ossia una persona con idee progressiste passata al conservatorismo dopo aver visto l'impatto pratico delle politiche liberal.
    Questo blog diffida delle astrazioni metafisiche. Nelle pagine di questo blog non saranno utilizzati termini ingannevoli come stato di natura, consenso dei governati, volontà generale.
    Questo blog diffida dei principi utilitaristici, dai quali è derivato il brusco rallentamento nello sviluppo del nostro vivere civile ed il progressivo disconoscimento del canone fondamentale di un conservatore: la convinzione che sia connaturato all'uomo vivere in società, e che le istituzioni sociali siano creazioni spontanee e non qualcosa di artificiale e sottoposto al principio di utilità.

    Scopo di questo blog è di difendere la libertà contro l'arbitrio del costruttivismo e del volontarismo, nella consapevolezza che la sfida più ardua per chi si definisce conservatore è quella di individuare i giusti limiti del gubernaculum.



    Gianrocco Ambrosiano

    9 aprile 2008


    http://riflessionidiunconservatore.b...o-lettore.html

  3. #3
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    Il "Canone" Conservatore



    E’ mia intenzione delineare il tratto di fondo del pensiero conservatore. Lungi dal ricercare fonti sacre o essenze mistiche, voglio qui evidenziare le caratteristiche di un pensiero politico che non è definibile come ideologia: ed ecco spiegato il virgolettato presente nel titolo. Qui non si parla, infatti, di una setta, bensì di una tradizione di pensiero che assume il lento processo di evoluzione delle istituzioni civili a principale valore del discorso politico e sociale.
    Punto di partenza di un conservatore è la considerazione della natura umana come fallace, contraddittoria, debole, imperfetta, bisognosa. E’ per questo che gli uomini hanno l’esigenza di entrare in relazione, di condividere e comunicare esperienze, ed è per questo che fin dal loro apparire al mondo, gli uomini hanno sviluppato strumenti sempre più elaborati al fine di perseguire la propria sopravvivenza. Di questi strumenti fanno parte anche le istituzioni sociali e politiche, le quali non sono state inventate da un giorno all’altro per volontà di qualche mente illuminata, ma sono state sviluppate dalla necessità degli uomini di dare ordine alle reciproche relazioni, onde evitare quei conflitti che derivano dal fatto stesso di dover interagire per poter esistere.
    Data la limitatezza delle facoltà umane, lo sviluppo delle istituzioni dei popoli, come pure lo sviluppo del linguaggio, è avvenuta secondo modelli diversi a seconda dei tempi e dei luoghi. Determinati ordinamenti sociali, come pure determinate lingue, si sono estinti, o meglio si sono trasformate per confluire in altre civiltà.
    Caratteri fondamentali del pensiero conservatore sono, pertanto, la ricerca della stabilità e dell’ordine nel rispetto della continuità, del particolarismo e della varietà, in obbedienza a quello che potremmo definire, con le parole di Edmund Burke, un patto stipulato tra i vivi, i morti e le generazioni future.

    Si diceva, dunque, mutamento nella stabilità. Si tratta di un concetto che Burke eredita dalla tradizione giuridica inglese, dal common law elaborato dalle corti di giustizia del regno nella sedimentazione dei precedenti vincolanti, un complesso di regole che è frutto dell’esperienza e non della creazione di un singolo o di pochi, e che dà vita ad una sorta di ragione artificiale, come ebbe a dire Sir Edward Coke, eminente giurista inglese vissuto tra il XVI e il XVII secolo.
    Vale la pena riportare lo stralcio di un dibattito intervenuto tra Coke e re Giacomo I.

    Quindi il re disse che era sua convinzione che il diritto fosse fondato sulla ragione, e che lui ed altri fossero dotati di ragione tanto quanto i giudici: al che io (è Coke che parla) risposi che in verità Dio aveva dotato sua Maestà di una sapienza eccellente e di grandi doti; ma sua Maestà non è stato istruito sulle leggi del suo regno d’Inghilterra, e le cause relative alla vita, l’eredità, i beni, le fortune dei suoi sudditi non devono essere decise sulla base del diritto naturale, ma sulla base della ragione artificiale e della giurisprudenza, la quale giurisprudenza è un attività che richiede lungo studio ed esperienza, prima che un uomo riesca a raggiungere la conoscenza di essa.

    Anche la Chiesa Cattolica, intesa come istituzione sociale, è soggetta alle leggi del cambiamento. La teologia di Sant’Agostino era diversa dalle dottrine teologiche professate agli albori della predicazione cristiana. Le dottrine della Grazia e del Libero Arbitrio hanno avuto, rispettivamente, un peso diverso nelle varie epoche storiche della Chiesa. Se osservate dal punto di vista sociale e culturale, tutte le religioni tendono a differenziarsi in relazione alle differenze delle comunità che le professano. E’ per questo che Thomas S. Eliot, sommo poeta e grandissimo conservatore, dopo essersi trasferito in Inghilterra abbracciò la fede anglicana e non quella cattolica, benché da un punto di vista religioso la prima fosse riformatrice rispetto alla seconda.
    Se, invece, consideriamo i caratteri profondi del messaggio religioso cristiano, quello speciale rapporto che si instaura tra il fedele e il Cristo, ci accorgiamo che l’essenza della religione cristiana è l’universalismo.

    Dal punto di vista politico, il cristianesimo ha avuto un impatto rivoluzionario, poiché, almeno nel mondo occidentale, non si era mai data una religione che predicasse allo stesso tempo il monoteismo ed il distacco dalle cose terrene. E’ per questo che un cristiano potrebbe benissimo non essere un conservatore. Al cristiano bastano, infatti, un vangelo ed un prossimo da amare, per vivere il messaggio di Cristo, mentre un conservatore ha bisogno di terra, legami e tante altre cose mondane.
    Per comprendere lo stato d’animo che attraversava un politeista romano dopo che la religione cristiana era divenuta la religione ufficiale dell’Impero Romano, sotto Teodosio, è sufficiente leggere quanto scriveva nel 384 d.c. Simmaco, eminente esponente dell’aristocrazia senatoria romana.

    Ognuno ha i propri costumi, le proprie pratiche religiose; la Mente Divina ha assegnato a città diverse religioni diverse che fossero loro guardiane. […] a questo bisogna aggiungere l’argomento dei “benefici apportati”: sono essi, infatti, a dare la prova più evidente dell’esistenza degli dèi. La ragione dell’uomo si muove completamente al buio; la conoscenza delle presenze divine non proviene da fonte migliore che la memoria e l’evidenza della buona fortuna già ricevuta da loro. Se il lungo passare del tempo dà validità alle osservanze religiose, noi dobbiamo conservare la fede di così tanti secoli, dobbiamo seguire i nostri padri che seguirono i loro padri e così facendo furono benedetti.

    Oggi ovviamente un conservatore americano o europeo si sente in dovere di difendere la religione cristiana. Se credente, lo farà per adesione alle verità di fede professate dalla sua chiesa di appartenenza. Se non credente, lo farà perché il cristianesimo è la religione maggiormente radicata nella sua cultura.

    Passando ai rapporti tra conservatorismo e liberalismo, non si può non osservare che quest’ultima dottrina politica condivide con il cristianesimo il carattere dell’universalismo. Il liberale, infatti, crede che vi sia uno stato di natura pre-politico in cui l’individuo è dotato di diritti inalienabili e insopprimibili. Questa dottrina è stata formulata compiutamente da John Locke in risposta alle giustificazioni dell’assolutismo monarchico contenute nell’opera Il Patriarca di Robert Filmer. Peraltro, la dottrina di Locke rappresenta, nella sua struttura fondamentale, una variante della teoria politica formulata da Thomas Hobbes nel Leviatano.
    Hobbes condivide con i conservatori una concezione pessimistica della natura umana. L' uomo di Hobbes è in perenne conflitto con i suoi simili. Tuttavia, e qui sta il carattere moderno e non conservatore della teoria hobbesiana, l’uomo di Hobbes è un individuo avulso dai legami tradizionali, che esprime tutte le sue energie in un metafisico stato di natura in cui le risorse sono scarse e la vita precaria, preoccupato principalmente della sicurezza personale ed in attesa di una forza esterna in grado di stabilire la pace sociale. Gli individui, trovandosi fuori dello Stato in pericolo costante e misera condizione, usano la ragione e generano lo Stato attraverso un atto razionale ed utilitaristico: il contratto sociale con cui ciascuno promette la propria soggezione al sovrano in cambio della soggezione altrui. Pertanto, il contratto sociale di Hobbes non è quel patto tra i vivi, i morti e le generazioni future caro a Burke. L’ordine contemplato dal contratto sociale hobbesiano non è l’ordine spontaneo dei conservatori, bensì un ordine giustificato dalla necessità di conservare gli individui e la collettività, ordine cui si giunge mediante operazioni logiche ed architetture istituzionali che possono essere create da una mente umana razionalista e costruttivista.
    La concezione hobbesiana dell’autorità politica e dei suoi fini si riflette, ovviamente, in una concezione positivistica del diritto. Sostituendosi lo Stato Leviatano allo stato di natura, non residuano più spazi per un adattamento delle regole giuridiche ai casi dell’esperienza, con la conseguenza che il sovrano sarà libero di non temperare la sua politica mediante la prudenza e la reverenza per la tradizione, e di introdurre nell'ordinamento le norme ritenute più opportune al fine di garantire la pace sociale.
    Nel Dialogo tra un filosofo ed uno studioso del diritto comune in Inghilterra, Thomas Hobbes scrive:

    Le leggi vengono create d’autorità, e non ricavate da altri princìpi, se non quello della cura per la sicurezza del popolo. […] Diritto è ciò che colui o coloro i quali detengono il potere supremo ordinano ai suoi o ai loro sudditi, proclamando in pubblico e in chiare parole quali cose essi possono e quali non possono fare. […] Quando non vi erano ancora leggi, non vi era nemmeno ingiustizia; perciò le leggi sono per loro natura anteriori sia alla giustizia sia all’ingiustizia.

    Quest’affermazione dà il senso dell’assalto rivoluzionario che Hobbes portò alla tradizione di common law, assalto che fu poi messo a tacere dalla Gloriosa Rivoluzione del 1688, la quale, come ebbe a dire Burke, fu tesa a ristabilire la tradizione istituzionale inglese contro i tentativi di sovversione dell’ordine precedente da parte del re Giacomo II.
    Scrive Burke nelle Riflessioni sulla Rivoluzione in Francia:

    La rivoluzione fu fatta al fine di conservare i nostri antichi e indiscutibili diritti e libertà, e quell'antica costituzione del governo d'Inghilterra che è la nostra unica garanzia di diritto e di libertà. […]La semplice idea della fabbricazione di un nuovo governo è tale da riempirci di disgusto e di orrore. Al tempo della rivoluzione, come ancora oggi, noi intendiamo sempre derivare tutto ciò che possediamo come patrimonio ereditario che discende dai nostri antenati. Su quel corpo di beni ereditari abbiamo sempre avuto cura di non innestare alcun virgulto alieno alla natura della pianta originaria. Tutte le riforme da noi fin qui effettuate sono procedute sulla base del principio di riferimento all’antichità; ed io spero, anzi sono convinto, che tutte le altre riforme che potranno realizzarsi d’ora in poi, saranno attentamente forgiate sulla base del precedente analogico, dell’autorità e dell’esempio.

    Peraltro, nonostante la sostanziale sconfitta del razionalismo costruttivista che era alla base dei tentativi di sovversione da parte di Giacomo II, il seme era stato gettato, e la concezione hobbesiana del potere risorse, per quanto riguarda il Regno Unito, nella dottrina dell’onnipotenza del Parlamento e nel positivismo giuridico predicato da Bentham e dagli utilitaristi, mentre, per quanto riguarda gli Stati Uniti d’America, nel liberalismo realista di Alexander Hamilton, il quale teorizzò la necessità che gli USA dovessero dotarsi di un forte governo federale, dotato del potere di compiere tutti gli atti necessari al perseguimento degli scopi ad esso assegnati dagli stati federati (cosiddetta dottrina dei poteri impliciti). Queste le parole di Hamilton a proposito del nuovo ordine nato dalla Rivoluzione Americana:

    All’inizio di una rivoluzione, che riceve i suoi natali dalle usurpazioni della tirannia, niente fu più naturale del fatto che l’opinione pubblica fosse influenzata da un estremo spirito di gelosia. Resistere a queste violazioni e nutrire tale spirito fu il grande obiettivo di tutte le nostre istituzioni pubbliche e private. Lo zelo per la libertà divenne predominante ed eccessivo. Nella formazione della nostra Confederazione, questa passione da sola sembrava trascinarci, e noi sembravamo non avere alcun altro obiettivo che quello di proteggerci dal dispotismo. Ma vi è un altro obiettivo, ugualmente importante, e che il nostro entusiasmo ci rese poco capaci di avere a riguardo. Intendo un principio di forza e stabilità nell’organizzazione del nostro governo, e di vigore nelle sue attività.

    Anche l’ordine liberale immaginato da Locke è un prodotto del razionalismo e del costruttivismo, e si consegna anch’esso in un contratto sociale tra il suddito ed il sovrano, con la differenza che le leggi positive devono avere carattere generale ed astratto e che gli individui non rinunciano ad alcuni diritti naturali, primo fra tutti il diritto di rovesciare il sovrano qualora violasse alcuno dei diritti fondamentali.

    Noi riteniamo che sono per se stesse evidenti queste verità: che tutti gli uomini sono creati eguali; che essi sono dal Creatore dotati di certi inalienabili diritti, che tra questi diritti sono la Vita, la Libertà, e la ricerca della Felicità; che per garantire questi diritti sono istituiti tra gli uomini governi che derivano i loro giusti poteri dal consenso dei governati; che ogni qualvolta una qualsiasi forma di governo tende a negare questi fini, il popolo ha diritto di mutarla o abolirla e di istituire un nuovo governo fondato su tali principi e di organizzarne i poteri nella forma che sembri al popolo meglio atta a procurare la sua Sicurezza e la sua Felicità. (Thomas Jefferson – Dichiarazione di Indipendenza degli USA).

    Queste parole hanno radice quasi immediata in Locke. Ma in realtà la teoria moderna dei diritti naturali ha radici più lontane, ed affonda nell’elaborazione dell’idea dei diritti naturali, iniziata dai canonisti medievali dell’XII secolo e proseguita dai tardo-scolastici di Salamanca nel XVI secolo.
    Quindi, pensare che il liberalismo sia nato con la dottrina protestante del libero esame è riduttivo e fuorviante. Così come si può essere cristiani e non conservatori, così si può essere cristiani e liberali allo stesso tempo. Basti ricordare a Frederic Bastiat, che vedeva il libero mercato come espressione della Divina Provvidenza.

    Tornando ai rapporti tra conservatorismo e cristianesimo, vale la pena ricordare che John Calhoun, grandissimo conservatore, difendeva la peculiare istituzione della schiavitù. Ma non si può negare che ciò si scontrasse con il messaggio d’amore di Cristo. Sicuramente più vicino a questo messaggio era Abraham Lincoln, l’abolizionista che con il suo richiamo alla teoria dei diritti naturali sosteneva che abolire la schiavitù avrebbe rappresentato il completamento di quanto affermato nella Dichiarazione d’Indipendenza degli USA. Calhoun, come ogni conservatore degno di questo nome, diffidava della teoria dei diritti naturali. Tuttavia, per contestare il richiamo ai diritti naturali dei neri non si richiamò ad una tradizione giuridica consolidata dall’esperienza, bensì ad Hobbes ed al concetto di politica come espediente, e quando si accorse che la peculiare istituzione della schiavitù poteva essere abolita proprio in virtù di una legge positiva, Calhoun fece appello all’autorità di Aristotele e al diritto naturale classico, secondo cui la schiavitù era conforme alla legge di natura. In questa oscillazione tra Hobbes e diritto naturale classico per difendere un istituto che non aveva una tradizione consolidata si riflette un importante punto debole del pensiero di Calhoun: la tendenza verso le teorizzazioni astratte.
    Il virginiano John Randolph of Roanoke fu un conservatore più grande e più acuto di Calhoun e mai si avventurò in vane astrazioni metafisiche. Randolph possedeva diversi schiavi perché facenti parte di una proprietà ereditata da suo padre, di cui non poteva disporre per motivi legali. Ma Randolph, uomo di religione anglicana che definiva se stesso amis des noirs, non sostenne la schiavitù in quanto tale ed avversò il commercio di schiavi.
    Tuttavia, Randolph non smise per un solo momento di difendere i diritti degli stati del sud dalle ingerenze del governo federale americano. Il grande virginiano auspicava, infatti, che la schiavitù, da lui definita come cancro, fosse gradualmente eliminata, così come in precedenza era avvenuto in Gran Bretagna.
    Dopo la morte di Calhoun, Abraham Lincoln utilizzò quegli enormi poteri di cui il governo federale disponeva grazie all’opera politica iniziata da Hamilton, al fine di rafforzare l’Unione e realizzare, con riferimento al problema della schiavitù, i princìpi contenuti nella jeffersoniana Dichiarazione d’Indipendenza.
    Dovrebbe, quindi, apparire chiaro quanto possano rivelarsi dannosi tanto l'appello alle teorizzazioni astratte per modificare radicalmente l'ordine politico esistente quanto il ricorso all'espediente non temperato dal riferimento alla tradizione e giustificato dalla sola esigenza di mantenere immutato l'ordine politico esistente, e quanto invece sia desiderabile un'azione politica rivolta a garantire il mutamento nella stabilità.

    Oggi il compito principale dei conservatori è quello di difendere la nostra civiltà, la quale comprende non solo la nostra religione, ma anche le nostre libertà. Questo compito va perseguito nella consapevolezza che l’equilibrio tra autorità e libertà può essere trovato solo sulla base di forti princìpi morali. Tuttavia, non bisogna dimenticare che quei princìpi morali non possono fondarsi su astrazioni metafisiche, ma devono essere ricavati dalla tradizione, la quale ci offre la prudenza e la temperanza necessarie all’azione politica.
    Un esempio concreto può essere il seguente. Una morale troppo incline alle astrazioni della fede cristiana porta all’economia sociale di mercato. Una morale troppo incline alle astrazioni della ragione illuministica e utilitaristica porta al liberal-socialismo. Una morale forgiata nell’esperienza della tradizione porta al principio del suum cuique tribuere (a ciascuno il suo), un principio che non è il frutto astratto della mente, bensì il risultato di un lungo processo di osservazione e di esperienza, un principio nato dalla consapevolezza del fatto che l’uomo vive in un mondo in cui le risorse per la sua sopravvivenza sono scarse, un principio la cui applicazione è garanzia di vera giustizia.
    In conclusione, nulla toglie che il conservatore possa fare un tratto di strada con il cristiano, con il liberale, o con entrambi. A condizione, però, che i rispettivi caratteri dell’agire politico rimangano ben chiari alla coscienza.


    Gianrocco Ambrosiano

    17 dicembre 2008


    http://riflessionidiunconservatore.b...servatore.html

  4. #4
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    Citazione Originariamente Scritto da Florian Visualizza Messaggio
    Caro lettore



    Questo blog esprime un pensiero politico conservatore, nel solco di giganti del pensiero politico e giuridico quali Marco Tullio Cicerone, Sir Edward Coke, Sir Edmund Burke.
    Questo blog non si riconosce nella destra autoritaria. L’autore di questo blog non crede nell’ordine sociale come creazione volontaria ed arbitraria dell'uomo, ma come conseguenza dell'applicazione di regole che la nostra civiltà ha elaborato lungo il corso dei millenni, allo scopo di garantire ai consociati la giustizia, secondo la massima suum cuique tribuere (a ciascuno il suo).
    L’autore di questo blog concepisce il diritto come fenomeno complesso che va al di là di quanto disposto per atto legislativo. Il diritto è costituito dai costumi cui i popoli si conformano nella loro vita civile secondo lunghi e trortuosi processi evolutivi. Tradizionalmente il diritto non nasce dalla deliberata volontà dell'uomo, bensì dalla necessità di dirimere le controversie. In questo blog i pubblici poteri sono concepiti non come privi di vincoli e liberi nei mezzi e nei fini, ma come elementi immersi in un ambiente normativo costituito da regole scritte, consuetudini e convenzioni.
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    Riflessioni di un Conservatore non è un blog "neo-con". Secondo la definizione di Irving Kristol, un neo-con è un liberal colpito dalla realtà, ossia una persona con idee progressiste passata al conservatorismo dopo aver visto l'impatto pratico delle politiche liberal.
    Questo blog diffida delle astrazioni metafisiche. Nelle pagine di questo blog non saranno utilizzati termini ingannevoli come stato di natura, consenso dei governati, volontà generale.
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    Scopo di questo blog è di difendere la libertà contro l'arbitrio del costruttivismo e del volontarismo, nella consapevolezza che la sfida più ardua per chi si definisce conservatore è quella di individuare i giusti limiti del gubernaculum.



    Gianrocco Ambrosiano

    9 aprile 2008


    http://riflessionidiunconservatore.b...o-lettore.html
    Ho letto con interesse questo articolo di presentazione del Blog; vorrei chiedere all'autore se a suo parere, al di là del mero riconoscimento delle radici giudaico-cristiane, non esista forse una Verità superiore, contenuta nella Buona Novella evangelica, o se questa suddetta "Verità" sia affare privato del singolo, se cioè lo Stato si debba limitare a far convivere più o meno pacificamente fra loro le idee più diverse. Se esiste infatti questa Verità, come si devono rapportare ad essa le Istituzioni e il diritto?
    Quest'ultimo deve recepire i costumi, gli usi, le consuetudini, le tradizioni, e il loro graduale ma inevitabile cambiamento nel tempo, o deve adattarsi sin dal principio all'esistenza di principi irrinunciabili?
    Come risolvere questa reale, od apparente contraddizione?
    Mi piacerebbe discutere di tale questione serenamente, e sono io il primo aperto ad ogni contributo. Grazie.

  5. #5
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    Caro Zaffo, le tue domande manifestano una preoccupazione:quella che nasce dal rischio relativista inerente ad una garanzia avalutativa della libertà religiosa nel nostro ordinamento.
    Però il mio pensiero sui rapporti tra politica e religione non si fermano al problema della libertà religiosa, ma riguardano l'agire politico nelle sue multiformi sfaccettature.
    Io non sono un liberale agnostico (del tipo Hume, Madison, von Hayek, per intenderci). Credo nella Verità di Cristo salito sulla croce per la salvezza degli uomini (tutti gli uomini). E' questo il mio pensiero quando il boia attiva il generatore di corrente.

    Perché mi preoccupo dell'agire politico se la giustizia non è di questo mondo?
    Solo perché c'è questa verità rivelata un politico deve rinunciare a rispondere alle domande di giustizia dei cittadini? Il diritto di resistenza all'autorità non affonda forse le sue radici nel cristianesimo? Siamo sicuri che il codice d'onore dei cavalieri medievali sia ben visto dal Salvatore?

    Tu vuoi sapere come si coniuga la Verità superiore con le istituzioni politiche e il diritto. Io penso che non vi sia un codice metafisico, conoscibile dall'uomo, da cui poter attingere per ricavare le norme giuridche o le giuste istituzioni. Non sono positivista perché non sono costruttivista. Ma non sono neppure giusnaturalista, perché se vi sono tante teologie non vedo perché non vi possano essere tanti diritti naturali. Basti pensare alla diversa considerazione della schiavitù fatta dal giusnaturalista Aristotele e dal giusnaturalista Bartolomé de las Casas. Oppure basti pensare al codice etico di Rothbard.

    Potrai dirmi: "le norme sono riportate nelle sacre scritture".
    D'accordo, ma dobbiamo rifarci al decalogo o al discorso della montagna? C'è già materia per dibattiti senza fine. E allora come si fa ad assicurare l'ordine e la giustizia su questa terra?
    E in materia economica? Meglio i cristiani e liberisti Josiah Tucker o Frederic Bastiat o meglio il cattolico democratico Romano Prodi? Meglio la CDU o i cristiano sociali?
    Io dico semplicemente che i princìpi morali non stanno scritti sulla roccia, ma sono ricavabili dall'esperienza. Burke diceva che l'uomo è folle e anche le moltitudini, ma la specie è saggia.

    Penso che se amiamo Cristo dobbiamo pregare ed amare il prossimo. Ciò non vuol dire che dobbiamo tenerci la nostra fede per noi e non comunicare la parola di Cristo. Voglio solo dire che non possiamo far parlare Dio per bocca dello Stato.

    Quanto alla libertà religiosa, credo che la presenza di quest'ultima in Italia, che può rivelarsi dannosa per la fede cattolica, è questione che forse rimane indifferente a Gesù Cristo, così come per Lui forse rimarrebbe indifferente una libertà religiosa in Iran, che sarebbe tanto benefica per i cristiani che oggi vivono sul suolo che fu terra di Persia.

    Chiudo con una poesia di uno dei più grandi poeti del novecento: Fernando Pessoa, una strana razza di conservatore gnostico, uno che nel medioevo sarebbe sicuramente finito sul rogo.

    Ma che piacere
    non compiere un dovere,
    avere un libro da leggere
    e non farlo!
    Che noiosa la lettura,
    che pochezza la cultura!
    Il sole splende senza letteratura.
    Il fiume scorre, bene o male,
    senza edizione originale.
    E la brezza che passa,
    naturale e mattiniera,
    sa che ha tempo, e non ha fretta...

    I libri sono carta inchiostrata.
    Lo studio è una cosa ove è indistinta
    la distinzione fra il niente e cosa alcuna.

    Quanto è meglio, se c’è bruma,
    aspettare Don Sebastiano,
    venga o non venga
    Grande è la poesia, la bontà e le danze...
    ma le cose migliori son l’infanzia,
    fiori, musica, chiardiluna, e il sole, che pecca
    solo se invece di nutrire secca...

    E ancor meglio di questo
    è Gesù Cristo,
    che non sapeva niente di finanze
    né consta che avesse biblioteca.

  6. #6
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    Caro Zaffo, le tue domande manifestano una preoccupazione:quella che nasce dal rischio relativista inerente ad una garanzia avalutativa della libertà religiosa nel nostro ordinamento.
    Però il mio pensiero sui rapporti tra politica e religione non si fermano al problema della libertà religiosa, ma riguardano l'agire politico nelle sue multiformi sfaccettature.
    Io non sono un liberale agnostico (del tipo Hume, Madison, von Hayek, per intenderci). Credo nella Verità di Cristo salito sulla croce per la salvezza degli uomini (tutti gli uomini). E' questo il mio pensiero quando il boia attiva il generatore di corrente.

    Perché mi preoccupo dell'agire politico se la giustizia non è di questo mondo?
    Solo perché c'è questa verità rivelata un politico deve rinunciare a rispondere alle domande di giustizia dei cittadini? Il diritto di resistenza all'autorità non affonda forse le sue radici nel cristianesimo? Siamo sicuri che il codice d'onore dei cavalieri medievali sia ben visto dal Salvatore?

    Tu vuoi sapere come si coniuga la Verità superiore con le istituzioni politiche e il diritto. Io penso che non vi sia un codice metafisico, conoscibile dall'uomo, da cui poter attingere per ricavare le norme giuridche o le giuste istituzioni. Non sono positivista perché non sono costruttivista. Ma non sono neppure giusnaturalista, perché se vi sono tante teologie non vedo perché non vi possano essere tanti diritti naturali. Basti pensare alla diversa considerazione della schiavitù fatta dal giusnaturalista Aristotele e dal giusnaturalista Bartolomé de las Casas. Oppure basti pensare al codice etico di Rothbard.

    Potrai dirmi: "le norme sono riportate nelle sacre scritture".
    D'accordo, ma dobbiamo rifarci al decalogo o al discorso della montagna? C'è già materia per dibattiti senza fine. E allora come si fa ad assicurare l'ordine e la giustizia su questa terra?
    E in materia economica? Meglio i cristiani e liberisti Josiah Tucker o Frederic Bastiat o meglio il cattolico democratico Romano Prodi? Meglio la CDU o i cristiano sociali?
    Io dico semplicemente che i princìpi morali non stanno scritti sulla roccia, ma sono ricavabili dall'esperienza. Burke diceva che l'uomo è folle e anche le moltitudini, ma la specie è saggia.

    Penso che se amiamo Cristo dobbiamo pregare ed amare il prossimo. Ciò non vuol dire che dobbiamo tenerci la nostra fede per noi e non comunicare la parola di Cristo. Voglio solo dire che non possiamo far parlare Dio per bocca dello Stato.

    Quanto alla libertà religiosa, credo che la presenza di quest'ultima in Italia, che può rivelarsi dannosa per la fede cattolica, è questione che forse rimane indifferente a Gesù Cristo, così come per Lui forse rimarrebbe indifferente una libertà religiosa in Iran, che sarebbe tanto benefica per i cristiani che oggi vivono sul suolo che fu terra di Persia.

    Chiudo con una poesia di uno dei più grandi poeti del novecento: Fernando Pessoa, una strana razza di conservatore gnostico, uno che nel medioevo sarebbe sicuramente finito sul rogo.

    Ma che piacere
    non compiere un dovere,
    avere un libro da leggere
    e non farlo!
    Che noiosa la lettura,
    che pochezza la cultura!
    Il sole splende senza letteratura.
    Il fiume scorre, bene o male,
    senza edizione originale.
    E la brezza che passa,
    naturale e mattiniera,
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    I libri sono carta inchiostrata.
    Lo studio è una cosa ove è indistinta
    la distinzione fra il niente e cosa alcuna.

    Quanto è meglio, se c’è bruma,
    aspettare Don Sebastiano,
    venga o non venga
    Grande è la poesia, la bontà e le danze...
    ma le cose migliori son l’infanzia,
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    solo se invece di nutrire secca...

    E ancor meglio di questo
    è Gesù Cristo,
    che non sapeva niente di finanze
    né consta che avesse biblioteca.
    Caro straight con, onestamente faccio un po' di fatica a districarmi in questo tuo post in cui hai messo tanta carne al fuoco da perdersi. C'è però un'assenza che balza agli occhi di ogni cattolico che si ritenga tale: la Chiesa. Un cattolico in ambito morale è tenuto a seguire ciò che gli dice la Chiesa, sapendo oltretutto che fuori dal cattolicesimo non esiste Verità. Fondamentalismo? Tutte le religioni sono intrinsecamente fondamentaliste e fanno appello alla fede piuttosto che alla ragione.

    Per quanto riguarda i principi morali credo valga oggi come ieri il Decalogo, mentre l'esperienza con la moralità non c'entra proprio nulla. Se fosse come tu dici - che è quello poi che affermano conservatori laici alla Sergio Romano - bisognerebbe sempre adeguarsi a quei cambiamenti che col tempo si affermano in una società. Ragion per cui, per fare un esempio, poichè si sarebbe affermato in tutto il mondo il diritto al divorzio un conservatore dovrebbe semplicemente prenderne atto non curandosi se ciò sia o no moralmente valido. Trovo questo assunto discutibile e non concordo con questo genere di conservatorismo.

    Far parlare Dio per bocca dello Stato? Mi accontenterei che quest'ultimo rispettasse la Parola di Dio e non la calpestasse come succede oggi nella laica e democratica Spagna di Zapatero.

    In definitiva, torniamo sempre alla questione di base: un conservatore è uno che vuole conservare qualche cosa, ma principalmente che cosa?
    Tu mi sembri propendere per le libertà, ma questa esaltazione della libertà, da parte conservatrice liberale è a mio modo di vedere sospetta. Libertà da o libertà per? La libertà da, intesa come emancipazione è quanto più lontano possa esistere per un conservatore. La libertà per è invece ottima cosa sempre che si intenda per Cristo e non, molto più superficialmente, per gli interessi mondani dell'individuo. Se tu intendi la libertà come il mezzo per l'esaltazione edonistica non ci siamo.

    Insomma, potremmo discutere all'infinito sul conservatorismo, ma ciò che separa un cristiano da un non-cristiano è è l'oggetto delle sue attenzioni. Il cristiano è chiamato a magnificare Cristo, il non-cristiano mirerà ovviamente a curare i propri interessi. Un cristiano conservatore intenderà la politica come una missione volta a difendere la morale sociale dalle tendenze anarchiche e libertine promosse dalle forze radicali.

  7. #7
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    Post Caro Florian

    Caro Florian, scusa se sono stato dispersivo.
    Ciò che non consente di comprenderci è la diversa prospettiva.
    Tu ti focalizzi sul rapporto tra religione e tendenze libertine e radicali. Su questo non posso che essere d'accordo con te. Un cristiano conservatore deve ritenere giusto battersi contro la sovversione dei valori cristiani.
    La mia è una prospettiva diversa. Il problema che io mi pongo è un altro e riguarda i rapporti tra conservatorismo e cristianesimo. La Chiesa è la depositaria della Verità di fede.
    Allora ti prego di rispondere a queste domande.
    La Chiesa è contraria alla pena di morte. E' giusto allora interferire sulla legislazione criminale del Texas? Secondo me no. La Chiesa è contro l'uso delle armi. E' giusto interferire sul Bill of Rights americano? Secondo me no? Giovanni Paolo II è andato in Parlamento a chiedere che venisse adottato un provvedimento d'indulto. Prodi e Mastella, due cattolici specchiati che non penserebbero mai a divorziare perché obbedienti al magistero di Santa Madre Chiesa, hanno agito di conseguenza.
    Secondo te l'indulto era un provvedimento giusto in ottica conservatrice?
    Come mai il divorziato Fini era contrario all'indulto?

    Spero di non aver messo troppa carne al fuoco. Ribadisco: io non sono un liberale e relativista. Sul pericolo Zapatero hai perfettamente ragione. Ma io non riduco i rapporti Stato e Chiesa alla camera da letto e al divorzio. Per me ci sono altri aspetti, fra i quali non sottovaluterei la dottrina sociale della Chiesa, una dottrina dietro la quale potrebbe nascondersi l'umanitarismo socialista alla Hugo (e l'ultimo Tremonti mi sembra un esempio di tale tendenza).

    Infine tu dici che la morale non c'entra nulla con l'esperienza. Io non sarei così sbrigativo. La morale può essere sicuramente svincolata dall'esperienza. E alcune menti sicuramente sono state slegare la morale dall'esperienza (vedi i calvinisti e i puritani). Io parlo di una morale forgiata nell'esperienza, nel solco di Vico e di Burke. Tutto qui. So che non è il verbo, ma l'uomo non è Dio.

  8. #8
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    Citazione Originariamente Scritto da straight con Visualizza Messaggio
    Caro Florian, scusa se sono stato dispersivo.
    Ciò che non consente di comprenderci è la diversa prospettiva.
    Tu ti focalizzi sul rapporto tra religione e tendenze libertine e radicali. Su questo non posso che essere d'accordo con te. Un cristiano conservatore deve ritenere giusto battersi contro la sovversione dei valori cristiani.
    La mia è una prospettiva diversa. Il problema che io mi pongo è un altro e riguarda i rapporti tra conservatorismo e cristianesimo. La Chiesa è la depositaria della Verità di fede.
    Allora ti prego di rispondere a queste domande.
    La Chiesa è contraria alla pena di morte. E' giusto allora interferire sulla legislazione criminale del Texas? Secondo me no. La Chiesa è contro l'uso delle armi. E' giusto interferire sul Bill of Rights americano? Secondo me no? Giovanni Paolo II è andato in Parlamento a chiedere che venisse adottato un provvedimento d'indulto. Prodi e Mastella, due cattolici specchiati che non penserebbero mai a divorziare perché obbedienti al magistero di Santa Madre Chiesa, hanno agito di conseguenza.
    Secondo te l'indulto era un provvedimento giusto in ottica conservatrice?
    Come mai il divorziato Fini era contrario all'indulto?

    Spero di non aver messo troppa carne al fuoco. Ribadisco: io non sono un liberale e relativista. Sul pericolo Zapatero hai perfettamente ragione. Ma io non riduco i rapporti Stato e Chiesa alla camera da letto e al divorzio. Per me ci sono altri aspetti, fra i quali non sottovaluterei la dottrina sociale della Chiesa, una dottrina dietro la quale potrebbe nascondersi l'umanitarismo socialista alla Hugo (e l'ultimo Tremonti mi sembra un esempio di tale tendenza).

    Infine tu dici che la morale non c'entra nulla con l'esperienza. Io non sarei così sbrigativo. La morale può essere sicuramente svincolata dall'esperienza. E alcune menti sicuramente sono state slegare la morale dall'esperienza (vedi i calvinisti e i puritani). Io parlo di una morale forgiata nell'esperienza, nel solco di Vico e di Burke. Tutto qui. So che non è il verbo, ma l'uomo non è Dio.

    Carissimo amico, poichè queste tue riflessioni sono state a lungo le mie, rispondo con piacere alle tue obiezioni.
    Io penso una cosa molto semplice: che lo Stato debba fare lo Stato e che la Chiesa debba fare la Chiesa. C'è un ambito in cui fa fede la parola dello statista e un altro in cui fa fede quella del sacerdote. Ad esempio, sulla guerra io non ascolto il Papa, ma il mio capo di Stato; sul matrimonio, invece, penso che la Chiesa abbia l'ultima parola.
    Tra l'altro va distinto quanto dice il Catechismo della Chiesa cattolica da quanto dicono i preti sessantottini. C'è un abisso, anche se - lo ammetto, ahimè - vige ancora la sensazione (sbagliata) che il cristianesimo sia qualcosa di sinistra.
    Dunque io non mi faccio problemi a seguire il potere laico riguardo i doveri civili e quello religioso per quanto concerne quelli morali. Purtroppo i nostri attuali statisti seguono le direttive della Chiesa nei casi sbagliati, vedi l'indulto ai criminali carcerati, la pena di morte oppure l'apertura agli immigrati, gli aiuti all'Africa e la visione universalista. Anche l'economia non è cosa che spetta ai preti. Ma su ciò che è naturale, e dunque proviene da Dio, credo che la Chiesa abbia il diritto e il dovere di guidare il proprio popolo.

  9. #9
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    Caro Florian, scusa se sono stato dispersivo.
    Ciò che non consente di comprenderci è la diversa prospettiva.
    Tu ti focalizzi sul rapporto tra religione e tendenze libertine e radicali. Su questo non posso che essere d'accordo con te. Un cristiano conservatore deve ritenere giusto battersi contro la sovversione dei valori cristiani.
    La mia è una prospettiva diversa. Il problema che io mi pongo è un altro e riguarda i rapporti tra conservatorismo e cristianesimo. La Chiesa è la depositaria della Verità di fede.
    Allora ti prego di rispondere a queste domande.
    La Chiesa è contraria alla pena di morte. E' giusto allora interferire sulla legislazione criminale del Texas? Secondo me no. La Chiesa è contro l'uso delle armi. E' giusto interferire sul Bill of Rights americano? Secondo me no? Giovanni Paolo II è andato in Parlamento a chiedere che venisse adottato un provvedimento d'indulto. Prodi e Mastella, due cattolici specchiati che non penserebbero mai a divorziare perché obbedienti al magistero di Santa Madre Chiesa, hanno agito di conseguenza.
    Secondo te l'indulto era un provvedimento giusto in ottica conservatrice?
    Come mai il divorziato Fini era contrario all'indulto?

    Spero di non aver messo troppa carne al fuoco. Ribadisco: io non sono un liberale e relativista. Sul pericolo Zapatero hai perfettamente ragione. Ma io non riduco i rapporti Stato e Chiesa alla camera da letto e al divorzio. Per me ci sono altri aspetti, fra i quali non sottovaluterei la dottrina sociale della Chiesa, una dottrina dietro la quale potrebbe nascondersi l'umanitarismo socialista alla Hugo (e l'ultimo Tremonti mi sembra un esempio di tale tendenza).

    Infine tu dici che la morale non c'entra nulla con l'esperienza. Io non sarei così sbrigativo. La morale può essere sicuramente svincolata dall'esperienza. E alcune menti sicuramente sono state slegare la morale dall'esperienza (vedi i calvinisti e i puritani). Io parlo di una morale forgiata nell'esperienza, nel solco di Vico e di Burke. Tutto qui. So che non è il verbo, ma l'uomo non è Dio.
    scusatemi, un piccolissimo intervento:

    1 - non è vero che la Chiesa è contraria alla pena di Morte. Sul tema ho postato da qualche parte un ottimo articolo di Messori, che se ritrovo vi linkerò;

    2 - non è vero che la Chiesa è contraria all'uso delle armi;

    Su questi due punti il catechismo parla chiaro, per cui non confondiamo la Chiesa cattolica con la sua caricatura pacifista/vaticanosecondista!!!

    ciò premesso, aggiungo che la Chiesa ha tutto il diritto di "interferire" (in realtà "saggiamente consigliare") tutti gli stati ed i governanti del mondo per indirizzarli al Bene.

    ps. "Dottrina Sociale della Chiesa": di sicuro la Chiesa non è "iper-liberista"... fortunatamente su questo forum abbiamo superato da un po' l'equazione "conservatore" = "liberista/liberale"

  10. #10
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    chiedo a Florian:

    la guerra non è "naturale"?

    (ma in fondo la domanda è seria...)

 

 
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