Parlando con i lavoratori: l’operaio
Lunedì 22 Dicembre 2008 13:02 redazione
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Di Andrea Stracchi
Roma non è certo una città dalla tradizione operaia. Esistono però delle piccole aree, specialmente lungo il litorale e nell’estrema periferia est, con un buon numero di piccole e medie industrie.
Ho scambiato due chiacchiere con Francesco, 30 anni, operaio.
Da quanto tempo fai questo lavoro?
Da quasi 7 anni
L’azienda per cui lavori di cosa si occupa?
Tecnicamente è una fabbrica cartotecnica (trasformazione della carta). Arrivano delle enormi bobine di carta che con i macchinari trasformiamo in buste da lettera (in questo settore l'azienda è leader in Italia) o in prodotti per la scuola o l'uffici,o quaderni e bloc notes.
Il tuo compito qual è?
Sono macchinista, ossia sto al controllo di una macchina che produce bloc notes. Ne seguo la produzione e intervengo in caso di rottura o mal funzionamento.
Com’è il tuo stipendio da operaio rapportato all’attuale costo della vita?
Fortunatamente in casa entrano due stipendi altrimenti solo con il mio sarebbe difficile arrivare alla classica quarta settimana. Ma credimi, quando penso ai lavoratori dei call center, capisco di essere comunque un privilegiato. Ho una casa e una famiglia. Questo un operaio, almeno oggi e sempre facendo sacrifici, può permetterselo.
Un tempo però si parlava di operai e si pensava all’immagine più classica e stereotipata del proletario. Gli sfruttati, gli ultimi. Oggi quindi non vi sentite più così?
Assolutamente no! Non c'è più, almeno da noi, questa visione dell'operaio che si contrappone al padrone. Anzi, devo dire che oggi molti dei miei colleghi si sentono come il padrone. Pensano come lui e solidarizzano con lui. Vogliono le stesse cose che ha il padrone. Spesso riescono ad avere la sua stessa auto, anche se magari il padrone la compra in contanti ed i miei colleghi si impegnano anche le mutande. Questo però per loro è un traguardo. Certo, i problemi ci sono ma non riescono a bloccare il desiderio di “avere” e “possedere”. Politicamente che aria si respira?
Come nel resto del paese c'è molta disaffezione nella politica. I più anziani sono stanchi e i più giovani non se ne interessano. Si parla di politica nei giorni prima delle elezioni e i discorsi che molto spesso si fanno, li definirei qualunquistici. Non c’è una coscienza di classe. Non c’è una coscienza comune.
E il sindacato?
Anche nel sindacato come nella politica c'è molta sfiducia, le assemblee non sono seguite da l'intera fabbrica e spesso chi ci va lo fà per saltare due ore di lavoro. Durante le assemblee le discussioni riguardano per lo più problematiche interne della fabbrica come premi salariali, cambiamento di regole aziendali, la pulizia della mensa ma sempre meno si parla e ci si confronta sui grandi problemi sociali come il precariato, il sistema pensionistico e lo stato sociale in generale.
Quindi i tuoi colleghi non sentono di appartenere alla “classe operaia”?
Non c'è più questa idea dell'operaio politicizzato e simpatizzante comunista. Ora c'è il collega di sinistra e quello di destra. Ti garantisco però che pochi svolgono attività politica. Quasi tutti si disinteressano alla politica.
Non più sinistra come riferimento maggioritario quindi?
Purtroppo no, credo che oggi l'operaio non veda più la sinistra come la forza politica di riferimento nel difendere i propri diritti e le lotte all'interno delle fabbriche. Io ad esempio voto a sinistra ma ho difficoltà ad identificarmi con la linea di un partito. Figuriamoci chi non ha radicato in se il senso di appartenenza ad un’area politica. Poi, non è che i partiti, il PD ma anche Rifondazione, da noi siano così presenti. Al massimo un volantino quando si vota.
http://sinistracomunista.it/index.ph...ro-&Itemid=176







Di Andrea Stracchi
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