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    Predefinito INTERVENTO - Li chiamavano clerico-fascisti. Appunti sul conservatorismo e le libertà

    Li chiamavano clerico-fascisti. Appunti sul conservatorismo e le libertà


    Conservatorismo e/o autoritarismo

    Quei pochi che al giorno d’oggi continuano a dirsi coraggiosamente conservatori tendono innanzitutto a marcare la loro lontananza dalle destre autoritarie, circoscrivendo il loro ideale politico al neoliberalismo reaganian-thatcheriano con tanti saluti a quanto il conservatorismo ha significato qui e altrove in tempi più lontani. Il problema, per tutti quei conservatori che si dicono propriamente liberali è che il conservatorismo nell’Ottocento e in buona parte del Novecento fu sempre illiberale e spesso autoritario. Si possono citare di sfuggita i vari De Maistre, Metternich, Bismarck, Maurras, Spengler, fino agli esempi più recenti di Franco, Salazar e Pinochet. Persino gli inglesi hanno avuto conservatori come Carlyle e Kipling che difficilmente potrebbero essere annoverati tra i liberali. E gli americani, dal canto loro, quel po’ di tradizione conservatrice che si ritrovano risale guarda caso al retaggio sudista dei loro antenati schiavisti. Dunque, se dovessimo buttare alle ortiche tutto ciò che imbarazza il pensiero liberal-democratico corrente del libro conservatore non rimarrebbero che poche pagine.
    La stessa figura di Edmund Burke, sovente citata in chiave liberal-conservatrice, presenta evidenti connotazioni reazionarie, motivo per cui i controrivoluzionari francesi se ne servirono per le loro tesi legittimiste. Lo storico delle idee Zeev Sternhell pone addirittura Burke tra i capostipiti di quel pensiero anti-illuminista che avrebbe portato al fascismo ed oggi al neo-conservatorismo americano riletto in chiave reazionaria.
    Negli Stati Uniti il recupero di Burke tra i conservatori del secondo Novecento è servito a legittimare una linea di pensiero basata sul diritto consuetudinario e ostile dunque al costruttivismo di Hobbes, considerato il punto di riferimento di tutti gli autoritari. Eppure, se si guarda senza pregiudizi alle destre inveratesi negli ultimi due secoli si dovrà ammettere che queste abbiano scelto misure illiberali più come mezzo che come fine. Ciò, per un liberale tocquevilliano magari non farà differenza, ma agli occhi di un conservatore realista appare cosa alquanto diversa.
    Dopo l’Ottantanove la destra si è sentita costretta ad appropriarsi di una figura estranea alla sua tradizione, quella del politico bonapartista, allo scopo preciso di ristabilire l’ordine violato dalle forze sovversive. L’autorità di un capo era ritenuta necessaria nell’era delle rivoluzioni democratiche al fine di salvaguardare e rinverdire le antiche regole e le libertà tradizionali delle rispettive nazioni. Bismarck accompagnò la Prussia ad una rivoluzione nazionale temendo potesse aver luogo una rivoluzione sociale; Metternich si adoperò per salvare l’Europa dei monarchi dalle cospirazioni repubblicane; Franco, Salazar e Pinochet operarono al fine di impedire nei loro Paesi l’avvento del marxismo ateo e filosovietico. Tutti questi regimi nacquero come risposte eccezionali (a volte brutali, ma probabilmente necessarie) ai concreti attacchi alle istituzioni civili e religiose mossi dalle fazioni dell’estrema sinistra; prefiggendosi di mantenere saldo l’ordine sociale, ristabilito il quale la vita politica delle loro nazioni avrebbe potuto riprendere il proprio corso naturale.
    Ad eccezione della dittatura nazista, che tendeva alla creazione dell’uomo nuovo ed era nata non solo e non tanto come risposta al bolscevismo, ma dalla stessa fucina rivoluzionaria che fu la Rivoluzione francese, le destre autoritarie rappresentarono null’altro delle reazioni ad un pericolo straordinario immediatamente incombente. Comunque le si giudichino oggi, sembra evidente tuttavia che la risposta conservatrice non possa mai essere uguale a quella di parte liberale. Cosa che invece paradossalmente è accaduta. Si è seguito Hayek nel considerare i conservatori come gente senza princìpi, quando invece l’uomo di destra – che raramente è un utilitarista – questi ultimi preferisce viverli concretamente piuttosto che riverirli in astratto, accettando così anche l’idea di accantonarli momentaneamente per poterli meglio difendere dalle forze avverse. Come diceva Prezzolini, a volte il conservatore deve fare un passo indietro per poterne fare poi due in avanti.

    Conservatori alla ricerca della libertà

    Da quando nelle liberal-democrazie si usa dire che la destra è il luogo privilegiato della libertà e la sinistra quello dell’uguaglianza, sembra che il liberalismo sia diventato questione di primaria importanza per i conservatori di ogni dove.
    Certamente chi ha conosciuto il brutale regime comunista ha tutto il diritto di anelare alla libertà. Chi in Inghilterra fonda le sue radici sul common law è naturale che si batta da sempre a difesa delle sue antiche libertà. E che dire, poi, del conservatore americano, abituato a farsi da sé e dunque storicamente ostile allo Stato livellatore? Ma se guardiamo da vicino il conservatore europeo-occidentale, e nella fattispecie quello italiano, il discorso della libertà è completamente diverso.
    Abbiamo detto di come la libertà in Europa si sia espressa da principio ghigliottinando i re e calpestando gli altari. In seguito è stato il vessillo dei rivoluzionari repubblicani contro la reazione. Poi l’arma dei fronti popolari contro il nazifascismo; infine, a democrazia conquistata la libertà è stata intesa principalmente in senso sociale ed emancipatorio, ovvero liberta da: dall’indigenza, dalla superstizione papista, dalla società patriarcale, dalla censura, dal conformismo, dalla guerra. In Italia si sono battuti per la libertà i soldati garibaldini, i partgiani rossi, i repubblicani, i radicali divorzisti e abortisti, le femministe. Oggi chi chiede più libertà sono i gays, gli immigrati, i professori laicisti accomunati dall’avversione verso un Papa a loro dire reazionario.
    Nel Novecento liberali sono stati Gobetti e Salvemini, assai vicini a comunisti e socialisti; liberali erano gli antifascisti di Giustizia e libertà; liberale era quel Benedetto Croce la cui famiglia sarà assai vicina agli ambienti intellettuali del PCI; liberale un Marco Pannunzio, promotore con il discepolo Marco Pannella di tutte le future battaglie antitradizionaliste. Oggi il PD si considera a pieno titolo liberale ed ha come suoi campioni i liberali americani Kennedy e Obama. Tutti questi esponenti di sinistra hanno combattuto il conservatorismo e la destra facendo proprie, almeno a parole, delle battaglie di libertà.
    Dal canto suo, il conservatore italiano ha sentito al contrario il bisogno di reprimere queste tendenze libertine che hanno portato la nostra società allo sfascio, completamente in balia di forze irresponsabili che lottavano in cuor loro per avere più libertà.

    Ieri conservatori, oggi liberali

    Si dirà che a destra si insegue una libertà diversa, a favore della persona, radicata nella religione. Questo tentativo di spogliare l’idea di libertà dai suoi aspetti degenerativi sta muovendo da alcuni anni intellettuali e politici di centrodestra. Cosa in se affatto malvagia, se non fosse che questo recupero della libertà non si associ minimamente ad una forma mentis conservatrice, che anzi viene rigettata con sdegno dagli interessati, ma al liberalismo politico che si cerca di rileggere in chiave nuova.
    Si dice che in politica la guerra delle parole è importante, perché ogni cosa si afferma prima nel linguaggio e poi nella pratica. Con la caduta della Prima Repubblica c’era da aspettarsi che il bipolarismo avrebbe portato le forze antiprogressiste a battersi con vigore per sostenere termini quali conservatorismo e destra, per anni innominabili fuori dall’alveo neofascista. Invece è accaduto qualcosa di molto diverso, di pazzesco e di apparentemente incomprensibile. Ovvero, che forze provenienti dalla destra (e in alcuni casi persino dalla destra radicale) abbiano perseguito un trasbordo ideologico che li ha portati a legittimare il liberalismo e il popolarismo come i principali soggetti del fronte alternativo alle sinistre.
    E’ accaduto addirittura che il cosiddetto cattolicesimo conservatore, o destra cattolica che dir si voglia, un tempo strettamente legato al tradizionalismo lefevriano o addirittura evoliano, abbia assunto oggi posizioni talmente ortodosse nei riguardi delle gerarchie vaticane da sconvolgere chiunque abbia un minimo di memoria storica. Tali forze oggi sostengono vigorosamente l’attuale pontefice come se fosse il non plus ultra del conservatorismo, solo per via della sua famosa distinzione del Concilio Vaticano II dallo spirito del Concilio, dell’ermeneutica della riforma (conservatrice) rispetto a quella della rottura (progressista).
    Gli stessi soggetti si danno un gran da fare nel supportare in ambito PDL il neoconservatorismo americano, dopo averlo aspramente criticato appena dieci anni prima su posizioni tipicamente burkeane e paleoconservatrici. Da Augusto Del Noce e Russell Kirk la destra radicale è approdata senza evidente imbarazzo al teo-liberalismo di Marcello Pera e Michael Novak. Non si vuole negare l’utilità politica di simili percorsi, comunque volti a fin di bene e a contrastare il nemico di sempre. Ma si rimane sconcertati dinanzi a un tale rimescolio di carte, questo sì.
    Si veda, quale ulteriore esempio di questa recente conversione della destra al neoconservatorismo, la questione israeliana. Che il conservatorismo abbia sempre guardato di malocchio gli ebrei (le stesse Riflessioni di Burke contengono passi marcatamente antisemiti), almeno fino alla Seconda Guerra Mondiale è cosa arcinota. Dopo il ’45, invece, ha spesso sostenuto le ragioni dello Stato d’Israele in funzione antisovietica (i palestinesi erano infatti legati all’URSS) e filo-occidentale. In America gli ebrei son sempre stati in maggioranza filo-democratici e solo dopo il disastro della presidenza Carter la destra repubblicana si è appropriata delle loro ragioni. Cosa buona e giusta, intendiamoci, ma se si considera la questione in termini di realpolitik, come certamente facevano i nostri missini, i quali consideravano gli israeliani un alleato politico sullo scacchiere internazionale e nulla più. Oggi invece all’appoggio geopolitico si è sostituito un filo-ebraismo addirittura culturale e religioso, un amore dichiarato per il popolo ebreo che sinceramente infastidisce. Fiamma Nirenstein e Magdi Allam, transfughi della sinistra, ci dicono che la causa di Israele sarebbe nientemeno che la nostra causa. E perché, di grazia? Italiani, padani, europeisti, americanisti, ora anche israeliani… non sarà che stiamo collezionando troppe bandiere?
    Nel complesso sconcerta questo voler buttare alle ortiche, a destra, quello che è stato il passato della destra e del conservatorismo, a tutto vantaggio di un liberalismo manchesteriano o peggio fabiano, che idealmente collega Gladstone, Beveridge e Roosevelt con moderni liberalconservatori quali Reagan, Thatcher e Bush. Lo stesso Burke, considerato essenzialmente un Old Whig, è sottoposto nella gerarchia dei riferimenti culturali ad un Tocqueville, un Locke o un Jefferson. Per i conservatori che hanno memoria storica… i nemici dei secoli scorsi.
    A questo punto è lecito porsi una domanda: il fatto che i teo-liberals diano oggettivamente un aiuto nella buona battaglia implica forse che la destra classica e controrivoluzionaria debba necessariamente intrupparsi al loro fianco?
    Viceversa le forze tradizionaliste che non hanno sposato il neoliberalismo sono state in questi anni attirate sul versante opposto, accanto agli islamici e ai no-global. Anch’esse hanno dimesso l’abito conservatore e cercano di celare persino la loro identità di destra nel tentativo di instaurare con l’estrema sinistra una comune opposizione antimondialista (vedi Blondet). Questo fuggi fuggi al centro e a sinistra ha fatto sì che in una decina di anni quello che costituiva il piccolo fortino della destra cattolica non esista più, essendo le sue forze ormai accampatesi in campo liberale o antagonista. Nessuno più è rimasto ad alzare in alto la bandiera del conservatorismo e della destra.

    Li chiamavano clerico-fascisti


    Dopo il naufragio del regime fascista il conservatore italiano riacquistò alcuni valori delle società liberali, ma perdette il fondamentale ingrediente di qualsiasi ideologia conservatrice: il passato.



    Sergio Romano


    Qualche anno fa ho avuto modo di leggere un libro molto polemico ma di indubbio interesse: Le culture della destra italiana, di Piero Vassallo, edito dall’editore Effedieffe, vicino a Forza Nuova. Questo libro non ha avuto molta fortuna nell’estrema destra perchè, pur salvando il fascismo-regime, butta a mare senza alcun rimpianto gran parte dei riferimenti intellettuali del mondo neofascista: da D’Annunzio a Pavolini, da Evola a Guenon, da Rauti a De Benoist. Il fascismo considerato buono dall’Autore è infatti quello più osteggiato tra i giovani neofascisti perché clericale, una linea politica che si è espressa ancor più nell’MSI di Alberto Michelini.
    In mezzo a tanta esaltazione liberale sono portato oggi a convenire con Vassallo sul fatto che la destra italiana non possa permettersi di disconoscere il fascismo considerandolo crocianamente una parentesi della nostra storia nazionale. Così come non me la sento di disconoscere che fino al 1994 l’unico partito della destra italiana era quello missino, che al fascismo apertamente si rifaceva, cosa che non impedì a tanta brava gente di estrazione borghese e non certamente rivoluzionaria di farvi parte, insieme a monarchici e cattolici integristi, tutta gente questa che non avrebbe mai potuto stare nel partito di Malagodi, interessato unicamente a fare gli interessi di Confindustria.
    Sotto questo punto di vista lo stesso termine conservatorismo è effettivamente ambiguo e mal si adatta alla situazione italiana che mai conosciuto alcun movimento o partito così denominato. Piuttosto, per l’uomo d’ordine al seguito di uno Stato forte che perseguisse il bene della nazione e l’osservanza della morale cattolica c’è sempre stato un termine atto a designarlo, quello di clerico-fascista. Clerico-fascisti i franchisti spagnoli, clerico-fascisti i monarchici di Lauro, clerico-fascista Michelini e poi anche l’Almirante della Destra Nazionale. Clerico-fascista per eccellenza il Mussolini dei Patti Lateranensi, ragione quella per cui venne definito in Vaticano l’Uomo della Provvidenza, prima che la sciagurata alleanza con gli Hitleriani mutasse tutti gli equilibri faticosamente raggiunti.
    Clerico-fascista è un termine considerato oggi offensivo da chi ne è fatto oggetto, ma se la destra guardasse senza imbarazzo a chi glie lo rivolge suonerebbe piuttosto come un complimento. Tale denominazione è aborrita infatti dai fascisti di sinistra, osteggiata ovviamente dai liberali, sgradita ai cattolici di sinistra così come ai democratici di tutte le risme. Può essere, mancando in Italia una cultura propriamente conservatrice, un modo onesto per continuare a dirsi antiprogressisti nel rispetto di una tradizione autenticamente cattolica e nazionale, non astrattamente collegata ad esperienze straniere.
    E’ da ribadire, con tutto il rispetto che merita il conservatorismo d’oltralpe, che l’Italia non ha avuto Burke, ma Vico. Non Disraeli, ma Solaro della Margherita. Al posto di Churchill, Mussolini. Invece di Goldwater, Almirante. Questa è la nostra storia e a nulla vale far finta di niente, costruendosi fasulle genealogie che creano il vuoto tra la gente comune. Chiudere con la propria storia non solo non è intellettualmente onesto, ma soprattutto non è per nulla conservatore. Se il conservatore americano va fiero del generale Lee perché noi dovremmo disprezzare Borghese?
    La colpa storica di Alleanza Nazionale e di Gianfranco Fini in primis è stata quella di rinnegare in toto non solo l’eredità fascista, ma addirittura quella missina, con le sue ombre ma anche con le sue molte luci, se si considera la difficile realtà politica di quegli anni, inseguendo un neo-gollismo avulso dalla nostra società e per di più oggettivamente lontano dalla tradizione cattolica.
    Se la risposta teorica ai cattolici liberali proviene dunque da quei conservatori contemporanei che scimmiottano lo scialbo neoliberalismo dei loro omologhi inglesi e francesi, non posso non guardare indietro con nostalgia ai tempi della vecchia classe dirigente missina, tempi ideologici in cui la destra aveva l’immagine nitida del fascio e della croce, anni in cui l’anticomunismo vissuto nelle piazze si accompagnava felicemente alle carovane della Madonna pellegrina, quando il popolino aveva in casa l’icona del duce e quella di Padre Pio. L’ordine sacro e quello terreno.

    •   Alt 

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  2. #2
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    Ottima analisi, ma maca una cosa essenziale a questa epopea culturale sul conservatorismo mondiale e italiano .
    manca la radice etica del conservatorismo in questa analisi , perchè il conservatorismo ha una profonda radice etica che bisgna sviscerare e senza la quale rimarrà sempre un qualcosa, una cultura riservata a un piccolo circolo di eletti .

  3. #3
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    Dobbiamo trovare quali sono le cose essenziali che la cultura conservatrice ha sempre contestato ,infatti perchè troviamo delle identità in scrittori diversi e uomini politici diversi ,tanto da definirli conservatori ? Cosa caratterizza lo spirito conservatore ? Perchè la destra non può non essere conservatrice ?
    Io posso tentare un approccio di analisi dicendo che bisogna trovare le radici del conservatorismo dappertutto , in tutte le epoche storiche e , sopratutto, nella storia rivelata e guidata da Dio stesso , cioè la Sacra Scrittura , di cui l'analisi non si poccupa .
    Dobbiamo saldare la storia profana alla storia biblica !
    Oggi il principio di autodeterminazione ,sia degli individui e sia dei gruppi sociali ,è quel satana a cui bisogna sacrificare tutto . Il punto di maggiore penetrazione della cultura della " libertà " e dell'autodeterminazione oggi è costituito dall'introduzione del divorzio, l'aborto, l'eutanasia,la manipolazione genetica ,il matrimonio gay ! Sotto la maschera della libertà la cultura della rivoluzione in realtà cercava l'affemazione della morale individuale , la morale fai da te che diventa diritto civile . Ecco che la destra o il conservatorimo è stata quella cultura che ha tentato di porre un argine , un freno all'utodeterminazione morale .

  4. #4
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    Intervento molto interessante, a cui vorrei però fare qualche obiezione: la creazione dell'uomo nuovo non fu prerogativa del solo Nazionalsocialismo, ma di tutti i Fascismi europei. Quello che questo intervento individua in maniera chiara è che il bonapartismo, il cesarismo e, aggiungo io, il totalitarismo non furono l'essenza dei Fascismi europei e/o delle destre, ma furono il metodo attraverso cui cercarono di governare perchè la necessità dei tempi lo richiedeva.
    Le novità portate dalla Rivoluzione Francese furono tali che fu necessario il ricorso a determinati metodi per poter riportare l'ordine.
    Ma non l'ordine come mera assenza di disordine, come la calma mantenuta dal manganello dei poliziotti, ma l'ordine inteso nel suo più alto significato spirituale e gerarchico.

  5. #5
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    Citazione Originariamente Scritto da Florian Visualizza Messaggio

    Conservatori alla ricerca della libertà

    Nel Novecento liberali sono stati Gobetti e Salvemini, assai vicini a comunisti e socialisti; liberali erano gli antifascisti di Giustizia e libertà; liberale era quel Benedetto Croce la cui famiglia sarà assai vicina agli ambienti intellettuali del PCI; liberale un Marco Pannunzio, promotore con il discepolo Marco Pannella di tutte le future battaglie antitradizionaliste. Oggi il PD si considera a pieno titolo liberale ed ha come suoi campioni i liberali americani Kennedy e Obama. Tutti questi esponenti di sinistra hanno combattuto il conservatorismo e la destra facendo proprie, almeno a parole, delle battaglie di libertà.
    Ok ma stiamo attenti ai "liberali" in senso letterale, ovvero generosi (come i liberal americani) dai liberali classici. I primi hanno ben poco da condividere con il vero liberalismo, difatti tra i nomi che hai citato ben pochi sono definibili liberali a mio avviso.

 

 

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