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    Predefinito CULTURA - Le ragioni della Destra cattolica_Articoli di Piero Vassallo

    LA CHIMERA CATTOLIBERALE - IL NIENTE AFFACCIATO SUL VUOTO
    di Piero Vassallo

    20/08/2005


    Volano sopra le caute reti dell'elusività, le acrobazie verbali dei dotti politologi, intesi a ridurre la cultura del centrodestra all'improbabile miscela di cattolicesimo e liberalismo.
    Le reti di sicurezza e di censura sono distese per evitare la caduta del solenne discorso sofistico negli imbarazzanti significati che soggiacciono all'esangue fonema "cattoliberale".
    Del centrodestra, peraltro, gli imperversanti politologi consentono di dire qualunque futile cosa, purché non disturbi l'autorità che èroga la confusione.
    Il loro untuoso galateo, d'altra parte, giudica volgare l'intenzione di risalire al significato delle parole in libera uscita dal soffice vocabolario del politicamente corretto.

    Con riferimento all'umoristica deformazione della sigla saragatiana (Psli = piselli), si potrebbe dunque affermare che il pensiero del centrodestra nasce dalla pianta dei "piselli".
    E non si affermerebbe senza un'obliqua ragione.
    La recente storia italiana svela, infatti, la precedente vita nel nutriente baccello di alcuni fra i più eminenti politologi della scuola cattoliberale.
    Quelli che, in anni non remoti, incensavano l'esegeta di Proudhon, come ultimo luminare splendente sull'albero del socialismo.
    Proudohn, la cui biografia si riassume in una sola, cialtronesca, sentenza: "se la Polonia diventasse indipendente ci troveremmo tra i piedi una nazione cattolica in più, mentre nostro dovere è distruggere quelle che già ci sono".

    Se non che l' astuzia è vanificata dalla presenza, all'ombra delle cattedre cattoliberali e "cattopiselle", di un incontrollato popolo di ermeneuti zelanti, spericolati e al lavoro senza rete.
    Lo zelo e l'audacia giocano brutti scherzi.
    Agli sconsigliati redattori dell'ufficioso "Il Giornale" suggeriscono, ad esempio, di controllare i sacri testi nei quali è registrato il matrimonio tra la vivente dottrina cattolica e l'affossato pensiero liberale.
    Nell'afa dell'agosto, gli avventurosi ermeneuti de "Il Giornale" hanno, infatti, tentato di scoprire i pensieri che si celano dietro l'espressione cattolico-liberale.
    E nel tentativo hanno addirittura selezionato i componenti di una fantafilosofica "squadra" da collocare "a monte" del cattoliberalismo.
    Risalire "a monte", dove purtroppo abitano le difficoltà e le contraddizioni, è una tentazione, alla quale i politologi, al pascolo nelle allegre valli della divagazione televisiva, consigliano di non cedere.
    Gli accorti registi della destra televisiva, dopotutto, conoscono a perfezione il vuoto pneumatico in cui nuotano le idee della strana coppia cattoliberale.

    L'affastellante intrepidezza degli ermeneuti allo sbaraglio nelle colonne del "Il Giornale" ha, invece, radunato, in una squadra surreale, tre autori, san Tommaso d'Aquino, Giambattista Vico e John Locke, che rappresentano, con lampante realismo, l'incompatibilità del pensiero cattolico e dell'ideologia liberale.
    Costruite nel solco della metafisica tradizionale, le opere di san Tommaso e di Vico hanno, infatti, vivificato e fortificato le verità di ragione sull'esistenza di Dio e sulla sua azione nella storia, mentre Locke ha avviato all'apostasia le sue divagazioni intorno al dominio dei sensi sulla ragione e intorno al supremo valore delle utilità.
    Sensismo e utilitarismo costituiscono il preambolo di quelle disastrose rivolte contro la metafisica che il beato Pio IX ha puntualmente catalogato nel "Sillabo".

    Quando si esamina il pensiero dei filosofi che hanno interpretato con rigore le due opposte tradizioni, la cattolica e la liberale, appare chiaro che la loro unione costituisce una figura contraddittoria e chimerica, ove per chimera s'intende, appunto, il risultato della zoologia fantastica, che compone nature incompatibili.
    Per misurare l'assurdità dell'accostamento del cattolico Vico all'illuminista e liberale Locke, i due protagonisti dell'incipiente conflitto tra Chiesa e mondo moderno, basta, peraltro, leggere la magistrale pagina dell'autobiografia vichiana, nella quale è descritto, con linguaggio insolitamente aspro, il rovinoso cammino dell'epicureismo moderno, da Pierre Gassendi al suo seguace John Locke.
    Rievocate le fasi del successo ottenuto nella Napoli del tardo Seicento dal neoepicureo Pierre Gassendi, Vico, parlando in terza persona, dichiara, infatti, che "in lui si destò voglia d'intenderla [la filosofia di Epicuro] sopra Lucrezio. Nella cui lezione conobbe che Epicureo, perché niegava la mente d'esser d'altro genere di sostanza che 'l corpo, per difetto di buona metafisica rimasto di mente limitata, dovette porre principio di filosofia il corpo già formato e diviso in parti multiformi ultime composte di altre parti, le quali, per difetto di vuoto interspersovi, finselsi indivisibili: ch'è una filosofia da soddisfare le menti corte de' fanciulli e le deboli delle donnicciole. E quantunque egli non sapesse né meno di geometria, con tutto ciò con un buono ordinato seguito di conseguenze vi fabbrica sopra una fisica meccanica, una metafisica tutta del senso, quale sarebbe appunto quella di Giovanni Locke, e una metafisica del piacere, buona per uomini che debbon vivere in solitudine" ("Vita di Giambattista Vico scritta da se medesimo").

    Chi conosce l'influsso dell'epicureismo nella filosofia materialista di Marx non ha quindi difficoltà a considerare l'enorme distanza che separa Locke da Vico.
    E a riconoscere il decisivo contributo della ideologia liberale ai delitti consumati tra il 1789 e il 1989, i due secoli intitolati alla modernità.
    Si può infine comprendere perché Eric Voegelin abbia sostenuto che niente giustifica il sonno della ragione settecentesca, che ha dovuto contemplare tutta la sciagurata storia delle rivoluzioni, liberale e comunista, prima di comprendere le ragioni di Vico e di riconoscere che, nella "dialettica dell'illuminismo, c'era qualcosa che non andava".

    L'accostamento di Locke a san Tommaso è ridicolo da ogni punto di vista.
    Per l'insensata negazione dell'idea di sostanza, e per la cieca fedeltà al pregiudizio empiristico, Locke è, infatti, il pre-padre di quel "debolismo filosofico", che si oppone, con disperato e inutile accanimento, alla rinascita della metafisica tomista, rinascita che è in atto grazie alla geniale opera di Cornelio Fabro.
    Incomincia da Locke il devastante cammino del relativismo, nel quale Benedetto XVI riconosce la malattia mortale della "ragion moderna".
    L'autorevole Maria Adelaide Raschini, del resto, ha affermato che "con il Locke l'empirismo dogmatico di Bacone cede alla critica che riconosce i limiti di una ragione legata all'esperienza sensibile, svela la sua radice soggettivistica e annuncia le conseguenze scettiche sviluppate in seguito da Hume, cui conduce inevitabilmente ogni gnoseologia puramente empiristica" (confronta "Da Bacone a Kant", Marzorati, Milano, 1973, pagina 270)
    Non ha neanche senso sostenere che la filosofia di Locke possa essere utile al laboratorio culturale del centrodestra perché offre un sano modello di tolleranza liberale.
    L'idea di tolleranza esposta da Locke è, infatti, inquinata dallo scetticismo e degradata dalla fanatica avversione al cattolicesimo.

    Maria Adelaide Raschini ha dimostrato che, nella chiesa concepita da Locke, la tolleranza è coniugata con l'assenza di qualunque contenuto dottrinale definito: "in tale assenza di dottrina, la chiesa lockiana riflette l'assenza di ogni contenuto veritativo della religione, a conferma del fondamentale agnosticismo del Locke che, per salvare l'esigenza prammatica e quella utilitaria che sole restano di fronte al nominalismo concettuale e al probabilismo dei giudizi, esige la tolleranza religiosa, affinché nessun conflitto in nome di una inverificabile verità divina turbi la pace terrena degli uomini. La tolleranza si presenta come la veste formale del vivere civile, ed è in realtà null'altro che il segno dell'indifferenza religiosa; convivano perciò le religioni tutte tollerate, tranne la confessione cattolica" ("Da Bacone a Kant", opera citata, pagina 277).

    Detto questo, che cosa può giustificare l'innesto della dottrina politica cattolica sul fossile liberale, se non un'allucinazione, del genere di quella che persuase Bloy e Maritain a salutare l'aurora di un millennio santo e felice mentre apparivano i segnali che annunciavano la sanguinaria escandescenza del Novecento?
    Il saggio che Julio Meinvielle ha dedicato all'influsso dell'ideologia liberale nel pensiero cattolico del Novecento, ha peraltro dimostrato l'inconsistenza e l'artificiosità degli argomenti usati da Maritain per giustificare l'alleanza con il "moderno".
    Che l'ideologia liberale sia un arnese inutile, del resto, cominciano a capirlo anche i più aggiornati intellettuali d'area.
    L'affranto "liberal" Ezio Mauro, dalle colonne lacrimose di "Repubblica", confessa, addirittura, che il pensiero illuministico è inutilizzabile perché "radioattivo".
    Riconosce, pertanto, che la Chiesa cattolica è l'unica agenzia culturale oggi credibile.
    Corinne Pelluchon, accreditata interprete di un nascente liberalismo antimoderno, riconosce, dal suo canto, che l'esito fatale del "moderno" è il nichilismo.
    Di conseguenza sottoscrive e approfondisce il giudizio sul fallimento liberale, che è stato formulato da Leo Strauss: "i moderni hanno perso qualcosa di cruciale nella loro lotta contro la tradizione. Volevano creare uno Stato in cui individui e filosofi potessero coesistere senza essere perseguitati per il loro credo religioso. E perciò hanno lottato contro la Chiesa e quanti volevano restaurare uno Stato teologico. Hobbes e Spinoza hanno contribuito a edificare la democrazia liberale, certo. Eppure nella loro concezione dell'uomo e della ragione c'è qualcosa che spinge la modernità verso una dialettica distruttiva che ha già mostrato i suoi aspetti peggiori nel secolo scorso e continua ad ammannirli oggi. Strauss non denuncia il tramonto dell'Occidente come faceva Spengler. Non critica la modernità per tornare al passato, sognando il mondo chiuso della polis greca. E rifiuta la diagnosi di Heidegger sull'errore dovuto alla metafisica di Platone. In realtà non fa che puntare il dito sull'orientamento morale tipico della civiltà occidentale per domandarsi se il pensiero premoderno estraneo alla democrazia liberale non possa servire da salvaguardia alla stessa democrazia liberale" (confronta Marina Valensise, "Perché storicismo e relativismo ci fanno diventare nichilisti e filistei", "Il Foglio", 25 maggio 2005).

    Dichiarare che solamente la tradizione cattolica può salvare la democrazia liberale, significa confessare che il liberalismo può vivere solo di ciò a cui era fanaticamente contrario.
    In ultima analisi significa ammettere, infine, che la democrazia può esistere senza il deviante sostegno dell'ideologia liberale.
    Le intelligenti fumigazioni straussiane non servono a nascondere lo sfacelo dell'ideologia liberale.
    L'affondamento del "moderno" ha prodotto un gorgo che trascina al fondo il modernismo e il millenarismo di Bloy e di Maritain.
    I teorici della mediazione ad ogni costo e i banditori del "curviamo" ideologico sono finiti nello scaffale antiquario che è degnamente frequentato solo dai vedovi del mesto Dossetti, il fattucchiere Giuseppe Alberigo e il medium Romano Prodi.

    Il curvo e ubiquo plesso "cattoliberale" è sciolto dalla risata che sempre accompagna il corteo dei re nudi.
    La politica cattolica può fare a meno del contributo della fumosa lezione di Locke e dei liberali "dopo Locke".
    D'ora in avanti, per scongiurare gli errori e gli orrori del totalitarismo e per fondare una sana democrazia sarà sufficiente adottare quegli insegnamenti della tradizione cattolica che sono stati interpretati magnificamente da Pio XII, nel messaggio per il Natale del 1944.

    Al proposito occorre rammentare che, alle soglie della catastrofe moderna, il domenicano Francisco de Vitoria, approfondendo la lezione di San Tommaso d'Aquino, pose le basi della vera democrazia, affermando (contro i teorici dell'assolutismo politico) che Dio comunica "l'auctoritas" prima al popolo che al sovrano.
    Coerentemente De Vitoria formulò la teoria della "translatio auctoritatis" verso il principe, teoria dalla quale discese la sua magistrale e conclusiva sentenza: "creat respublica regem" ("De potestate civili", 8).
    Con riferimento esplicito a san Tommaso, implicito a Francisco de Vitoria, anche il gesuita Francisco Suarez sostenne che l'autorità non è esclusiva prerogativa del principe: "dicendum est potestatem (civilem) ex sola rei natura in nullo singulari homine existere, sed in hominum collectione. Conclusio communis et certa sumitur ex D. Thoma ... principem habere potestatem ferendi leges quam in illum transtulit communitas" ( "De legibus ac Deo legislatore", III, "De lege humana et civili", capitolo 2, "in quibus hominibus immediate existat ex natura rei potestas haec condendi leges humanas").

    San Roberto Bellarmino, quasi facendo eco a De Vitoria, precisò che Dio non ha inteso conferire l'autorità all'esclusiva persona del principe: "politicam potestatem immediate esse tamquam in subiecto in tota multitudine, nam haec potestas est de iure divino, et ius nulli modo in particulari dedit hanc potestatem" ("De laicis", 6).
    Infine, Giambattista Vico, che fu erede e continuatore della cultura controriformista, contestò duramente la dottrina del più autorevole sostenitore dell'assolutismo, Thomas Hobbes.
    Va da sé che lo sviluppo del pensiero cattolico non si è fermato all'età della Controriforma e di Vico.
    L'Ottocento e il Novecento sono stati teatri di una magnifica produzione di documenti papali e di una eccezionale fioritura di autori capaci di approfondire e attualizzare la tradizione cattolica.
    Cornelio Fabro, Nicola Petruzzellis, Tito Centi, Raimondo Spiazzi, Andrea Dalle Donne e Rosa Goglia hanno liberato il tomismo delle incrostazioni depositate dal formalismo della scolastica decadente.
    Antonio Rosmini, Emilio Chiocchietti, Giorgio Del Vecchio, Michele Federico Sciacca, Francesco Amerio, Giuseppe Capograssi, Luigi Bellofiore e Francisco Elias de Tejada hanno rinverdito gli studi vichiani, emancipando la dottrina del diritto naturale dalle incapacitanti ipoteche accese dall'illuminismo, dal positivismo e dallo storicismo.
    Alfredo Ottaviani, Giuseppe Siri, Antonio Messineo, Cornelio Fabro, Julio Meinvielle ed Ennio Innocenti hanno confutato le avventurose e disgraziate opinioni di Maritain intorno al cristianesimo che s'incarna nella storia grazie al contributo dei movimenti anticristiani.

    Nell'insegnamento dei grandi pensatori dell'Ottocento e del Novecento cattolici, e non negli smunti cascami dell'ideologia liberale, il centrodestra può trovare la forza necessaria a vincere le sfide lanciate dalla sinistra.
    E' però necessario un radicale mutamento della strategia finora attuata dai gruppi tradizionalisti, che, in ordine sparso e sotto il grottesco vessillo della rivalità, operano nel centrodestra.
    Ci si augura, dunque, che i gruppi, oggi indaffarati a fare scialo delle vincenti ragioni della filosofia tradizionale negli estenuanti e vani traffici del partitismo, traggano finalmente incentivo all'azione unitaria dalla riconosciuta necessità di un progetto culturale inteso a produrre quella chiarezza delle idee che sola può salvare il centrodestra dal naufragio nelle idee perdenti e l'Italia dalla sciagura zapateriana.


    di Piero Vassallo




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    Perchè la cultura di destra, egemone nella realtà è minoritaria nella pubblica opinione

    di Piero Vassallo

    09/11/2004


    Senza concedersi tregua, gli intellettuali della spossata sinistra lanciano segnali di capitolazione e depongono pietre tombali sulle loro idee. Il fosforescente notaio del nichilismo adelphiano, Eugenio Scalfari, ad esempio: in un'apocalittica omelia, pubblicata senza ritegno nella prima pagina dell'ex quotidiano progressista "Repubblica", ha consegnato Hegel e Marx al flusso dell'eterno ritorno e all'abisso orrido e immenso del nirvana, dichiarando che i veri maestri dell'età contemporanea sono tre decadenti: Leopardi, Schopenhauer e Nietzsche. Nei giorni scorsi, un collaboratore di "Repubblica", Mario Pirani, interpretando la tesi personale di Karol Wojtyla sul comunismo "male necessario", ha ammesso addirittura che i delitti di Stalin erano in qualche modo già contenuti nella "buona" ideologia e che, pertanto, il marxismo non può essere giustificato e salvato in alcun modo.

    Pirani, rincorrendo con affanno e fraintendendo la controversa tesi elaborata da Wojtyla in veste di teologo privato, ha silurato la distinzione del bene ideologico dal male pratico (i delitti compiuti dal tiranno georgiano). Inconsapevolmente, Pirani ha affondato la disperata zattera che trasportava gli orfani del socialismo reale verso le tranquille acque della franchigia concessa dalla contestualizzazione. Dopo l'affondamento della zattera ultima, alla cultura di sinistra non rimane altro che il nuoto nel nichilismo, mare della sconfitta sterminata e senza appello. Ci si chiede allora perché la destra - vincente nella realtà storica e nelle dolenti ammissioni dei suoi più qualificati avversari - fatichi tanto a debellare il pallido ma rumoroso fantasma del gramscismo ormai egemone solo nel talk show. Perché stenta ad affermarsi nell'opinione pubblica il pensiero che è imposto dalla vicenda storica? Perché i pensatori della destra non riescono a tradurre fedelmente e a commentare in modo persuasivo la realtà che è loro sfacciatamente (e inutilmente) amica? La storia, dimostrando che la natura umana è refrattaria e irriducibile all'utopia comunista ha stabilito che la realtà è di destra. Tuttavia il pensiero che prevale nella pubblica opinione è ancora di sinistra. E' un'anomalia sconcertante, quella che permette la sopravvivenza della smunta corporazione intellettuale che ha ereditato il fallimento comunista e cattocomunista. Chi osserva con un minimo di attenzione il comportamento del popolo delle partite "Iva", costituito dalle persone attive - professionisti, bottegai e artigiani -che s'incontrano tutti i giorni, non ha difficoltà ad accertare l'impressionante moltiplicazione degli sdoppiamenti, cioè il fiorire di vite incoerenti, vissute secondo i principi della destra da parte di persone che pensano di appartenere ancora alla sinistra strenua e perduta.

    La vita degli italiani si rinnova adeguandosi alla realtà, ma l'astratto pensiero non la segue. Evidentemente tra il vissuto e il pensiero dei viventi che votano per i partiti della sinistra esiste un vuoto, che la cultura e la politica di destra non ha finora saputo colmare. Ora non ha senso attribuire la debolezza della cultura di destra al potere della sinistra mediatica, quando proprio la sinistra mediatica è intenta alla demolizione della vecchia ideologia e al trasbordo dei suoi miti sulla matta e perdente nave del nichilismo. La spiegazione del paradossale stato di minoranza in cui si trovano le idee dominanti nella viva realtà delle cose, deve essere dunque cercata in una segreta debolezza degli intellettuali e dei politici che delle idee vincenti sono o dovrebbero essere interpreti. Senza dubbio la prima radice della debolezza "a destra" si trova nella sciagurata ostinazione della teologia conformista, che è prevalsa dopo il Vaticano II, ostinazione che ha snaturato il cattolicesimo politico, separando la destra dalla sua radice antimoderna. I "nuovi teologi", infatti, avendo profetizzato l'avvento di una (pseudo) cristianità realizzata dai seguaci delle ideologie di sinistra oggi non possono far altro che avversare insensatamente e maledire la realtà "di destra" che li ha sonoramente smentiti. Di qui l'insulsa guerra dei pulpiti scalmanati, che urlano contro il consumismo, parola magica e indefinita, e di qui il penoso scandalo dei cattolici impegnati a sostenere i partiti che promuovono l'ateismo, l'anarchia, il sottosviluppo, l'aborto, la libera droga, la pederastia e il furore eco-animalista.

    Non si può tuttavia nascondere il fatto che l'area della destra culturale, durante i lunghi anni dell'emarginazione, è stata flagellata e debilitata da suggestioni disfattiste, dettate dall'assenza di concrete prospettive politiche. E che attraverso il varco aperto dai devastanti influssi del catastrofismo sono passati gli autori di una destra da caberet: il frivolo dicitore Armando Plebe e il grottesco funambolo Alain De Benoist. A seguire il pensatore nomade Giordano Bruno Guerri, il predicatore comico Paolo Villaggio, il freddurista Luciano Lanna, l'adelphiano Mario Bernardi Guardi. Una destra fittizia e avventizia ha preso il posto della destra tradizionale. Infatti la scena è dominata dalle acrobazie di intellettuali immaginari e destabilizzati, quelli che, seguendo le indicazioni dell'irrazionalismo, attaccano il principio di identità e venerano Cacciari solo perché ha speso qualche buona parola per l'ambiguo romanziere Ernst Jünger. I maestri che la cattiva sorte politica ha assegnato alla destra, hanno eclissato i pensatori dell'autentica destra (Cornelio Fabro, Michele Federico Sciacca, Nicola Petruzzellis, Carmelo Ottaviano, Raimondo Spiazzi, Tito Centi, Marino Gentile, Maria Adelaide Raschini, Augusto Del Noce) che avevano attuato, perfezionandolo, il progetto di rinnovamento cristiano della filosofia concepito e annunciato da Giovanni Gentile nel 1943. Allo stesso modo sono stati estromessi dalla memoria storica della destra e sostituiti da un oscuro seguace di Hobbes (Carl Schmitt) i grandi teorici del diritto naturale, che hanno approfondito la lezione di San Tommaso e di Vico: Giorgio Del Vecchio, Giuseppe Capograssi, Sergio Panunzio, Antonio Messineo.

    Ora la politica culturale deve per forza incominciare dalla testa, cioè dalla scelta dell'indirizzo in materia di filosofia e di filosofia del diritto. Senza un coerente e univoco riferimento filosofico la strategia politica deraglia nel dilettantismo e (appunto) nell'avanspettacolo. Il più scadente, quello offerto da "L'indipendente" e da "Il domenicale". L'insegnano le agenzie culturali legate alla sinistra, agenzie che, dopo il tramonto dell'utopia comunista, hanno rinnovato la loro biblioteca raccogliendo solo autori coerenti nello sviluppo rigoroso della strategia nichilista elaborata da Walter Benjamin e perfezionata da Martin Heidegger, Alexandre Kojève, Teodoro Adorno, Jean Paul Sartre, Georges Bataille, Herbert Marcuse e Jacob Taubes. Maurizio Blondet ha disegnato la mappa della nuova sinistra nell'eccellente saggio dedicato al totalitarismo della dissoluzione. Ma negli ambienti della destra pochi hanno prestato ascolto alla lezione di Blondet. Alla biblioteca scientificamente organizzata, alla "sceneggiatura di ferro" della sinistra i dirigenti della destra oppongono soltanto lo sgangherato e dilettantesco elenco compilato da Luciano Lanna, per i tipi babelici del quotidiano "L'indipendente" (cfr. il numero del 25 ottobre 2004). Elenco che rappresenta una desolante selva di pornografi, cantautori, fumettisti, fredduristi e poeti decadenti. Peggio ancora ha fatto Giovanni Raboni, il quale (nel Corriere della Sera) ha escluso dall'anagrafe della destra culturale tutti i filosofi di profilo tradizionale e di alta caratura ma ha spacciato per autori di destra intellettuali fumosi e poeti decadenti quali Bloy, Croce, Gadda, Hesse, Yeats, Nabokov, Mauriac, Benn, Montherlant, Landolfi, ecc.

    All'appello di Raboni mancano solamente gli autori preferiti da Mario Bernardi Guardi, Simon Mago, Marcione, Nietzsche, Cacciari e Calasso. Ora l'arruolamento di autori funzionali alla versione farsesca e suicidaria della cultura di destra è ispirata da una idea giornalistica e spettacolare della notorietà e del suo potere di persuasione. Evidentemente, gli infantili organizzatori della cultura di destra ritengono che la notorietà degli uomini di cultura dipenda dal momentaneo fracasso di popolo intorno ai parlatori che fanno spettacolo. Ma la notorietà, quella che ottiene consensi meditati e non superficiali, è strettamente associata alla durata e all'estensione. Se non fosse così, dovremmo concedere che Platinette, "splendido" ma effimero protagonista delle rumorose e popolarissime baldorie culturali (culturali tra virgolette) di Maurizio Costanzo, sia più noto di Platone e, pertanto, più adatto ad attirare il consenso. Disgraziatamente l'effetto Platinette prevale ed è assunto come criterio da alcuni dirigenti dei partiti di destra. Da Italo Bocchino, tanto per fare il nome di un perdente.

    Questa deprimente situazione non è senza uscita, dal momento che nell'area della destra culturale operano, nella perfetta indifferenza delle autorità, più di quaranta case editrici, alcune delle quali ristampano i grandi pensatori censurati dai poteri forti e dalla stupidità clericale e al tempo stesso propongono autori certamente più significativi di quelli che si trovano nella risma di Platinette e di Calasso. E' davvero impossibile una politica culturale capace di coordinare e incrementare le loro attività tanto preziose quanto isolate? I segnali incoraggianti non mancano. Un segnale forte giunge dall'animoso manipolo dei revisionisti genovesi, costituito da Raffaele Francesca, Luciano Garibaldi, Franco Accame, Silvia Pedemonte, Sergio Pessot, Emilio Artiglieri, Alessandro Massobrio, Mario Bozzi Sentieri, Francesco Tuo, Pierfranco Malfettani, Carlo Viale, Andrea Lombardi. Sostenuto dal coraggioso direttore dell'edizione genovese del Giornale, il gruppo degli storici ha aperto una breccia nel muro della mitologia partigiana, persuadendo una città blindata dalla sinistra a rivedere le opinioni sulla resistenza. Il successo ottenuto a Genova dai revisionisti dimostra che, uscendo dal cabaret e applicandosi con tenacia e con metodo, gli studiosi di destra possono raggiungere i più ambiziosi traguardi.



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    Sulla Destra in Italia


    Credo sia utile aprire un dibattito sulla Destra in Italia, e plaudo all’iniziativa. La confusione su questo tema è enorme, non solo a causa della propaganda della Sinistra, ma soprattutto per colpa di molti uomini politici che si definiscono di Destra e di tanti “cosiddetti” intellettuali di “area” che sono succubi, loro malgrado, delle concezioni relativiste. Attualmente, possiamo solo constatare di “vedere” la destra italiana, in un fotogramma di taglio stalinista.

    Infatti, da fonti tendenziose lo storico non può ottenere altro che informazioni incomplete e ingannevoli. Il supercilioso Francesco Germinario, specialista di studi sul poligrafo Alain De Benoist e sulla neodestra, ha elaborato un saggio sulla cultura dell’area , facendo uso prevalente se non esclusivo dei giudizi unilaterali e delle informazioni frammentarie raccolte nei soli scritti degli intellettuali ritenuti degni di abitare nel girone inferiore della sua selezionata e pregiata biblioteca.
    Conosciuti ed apprezzati dal pubblico italiano, gli autori approvati e promossi da Germinario appartengono, con varie differenze, a quella scuola di pensiero, che ha concepito, nell’inconsapevole subalternità al gramscismo trionfante, una destra fondata sul disprezzo di sé: “Né destra né sinistra, oltre la destra oltre la sinistra, e di destra e di sinistra, sono espressioni ricorrenti nell’epopea identitaria dell’estrema destra, anzi sono inscritte nelle stesse origini ottocentesche della destra sovversiva e antidemocratica” .

    Una destra che rifiuta d’esser tale, e rimpiange il delirio sessantottino quale splendida occasione per trasformarsi in un movimento antagonista capace di produrre inaudite alleanze - è un generoso energetico per la comatosa cultura dei progressisti, tentati di abbandonarsi alle estenuazioni crepuscolari del lacrimoso Eugenio Scalfari.

    L’emblema delle fonti alle quali ha attinto Germinario è dunque il “fascismo immenso e rosso”, al quale Giano Accame ha intitolato un suo provocatorio e volutamente paradossale saggio su Drieu e il fascismo romantico dei francesi (che è altro da fascismo italiano). Un emblema singolare e fascinoso, per il pubblico che ama le acrobazie con la rete. Non il simbolo dell’autentico popolo di destra, popolo del buon senso e del realismo, popolo che aspira alla tradizionale tranquillità nell’ordine e all’onesto sviluppo dell’economia, piuttosto che alle astratte avventure consigliate dai brillanti sognatori ammessi agli esclusivi scaffali di Germinario. Ora l’esito della drastica e ingiustificata limitazione delle fonti è un mutilato disegno storico, nel quale le culture delle destre sono ridotte all’angusta misura della neodestra francese.

    Un ritratto assomigliante alle inquietanti foto di gruppo, che l’arcigna polizia di Stalin otteneva sottoponendo gli originali al conformistico taglio delle personalità diventate scomode. L’Unione sovietica è affondata nella sterminata geografia del Gulag, ma in Italia le imperterrite forbici del Kgb tagliano ancora.

    Curiosamente le figure censurate da Germinario (forse) perché ritenute imbarazzanti, appartengono agli interpreti e ai protagonisti del realismo politico d’ispirazione cattolica, vale a dire ai promotori della strategia intesa alla collaborazione con il partito dei cattolici e alla scalata democratica al potere: Arturo Michelini, Ernesto De Marzio, Nino Tripodi, Carlo Costamagna, Gianni Roberti, Nicola Galdo. Germinario, il naso chiuso da eleganti mollette antifasciste, li respinge nella penombra delle informazioni frettolose e vagamente disgustate. E con loro respinge nell’oblio nero gli illustri accademici e gli eminenti pensatori cattolici che in grande numero sono stati protagonisti di una appassionante stagione della cultura anticonformista. Insieme con i maggiori esponenti del Msi, le ingorde fotografie di taglio stalinista fanno sparire anche i giovani intellettuali che, negli anni Cinquanta, animarono la vita della migliore destra, Fausto Gianfranceschi, Giano Accame, Attilio Mordini, Sergio Bornacin, Francesco Grisi, Silvio Vitale, Giuseppe Tricoli, Gianfranco Legitimo, Fausto Belfiori, Primo Siena, Gaetano Rasi, Massimo Anderson, Giovanni Torti, Angelo Ruggiero, Carlo Casalena, Augusta Ribotta, Pinuccio Tatarella.

    Le forbici di un autore progressista sono ovviamente insindacabili. Il risultato tradisce tuttavia tesi infondate, notizie di seconda e terza mano, argomentazioni vacillanti oltre che immotivate censure. Germinario sostiene la tesi di una destra chiusa in se stessa: “Siccome la democrazia può anche fiaccare chi democratico non è, la scelta dell’autoestraniazione e dell’autoghettizzazione diventa l’unica praticabile. Non c’era altra forma di resistenza possibile se non l’arroccamento” . Una tesi suggestiva ma capace di stare in pedi solo se incastonata nel ritratto di famiglia - in stile staliniano - realizzato mediante le forbici della neodestra e del rautismo. L’idea di una destra ghettizzata – chiusa nel frigorifero – era sostenuta, infatti, solo dalla minoranza del Msi, rappresentata da Giorgio Almirante e da Pino Rauti.

    Quando nel ritratto di famiglia sono inseriti gli autentici protagonisti della destra realista e maggioritaria la tesi di Germinario si squaglia per fare posto alla verità storica, contemplante il sostegno della destra missina a quattro governi democristiani (Pella, Zoli, Segni, Tambroni) e il voto determinante per l’elezione di due presidenti della repubblica (Antonio Segni e Giovanni Leone). L’immagine dell’arroccamento si rifugia pertanto nei progetti fumosi elucubrati in quella destra di nicchia che si riconosce nella metafora del partito da frigorifero.

    Francamente ridicolo è il giudizio scandalistico con il quale Germinario tenta di squalificare la destra svelando una sua sostanziale estraneità alla cultura della nazione. Lo scandalo si troverebbe, infatti, nello scarso interesse prestato all’opera di un gigante tra virgolette come Claudio Pavone e nell’ovvia attribuzione a Pasolini (l’autore di un testo vomitevole quale “Petrolio”) di un progetto inteso a dissacrare i valori della religione cancellando ogni figura della trascendenza. Come se il pasoliniano Alberto Zigaina non avesse riconosciuto che Pasolini dissacrò e scimmiottò il martirio cercando e infine trovando una morte degna dell’attore pederastico che egli impersonava.


    http://tradizione-periodico.blogspot.com/

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    U.S.A: il mito del 'grande satana'

    di Piero Vassallo


    Nel Novecento, le ideologie di destra e di sinistra hanno costantemente infamato l'America, dipingendola come 'terra del tramonto', 'regno della quantità', dominio del progresso incontrollato, terra promessa alla corruzione e alla sconfitta. L'America è stata identificata ora con il destino fallimentare del capitalismo selvaggio ora con l'estenuazione del salotto pervertito: René Guènon e Julius Evola, ad esempio, senza mai recarsi oltre Oceano, hanno formulato diagnosi immaginarie ma sempre funeste sulla debolezza americana, indicandone i sintomi nell'attivismo e negli orrendi costumi babilonesi. Dall'estremo opposto, il grottesco Nikita Kruscev, lanciando una leggendaria sfida all'industria dei consumi americani, preconizzava un paese fragile, timoroso e prossimo alla miseria. L'anfibio Martin Heidegger, indossata infine la divisa del migratore ecologico, propalava una teoria della catastrofe cosmica immanente, SCIENTIFICAMENTE DIMOSTRATA dalla sua tenebrosa descrizione dell'impianto tecnologico americano.

    Oggi le analisi di Guénon, Evola, Kruscev, Heidegger e di tanti altri profeti della sciagura americana sono classificate tra i curiosi reperti di un secolo torvo e allucinato. Oggi le catastrofi, piuttosto che dall'America tecnologica e prospera, sono infatti minacciate dall'Oriente proletario, depresso e perciò ammirato da Evola, Guénon, Kruscev e Heidegger. Ma, a destra e a sinistra del secolo scorso, quelle profezie costituivano la granitica certezza delle folle totalizzate. Folle disinformate e fanatizzate, che sciolsero la radunata ideologica allo svanire del sogno, non senza aver prodotto crimini orrendi e lutti sterminati.

    fallito miseramente il tentativo di rivoluzionare l'Occidente, le estinte ideologie stanno oltrepassando le frontiere del secolo buio, per insediarsi nell'Islam e diffondere, su un terreno predisposto dal fanatismo, il mito del GRANDE SATANA AMERICANO.

    L'Islam esoterico dei talebani sta diventando il ricettacolo delle chimere teologiche intorno all'America perversa e feroce. Illusioni di sinistra infantile e di destra plagiaria, che (e questo fatto dovrebbe far riflettre gli estremisti) non contagiarono il pensiero modernizzatore e realista di Mussolini.
    E'difatti impossibile negare la verità storica che riguarda l'estraneità mussoliniana alla suggestione demenziale, che confondeva la cultura dell'America con la sovversione finanziaria e 'l'impero mondiale del male'. Infatti, nel 1933 Mussolini inviò in omaggio a Roosevelt la riproduzione dei codici di Virgilio e Orazio, accompagnandoli con una lettera personale, uscita dagli archivi solo nel 2000, in cui dichiarava: "Ho scelto questi due autori non soltanto perché le loro opere poetiche sono il più grande lascito letterario di Roma, ma anche perchè sono esempi di quella nobiltà dello spirito e umana comprensione che credo essere le due qualità fondamentali del carattere americano".

    Altro che 'male americano'. L'America è oggetto di un'ammirazione che istituisce un positivo confronto con la civiltà di Roma. Il capo del fascismo riconosce alla cultura americana i quarti di nobiltà che competono ad un popolo generoso e solidale. L'America di Roosevelt, come dimostrano le accoglienze trionfali a Italo Balbo, ricambiava peraltro l'ammirazione degli italiani. Questa aperta dichiarazione di stima nei valori romani e cristiani dell'America, che indusse Mussolini ad esortare i nostri immigrati ad integrarsi nella patria d'adozione, smentisce le ingenue elucubrazioni della destra urlante contro il 'male americano'.

    Il 'factum' della storia dimostra l'incompatibilità del pensiero di Mussolini con le roventi passioni dei suoi eredi avventizi.

    Recentemente l'avversione neodestra all'America ha addirittura destato sgangherate e tragicomiche simpatie per il terrorismo islamico e per gli anti-global. Il lavoro degli storici restaurando la memoria dei momenti migliori di Mussolini squalifica e ridicolizza l'estremismo ostinato dei neodestri, che nella tradizione italiana cerca le ragioni dell'odio infantile contro l'America.


    da Certamen, edizioni Effedieffe

    http://www.politicaonline.net/forum/...9&postcount=10

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    Il diritto naturale e razionale

    Piero Vassallo

    06/11/2005


    Il filosofo Giorgio Del Vecchio (1878 - 1970)Per accertare la funzione insostituibile, che compete alla filosofia del diritto nell'ambito delle discipline intese alla restaurazione della politica, è sufficiente osservare che la «rivolta contro il mondo moderno» non può avere significato diverso da quello dell'insorgenza cattolica contro le storture prodotte dall'illusione (generata dall'irrealismo cartesiano) di attingere la verità prescindendo dalla natura e dalla storia. Storture che in seguito furono irrimediabilmente aggravate dalla pretesa (avanzata da Bayle e da Kant) di fondare la morale astraendo da Dio. Giuseppe Capograssi ha definito magistralmente le opposte intenzioni che configgono alle soglie della modernità, il realismo di Vico e l'intellettualismo di Cartesio. (1)

    La filosofia di Vico, secondo Capograssi, tendeva infatti a «riportare la vita dentro il pensiero cioè a concepire in maniera concreta il pensiero, e riempire il pensiero della sua vera vita, cioè della vita del concreto. Se non che mentre Vico concepì il titanico disegno di ritrovare la mente umana nella pienezza della sua natura dentro la vita storica parimenti concepita nella pienezza delle sue vitali manifestazioni. […] La realtà di Vico aveva prima di sé ed in sé la verità della Provvidenza e la verità o la vis veri che è rimasta nella mente umana dopo la caduta, quella vis veri che egli vedeva quale è, l'ultimo barlume dell'assoluto che splende ed illumina la natura umana». (2) I cartesiani, al contrario, «vollero ritrovare la verità in quella esangue realtà che è la nuda esistenza del soggetto pensante.[…] Con Cartesio il pensiero si rifugia in se stesso nella sua nuda esistenza individuale, nel nudo fatto del suo pensare e da questo fatto si leva alla concezione di tutta la realtà. Tutta la realtà nasce dal fatto del pensare e l'essere sparisce di fronte al pensare». (3)

    La conclusione di Capograssi è che le rivoluzioni moderne hanno lontano inizio all'intellettualismo cartesiano: «con Cartesio e con gli altri che lo seguirono il pensiero opera un tale mutamento di concezione del mondo e della realtà che ne esce sovvertita tutta la vita dalle sue basi e rovesciati i concetti fondamentali della civiltà e della verità, e l'idea di Dio entra in una crisi mortale». (4) Ora il cogito cartesiano, giusta la precisa osservazione di Cornelio Fabro, ha una struttura volontaristica: «quando Cartesio pronuncia il suo cogito ergo sum, quel cogito è anzitutto e soprattutto un volo, in quanto il cogito vuole essere un atto ponente, originario. Infatti un cogito che intende contrapporsi al dubbio radicale e vincerlo, vale a dire il cogito che pretende salvarsi grazie proprio alla messa fra parentesi universale del contenuto, il cogito che esclude ogni riferimento di oggetto e di oggettività e afferma la priorità dell'atto sul contenuto ovvero il cogito attivo non può essere che volontà». (5)

    Non è dunque azzardato sostenere che Kant, malgrado la contraria intenzione da lui dichiarata nella «Critica della ragion pura», ha portato alle conseguenze estreme la rivoluzione cartesiana, attribuendo alla volontà del legislatore umano la facoltà di creare le leggi. Il progetto di separare il diritto dal suo fondamento oggettivo è evidente in una risoluta affermazione che Kant intona al pregiudizio sulla supremazia della nuda volontà manifestata dal legislatore umano: «la morale, in quanto essa è basata sul concetto dell'uomo come un essere libero ma che appunto per questo obbliga pure se stesso mediante la sua ragione a leggi incondizionate, non ha bisogno né dell'Idea di un altro essere al di sopra di lui per conoscere il suo dovere, né di uno stimolo altro dalla legge stessa, per prenderla in considerazione». (6) Fabro ha insegnato, appunto, che la rivoluzionaria avventura del «mondo moderno», inizia dall'affermazione kantiana dell'autonomia della volontà umana: «per Kant, il fondamento della moralità è l'autonomia della volontà dell'uomo che egli ha chiamato imperativo categorico». (7)

    Senza ombra di dubbio, l'imperativo categorico è stato il preambolo dei principali errori che hanno funestato il Novecento: il positivismo giuridico e il decisionismo. In forza di tali errori, si è affermata l'idea che il fine perseguito dalla legge dello Stato non sia il bene «leggibile» nelle inclinazioni della natura umana e dichiarato dalle universali aspirazioni delle genti, ma il bene arbitrariamente stabilito dalla fantasia creatrice del legislatore, che esercita un potere assoluto. Il legislatore (o «decisore») comunista, portando alla estreme conseguenze l'assurda dottrina che pone l'unica fonte della legge nella volontà del «politico», ha potuto negare l'evidente e necessaria disposizione della persona umana alla proprietà dei beni necessari alla vita e, decretata l'illiceità del diritto di proprietà, ha giustificato la persecuzione e lo sterminio dei kulaki.

    Per valutare il grado d'irrealismo della legge comunista, è utile rammentare l'oggetto della contesa medievale che oppose la Chiesa ai teorici della povertà assoluta. La Chiesa, obbedendo ai principi del realismo, affermava, infatti, che anche il più povero fra gli uomini è proprietario dell'abito che indossa e del cibo che consuma. E' peraltro evidente, che se così non fosse, per vestirsi e nutrirsi il povero sarebbe sempre e comunque costretto a rubare. Cornelio Fabro ha dimostrato che si sottrae al fascino malsano del decisionismo giuridico solo chi riconosce che la legge è veramente tale quando corrisponde all'essenza propria delle cose nella loro struttura assoluta ed è perciò in grado di attuare la tendenza (inclinazione) insita in ogni natura alla propria perfezione.

    Non per niente San Tommaso definisce la legge «regula et censura actuum, secundum quam inducitur aliquis ad agendum vel ab agendo retrahitur». (8) San Tommaso, dopo aver dimostrato, con un'argomentazione rigorosa e mai seriamente smentita, la necessità di riconoscere il Creatore e Signore dell'universo, espone la dottrina del diritto naturale affermando che il mondo è retto dalla divina Provvidenza, vale a dire che si deve ammettere il governo della sapienza divina - «quod tota communitas universi gubernatur ratione divina». (9) Di conseguenza san Tommaso sostiene che tutte le creature, in quanto ricevono un'inclinazione ai propri fini, partecipano della legge eterna. Di qui l'indeclinabile definizione della legge naturale: «participatio legis aeternae in rationali creatura».

    La restaurazione umanistica della cultura politica deve pertanto iniziare dalla rimozione degli errori discendenti dal positivismo e dal decisionismo giuridico. Si tratta di restaurare quel fondamentale principio della civiltà, che risponde all'esigenza del vero: «se la verità non domina la città civile,sostiene Capograssi, presente, attiva, totale, questa si scompone e muore perché la vita è solo nella verità». (10) Capograssi ha stabilito con una formula molto felice il criterio che obbliga il legislatore: «il diritto si forma non perché si riveste di forme o assume una veste tecnica ma perché a poco a poco riesce a far diventare certo il vero». (11) Si comprende infine perché la scienza politica contemporanea non può prescindere dal contributo di Giorgio Del Vecchio, il grande studioso del diritto, che ha contestato coraggiosamente e confutato gli errori del positivismo e del decisionismo giuridico. Va da sé che la scelta di Del Vecchio discende da una valutazione meditata e non è compiuta per svalutare il contributo degli altri autori, Sergio Panunzio, Giuseppe Capograssi, Antonio Messineo, Francisco Elias de Tejada, Dario Composta, Raimondo Spiazzi, Giuseppe Ambrosetti, che hanno sfidato le correnti della modernità. Sta di fatto che il pensiero di Del Vecchio (12) è orientato dalla ferma e illuminata intenzione di restaurare e attualizzare quella dottrina del diritto naturale, che era stata devastata dalle incursioni luterane, cartesiane, illuministiche, hegeliane e nietzschiane.

    Del Vecchio non era un pensatore isolato, dal momento che il giusnaturalismo aveva profonde radici nella migliore e più alta cultura della destra italiana. Giovanni Volpe, in un'interessantissima nota su Sergio Panunzio, ricordava, infatti, che «nel campo della filosofia morale, Sergio Panunzio può rientrare allo stesso titolo del suo amico Giorgio Del Vecchio (pensatore classico, di fama e di valore mondiali, che fu discepolo indiretto di Igino Petrone) nella grande corrente internazionale del giusnaturalismo. Infatti, come osserva Herbert Matthews in un libro ricordato anche da James Gregor, 'I frutti del fascismo', 'la fede di Panunzio nel diritto naturale non venne mai meno'. Talchè la distinzione tra la forza conservatrice dello Stato vecchio e la violenza etica della società gravida dello Stato nuovo, può essere ricondotta, appunto, al contrasto dialettico tra il diritto positivo vigente e il diritto naturale, tra lo jus conditum e lo jus condendum. La differenza può stare in questo: che Giorgio Del Vecchio credeva a una sorta di automatismo per cui il diritto naturale si sarebbe fatto valere da se solo, laddove Sergio Panunzio comprendeva bene che i cambiamenti e gli aggiornamenti imposti dalla storia sono opera delle volontà di gruppi minoritari organizzati». (13)

    E' così dimostrato che i due eminenti interpreti del giusnaturalismo «di destra» si distinguevano solo per un diverso accento posto sulla teoria che riguarda la combinazione della libertà umana e dell'onnipotenza divina nella formazione delle civiltà: più provvidenzialista che umanista, Del Vecchio puntava sull'eterogenesi dei fini umani; più umanista che provvidenzialista, Panunzio insisteva sulla responsabilità dell'uomo. Il grande acume di Del Vecchio aveva individuato il nodo della questione affermando che le tesi opposte alla dottrina del diritto naturale erano «effetto di un semplice pregiudizio, e propriamente di una petitio principii, in quanto che moveva dal presupposto che la sola realtà, o almeno la sola realtà conoscibile, fosse quella fenomenica. La negazione di un ordine di verità superiore al fenomeno era dunque già implicita nella premessa, e non già il risultato di una qualsiasi ricerca o dimostrazione, come si voleva far apparire». (14)

    Sulla traccia di Giambattista Vico, Del Vecchio era risalito, inoltre, alla causa del discredito in cui era caduta la dottrina del diritto naturale: «gli errori metodologici propri specialmente del
    giusnaturalismo dei secoli XVII e XVIII , errori che culminarono nelle dottrine dello status naturae e del contratto sociale, intesi l'uno e l'altro quali realtà di fatto». (15) Se non che, negli anni Quaranta del XX secolo, si era verificata un'inversione di tendenza: «recenti indagini condussero a formulare con maggior precisione le massime in cui si concreta l'idea del diritto naturale, ossia le esigenze fondamentali della giustizia: così relativamente alla persona individuale, della quale si è riaffermata l'insopprimibile libertà nelle varie sue possibili esplicazioni, come relativamente ai rapporti tra l'individuo e lo Stato e gli Stati tra loro. In tutta questa parte si è resa manifesta la stretta connessione tra le indagini nuove e le antiche, poiché le classiche dottrine della philosophia perennis rivissero, a così dire, sia pure con notevoli incrementi e adattamenti, nella nuova e nuovissima filosofia del diritto. Che veramente in questa materia il nuovo sia indissolubile dall'antico, poiché si tratta di verità effimere e non di effimere mode, emerge sopra tutto da quei sapienti messaggi coi quali il Pontefice Pio XII, or sono pochi anni, additò le basi immutabili di ogni ordinamento giuridico: moniti tanto più provvidi e salutari, in quanto pronunciati mentre imperversava la spaventosa catastrofe, nella quale il mondo era precipitato appunto per essersi dipartito da quelle basi». (16)

    In un saggio del 1952, Del Vecchio approfondiva il suo pensiero, contestando l'uso di Kant ai fini della negazione di concetti che oltrepassano la sfera dell'esperienza e dimostrando che «il diritto naturale ha un valore puramente etico e deontologico, indipendentemente dal suo avverarsi di fatto, e questa proprietà si riconobbe pure inerente, in ultima analisi, alla natura logica del diritto in generale». (17) Su questa base, Del Vecchio ha tentato di restituire autonomia e dignità alla cultura tradizionale, collegandola con l'insegnamento di Pio XII e sviluppando coerentemente le ragioni della dura polemica condotta dai giuristi italiani, che, negli anni Trenta, si opponevano alle fumose teorie hobbesiane (e antiromane) rilanciate da Carl Schmitt e dai giuristi nazisti. Nella elaborazione del suo programma lungimirante, Del Vecchio, al pari di Capograssi, era consapevole della necessità di riprendere e approfondire la magistrale lezione di Giambattista Vico.

    Secondo Del Vecchio, Vico è stato l'unico pensatore a risalire alle radici, luterane, cartesiane e illuministiche, del disordine incombente sull'Europa. Vico, infatti, elenca e denuncia con ammirevole chiarezza gli errori (di stampo protestante e razionalistico) che avevano infranto
    l'unità della cultura europea, vale a dire: da parte di Ugo Grozio, il rifiuto dell'insostituibile fondamento, che la metafisica offre alla giurisprudenza («aeternam verorum scientiam, quam criticam veri definiunt, metaphysica explicat. Ea una igitur posset ius demonstrare, de quo tibi adimeretur infelix arbitrium dubitandi an sit iustum») (18) oltre che l'immotivata rinuncia all'eredità della giurisprudenza romana («Hugo Grotius ... ius civile romanorum omittit»). (19) Da parte di Tommaso Hobbes e Benedetto Spinoza l'affermazione della natura artificiosa e arbitraria del diritto, concepito unicamente come strumento indirizzato al fine di garantire il dominio dei potenti sulla moltitudine dei deboli («qua re [in conseguenza della negazione groziana] adhuc Carneadem de iustitia an sit in rebus humanis, aequis momentis in utranque partem dissertare, adhuc Epicurum, Nicolaum Macchiavellum De principe, Thomam Hobbesium De Cive, Benedictum Spinosam in Theologo politico imbecillos postulare ius aequum; at in summa fortuna, ut Tacitus ait, id aequius quod validius. Ex quibus colligunt et concludunt metu contineri societatem humanam, et leges esse potentiae consilium, quo imperitae multitudini dominetur»); (20) da parte di Pietro Bayle la riduzione del diritto all'utilità privata («et nuper Petrum Baylaeum in magno Dictionario gallice conscripto, illa obtrudere vulgo audias: ius utilitate aestimari»).

    La dipendenza di Del Vecchio dalla «Scienza Nuova» si evince, in primo luogo dal magistrale articolo pubblicato nell'Enciclopedia Cattolica (edita dalla Santa Sede) alla voce «Vico», quindi
    dall'aperta adesione ad una fra le fondamentali tesi anticartesiane, («Auctoritatem cum ratione omnino pugnare non posse»), (21) tesi che ribalta i pregiudizi antiromani della nuova filosofia, mentre confuta le ragioni della refrattarietà razionalistica al «certum» della storia. (22) Di qui l'anticonformistica affermazione della superiorità della scienza giuridica dei romani su quella dei moderni: «è ufficio della critica il valutare le leggi positive a paragone dell'assoluta idea del diritto o del giusto naturale, senza che possa mai imputarsi a cotesta idea la difettosa rispondenza che essa trovi nell'ordine positivo. [ ...] la moderna scienza interpretativa si pone in condizioni di reale inferiorità rispetto alla giurisprudenza romana». (23)

    E di qui la puntuale rivendicazione della dottrina del diritto naturale: «l'idea del diritto naturale è veramente di quelle, che accompagnano l'umanità nel suo svolgimento; e se pure, come non di rado è accaduto, e massime ai tempi nostri, alcune scuole facciano professione di escluderla o di ignorarla, essa si afferma potentemente nella vita». (24) All'inizio degli anni Cinquanta la filosofia del diritto elaborata da Del Vecchio poteva dunque costituire legittimamente e di fatto
    costituiva una delle basi culturali del «partito romano», quel vasto movimento italiano (curia romana, clero tradizionalista, intellettuali non ancora colonizzati dal PCI, studenti e la
    maggioranza dell'opinione pubblica «moderata»), partito che aspirava ad una politica conforme alle aspettative di Pio XII, politica alternativa al «centrismo con lo sguardo rivolto a sinistra»
    concordemente promosso da De Gasperi e da Dossetti.

    Nell'area della destra il giusnaturalismo, coraggiosamente difeso da Del Vecchio, era stato purtroppo contestato e messo in cattiva luce da Julius Evola, che, allora, godeva di vasto seguito e indiscusso prestigio fra i giovani. Non sarebbe onesto disconoscere o sminuire le benemerenze di Evola, esempio di vita stoica ed educatore, durante gli anni Cinquanta, di quella animosa minoranza di giovani antimoderni, che ha anticipato di alcuni decenni le conclusioni del disincanto» nei confronti delle moderne ideologie. Pino Tosca, ha sostenuto addirittura che Evola fu un inconsapevole uomo della provvidenza, che aprì ai giovani della destra la via a Cristo. (25) Ma è anche innegabile il fatto che, in materia di diritto romano, Evola fu vittima di un abbaglio. Il limite di Evola si deduce appunto dall'avversione preconcetta al giusnaturalismo, avversione intensificata dal pregiudizio anticattolico, oltre che dal fraintendimento della «scienza nuova» (ridotta al tradizionalismo ingenuo e arcaicizzante, che è esposto nell'acerbo «De antiquissima italorum sapientia», un'opera giovanile, ritrattata e confutata da Vico in età matura e un'opera che indirizzerebbe alle mitologie intorno allo «status naturae»).

    Evola infine subì l'influsso delle tesi elaborate da un delicato crepuscolare, improvvisatosi contestatore del giusnaturalismo, lo svizzero Jean Jacques Bachofen. Per comprendere l'inclinazione «ideale» di Bachofen, è sufficiente rammentare che, in conseguenza della sua avversione all'odiato diritto romano, era molto apprezzato da Alfred Bäumler e dagli esteti approdati nelle allegre schiere del capitano Röhm. (26) Senza tema di smentita, si può quindi affermare che la lettura evoliana di Bachofen rappresenta quel destino di fraintendimenti e
    infortuni, che ha purtroppo deciso i passaggi cruciali della storia culturale «a destra».
    Curiosamente lo stesso Evola, e proprio nei saggi su Bachofen, aveva dimostrato di avere le idee chiare (e perciò molto lontane dalle suggestioni diffuse nella tarda età del romanticismo) sulla segreta tendenza al dionisismo e al libertinismo delle rivoluzioni contemporanee: «col romanticismo moderno risorge Dioniso: si ha lo stesso amore per l'informe, pel confuso, per l'illimitato e la stessa promiscuità fra sensazione e spirito, la stessa antitesi rispetto all'ideale virile ed apollineo della chiarezza della forma del limite. Perfino Nietzsche, esaltatore di Dioniso, è una prova vivente e tragica dell'incomprensione moderna per questo ideale, e della telluricità di diverse sue vedute». (27)

    Rimane, pertanto, inspiegabile la disarmante ingenuità con cui Evola affrontò e commentò l'opera di Bachofen, un autore che non nascondeva l'intenzione di diffondere un pensiero strutturalmente bifido. L'intenzione dell'opera bachofeniana, infatti, era stata compresa da un intenditore di sovversione, Walter Benjamin, che vi leggeva un forte invito alla promiscuità e all'orgia comunistica. A differenza di Bernjamin, Evola non si rese conto che, nell'opera di Bachofen, l'avversione al giusnaturalismo prorompeva da quella passionale vena del tardo romanticismo, che aveva turbato la mente e i sensi del povero Nietzsche, fino a sprofondarla nel delirio «tellurico». L'aspetto singolare e quasi grottesco della vicenda è che Evola e Del Vecchio condividevano la consapevolezza della necessità di seguire la lezione tradizionalista di Giambattista Vico, per contrastare efficacemente le fonti delle agenzie oscurantiste e immoralistiche, identificate, appunto, con Cartesio, Hobbes, Spinoza, Grozio e Bayle.

    Se non che le difese immunitarie di Evola contro le suggestioni del romanticismo erano state abbassate dall'influsso di autori devianti quali gli esoterici (massonici) René Guénon e Arturo Rerghini. Evola aveva valutato lucidamente le spaventose aberrazioni del romanticismo ma, contagiato dall'invincibile pregiudizio anticattolico, alimentato dai missionari iniziatici (Guénon e Reghini, appunto) e confuso dalle mistiche fandonie (di matrice teosofica) udite nei circoli della Germania segreta, non riuscì a comprendere che l'antitesi al romanticismo si trovava solamente nella cultura cattolica e romana. Peggio ancora: fu indotto a confondere il cattolicesimo con l'ideologia («dionisiaca») che egli detestava ferocemente. La verità è che Evola era capace di trasferire nei suoi lettori la potente illusione che avvolgeva il pensiero di certe avanguardie, ovvero l'idea di superare l'incantesimo sovversivo versando nel solido stampo della fenomenologia hegeliana il fluido vaniloquio di René Guénon, un iniziato istruito dal delirio rapinoso e dalle escandescenze uterine della visionaria Elena Blawatskij.

    Mentre Hegel aveva costruito il tempio irreale di una kermesse geniale ma inaccessibile al grande pubblico, la Blawatskij e Guènon possedevano il segreto irresistibile dell'eccitazione fiabesca, che usavano per conquistare le folle agitate. L'opera di Evola, per altri versi uomo di brillante ingegno, consiste dunque nell'associare a Hegel l'infantilismo del duo Blawatskij-Guénon. Il risultato di questa stravagante miscela fu l'idealismo magico, in una prima fase esposto in opere oscure e illeggibili (come «Fenomenologia dell'individuo assoluto») infine tradotto nel linguaggio scintillante della «Rivolta contro il mondo moderno». Vivente Gentile, Evola ebbe diffusione solo in circoli ristretti, ché la riforma della logica hegeliana era un'impresa troppo ardua per lasciare spazio a opere come la «Rivolta contro il mondo moderno». Nel dopoguerra, morto Gentile e dispersa (dall'epurazione) la scuola gentiliana, Evola si affermò come l'incontrastato maestro dei giovani che militavano nei partiti di destra.

    Di qui il successo dello sproposito, che si legge nell'introduzione al capitolo undicesimo del saggio bachofeniano: «Bachofen rimuove delle pericolose confusioni e ci fa nuovamente presente la necessità di una discriminazione da operare in ciò che viene di solito concepito come romano. Appare chiaro, infatti, che la gran parte dei motivi giusnaturalistici (con speciale riferimento ad Ulpiano e ad Isidoro) presenti di fatto nel diritto romano antico non sono da considerarsi romani, cioè tali da poter essere dedotti dall'elemento centrale, solare, virile e antiginecocratico, della romanità: sono piuttosto risonanze e residui di concezioni diverse, preromane». (28) Dalla consapevole adesione ai princìpi del diritto romano deve invece cominciare la restaurazione della cultura politica e la fondazione di una destra idonea a sostenere l'aggressione della barbarie fondamentalista e la devastante suggestione del nichilismo.



    Note


    1) Giuseppe Capograssi (Sulmona 1889, Roma 1956) insegnò filosofia del diritto nelle università di Sassari, Macerata, Padova, Napoli, Roma. Secondo Pietro Piovani, alla base del pensiero di Capograssi sta una concezione antintellettualistica della filosofia, che discende dalla «Scienza Nuova» vichiana.

    2) Giuseppe Capograssi, Opere, Giuffré, Milano, 1959, volume I, pagina 331 - 332.

    3) Opera citata, pagina 337.

    4) Ibidem.

    5) Confronta «L'avventura della teologia progressista», Rusconi, Milano, 1974, pagina 177.

    6) Confronta «La negazione assurda», Quadrivium, Genova, 1981, pagina 41.

    7) Idem, pagina 42.

    8) Summa theol., I-II, q. 90 a. 1.

    9) Summa theol., I.II, q. 91 a. 1.

    10) Confronta Opere, citato, volume I, pagina 335.

    11) Ibidem.

    12) Giorgio Del Vecchio (Bologna 1878, Genova 1970) rettore magnifico dell'Università di Roma, è stato, senza dubbio, il più grande filosofo del diritto del Novecento. Nel secondo dopoguerra collaborò con il «Secolo d'Italia» e con la rivista «Pagine libere» (la pubblicazione diretta da Vito Panunzio, che si avvaleva della collaborazione di Ugo Spirito, Gioacchino Volpe, Giuseppe Maranini, Adolfo Oxilia, Camillo Pelizzi, Gianfranco Legitimo, Fausto Gianfranceschi e Giano Accame). Insieme con Nino Tripodi, Alberto Asquini, Ernersto De Marzio, Roberto Cantalupo ed Emilio Betti fece parte del comitato promotore dell'Inspe, il prestigioso istituto di studi che, negli anni Cinquanta e Sessanta, si oppose validamente alla cultura di sinistra, promuovendo importanti convegni internazionali e prestigiose pubblicazioni.

    13) Cfr. la presentazione di: A. James Gregor, «Sergio Panunzio Il sindacalismo ed il fondamento razionale del fascismo», Volpe, Roma, 1978, pagine V-VI. Sulla distinzione tra forza e violenza, Panunzio (confronta opera citata, pagina 126) si esprime con esemplare chiarezza, affermando che ad ogni modo il primato appartiene al diritto. Rifacendosi ad Antonio Rosmini, Panunzio sostiene infatti che la forza ci mostra solo una necessità, mentre il diritto racchiude la nozione di una volontà libera e perciò superiore.

    14) Confronta «Dispute e conclusioni sul diritto naturale», Bocca, Milano, 1949, pagina 5.

    15) Opera citata, pagina 7.

    16) Opera citata, pagina 9. Del Vecchio citava al proposito i pregevoli commenti ai documenti pontifici, scritti da un suo allievo ed esponente del «partito romano», Guido Gonella: «Presupposti internazionali», del 1942 e «Princiìpi di un ordine sociale», del 1944.

    17) Confronta «Essenza del diritto naturale», in: «Rivista internazionale di filosofia del diritto», anno XXIX, fascicolo I-II, gennaio giugno 1952, pagine 20-21.

    18) Confronta «De uno universi iuris principio et fine uno», De opera proloquium, 19.

    19) Ibidem.

    20) Ibidem.

    21) Citato da Del Vecchio a pagina 22 del saggio «Sui principî generali del diritto», riproposto dall'editore Giuffré di Milano nel 2002.

    22) Al proposito è necessario rammentare che il pregiudizio antiromano e la refrattarietà alla storia sono, per così dire, consanguinei della dottrina luterana e del cartesianesimo. E che Vico consacrò la sua opera alla difesa dei princìpi della teologia e della filosofia cattolica.

    23) Confronta «Sui principî generali del diritto», opera citata, pagina 23.

    24) Confronta «Sui principî generali del diritto», opera citata, pagina 24. Più avanti (pagina 28) Del Vecchio dichiara che, in età moderna, la teoria del diritto naturale si sviluppa in polemica con Hobbes e Spinoza.

    25) Confronta «Da Evola a Cristo», in «Adsum», febbraio 2002.

    26) Senza rendersi conto della sua intonazione pederastica, Evola cita un passo di Bäumler, nel quale sono dipinti, con colori apocalittici, i delitti delle corrotte femmine. Confronta «Le madri e la virilità olimpica», Bocca, Milano, 1949, pagina 14.

    27) Opera citata, pagina 15.

    28) «Le madri e la virilità olimpica», opera citata, pagina 206.


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    La scuola di mistica fascista e la discoperta del vero Vico

    di Piero Vassallo

    06/07/2006

    L'azione combinata della storiografia al bianchetto e della credulità strisciante fra le righe del conformismo teologico, ha fatto sparire la notizia della sfida al neoidealismo, che fu lanciata dalle avanguardie cattoliche inquadrate nella scuola milanese di mistica fascista.
    In tal modo la memoria storica degli italiani è stata privata della nozione necessaria a contrastare seriamente l'ideologia totalitaria e ad avviare gli studi filosofici su un cammino di ricerca opposto a quello tracciato dall'intossicante influsso del gramscismo.
    Un percorso, quella anticipato dalla scuola di mistica fascista, che avrebbe messo capo ad un'evoluzione del Novecento - un'autentica rivoluzione italiana - di segno contrario al coatto e calamitoso trasferimento (narrato da Ruggero Zangrandi) degli intellettuali fascisti nel partito di Palmiro Togliatti.
    L'accertata esistenza di una forte opposizione cattolica alla filosofia di matrice hegeliana, comunque, fa crollare i due pilastri della mistificazione comunista: la leggenda della complicità cattolica con l'ideologia anticomunista prevalente in Germania - leggenda sintetizzata dal calunnioso slogan «Pio XII papa di Hitler» - e la rappresentazione degli intellettuali italiani nella figura di un coacervo nazifascista, redento in extremis dalla longanimità del partito staliniano.

    La vicenda degli oppositori italiani all'idealismo rivela, invece, l'autonomia, la straordinaria vitalità e l'attitudine del pensiero cattolico ad entusiasmare ed orientare i giovani studiosi, che avevano aderito al fascismo senza separarsi dalla radice religiosa della patria italiana.
    Curiosamente, l'autorità del pensiero cattolico si rafforzò nella prima fase della II guerra mondiale, quando la Germania nazionalsocialista sembrava avviata a vincere la guerra.
    Dopo che il governo italiano ebbe sottoscritto l'alleanza con la Germania, il dubbio si era, infatti, diffuso fra i giovani, causando la divisione dell'area fascista in due opposte scuole di pensiero: una corrente maggioritaria, intesa a metter fine al dominio della cultura tedesca e perciò risoluta a percorrere la via d'uscita indicata dalla tradizione cattolica, e una corrente minoritaria, rimasta fedele ai princìpi dell'idealismo e perciò decisa a seguire le avanguardie germaniche sulla via del fanatismo e dell'estremismo anticristiano.
    Espressione del fermento in atto durante quegli anni cruciali è un magnifico saggio di Nino Tripodi (1911 - 1988), giovane interprete delle novità introdotte nella scuola milanese di mistica fascista dal cardinale Ildefonso Schuster e dal fondatore dell'Università cattolica del Sacro Cuore, il francescano Agostino Gemelli (confronta «Il pensiero politico di Vico e la dottrina del fascismo», Cedam, 1941).
    Tripodi, grazie ad una profonda conoscenza della filosofia italiana tentò un audace confronto tra lo storicismo cristiano di Giambattista Vico e la dottrina politica di Benito Mussolini.

    L'affinità del fascismo e della scienza nuova, nell'acuta analisi di Tripodi, non è causata dalle letture (Mussolini, infatti, non cita mai Vico) ma dalla comune tendenza a riconoscere che «maestra non è la mente di questo o quell'uomo che razionalmente pone un principio, ma la storia delle attività di tutti gli uomini che si svolgono come debbono svolgersi perché provvidenzialmente si compia la socialità che ad esse è intrinseca».
    La scelta di Tripodi cade su Vico poiché «fu perenne nel suo spirito la distinzione tra la sostanza divina e quella delle creature, tra l'essenza o ragion di essere di Dio e quella delle cose create, come fu perenne ed inequivocabile la inintelligibilità di Dio se ricercata nel mondo bruto della natura anziché in quello della storia, nella quale la Provvidenza si manifesta, chiamando gli uomini a collaboratori della divinità».
    Pubblicato nel 1941 e presto rimosso dalla censura di sinistra e dall'indifferenza di destra, il saggio di Tripodi raccoglie e approfondisce i risultati delle ricerche iniziate da quegli studiosi cattolici (nel testo sono citati Emilio Chiocchetti, Giorgio Del Vecchio, Francesco Amerio, Agostino Gemelli, Francesco Olgiati, Santino Caramella, Francesco Orestano, Armando Carlini e Balbino Giuliano) che avevano sostenuto l'irriducibilità della tradizione italiana alla filosofia tedesca, confutando le tesi di Croce e di Gentile su Vico precursore dell'idealismo.
    Tripodi afferma, ad esempio, che il pensiero fascista, per quanto concerne l'ontologia, «ha sempre creduto nella finitezza dell'umano, riconoscendo che esiste una parete invalicabile, sulla quale lo spirito umano non può scrivere che una sola parola, Dio» mentre gli idealisti, convinti di sfondare quella parete, «hanno spiegato la dottrina fascista attraverso il monismo soggettivista o le dimostrazioni immanentistiche, falsando così gli inequivocabili atteggiamenti dualistici di essa».

    Di qui il ribaltamento della linea neoidealista e la scelta dello storicismo cristiano di Vico quale orizzonte filosofico della tradizione vivente in Italia malgrado gli apparenti successi della modernità: «La stessa barriera che Vico oppone, in nome della genuinità del pensiero italiano al razionalismo, la oppone il fascismo all'idealismo. Né Gentile, né Croce, anche se il primo ha la camicia nera e cercò di darla al secondo pongono gli estremi della nostra dottrina».
    Tripodi indica in Vico l'antagonista dell'irrealismo e del soggettivismo dominanti nell'età moderna: «Vico non può essere idealista perché la sua filosofia impugna Cartesio e fa impugnare in Kant gli iniziatori delle dottrine, costruite unicamente su di una realtà interiore».
    La filosofia vichiana, inoltre, è apprezzata perché rivendica la responsabilità dell'azione umana nei fatti della storia «che altre indagini speculative avevano invece interpretato o come involuti in una meccanica autonoma e materiale o come creazione ideale definita dal pensiero che l'aveva posta. … La coscienza delle proprie virtù creatrici della storia non deve però indurre l'uomo a dimenticare che la causa prima di esse sta al di fuori della sua singolarità terrena. E non al di fuori perché affidata al caso o al fato, ma perché contenuta nella volontà di Dio e rappresentata nella linea tracciata dalla sua divina provvidenza».

    L'invito a separare il destino dell'Italia fascista dalle chimere del razionalismo e dalle suggestioni dell'attivismo prometeico e dell'amor fati, non poteva essere formulato con maggiore chiarezza.
    Nelle penetranti tesi formulate da Tripodi è in qualche modo anticipato lo schema della strategia culturale elaborata, nel dopoguerra, dai pensatori dell'avanguardia cattolica (Giorgio Del Vecchio, Nicola Petruzzellis, Michele Federico Sciacca, Augusto Del Noce, Francisco Elias de Tejada, Rocco Montano, Francesco Grisi, Giovanni Torti) che nella filosofia di Vico vedranno lo strumento adatto a contrastare e battere i poteri dell'astrazione hegeliana trasferita, intanto, nella parodia inscenata dal gramscismo.
    La posta in gioco era la corretta impostazione della dottrina del diritto naturale, in ultima analisi la soluzione del problema riguardante il rapporto tra la giustizia ideale e le cangianti leggi che i popoli producono nel corso della loro storia.
    Dagli scritti giuridici di Vico, Tripodi trasse una indicazione che gli permise di risolvere il problema senza nulla concedere alle dottrine storicistiche contemplanti un pensiero dell'assoluto che evolve nel tempo: «esiste non una separazione ma una diversa gradazione d'intensità etica tra giustizia e diritto. La prima è un diritto naturale soprastorico, che è patrimonio universale e depositario del sommo vero. Il secondo è dato dall'insieme delle norme che il mondo delle nazioni partitamente elabora nel suo progressivo avvicinamento alla giustizia».
    Di qui l'indicazione di due altri motivi del consenso fascista alla scienza nuova: il fermo rifiuto delle astrazioni suggerite dal contrattualismo e la confutazione delle teorie utilitaristiche, che ritengono l'interesse materiale unica molla delle azioni umane.

    Nella definizione del comune fondamento della teoria dello Stato, Tripodi sostiene, pertanto, che nel pensiero di Vico come in quello di Mussolini la Provvidenza fa prevalere la solidarietà sull'istinto egoistico: «la provvidenza ha il suo più alto attributo nel senso della socialità che perennemente richiama agli uomini, facendo loro vincere il senso egoistico per cui vorrebbero tutto l'utile per se e niuna parte per lo compagno».
    Tripodi conclude il suo ragionamento affermando che «l'unitario ordine di idee nel quale relativamente alla concezione dello Stato si muovono la dottrina vichiana e quella fascista» è dimostrato dalla condivisione del fine soprannaturale: «l'uomo trova nello Stato l'organizzazione storica che gli consente di realizzare quei principi morali conferitigli dalla divinità e con ciò di assolvere alla sua stessa funzione trascendente di uomo».
    E' evidente che l'identificazione della dottrina fascista con la filosofia vichiana era, per Tripodi, un mezzo usato al fine rafforzare la convinzione sulla necessità, imposta dai dubbi destati dall'alleanza con il nazionalsocialismo, di rompere con la cultura prevalente in Germania e di condurre all'approdo cattolico le vere ragioni dell'ideologia fascista.

    E' però incontestabile che le tesi di Tripodi erano un ottimo strumento per estinguere l'ipoteca che la filosofia tedesca aveva acceso sulla cultura italiana.
    Non a caso, nel dopoguerra, Tripodi occupò un posto di prima fila nel gruppo degli intellettuali dell'INSPE (Giorgio Del Vecchio, Carlo Costamagna, Carmelo Ottaviano, Ernesto De Marzio, Vanni Teodorani, Giovanni Volpe, Gino Sottochiesa, Giuseppe Tricoli, Primo Siena, Dino Grammatico, Gaetano Rasi) l'istituto che progettava la trasformazione del MSI di Arturo Michelini in avanguardia di una moderna e rigorosa destra cattolica.
    L'attenzione prestata da Pio XII all'evoluzione del MSI in conformità alle tesi di Tripodi, aprivano le porte del futuro alla destra.
    Il congresso del MSI, che doveva tenersi a Genova nel luglio del 1960, doveva, infatti, approvare in via definitiva la lungimirante linea culturale e politica di Tripodi, mandando a vuoto i progetti dell'oligarchia favorevole all'apertura a sinistra.
    Purtroppo la tollerata (dai democristiani) violenza della piazza comunista impedì lo svolgimento di quel congresso, respingendo il MSI nel sottosuolo dionisiaco del pensiero moderno e nelle magiche grotte del tradizionalismo spurio.
    La lunga immersione nell'area dell'indigenza filosofica impoverì a tal punto la cultura di destra che, quando la discesa in campo di Berlusconi offrì un'altra occasione all'inserimento nella politica di governo, la classe dirigente del MSI, ottusa dalla retorica almirantiana ed espropriata dal pensiero neodestro, non seppe produrre altro che le esangui e rachitiche tesi di Fiuggi.



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    L'ambiguo tradizionalismo di Julius Evola, dal Platone caduco al Vico ritrattato

    di Piero Vassallo

    10/02/2004


    Le censure e i divieti implacabili contro la tradizione romana e italiana, dichiarati da prestigiosi esponenti dell'esoterismo neopagano, quali Zolla, Calasso e Cacciari, hanno posto da tempo il problema di una più approfondita riflessione sul pensiero di Evola. L'esclusione categorica della romanità dallo scenario postmoderno, che è stato allestito dai banditori regressisti, radunati nella casa editrice Adelphi, consente, infatti, d'intravedere le cause del rovesciamento nel nichilismo delle spietate analisi evoliane riguardanti le diverse tradizioni religiose, analisi che erano condivise da tutta la scolastica rautiana.
    Di qui la improvvisa metamorfosi libertina e antiromana di numerosi esponenti del tradizionalismo di destra, ultimamente emigrati nei curiosi salotti della destra radical-chic. Ora l'intenzione adelphiana di stravolgere l'ordine storico della tradizione, per accendere un insano e spericolato entusiasmo per le religioni della trasgressione, è manifestata dall'accusa, che Zolla muoveva ad Evola, di disprezzare la religione di Dioniso e, perciò, di non aver compreso i valori "della maternità ginecocratica, unica luce nell'orrore dell'esistenza". Purtroppo, le opinioni evoliane sulla romanità sono talmente impigliate nel cervellotico pregiudizio, che accomuna cristianesimo e dionisismo, opponendoli alla religione olimpica, da impedirne un uso efficace contro l'inebriante suggestione emanata dagli adelphiani.

    L'adesione al nietzscheanesimo dei tradizionalisti di scuola rautiana conferma, d'altra parte che, nell'età postmoderna, le tesi romane di Evola non sono più all'altezza di un salotto iniziatico, cui Guénon ha suggerito di agire senza cautele e maschere perbenistiche. Il trasbordo nietzscheano (dionisiaco) dei neodestri, da un lato, costituisce il tradimento dell'opzione evoliana per la romanità, dall'altro rappresenta la scoperta e l'accettazione di quell'originaria concezione evoliana della vita, che Lino Di Stefano ha dimostrato essere "intrisa di nietzscheanesimo, di egotismo, di Wille zur Macht, d'idealismo magico".
    E' dunque lecito tentare di percorre una nuova e più coerente via oltre le contraddizioni e le ambiguità del tradizionalismo evoliano, via che è indirizzata al chiarimento dei malintesi intorno alle origini della storia dell'antichità, malintesi che dipendono dall'abbagliante mito platonico intorno alla statua di Glauco coniugato con una lettura parziale e datata di Vico.
    Tali fraintendimenti hanno aperto il varco attraverso cui sono passati trionfalmente quei neodestri che hanno esaltato le ambiguità evoliane, servendosene per giustificare la loro catastrofica adesione al nietzschianesimo e all'adelphismo. Una delle poche indicazioni utili, che si possono trarre dalla ingente e polimorfa produzione evoliana, è l'ostilità inflessibile della cultura aristocratica, egemone nell'antica Roma, nei confronti delle religioni del sottosuolo arcaico e in special modo del dionisismo. Evola (o meglio, un certo Evola) ebbe il merito indiscutibile di incoraggiare le migliori correnti del fascismo [1], valorizzando l'etica austera della Roma catoniana, e costituendola a baluardo ideale, da opporre alla melma dionisiaca, ritornante per l'impulso alla corruzione e all'imbarbarimento dei costumi, impulso che nell'età moderna è esercitato dalla morale libertina e dalle ideologie rivoluzionarie.

    Non c'è dubbio che la consapevolezza dell'assoluta incompatibilità di cultura romana e religioni primitive (appartenenti al ceppo shivaita e dionisiaco, secondo lo schema elaborato da Alain Daniélou) avrebbe dovuto indirizzare Evola alla condivisione, o almeno all'apprezzamento, della teologia della storia esposta nel "De Civitate Dei" di Sant'Agostino e ad una più fedele interpretazione della "Scienza Nuova" vichiana. Evola, invece, mantenne sempre un atteggiamento pregiudizialmente ostile nei confronti della religione e della cultura cristiana, che non gli diceva nulla. Si può dunque affermare senza tema di smentita, che la rovinosa caduta dell'opzione romana e aristocratica nel vicolo cieco del nichilismo nietzscheano e adelphiano, oltre che dalla smania conformistica degli evoliani di seconda generazione, quelli che, in certo modo, costituiscono una paradossale sinistra tradizionalista, dipende dall'ostinato pregiudizio anticristiano, fomite del riflusso dadaista e tantrista, che investì Evola intorno al Sessantotto.
    Si pone di conseguenza la domanda sulla natura delle suggestioni che hanno impedito agli evoliani "di sinistra" di attivare l'opzione romana come argine - o "katechon" - al decadentismo postmoderno promosso dagli adelphiani, mentre gli esponenti della destra evoliana e scaligeriana (Giano Accame, Fausto Belfiori, Pier Franco Bruni, Paolo Caucci, Fausto Gianfranceschi, Stefano Mangiante, Alessandro Massobrio, Siro Mazza, Ulderico Nisticò, Tommaso Romano, Primo Siena, Pino Tosca, Silvio Vitale, ecc.) facevano riferimento all' ethos romano, per rinnovare la loro fedeltà al cattolicesimo. Il libertinismo (shivaita e dionisiaco) costituisce il "discrimen", che separa la destra dalla sinistra evoliana, gli evoliani convertiti al cattolicesimo dagli evoliani convertiti all'adelphismo. Nell'area di questo contrasto, sembra non esserci più spazio per gli evoliani "romani", come il desolato e sassoso Delponte.
    La tesi, che si può dedurre dall'esame della parabola dell'evolismo, mostra che il pregiudizio contro la morale "bigotta" (pregiudizio ricevuto dalla scapigliata cultura della "belle époque", e mantenuto da Evola attraverso le successive esperienze) [2], ha impedito di comprendere che la distinzione tra superstizione pagana (gli oscuri miti del regresso furibondo, oggi imposti da Roberto Calasso agli attori della superficialità neodestra) e i princìpi della civiltà romana, è un criterio inseparabile dalla teologia della storia, fondata da Sant'Agostino e perfezionata dall'agostiniano Giambattista Vico. Curiosamente il pregiudizio contro la c. d. morale "bigotta" è all'origine del disprezzo evoliano nei confronti di Gentile (definito sprezzantemente moralista e teorico di uno stato pedagogo per minorenni) e della stima per Croce. Al proposito lo scolarca De Turris sostiene addirittura che "il giovane Evola cercava aperture presso uomini e gruppi non dogmatici, più che presso l'ufficialità rappresentata dal fascista Gentile al quale preferiva l'antifascista Croce".

    Non a caso Evola si rivolse a Croce per ottenere la pubblicazione di un suo saggio sull'ermetismo rinascimentale, saggio inteso a dimostrare "l'esistenza di una spiritualità non riducibile alla spiritualità religiosa che dai Greci si è trasmessa identica sotto vari travestimenti" [3]. La definizione (spiritualità irreligiosa) formulata ad uso di Croce fa sprofondare nell'ambiguità le tesi di Evola sul conflitto tra la religiosità romana e la "spiritualità non religiosa" professata nei circoli iniziatici della Grecia selvaggia. Per uscire da tali ambiguità non rimane dunque che il ricorso a quello storicismo cristiano, che ha interpretato la romanità alla luce della dottrina agostiniana delle due città.
    Grazie alla magistrale lezione di un continuatore di Vico, Francisco Elias de Tejada è, infatti, possibile comprendere che la civiltà romana non è un paracarro antichista, piantato per mostrare, a confusionari e sbandati di varia iniziazione, il presunto splendore dell'Adamo caduto (simbolo dell'orda incontinente e feroce dei fedeli di Dioniso), ma un segnavia della strada alla pienezza dei tempi cristiani [4]. De Tejada contraddiceva il tortuoso immoralismo professato da Evola, e perciò condivideva l'apprezzamento delle virtù aristocratiche dichiarato da Vico nelle pagine cruciali della "Scienza Nuova".
    Per spiegare e giustificare il primato della virtù romana nel mondo antico Vico affermava, infatti, che "... la Provvedenza ordinò che 'l censo vi fusse la regola degli onori; e così gli industriosi non gli infingardi, i parchi e non gli pròdigi, i providi non gli scioperati, i magnanimi non gli gretti di cuore, ed in una i ricchi con qualche virtù o con alcuna immagine di virtù non gli poveri con molti e sfacciati vizi, fussero estimati gli ottimi del governo" [5]. Certo è che, prima di diventare una novità intravista da Evola e poi usata (a rovescio) da Simone Weil, da Elemire Zolla e dagli adelphiani, la teoria del conflitto tra le disordinate religioni del ceppo shivaita e dionisiaco e la cultura romana fu il tema centrale dello storicismo cristiano.

    La teologia antica, "la religione dei fulmini", che fu la prima sorgente della giustizia romana, secondo Vico ebbe un'origine provvidenziale: il terrore della divinità, infatti, costituiva la sola alternativa alla nefanda dissolutezza, cui si abbandonavano i primitivi. Sotto questo profilo è condivisibile la tesi sostenuta da Gerhard Voss, secondo il quale la teologia dei gentili, in origine, fu una fantasticheria poietica funzionale all'esigenza di sopravvivere al disordine, cioè un inconsapevole soccorso alla vita umana in altro modo destinata a perdurare nell'immoralità e a soccombere nel conflitto generato dalle passioni sfrenate. In sé falsa, la teologia olimpica esprime l'istanza vitale, destata dalla Provvidenza per condurre i gentili (e i romani in special modo) alla giustizia e alla razionalità: "le religioni sono quelle unicamente per le quali i popoli fanno opere virtuose per sensi, i quali efficacemente muovono gli uomini ad operarle" [6].
    Ovviamente Vico, che applica i criteri agostiniani, precisa di seguito che la falsa religione "avendosi posti beni terminati e caduchi così in questa vita come nell'altra ... perciò i sensi devono strascinare la mente a far opera di virtù", mentre la vera fede rischiara la mente e la riabilita al governo delle passioni. Posto che la primitiva e rozza religione dei fulmini fu necessaria alla conservazione dell'umanità destituita, sorge la domanda sull'origine della "religio mortis" e delle pratiche dissolutorie infurianti nei templi di Shiva, Dioniso, Iside e Cibele. La risposta a questo interrogativo si deduce dalla tesi vichiana, che connette, appunto, l'empietà arcaica con l'istinto di morte: "esse gentili nazioni per liberarsi dal servaggio della religione di Dio creatore del mondo e di Adamo, che sola poteva tenergli in dovere e in conseguenza in società, si dissiparono con la vita empia, in un divagamento ferino per la gran selva della terra" [7].

    Mediante l'analisi della mitologia classica e il suo raffronto con la Bibbia, Vico stabilisce che, prima della "religione dei fulmini", imperversava un paganesimo strutturalmente ateo e immoralista, in tutto simile alla "spiritualità irreligiosa" di cui parla l'Evola imbeccato dai "superiori incogniti". Questo significa che le mitologie propriamente pagane non sono altro che l'espressione dell'ateismo mortuario mescolato con la memoria dei divagamenti ferini. Quando, il principale suggeritore di Evola, il limaccioso Guénon, discorre delle tradizioni profonde, alle quali devono rifarsi le società iniziatiche, allude precisamente alla "spiritualità irreligiosa". Dietro i sontuosi paraventi spiritualistici, la sapienza iniziatica custodisce e diffonde l'empietà dei bestioni.
    Le società propriamente iniziatiche, le massonerie, lavorano per l'incremento dell'inumanità, cercando di influenzare i gruppi sociali, i partiti politici e le chiese. A differenza di Evola, che (fino a "Cavalcare la tigre") diceva di non sopportare la slealtà e i travestimenti, i guénoniani dichiarano senza imbarazzo che "chi aspira a una realizzazione autentica non respinge certo quelle norme e quelle istituzioni che sono proprio un supporto delle realtà immutabile verso la quale egli tende ... tuttavia vi è un aspetto valido anche nella tendenza verso una rottura dell'instabile equilibrio umano e verso il trascendimento delle limitazioni formali" [8]. Pino Tosca, nel suo pregevole saggio sul tradizionalismo, ha individuato l'essenza del guénonismo nell'incitamento a regredire, imitando l'uomo primitivo: "Guénon descrive la tradizione come un qualcosa che è stato trasmesso, potremmo dire, da uno stato anteriore dell'umanità al suo stato presente" [9].

    Lo stato anteriore, cui Guénon fa di continuo riferimento, è appunto quello che Vico intitola agli "immani bestioni". L'esegeta guénoniano Elemire Zolla lo definisce "stato dell'ebbrezza drogata e dello sdoppiamento furibondo"2. Definite in tal modo le due opposte anime della cultura classica, quella exoterica, religiosa e morale, e quella sotterranea, atea, eversiva e coribantica, è dato anche lo scenario storico intorno al quale Evola ha elaborato la sua tergiversante interpretazione della romanità. Nell'intento di confutare l'interpretazione neoidealistica, Evola ha affrontato la spinosa questione vichiana. Frutto di questa ricerca sono gli articoli pubblicati nel biennio 1952-1953, nel "Meridiano d'Italia" di Franco Servello.
    La lettura di Vico causò un certo chiarimento nel pensiero evoliano di quel periodo: nel saggio "Gli uomini e le rovine", opera pubblicata da Tommaso Passa alla fine del 1952, si trova, infatti, l'ammissione (singolare, nell'opera di Evola) che i princìpi dell' "imperium" sono paragonabili "alle idee che Vico chiamerebbe le leggi naturali di una repubblica eterna, che varia di tempo in tempo per vari luoghi".
    Ora la legge naturale è, per il Vico della maturità, il motore della storia in cammino verso la pienezza dei tempi: il progresso dipende dall'obbedienza alla legge, ove questa viene meno i popoli arretrano alla barbarie [10]. Nel successivo svolgimento dell'opera evoliana, purtroppo, l'incoraggiante apertura alla legge naturale fu resa vana dal pregiudizio antichista, in parte derivato dalla lettura del "De antiquissima italorum sapientia", un'opera giovanile (in seguito ritrattata) [11], da cui si poteva dedurre l'idea della storia come caduta o regresso.
    E' in forza di questo principio che Vico giudica inutili e caduche quelle parti dell'opera del suo Platone dove si favoleggia di filosofia dei primitivi: "Platone seguendo troppo di buona fede la volgar fama della sua Grecia, fa venire l'umanità da queòlla Tracia, dalla quale più tosto escono i Marti crudeli e tanto fu paese da produrre filosofi che ne restò a essi greci quel proverbio col quale dicevano Trace per significare huomo di ottuso ingegno" [12]. Evola non seguì l'evoluzione del giudizio vichiano sulla sapienza dei primitivi, e perciò non fu in grado di valutare l'infondatezza del pregiudizio antichista di Platone.

    In tal modo la vocazione romana di Evola si trovò al seguito inavvertito di quel platonismo spurio (Bacone Verulamio, Grozio, Hobbes, Rousseau) che ha scambiato per filosofia la balbettante produzione poetica dei primitivi. Evola cadde nel medesimo errore di Platone, credendo che la mitologica degli antichissimi poeti fosse superiore alla sapienza teologica e filosofica dei popoli adulti. Si tratta di quell'errore del tradizionalismo ingenuo, che l'ironia di Vico aveva confutato in anticipo: "onde Platone omerizzò, Omero fu creduto platonizzare".
    Di qui le numerose, incaute escursioni nel campo di quei misteri ultra-antichi (shivaismo, tantrismo, buddismo, dottrina zen del vuoto mentale, ecc.) dove, con inconsapevole intenzione antiromana, Evola si preparava al rovesciamento attuato in "Cavalcare la tigre". Il culto della romanità aveva guidato Evola nel solco della filosofia vichiana e agostiniana. L'abbaglio antichista lo ha fatto retrocedere al nietzscheanesimo.
    Nonostante ciò, Evola, come si è detto, fu lo strumento involontario della conversione al cattolicesimo di numerosi intellettuali della destra italiana. Giovanni Tassani, nel tracciare il profilo della destra cattolica, lo ha riconosciuto senza difficoltà: "l'itinerario dell'editore Romano dall'evolismo al cattolicesimo consente di accennare ad un fatto pressoché unico nel panorama politico culturale italiano: la conversione al cattolicesimo di elementi precedentemente acattolici quando non addirittura ostili ad esso. Questo avviene o è avvenuto da tempo in settori di questa destra assetata di assoluto" [13].



    di Piero Vassallo



    Note

    [1] Delle tendenza fascista a valorizzare "i princìpi essenziali della civiltà italiana che in ogni età ha avuto la missione e la responsabilità di insegnare agli uomini gli elementi del vivere civile" fu interprete Carlo Alberto Biggini. Cfr. al riguardo: Riccardo Lazzeri, "La scuola pubblica nella Repubblica Sociale Italiana", Asefi, Milano, 2002, pag. 151 e seg..
    [2] Evola passò attraverso il nietzscheanesimo, il futurismo, il dadaismo, l'idealismo magico e il tantrismo per approdare al nichilismo di "Cavalcare la tigre". Alfredo Cattabiani ha dimostrato che, nel saggio "Metafisica del sesso", Evola "sottolinea positivamente la funzione e l'importanza di certe pratiche orgiastiche e di magia sessuale che si ritrovano in ogni civiltà e hanno la funzione di reintegrare l'individuo in quella unità indifferenziata che ha come simbolo l'androgino". Cfr.: "Se il sesso è metafisica", "Il Tempo", 23 Febbraio 1994.
    [3] Citato da Cesare Medail, in: "Julius Evola: mi manda don Benedetto", "Il Corriere della Sera", 11 Gennaio 1996.
    [4] Cfr. la nota tejadiana in Aa. Vv., "Vico maestro della tradizione", Thule, Palermo, 1976.
    [5] "Scienza Nuova" seconda (1744), Conchiusione dell'opera.
    [6] "Scienza Nuova" seconda (1744), Conchiusione dell'opera.
    [7] "Scienza Nuova" prima (1724), I, IX.
    [8] Cfr. la recensione di "Metafisica del sesso", firmata da Silvio Grasso per la guénoniana e in odore di massoneria "Rivista di studi tradizionali".
    [9] Cfr.: "Il cammino della tradizione", Il Cerchio, Rimini, 1995, pag. 11.
    [10] Non ci si stancherà mai di ripetere che lo schema vichiano è assolutamente incompatibile con la mitologia intorno ai "cicli" che scandiscono il destino dell'umanità La storia ideale ed eterna contemplata da Vico, infatti, è il progetto di crescita che l'umanità è libera di accettare o rifiutare e non un destino ineluttabile.
    [11] Nell'età matura, Vico riconobbe che l'idea della "sapientia veterum" è un'invenzione dettata "dalla boria delle nazioni d'aver esse prima di tutte l'altre ritruovati i comodi della vita umana e conservar le memorie delle loro cose fin dal principio del mondo". "Scienza Nuova" seconda (1744) Degnità III.
    [12] Cfr.: "Scienza Nuova" prima (1724) I, IX. [13] Cfr.: "Visto da sinistra", Arnaud, Firenze, 1986, pag. 21.





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    Chi rappresenta politicamente i cattolici

    di Piero Vassallo

    12/04/2006


    Il più serio commento alle elezioni del 9 aprile si deve a Rossana Rossanda che sul Manifesto di martedì 11 scrive: «con lui (con Berlusconi) non stavano né la grande stampa, né la Confindustria, né le banche. Stava con lui soltanto la Chiesa di Ratzinger».
    Senza volerlo, l'antica pasionaria ha disegnato il volto cattolico della destra reale.
    Non la destra ufficiale, purtroppo.
    La cultura della destra, infatti, è appaltata da una piccola patetica banda di ascari di Roberto Calasso e di Massimo Cacciari: i nazi-adelphiani e i catto-adelphiani.
    Siro Mazza sta preparando un raggelante dossier sulle bestialità pubblicate nelle riviste e nei quotidiani della cosiddetta area di destra.
    Si va dall'apologia del rock satanico all'esaltazione di Brigitte Bardot «divinità pagana», dall'ossequiosa intervista al «fenomeno» Platinette alla propaganda di un estenuato decadente sudamericano (il buffone Gomez Davila) fino alle recensioni (scritte in ginocchio) di tutti i libri spazzatura editi da Adelphi.
    Un panorama osceno e desolante, che rappresenta il rovesciamento delle ragioni cattoliche a favore del voto per il centrodestra.
    Un suicidio, in ultima analisi.

    Su questo fronte è necessaria una mobilitazione dei cattolici, mobilitazione intesa a mettere in chiaro che gli esponenti della cultura ufficiale non rappresentano la vera destra.
    Ma la presenza di un apparato adelphiano a destra è solo una delle anomalie italiane.
    Esiste, infatti, anche un vasto e demenziale partito cattocomunista o neomodernista che, senza accorgersi dell'involuzione della filosofia a sinistra, cioè senza capire il passaggio da Marx a Nietzsche-Freud-Heidegger, che è stato attuato dai «maestri» dell'avanguardia Benjamin, Bloch, Taubes, Weil, ecc., lavora per l'affermazione del nichilismo adelhiano.
    Per valutare la pericolosità del partito corrente tra le «righe» delle parrocchie deragliate e dei circoli margheriti (infettati dal dossettismo) sarebbe sufficiente leggere le inquietanti pagine in cui Giuseppe Dossetti dichiara guerra alla filosofia occidentale (cioè alla metafisica aristiotelica e tomista).
    Quando si legge la prosa livida e insensata di Giuseppe Dossetti non si fa fatica a comprendere la disinvoltura con cui Romano Prodi sottoscrive l'alleanza con i nemici dichiarati della Chiesa cattolica (gli atei del partito radicale) con i nemici dell'occidente cristiano (i rifondatori comunisti, i dilibertiani, i soci del correntone diessino, i verdi, i no-global), e con i rappresentanti
    della violenza contro la natura (l'osceno Luxuria).

    Purtroppo il partito del delirio dossettiano non è contrastato dall'autorità ecclesiastica.
    Bededetto XVI (che per primo ha visto l'orrore anticristiano «soggiacente» alla nuova cultura della sinistra) è solo.
    La maggioranza dei vescovi e la quasi totalità del clero sono imprigionati dallo spirito gregario e avvelenati dall'anacronistica e ridicola masticatura delle tesi di Maritain sull'attuazione dei principi cristiani da parte dei rivoluzionari.
    I rivoluzionari, infatti, non esistono più: il loro posto adesso è occupato dai nichilisti (gli adelphiani) che predicano la pura e semplice devastazione della civiltà cristiana.
    L'anomalia cattocomunista deve essere denunciata senza pietà.
    Non merita pietà, ad esempio, un Giuseppe Alberigo, che si vanta di aver pregato (insieme con l'indegno frate Benedetto Calati) ad una preghiera stregonesca per la morte di Pio XII.



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    Il fascismo contro l'umanesimo?

    di Piero Vassallo

    15/11/2005


    Grazie all'anatema scagliato da Jacques Maritain contro tutte le destre, gli immortali quadri del gramscismo hanno ottenuto che i democristiani dividessero gli intellettuali in due opposte e irriducibili categorie: i deliziosi conservatori delle verità protette ed autorizzate a sostare sotto l'arco costituzionale e gli abominevoli e inauditi revisionisti.
    I conservatori di sinistra custodiscono le granitiche certezze e le sentenze indeclinabili che, mediante l'uso pedagogico del falso storico, alimentavano le macchine della secolarizzazione e della tolleranza nei confronti di tutte le forme del disordine e della corruzione postmoderna.
    E' ben noto che tali certezze consistono nell'arbitraria confusione di fascismo italiano e nazionalsocialismo germanico, e nel conseguente abominio dei cattolici non democristiani, che diedero segno di apprezzamento per la difesa dell'ordine civile attuata dalla destra italiana.

    La logica minacciosa, soggiacente al titolo di un libro esemplarmente sofistico e ricattatorio, «Il papa di Hitler», addita, nell'eventuale adesione cattolica alla «morale repressiva» della destra, la causa dell'«abietta» inclinazione a diventare complici del nazionalsocialismo.
    La magia storiografica degli inquisitori di sinistra, malgrado le storiche batoste subite dal socialismo reale, continua ad inscenare lo strappo della maschera portata dagli oppressori fascisti, nel frattempo identificati con i biechi oppositori alla rivoluzione sessuale e alla concomitante deriva antiproibizionista per la droga e per l'immigrazione selvaggia.
    Dopo la recita dello strappo, gli inquisitori espongono al generale ludibrio il volto «ributtante» dei nazionalsocialisti.
    In tal modo i cattolici italiani, che ancora si ostinano a non bruciare incenso davanti all'idolo della tolleranza totalitaria, sono spaventati e dissuasi dalla minaccia di essere paragonati pubblicamente ai complici di Hitler.
    Per scansare il pericolo, i più solleciti esponenti dell'antifascismo parrocchiale stendono sopra gli altari la bandiera della tolleranza, l'arcobaleno dei gay di San Francisco.
    I più timorosi seguono l'esempio fulgido di un noto sacerdote genovese «in tuta bianca», e seminano la mistica canapa indiana nel giardinetto della canonica.

    Gli sparuti revisionisti, intanto, sono autorizzati a riscrivere la storia dei fatti e dei pensieri, ma solo per un uso rigorosamente ristretto alle curiosità degli impertinenti di nicchia e di margine.
    L'impertinenza storiografica, ad ogni buon conto, è isolata e ghettizzata dal martellante, imperioso cordone sanitario, steso dalla prospera e obbligatoria editoria per le scuole e dall'editoria voluttuaria per i salotti ben frequentati.
    In tal modo il sovrano ordine dei sedicenti progressisti regna nei pensieri intorno alla storia.
    Pensieri che orientano la politica e la filosofia italiana.
    E' il sovrano ordine che ha obbligato Gianfranco Fini a saltare l'ultimo fosso aderendo alla scolastica, che propala le gelose, golose e gloriose verità della storia antifascista.
    Se non che, prima della ratifica, intorno alla storica sentenza sul «male assoluto» si sono immediatamente costituite due scuole di pensiero.
    La scuola degli interpreti più applauditi sostiene che il presidente di AN ha finalmente aderito alle verità certificate da antifascisti purissimi e adamantini, quali Giorgio Bocca, Galante Garrone, Eugenio Scalfari e Norberto Bobbio.
    L'altra scuola insinua che Fini è un finto convertito alla verità gramsciana: associando il fascismo al «male assoluto nazista», ha volutamente esagerato, per provocare la reazione di segno contrario da parte degli antifascisti meno faziosi o semplicemente più accorti: Porat, Pansa, Violante e D'Alema, ad esempio.
    Il dilemma giace ancora senza risposta.

    In compenso sono insorti i difensori della verità sulle differenze sostanziali tra fascismo e nazismo.
    Il 30 novembre del 2003, pochi giorni dopo la visita di Fini, il più diffuso quotidiano d'Israele, «Yediot Ahronot», ha infatti pubblicato un articolo a firma dell'autorevole storico Yehoshua Porat, articolo che smentisce categoricamente l'affrettato giudizio sul «fascismo male assoluto».
    Scrive dunque Porat: «nei primi sedici anni del regime fascista (1922 - 1938) gli ebrei italiani godevano di piena parità di diritti. Il cambiamento è avvenuto più tardi, in seguito all'annessione dell'Austria, che ha suscitato nell'animo di Mussolini la paura di Hitler. Appena allora Mussolini ha provveduto ad una legislazione antiebraica, la cui applicazione, comunque, è avvenuta senza entusiasmo e soltanto in maniera parziale. E' molto importante il fatto che il regime fascista italiano abbia salvato migliaia di ebrei in due regioni conquistate dal suo esercito, nell'ambito dell'alleanza con la Germania nazista: il sud - est della Francia e la Croazia». (1)
    Le affermazioni incontrovertibili di Porat (che, peraltro, riprendono le tesi «proibite» di Hanna Arendt sull'umanità e la moderazione del regime di Mussolini) fanno avanzare la storiografia sul fascismo italiano fino alle conclusioni da tempo raggiunte da quei revisionisti di destra (Giano Accame, Fausto Belfiori, Luigi Gagliardi, Fabio Andriola, Davide Sabatini, Luciano Garibaldi, Franco Accame, Paolo Possenti, Guido Mussolini, Massimo Lucioli, Paolo Rizza, Gianni Scipione Rossi, Renato Besana, Raffaele Francesca, Pierfranco Malfettani, ecc.) che, sviluppando l'opera di Renzo De Felice, hanno dimostrato, con argomenti inconfutabili, le sostanziali differenze e i motivi di rivalità tra fascismo e nazismo.

    E' dunque tempo di ristabilire la verità sulla natura del fascismo italiano, sulla sua interpretazione dell'umanesimo italiano e sul suo rapporto con il nazionalsocialismo.
    Non è possibile chiarire i dubbi sul «male assoluto» senza una scrupolosa lettura degli articoli pubblicati nella rivista di Benito Mussolini nel quadriennio 1940 - 1943, un onesto esame del testamento spirituale di Giovanni Gentile e un'attenta valutazione della riforma popolare della scuola concepita da Carlo Alberto Biggini.
    Nelle pagine di Gerarchia, infatti, il filosofo Francesco Orestano dichiarò senza mezzi termini (e con l'ovvio consenso del direttore, Benito Mussolini) il superamento dell'ideologia nazionalistica, evidente eredità del risorgimento massonico: «è venuto oggi il momento di riconoscere con franchezza, che i nazionalismi accesi del secolo XIX e ancora determinanti sino alla grande guerra 1914 -18, ... interruppero e ostacolarono più vasti processi associativi in Europa e colla moltiplicazione delle frontiere spezzarono e disarticolarono alcuni grandi complessi in corso di unificazione». (2)
    Coerente con le tesi esposte dal ministro Balbino Giuliano (nel saggio «Romanità e germanesimo» del 1941), Orestano affermò inoltre che l'orizzonte, nel quale doveva costituirsi la solidarietà fra le nazioni, non era il diritto del più forte, che i nazionalsocialisti desumevano dalla mitologia nibelungica intorno alla violenza levatrice della storia, ma la carità di Cristo: «il cristianesimo ha introdotto con la Rivelazione l'amore umano universale come comandamento divino. E l'amore cristiano è divenuto il fattore di massima pensabile e possibile coesione fra gli uomini in quanto tali. ... Se c'è chi ripudia oggi l'amore cristiano, padronissimo; poi dovrà reimparare ad amare cristianamente, ... poi dovrà ricominciare la durissima faticosa salita». (3)

    Gianni Baget Bozzo, pur non appartenendo all'area dei revisionisti, ha formulato un giudizio che conferma le tesi sulle sostanziali differenze tra fascismo e nazionalsocialismo: «gli italiani combatterono una guerra che in sé tendeva soltanto a mantenere quel rango di medio - grande potenza europea con cui il Paese era uscito dalla prima guerra mondiale. Quella nazionalsocialista era un'altra guerra, tendeva a determinare nel mondo il dominio della razza germanica. L'errore di Mussolini fu di unire due guerre che non avevano il medesimo fine, né il medesimo spirito, né i medesimi mezzi». (4)
    La lontananza della guerra fascista da quella nazionalsocialista si misura, peraltro, dal tono della secca risposta che il ministro Carlo Alberto Biggini, diede al maggiore Kappler, impegnato a convincerlo della necessità di ricorrere a mezzi drastici, per ottenere brillanti risultati: «vi sbagliate. Questi sistemi hanno messo il mondo contro di voi, e per conseguenza contro di noi. In tal modo non si è mai vinta nessuna guerra!». (5)

    Anche Giovanni Gentile, l'autore della «Dottrina del fascismo», era sceso in campo per difendere le ragioni dell'universalismo umanistico, esaltato dagli esponenti della cultura fascista in opposizione al razzismo e al nazionalismo.
    Nel 1942, Gentile auspicava, infatti, che dalla guerra uscisse un'umanità «che senza disperdere i tesori delle sue più grandi tradizioni spezzi le catene che ne impedivano o minacciavano il progresso. E riconoscerà il vantaggio della mutua intelligenza e della collaborazione fraterna delle razze diverse, nessuna delle quali è nata per servire, e tutte hanno diritto … a recare all'umano comune lavoro il libero contributo della loro operosità». (6)
    In «Genesi e struttura della società», opera completata il 25 settembre del 1943, Gentile, quasi anticipando l'indirizzo democratico che Mussolini intendeva dare alla costituzione della RSI, si spinge oltre ed afferma addirittura che «ogni opposizione di Governo e governati cade nel consenso di costoro, senza del quale il Governo non si regge». (7)
    Durante la stesura del suo ultimo saggio, Gentile, pur senza rimuovere le residue contraddizioni dell'attualismo aveva, infatti, intravisto la possibilità di conciliare la dottrina dello Stato etico con la rivendicazione cattolica del primato dello spirituale.
    In una delle pagine dalle quali Michele Federico Sciacca trarrà motivo per la sua conversione, Gentile affermava risolutamente che «la teocrazia postula uno Stato, che coincidendo con la stessa divina volontà ricade nel concetto del contestato Stato etico. Ma se la teocrazia non è parola vuota, non c'è ragione di adombrarsene. Perché nessun dubbio che il volere dello Stato è un volere divino, sia che s'intenda nella immediatezza della sua autorità, sia che più pienamente si assuma come l'attualità concreta del volere. C'è sempre Dio: il Dio del Vecchio e del Nuovo Testamento». (8)

    Dal canto suo il ministro della pubblica istruzione della RSI, Carlo Alberto Biggini, elaborò il progetto per una scuola seriamente umanistica e autenticamente popolare, cioè atta, in primo luogo, a realizzare, senza concessioni alla demagogia del ribasso delle difficoltà, la uguaglianza del punto di partenza e la promozione dei soli meritevoli. (9)
    Nei testi citati appare evidente che, proprio negli anni dell'alleanza con la Germania, il pensiero dei massimi esponenti della cultura fascista, accelerò quella marcia di avvicinamento ai valori dell'umanesimo cristiano che era felicemente iniziata nel 1929, con la firma dei Patti lateranensi.
    Il lavoro quasi clandestino dei revisionisti, ponendo fine alla mitologia intorno al plesso «nazifascismo», consente dunque di considerare l'«errore» di Mussolini da un nuovo e diverso punto di vista.
    Posto che il significato del fascismo si trova nell'intenzione di riportare la filosofia moderna con la teologia cristiana, sorge il problema di individuare le causa dell'errore commesso da Mussolini sottoscrivendo l'alleanza con un regime estraneo alla tradizione umanistica quale era il nazionalsocialismo.

    Davide Sabatini, per mezzo dello splendido saggio dedicato all'animosa rivista «Anti Europa» (fondata da Asvero Gravelli nel 1929 e finanziata da Mussolini in funzione antitedesca), ha dimostrato che l'ostilità dei fascisti nei confronti del partito nazionalsocialista non era dettata da umori nazionalistici (Mussolini, infatti, aveva teso la mano alla Germania di Weimer) ma dalla consapevolezza dell'incompatibilità della cultura italiana con il razzismo germanico. (10)
    Incompatibilità sottolineata energicamente da Mussolini nel corso della nota intervista a Emil Ludwig.
    Non per niente, Asvero Gravelli cercò ed ottenne la collaborazione di quegli intellettuali cattolici (come il francese Henri Massis, autore di «Defense de l'Occident») che nel nazionalsocialismo vedevano lo strumento dell'incombente barbarie «asiatista».
    Se si escludono le affinità ideologiche, per scoprire i motivi della alleanza italo - tedesco si deve risalire alla forsennata politica antitaliana condotta da Francia e Inghilterra, i cui governi, dopo aver lasciato intendere la loro approvazione della guerra italiana all'Etiopia, allestirono un clamoroso voltafaccia promuovendo le sanzioni contro l'Italia.

    Ulderico Munzi e Marco Antonini, hanno ricostruito la storia delle inutili provocazioni francesi contro l'Italia, dimostrando che alla vigilia della guerra d'Etiopia Mussolini (dopo aver ottenuto l'approvazione di Pierre Laval) fu messo in stato d'accusa da Léon Blum, che peraltro tollerava colpevolmente gli arbìtri della Germania hitleriana. (11)
    Analoga la posizione dei revisionisti inglesi Jasper Ridfley e Richard Lamb, autori di biografie mussoliniane edite negli anni Novanta.
    Il primo, dopo aver affermato che Mussolini era un politico molto abile, sostenne che il regime da lui instaurato assomigliava all'Austria di Metternich e non alla dittatura hitleriana.
    Lamb sostenne che i governi di Francia e di Inghilterra ebbero gravissime responsabilità nelle decisioni di Mussolini in quanto la loro preconcetta ostilità alla conquista italiana dell'Etiopia lo spinse «nelle braccia di Hitler».

    Va da sé che queste considerazioni non tendono ad identificare ingenuamente il fascismo con la dottrina della Chiesa cattolica, ma a dimostrare che, nel disgraziato scenario delle ideologie moderne - giacobinismo, liberalismo, comunismo, positivismo, superomismo, nazionalsocialismo - il fascismo rappresentò il nobile tentativo di una modernità impegnata seriamente a ritrovare la via di quell'umanesimo italiano che fu magnifico interprete (pensiamo a Dante, a Petrarca e a Vico) della lezione di san Tommaso d'Aquino.



    Note
    1) L'articolo è stato tradotto e pubblicato a cura della redazione del quotidiano «Libero» in data 9 Dicembre 2003.
    2) Balbino Giuliano, «Del nuovo ordine europeo», in «Gerarchia», aprile 1942.
    3) Francesco Orestano, «Del nuovo ordine europeo», opera citata
    4) Confronta «La memoria totalitaria», ne «Il Giornale», 3 Dicembre 2003.
    5) Citato da Giuseppe Spadaro in «Il fascismo, crocevia della modernità», Il Settimo Sigillo, Roma, 1998, pagina 177.
    6) Giovanni Gentile, «Il Giappone guerriero», in «Civiltà», 21 gennaio 1942.
    7) «Genesi e struttura della società», Sansoni, Firenze, 1975, pagina 59.
    8) Opera citata, pagina 68.
    9) Al riguardo confronta Riccardo Lazzeri, «La scuola pubblica nella Repubblica Sociale Italiana», con una nota di Luciano Garibaldi, Terziaria, Milano, 2002, pagina 126.
    10) Confronta Davide Sabatini, «L'internazionale di Mussolini», Edizioni Tusculum, Frascati, 1997. Le tesi di Sabatini sono condivise anche da Fabio Andriola, autore di un documentato saggio sul conflitto tra fascismo e nazismo.
    11) Confronta «L'uomo che poteva salvare il Duce», Sperling & Kupfer, Milano, 2001.




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    La luce della libertà e i bagliori del conformismo

    di Piero Vassallo

    26/05/2005


    Alla fine degli anni Settanta, mentre il governo della Francia illuminata incoraggiava e finanziava la disgraziata rivoluzione degli ayatollah iraniani, Roger Garaudy, pubblicava un libro, "L'espoir de l'Islam", che indicava nella religione di Maometto l'orizzonte ulteriore delle aspettazioni deluse dall'ideologia comunista [1] .
    Garaudy, che si era dichiarato deluso dalla frequentazione dei progressisti cristiani, coronava in tal modo le infatuazioni esotiche e le elucubrazioni metafisiche dei due apostati, il grecista Nietzsche e lo gnostico Guénon che, agitati da un'implacabile rabbia anticristiana, avevano dichiarato di ammirare la virile spiritualità degli islamici [2] .

    Contemplati sotto l'effetto della frustrazione ideologica, il rigido determinismo teologico e il risentimento moralistico dei maomettani sembrarono eccellenti surrogati del determinismo (o conformismo) marxista e dell'odio di classe.
    Gli insegnamenti coranici furono proposti, se non come incentivi sufficienti a rilanciare la rivoluzione, almeno come princìpi di un'utopia idonea a soddisfare, o più semplicemente a consolare, la sola passione sopravvissuta alla luttuosa e grottesca esperienza del socialismo reale: l'odio contro le radici cristiane dell'Occidente.

    Se non che, insegnava Dionigi Aeropagita, una cosa è quella che si desidera, ed un'altra quella che si ottiene.
    Alla fine, il calcolo di Garaudy fu smentito e umiliato dai fatti: mentre vaste aree del mondo islamico, colonizzate dal nichilismo occidentale, stavano per essere inghiottite dal gorgo terroristico della guerra santa, il popolo della sinistra era già stato stravolto da quella tempesta sessantottina (francofortese e californiana), che lo ha definitivamente appiattito sulla tabula rasa del pensiero debole e dell'oscenità "in tutte le direzioni".

    La dura sconfessione dei fatti, tuttavia, non ha soppresso la sotterranea parte di verità, che è contenuta nel ragionamento di Garaudy sulle affinità che persuadono la delusione ideologica ad aderire al messaggio di Maometto.
    Infatti il mondo islamico, che già si era rivelato un'efficiente sponda per la rivoluzione sovietica, ha rinnovato l'antico odio contro gli infedeli cristiani, aprendo le porte al nichilismo, esito conclamato della metamorfosi subita dal pensiero moderno.
    I residui tossici prodotti dalla fallita rivoluzione pertanto hanno trovato nel mondo islamico un caldo rifugio e una parvente opportunità di rivincita.

    In una manfrina atroce e sgangherata, i martiri di Allah sostengono, in modo quasi soddisfacente, la parte dei giustizieri atei, bellicosi e assetati di sangue impuro, che Marx e Lenin avevano assegnato ai proletari, avviandoli alla guerra contro la religione professata dalla borghesia corrotta.
    Affascinata dalla desolazione terzomondiale e catturata dalla spirale del regresso, la guerra rivoluzionaria dei comunisti si è messa sulla pista di Niertzsche e Guénon, rovesciandosi nei riti bestiali della guerra terroristica.

    La parola d'ordine, che svela l'indirizzo ultimo della rivoluzione comunista, ora è contenuta negli inni murali tracciati dai mentecatti, che invocano cento e mille volte Nassirya o incensano la giustizia amministrata da Luciano Liboni detto il lupo.
    Per i rivoluzionari irriducibili e immarcescibili, la guerra terroristica rappresenta la magnifica occasione di riscossa, che inaugura il terzo millennio.

    Qualunque sia l'opinione sulla vera identità dell'Islam, non si può negare l'evidenza che si impone giorno dopo giorno: nel Sud Sudan, a Timor Est, e (dopo il 1 agosto 2004) in Iraq, i princìpi del nichilismo hanno scatenato una follia sanguinaria, che si abbatte sulle comunità cristiane.
    Nello sguardo stralunato dei terroristi, impura ed empia non è l'apostasia dei comunisti (con la quale, in passato, fu sottoscritta un'alleanza) ma la fede in Cristo vero uomo e vero Dio.
    Secondo i fanatici fondamentalisti, la causa del pervertimento del mondo contemporaneo non si trova nell'ideologia libertina e nelle suggestioni pornografiche del salotto radical chic ma nel Vangelo.
    Tollerante nei confronti dell'immoralità e dell'ingiustizia (che sono praticate su scala industriale nei paesi islamici) il fanatismo si irrigidisce solo davanti ai credenti in Gesù Cristo. Nato come parodia dell'eroismo cristiano, l'estremismo islamico si esprime attraverso l'odio verso i cristiani.

    Non è possibile risalire all'origine del dramma, che si sta svolgendo nella scena contemporanea, senza considerare, alla luce delle interpretazioni proposte dal Magistero romano, il sotterraneo filo ideologico, che unisce la passione conformistica, diffusa nei circoli del lassismo occidentale, all'insorgenza terroristica, infuriante nelle aree dell'Islam contagiate e dominate dal fondamentalismo.

    Accadrebbe un disastro irreparabile se l'opinione pubblica occidentale facesse proprio il messaggio dei conformisti, che suggeriscono di fermarsi alla visione della maschera - giustizialista, patriottica e liberatoria che cela l'intenzione perversa della guerra scatenata dalla tracotanza fanatica, a parole contro la corruzione, di fatto contro la fede cristiana.
    Tale guerra, infatti, non è altro che un momento della rivolta perpetua che la barbarie idolatrica, la superstizione del pagus, conduce contro la Chiesa cattolica.

    Per una ragione analoga, accadrebbe un disastro se l'opinione pubblica si riconoscesse nel messaggio, solo all'apparenza opposto, dei liberali che promuovono la depravazione libertina dell'Occidente: il liberalismo rappresenta, infatti, solo l'altra faccia dell'irriducibilità alla vita secondo virtute e conoscenza.
    Nella condivisione dell'odio anticristiano, corruzione libertina e fanatismo fondamentalista compongono l'ultimo, spaventoso capitolo dell'apostasia moderna: il tentativo (in parte già riuscito) di trascinare i popoli fedeli alle religioni del libro nel gorgo della guerra nichilista e dell'autodistruzione viziosa.

    Suscitati da errori incorreggibili e da suggestioni ripugnanti, i due opposti stati d'animo incarnano, con puntualità, l'essenza mutante delle ideologie mondane e perciò segnano, ad est e ad ovest, le estreme e disperate frontiere del nichilismo.
    Due contrapposte suggestioni - il moralismo fanatico travestito da religione e l'oscenità libertina – esercitano un influenza mortifera, riproducendo il soffio della ghigliottina proletaria e il fruscìo dello staffile nobilmente agitato dal divino marchese De Sade.

    La diffusione di questa sublime musica costituisce il traguardo finale dell'apostasia, l'orizzonte che Augusto Del Noce aveva definito totalitarismo della dissoluzione .
    Purtroppo le difese immunitarie della cristianità sono state indebolite e depresse dai pensieri anacronistici diffusi dai teologi formati alla scuola di Rahner e dai filosofi che hanno proseguito il cammino tortuoso e senza sbocchi di Maritain.
    D'altra parte è onesto ammettere che le obiezioni (non prive di fondamento, ma urlate senza discrezione e misura) contro le tesi confusionarie, dettate dall'incauto entusiasmo ecumenico dilagato senza freni e ritegni durante gli anni del postconcilio [3] , intralciano lo sviluppo coerente del pensiero tradizionale.

    Le esagerazioni associate alla rivolta contro l'ecumenismo distraggono e impediscono di andare al fondo della questione e di scoprire la convergenza, nel totalitarismo della dissoluzione, delle dottrine professate dalle due fazioni del conformismo mondano, che combattono la guerra d'inizio millennio: il partito del conformismo occidentale, che promuove il lassismo e il libertinismo, e il partito del conformismo orientale, che promuove il fanatismo fondamentalista.

    Indenne da condizionamenti e da fisime mondane, il Magistero cattolico, invece, condanna senza riserve la guerra spaventosa, che è preparata da un abbaglio a due teste.
    L'abbaglio, per un verso, suggerisce la confusione di corruzione liberale e cristianesimo e perciò tenta di consacrare e battezzare i presunti diritti civili (l'aborto, la pederastia, la tossicodipendenza, l'ozio proletario, la pornografia); per il verso contrario identifica la purezza religiosa con il fanatismo, la morale con il moralismo spurio degli ayatollah, l'amor di patria con il delirio omicida dei kamikaze.

    Alla finestra di tali inganni adesso si affaccia la figura disperata e mostruosa di una guerra di religione, combattuta da uomini infatuati dalle passioni degradanti dettate dal fondamentalismo e dominati dagli entusiasmi crepuscolari dall'ateismo.
    Per esorcizzare il fantasma di questa guerra empia e insensata sembra che i cristiani non abbiano altra risorsa che riscoprire il senso divino della libertà che resiste alla violenza esercitata dai poteri mondani.

    In mezzo all'orrore del Novecento, la cristianità è stata, peraltro, prodiga di insegnamenti magnifici e di splendidi esempi.
    Chiunque voglia guardare la realtà guardabile, che si trova oltre il salotto e il palcoscenico delle distrazioni teologiche ed oltre la piazza delle pie e inutili agitazioni, può contemplare agevolmente le meravigliose conquiste compiute dalla Chiesa cattolica nel secolo buio.

    I protagonisti del Novecento cattolico, che la sapienza del Magistero ha elevato all'onore degli altari facendone il simbolo della resistenza eroica alla corruzione e al fanatismo, hanno infatti testimoniato, con il sacrificio della loro vita, che nella Chiesa la libertà è sempre congiunta con la misericordia, il coraggio dipende dalla sapienza, la virtù è inseparabile dall'amore per la vita.
    Ora la risposta cattolica alle sollecitazioni (contrarie e convergenti) dei corrotti e dei giustizieri, è scritta con il sangue innocente di santa Maria Goretti e di san Massimiliano Kolbe, personificazioni della libertà dei figli di Dio.
    Nella sublimità del loro sacrificio, infatti, si può leggere l'autentica motivazione dell'anticonformismo: "il Signore è lo Spirito e dove c'è lo Spirito del Signore c'è libertà. E noi tutti a viso scoperto, riflettendo come in uno specchio la gloria del Signore, veniamo trasformati in quella medesima immagine, di gloria in gloria, secondo l'azione dello Spirito del Signore" [4] .
    Le storie esemplari dei santi insegnano che la gloria cristiana discende dall'esercizio eroico della libertà e dal rifiuto di conformarsi all'effimera figura di questo mondo: "non lasciatevi legare al giogo estraneo degli infedeli. Quale rapporto infatti ci può essere tra la giustizia e l'iniquità, o quale unione tra la luce e le tenebre? Quale intesa tra Cristo e Beliar, o quale collaborazione tra un fedele e un infedele? Quale accordo tra il tempio di Dio e gli idoli?" [5] .

    D'altra parte, gli splendidi volumi dell'Enciclopedia Cattolica e dell'Enciclopedia Filosofica del centro di Gallarate, costituiscono la prova tangibile e inconcussa del primato ottenuto dai pensatori che hanno fatto della philosophia perennis un'avanguardia vera in mezzo alle presunte ma strombazzate avanguardie che occupano i vertici del mondo moderno.
    Primato incontestabile, benché nascosto dal fiume del bianchetto versato dal giornalismo conformista e dall'editoria d'obbedienza iniziatica.

    Grazie alle rivoluzionarie vie di ricerca progettate e tracciate da un folto numero di eminenti pensatori, fra i quali si sono specialmente distinti Ceslao Pera e Cornelio Fabro, la metafisica è infatti uscita dalle nebbie artificiali, sollevate dai padroni della cultura, ed ha ritrovato la propria identità e le ragioni del suo trionfo sugli ateismi.
    Censurati e nascosti dalle divagazioni clericali, che hanno abbassato la vincente cultura dei cattolici al livello delle minoranze verbose ma trascurabili, Ceslao Pera e Cornelio Fabro hanno indicato nella decisione della libertà la sola via d'uscita dal vuoto abissale in cui ultimamente è caduta la filosofia.

    Il padre domenicano Ceslao Pera, ristabilendo la verità intorno alle fonti non aristoteliche della scienza tomista, fonti che dopo la sua opera chiarificatrice si cercano nell'opera luminosa di Dionigi Aeropagita, ha avviato un processo inteso a liberare la filosofia cristiana dalle ipoteche dell'intellettualismo e del formalismo greco.

    Cornelio Fabro, accertato che il futuro della metafisica dipende dall'esito del conflitto tra esistenzialismo ateo ed esistenzialismo religioso, ha completato l'opera di padre Pera, approfondendo gli argomenti che dimostrano la superiorità del tomismo sull'aristotelismo.

    Nello svolgimento delle sue ricerche, Fabro profuse il coraggio necessario a raccogliere la sfida lanciata da Heidegger e dimostrò il vigore intellettuale indispensabile ad evitare di esserne schiacciato calcolandone il limite: "Heidegger resta sempre lo stimolo più efficace alla ripresa della metafisica, nonostante tutto: egli è, e non può non essere per noi, come l'ebreo errantenel simbolo caro a Kierkegaardche accompagna i pellegrini fino alle soglie della terra santa, ma senza entrarvi mai" [6] .
    Prossimo al termine del suo percorso di rinnovamento, Fabro si espresse ancor più chiaramente: "il merito di Heidegger ed il significato epocale della sua opera di critica filosofica è nella denunzia dell'oblio dell'essere, che inficia tutto il pensiero occidentale, ossia della sua piega essenzialistica in quanto l'ente è stato, di volta in volta, nella varie filosofie interpretato a partire dall'essenza lasciando nell'oscurità e appunto nell'oblio crescente l'essere stesso" [7] .
    A prezzo di dure fatiche, lotte, incomprensioni e censure, Fabro ha replicato alle accuse lanciate da Heidegger nel solo modo possibile: abbattendo le barriere elevate dall'intellettualismo e dal formalismo scolastico (della scolastica decadente, quella che aveva frainteso la lezione dell'Angelico) intorno alla metafisica.
    Grazia all'ingente e illuminata opera di Fabro, il tomismo è stato restaurato e sottratto alla presa distruttiva della critica heideggeriana.

    Si è trattato di una rivoluzione copernicana non ancora adeguatamente avvertita e compresa dagli intellettuali cattolici, che ha dimostrato, a chiunque voglia intendere, come il tomismo costituisca, nel vasto e articolato panorama della filosofia occidentale, l'unica eccezione alla regola da Heidegger intitolata all'oblio dell'essere.

    Malgrado il rovente delirio teologico, che si è abbattuto sul mondo cattolico negli anni oscuri del postconcilio, il tomismo restaurato da Fabro è di fatto l'unica soluzione atta ad evitare quella miserevole conclusione della filosofia, che era stata preconizzata da Alexandre Kojève durante i seminari hegeliani tenuti a Parigi nella seconda metà degli anni Trenta.
    Fabro cercò e trovò, a conclusione di un laborioso e appassionato itinerario attraverso la lingua e la letteratura danese, nell'opera di Soren Kierkegaard, le indicazioni necessarie a rispondere alle obiezioni che Heidegger rivolgeva contro il formalismo e l'intellettualismo della scolastica decadente e contro la filosofia occidentale, che a cominciare da Cartesio ne aveva seguito la traccia.
    Ora il successo di Fabro dipende nell'aver compreso e dimostrato che la "supremazia esistenziale attiva della volontà", l'esigenza più sentita del pensiero moderno, era già stata stabilita e stabilita perfettamente da san Tommaso.
    L'intellettualismo della scolastica decadente aveva ridotto il tomismo alla soggezione ad Aristotele e alla preferenza per il rigido condizionamento (da parte del conoscere) dell'attività volontaria e libera.

    In questa versione riduttiva del tomismo, la volontà libera passava in seconda linea.
    Di conseguenza si aprì il varco attraverso cui sono passati Occam e Lutero, Cartesio e Malebranche, i piissimi negatori della libertà, ai quali si deve la fondazione della filosofia moderna e dei suoi corollari cattolici, Rahner e Maritain.
    Consapevole degli effetti disastrosi prodotti dalla scolastica decadente, Fabro ha confutato l'errore capitale, che sta alla radice del determinismo e del conformismo, dimostrando magistralmente che "è soltanto un'impressione che san Tommaso stesso s'incarica di dissipare nel modo più esplicito quando afferma che la volontà è facoltà della persona come tale, ossia che ad essa compete non solo – e sarebbe già decisivo – di muovere tutte le facoltà a cominciare dall'intelletto, ma di muovere se stessa secondo la doppia (o triplice) valenza che non ha senso nella sfera dell'intelletto, di velle, nolle e non velle – una valenza la quale, anche nelle due forme di espressione negativa (nolle e non velle) ha significato positivo, ossia indica l'esercizio positivo della libertà come rifiuto ad agire ed a scegliere" .

    Grazia all'opera chiarificatrice di Fabro, dunque, è nuovamente stabilito che la libertà cristiana non conosce condizionamenti.
    Di conseguenza è ripristinato il vero senso che va attribuito alla definizione evangelica dei fedeli quali uomini di buona volontà.
    La filosofia di Fabro, pertanto, costituisce una sfida vincente, la sola sfida cattolica vincente sulle fumose suggestioni del determinismo e sui tassativi impulsi del conformismo.

    Una sfida specialmente valida nei confronti delle tesi che la tradizione intellettualistica ha suggerito al Maritain di "Umanesimo integrale".
    Testo capitale del conformismo strisciante nell'area della fragilità, "Umanesimo integrale" contiene le formule che pretendono di giustificare la decisione dei cattolici liberali, che si sono messi al rimorchio del moderno.
    Dove il pensiero di Maritan ha fornito il paradossale guinzaglio che trasforma i cattolici in conformisti sottomessi alle scelte e alle indicazioni dei loro più accaniti avversari, Fabro ha usato, invece, l'opera di Kierkegaard per rivalutare il rischio che la libertà deve affrontare nella scelta decisiva che oltrepassa le apparenti ragioni della ragione.

    La teoria fabriana, pertanto, costituisce la giustificazione e l'esaltazione della libertà esercitata dai santi che hanno respinto la sfida del conformismo e della mondanità.




    Note


    [1]Su questo argomento cfr. l'eccellente saggio di Lino Di Stefano, "Il messaggio di Ugo Spirito", Edizioni Eva, Venafro (Isernia), 2004. L'autore dimostra che la rivoluzione khomeinista impedì l'attuazione delle audaci riforme sociali che lo Scià di Persia stava realizzando avvalendosi della consulenza di un illustre allievo di Gentile, Ugo Spirito.
    [2]Guénon in seguito si era addirittura convertito all'Islam.
    [3]Il sonno ecumenico dei pacifisti è ora interrotto dalle risposta (a suon di bombe e fucilate) dei fondamentalisti islamici.
    [4]II Cor., 3, 17 – 18.
    [5]II Cor., 6, 14 – 15.
    [6]Cfr. "San Tommaso davanti al pensiero moderno", in: Aa. Vv., "Le ragioni del tomismo", Ares, Milano, 1979, pag. 71.
    [7]"Riflessioni sulla libertà", Edivi, Segni (Rm), 2004, pag. 91.
    [8]Cfr. "Riflessioni sulla libertà", op. cit. pag. 34.





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