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    Liberale mai a sinistra
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    Predefinito Appaltopoli, ora il PD trema anche a Roma

    Appaltopoli, ora il PD trema anche a Roma

    19 12 2008 Dopo il terremoto giudiziario a Napoli, ora Appaltopoli si potrebbe allargare anche al Comune di Roma.
    Infatti
    Il fatto che Global service «nasca e muoia» nel capoluogo partenopeo, non deve far dimenticare che il «re del tombino», come è stato ribattezzato, ha un rapporto «storico», per non dire privilegiato, con la Capitale e il Campidoglio in particolare. L’approdo di Romeo a Roma è datato infatti 1997, ai tempi della prima consiliatura Rutelli. E così sullo scorcio del secolo Romeo torna in pista proprio grazie a un appalto varato dall’amministrazione Rutelli. Che non essendo riuscita nell’intento di rendere nuovamente pubblica la gestione del suo patrimonio immobiliare, bandisce una gara per i suoi 44.800 appartamenti, distribuiti su 1.239 edifici per un totale di 1,4 milioni di metri quadri. La Romeo vince battendo colossi immobiliari come l’Imi, Ts-Metropolis e Bancoroma-Edilnord. Ma è solo il primo di una lunga serie di appalti nella Città eterna, che riguardano anche ministeri, Parlamento e perfino il Quirinale. È tuttavia con Walter Veltroni, nel 2006, che l’immobiliarista mette a segno il «colpo grosso», come capofila di una cordata che vede raccolti insieme anche la Vianini Lavori, controllata dalla holding Caltagirone spa, e il Consorzio Strade Sicure, formato da una serie di società di piccole e medie dimensioni specializzate nella manutenzione stradale. Un appalto faraonico: 576 milioni per 800 chilometri di viabilità urbana, della durata di nove anni: 80mila euro per ogni chilometro di asfalto sulle arterie della Capitale, quasi 15 volte in più di una città come Bologna.
    Ma per quest’ultimo mega appaltone
    è guerra a tutto campo. La società seconda classificata, la Manital, ricorre per presunto conflitto di interessi. Il Tar accoglie il ricorso, ma il Consiglio di Stato - al quale la Romeo fa ricorso - poco dopo ribalta la sentenza sospendendola. Proprio la decisione di palazzo Spada è entrata nel mirino della magistratura napoletana. Si tratta infatti della «questione di vita o di morte» cui fa riferimento l’imprenditore Romeo nella telefonata al deputato Pd Lusetti
    Così i magistrati ampliano la portata del potere di Romeo oltre Napoli
    L’associazione a delinquere capeggiata da Alfredo Romeo è anche una struttura in grado di operare fuori dai confini del mero territorio cittadino e provinciale
    Per questo le vicende di Napoli vengono seguite con un’attenzione particolare nei salotti politici e nelle sale del Campidoglio
    E’ la paura il sentimento predominante. Vietato pronunciare la parola «Romeo». Soprattutto al telefono, al quale non risponde più nessuno. Non si sa mai. L’ordine è semplice: non parlare o se proprio occorre farlo, solo tramite dichiarazioni ben pensate.
    D’altronde i magistrati fanno accuse molto delineate
    I pubblici ministeri rivelano come Romeo «attraverso un disponibile Lusetti e la “garanzia” di Francesco Rutelli, cerchi contatti con esponenti del Consiglio di Stato e della Corte di Giustizia europea che dovevano decidere la delicatissima controversia tra la Romeo Gestioni e la Manital per la gestione dei servizi integrati del patrimonio stradale del comune di Roma
    e raccolgono intercettazioni
    Si cita la telefonata del 3 maggio 2007 tra Romeo e Lusetti. Romeo: «Ti sei scordato di me». Lusetti: «No, no sto lavorando invece… Sto lavorando per te». R.: «No, volevo sapere quella cosa di quello lì, Troiano». L.: «Quale Troiano?». R.: «Quello della giustizia amministrativa». L.: «Ah! No… Capito? Però domani mattina c’ho un incontro operativo alle otto… Direttamente con il grande capo e parliamo di tutto». R.: «Ah con il grande capo». L.: «Esatto, c’è anche Troiano… Su tutto». R.: «Eh perché se chiama il grande capo mi risolve il problema». L.: «Lo so, stai tranquillo». R.: «Me lo farebbe? Lui per me farebbe questa cosa?». L.: «Certo che lo farebbe». R.: «Perché per me è questione di vita o di morte». Secondo il giudice «il grande capo è proprio Rutelli»
    E alla Manital giustamente fanno notare
    Con i nostri ricorsi siamo stati i primi a svelare il “sistema Romeo”. Ora bisogna chiedersi come mai la giunta Veltroni si sia ostinata a non revocare l’aggiudicazione di quell’appalto ritenuto illegittimo
    Per la cronaca la nuova amministrazione di Alemanno, prima della fine dell’inchiesta
    Con una memoria di giunta, l’11 novembre, decide di non dare «ulteriore corso al rapporto instaurato con Rti Romeo Gestioni spa, soprassedendo alla stipula del contratto


  2. #2
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    ...questo è più che un avvertimento al povero Uoltere che,come tutti i suoi predecessori alla guida della Sinistra,sarà costretto a calarsi le braghe di fronte ai Magistrati Militanti e Politicizzati...Riformismo addio per sempre...

  3. #3
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    Tangentopoli Pd, l'inchiesta punta su Roma

    di Salvatore Tramontano

    I pm di Napoli trasmettono le carte ai colleghi della Capitale dove l’imprenditore al centro dello scandalo ha avuto importanti commesse dalle giunte Rutelli e Veltroni. L'ex ministro corre in procura a spiegare perché gli inquisiti parlavano di lui. Ecco le carte per indagare la Capitale
    Napoli - Stanno saltando i tombini. Se vi fosse capitato di girare per i corridoi di Montecitorio, ieri, vi sareste resi conto che un pensiero dominante serpeggiava fra i deputati e i parlamentari del Partito democratico, un interrogativo a tratti angoscioso: «E se adesso arrivano anche a Roma?». Il fatto è che, anche sforzandosi di non considerare la deposizione spontanea di Francesco Rutelli, il turbine delle inchieste che stanno tormentando il Pd è già a Roma. E ci è arrivato simbolicamente, nel modo più imprevisto, sotto l’onda di una piena, insieme all’acqua del Tevere che tracima con i tombini che saltano. Perché la domanda che tutti si fanno è questa: ma se a Napoli l’imprenditore dalle camicie rosa fragola, Alfredo Romeo, è davvero il terminale di una rete corruttiva che oliava politici e amministratori per ottenere appalti, come è possibile che a Roma fosse un imprenditore modello in grado di vincere gare a raffica solo per la forza competitiva delle sue offerte al ribasso? Possibile che all’ombra del Vesuvio si facesse cucire le delibere su misura come vestiti e che a quella del Colosseo esponesse prestazioni virtuose?

    Sì, a Roma l’inchiesta è già arrivata insieme a questo dubbio, perché sono in molti, a partire dai militanti del Pd, a chiedersi come mai Romeo avesse vinto fior di bandi senza colpo ferire sia con la giunta di Rutelli («Il capo», nelle infelici intercettazioni di Renzo Lusetti) che con quella di Veltroni. E prima ancora che gli addebiti giudiziari dimostrino o confutino le angoscianti ipotesi accusatorie che gravano sul centrosinistra campano, la lunga onda di piena è arrivata a Roma, perché sono fisicamente saltati proprio quei tombini dei quali Romeo doveva garantire il funzionamento insieme alle strade, cosa che evidentemente non è stato in grado di fare.

    Ma a parte l’innegabile constatazione che bene ha fatto il sindaco Alemanno a revocare immediatamente una commessa che certo non era onorata, il fiume degli scarichi è entrato lo stesso nei palazzi – se non altro metaforicamente - insieme al liquame delle acque debordanti del Tevere. Ci è entrato perché ci sono già mille rivoli che saltano agli occhi se si spulciano le carte dei magistrati. Dettagli, in alcuni casi, che non sono e non saranno mai penalmente rilevanti per la prima linea, ma che politicamente sono quantomeno imbarazzanti. Come i gazebo delle convention con Romano Prodi che gli amministratori del Pd mettevano in conto alle casse comunali, per esempio. Oppure come le intercettazioni ambientali che sono state effettuate a ridosso delle cene elettorali convocate per le primarie di questo o di quel candidato ulivista. Il fiume è già arrivato a Roma perché Ottaviano Del Turco è passato senza nemmeno il tempo di un sospiro da quello di «fondatore» e grande saggio del Pd a quello di reietto: è arrivato perché la rete di relazioni (prima ancora che di reati) che si intravede dietro l’inchiesta dei magistrati partenopei è una rete che si irradia da Napoli ma che ha i suoi punti di tessitura finale nella Capitale. È pensabile che nessuno a Roma conoscesse questo imprenditore? Possibile che nessuno a Roma si preoccupi di una classe politica abituata a scegliersi molto disinvoltamente i propri collaboratori? Ci sarà pure, come ricorda Veltroni, il miglior codice etico d’Europa, fra le carte fondanti del Pd: il problema è che non viene applicato. Ed è per questo che il tombino salta.

    Quello che è emerso dai tombini straripanti della Capitale è un fiume di inconsapevolezze che oggi pesano come colpe. Diranno i magistrati se si tratta anche di reati. Ma i tempi della politica, come sa bene Mastella, sono questi. Si può morire politicamente molto prima che arrivino le sentenze. O anche se non arriveranno mai. Si può morire, semplicemente, anche solo perché improvvisamente, un giorno piovoso, salta un tombino.

    http://http://www.ilgiornale.it/a.pi...315441&PRINT=S

  4. #4
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    I pm di Napoli scrivono ai colleghi:Avanti con Roma.

    Il Global service sulla manutenzione stradale a Napoli, pur mai finanziato, ha portato all’arresto di 13 persone. Ma nella capitale il maxiappalto in epoca Veltroni, che riguardava 800 chilometri di strade per 576 milioni di euro di valore «spalmati» su nove anni era invece stato assegnato. L’Ati vincitrice, la Romeo Gestioni, era piena di nomi eccellenti: proprio l’impresa del noto Alfredo Romeo come capogruppo, poi la Vianini e il consorzio Strade sicure. Se ne sono accorti anche i magistrati napoletani, indicando tra i motivi dell’avviso di garanzia al parlamentare del Pd Renzo Lusetti il tentativo di sovvertire, su imbeccata dello stesso Romeo, la sentenza con cui il Tar del Lazio aveva revocato l’assegnazione dell’appalto al consorzio che faceva capo all’imprenditore campano.
    Ora la Dda di Napoli – per come si legge dalle carte - ha spedito tutto alla procura di Roma. La vicenda su cui i pm napoletani hanno sollecitato i colleghi della capitale riguarda una serie di telefonate tra Romeo e Lusetti. Siamo tra primavera ed estate del 2007. «In un periodo – scrivono gli inquirenti - in cui gli organi di giustizia amministrativa dovevano decidere la controversia tra Romeo Gestioni, aggiudicataria del milionario appalto Global service per la gestione dei servizi integrati del patrimonio stradale del comune di Roma, e la Manital, società soccombente e ricorrente».
    «Qui traspare – si legge ancora - l’interesse che Romeo manifesta rispetto a una prossima decisione giurisdizionale (che rappresenta per Romeo «una questione di vita o di morte») che il Consiglio di Stato deve adottare, riferendo all’interlocutore il nominativo di uno dei componenti del collegio (il consigliere di Stato Paolo Troiano, componente tra l’altro del segretariato generale della giustizia amministrativa)». E ancora, proseguono le toghe partenopee, «si è già detto, e lo si ribadisce per meglio comprendere il tenore dell’intercettazione, che il Tar del Lazio, accogliendo il ricorso della Manital, aveva annullato i provvedimenti comunali di aggiudicazione alla Romeo e alle imprese a essa associate del remunerativo appalto avente a oggetto la gestione del patrimonio stradale del comune». Ed è sempre la procura napoletana che osserva come «il consiglio di Stato con sentenza 36 del 15/1/2008 ha sovvertito totalmente in senso favorevole alla Romeo gestione la precedente decisione». Le conclusioni della procura di Napoli sono inquietanti: «È inutile indugiare sui sospetti che induce siffatta decisione, se letta alla luce di tale conversazione, atteso peraltro che anche per questa specifica vicenda sono stati inviati gli atti alla procura di Roma».
    Non è dato sapere che uso i magistrati di piazzale Clodio abbiano fatto, o stiano facendo, delle carte ricevute dai colleghi napoletani, e se abbiano o meno cercato di capire se quanto detto tra Romeo e Lusetti in quelle telefonate intercettate abbia o no influenzato la sentenza del Consiglio di Stato che «riassegnò» alla Romeo Gestioni il maxiappalto romano. Per capire meglio, ecco il contenuto della prima intercettazione sul tema.
    Romeo: «No, volevo sapere di quella cosa di quello lì, Troiano, che cosa ti aveva detto, se ci avevi parlato».
    Lusetti: «Quale Troiano?».
    Romeo: «Quello della giustizia amministrativa».
    Lusetti: «No, però domani c’ho un incontro operativo alle otto direttamente con il grande capo e parliamo di tutto, capito?».
    Romeo: «Ah, con il grande capo?».
    Lusetti: «Esatto, c’è anche Troiano, su tutto».
    Romeo: «Perché se chiama il grande capo mi si risolve il problema (...) ma lui la farebbe per me questa cosa?».
    Lusetti: «Certo che la farebbe».
    Romeo: «Perché sai è una questione di vita o di morte».
    Gli inquirenti napoletani annotano come sia «verosimile ritenere che il grande capo di cui discutono gli interlocutori sia l’allora onorevole e ministro Francesco Rutelli».
    Ma al di là delle nubi giudiziarie sul Campidoglio, quello che la giunta di Walter Veltroni annunciava come la soluzione alle strade-gruviera della capitale si è rivelato praticamente da subito un gran pasticcio. Tanto che, con eccellente tempismo, lo scorso 5 novembre la giunta Alemanno ha deciso di revocare l’affidamento della manutenzione a Romeo gestioni per «inadempienza». Meno tempisti gli esponenti capitolini del Pd che, a caldo, criticarono la decisione definendola «un nuovo passo indietro» e accusando il sindaco di «smantellare l’eredità della precedente amministrazione».
    Di certo, quell’eredità, ossia il «Global service all’amatriciana», non era priva di sorprese. A cominciare da un semplice ma agghiacciante calcolo contabile, rimarcato in uno studio del Sole24Ore: dividendo i 64 milioni di stanziamento annuale per i chilometri della grande viabilità, si scopre che Roma pagava la manutenzione di ogni chilometro di strada 80mila euro l’anno. Sembra tanto? È troppo. Bologna, per fare un esempio, spende 14 volte meno, solo 5.500 euro l’anno per la manutenzione di un chilometro d’asfalto urbano, e la dimensione della sua rete di strade è praticamente identica (770 chilometri) a quella capitolina. E anche a Firenze ci si ferma a 9.250 euro a chilometro. Considerando le condizioni delle strade romane e le famigerate buche all’ombra del Colosseo, il dettaglio ha il sapore della beffa.
    D’altra parte il maxiappalto veltroniano venne da subito osteggiato dall’opposizione di centrodestra: a gennaio del 2007 gli allora europarlamentari di Fi Antonio Tajani e Alfredo Antoniozzi presentarono un’interrogazione alla Commissione europea, segnalando tra le anomalie della «grande viabilità» il fatto che il Campidoglio avesse cercato di farlo passare come «concessione di servizi» e non come appalto di lavori, nonostante il valore dei servizi fosse decisamente minoritario. La Commissione sostanzialmente diede giuridicamente ragione ai due esponenti azzurri e avviò una procedura di infrazione, chiusa dopo circa 9 mesi con l’audizione di una delegazione del Campidoglio che assicurò che avrebbe provveduto a correggere il bando. «Ci sono aspetti giuridici e aspetti occupazionali che ci spingono a bocciare un bando – denunciò Antoniozzi - che la giunta Veltroni vuol far valere per nove anni e tre legislature, in barba a qualsiasi trasparenza amministrativa e politica». E pochi giorni prima che Alemanno chiudesse la storia revocando il bando per inadempienza dopo la penultima ondata di maltempo, anche il Sindacato imprese appaltatrici lavori pubblici aveva invitato a una nuova riflessione sul Global service romano, presentando un dossier denso di accuse sui punti meno chiari della vicenda.
    Ricordando per esempio proprio quel ricorso al Tar della Manital di cui parlavano Romeo e Lusetti. E rimarcando come la società esclusa avesse sottolineato il conflitto di interessi di Romeo gestioni, visto che tra i consiglieri di Risorse per Roma, società controllata dal Campidoglio che preparò il bando e collaborò alla valutazione dei concorrenti, c’era Luigi Bardelli, già presidente del «consorzio Strade sicure», che aveva partecipato alla gara proprio nel consorzio vincente. «Anche con il supporto di giurisprudenza consolidata – spiega il dossier – sembra ovvio che questa situazione è inaccettabile per evidente conflitto di interessi (...) ed è, senz’altro, motivo di esclusione».

    http://http://www.ilgiornale.it/a.pi...315451&PRINT=S

  5. #5
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    WALTER L’INDIFENDIBILE

    di Mario Giordano

    Difendere il Pd? No, grazie. Non questo Pd. Non il Pd che s’è affidato all’abbraccio mortale con Di Pietro, non il Pd che in un anno, sulla strada dei girotondi, ha dilapidato il suo patrimonio di credibilità. Non il Pd del Circo Massimo, non il Pd che cavalca l'Onda, non il Pd che solletica la piazza diffondendo menzogne. Non il Pd che predica la superiorità morale mentre annega nell'immoralità, non il Pd che insegna la pulizia mentre sprofonda nella sporcizia. Non il Pd che sale sul pulpito per urlare che la sinistra rappresenta «l'Italia migliore» mentre le sue giunte cadono a pezzi sotto le inchieste della magistratura. Non il Pd che grida contro Berlusconi tiranno e dittatore. Non questo Pd, che non s’è mai saputo dare un tono, ma purtroppo s’è dato un Tonino.
    Difendere il Pd, come chiede per esempio Giuliano Ferrara, sarebbe possibile se Veltroni in un anno avesse fatto un po’ di quello che aveva promesso. Se, anziché buttarsi fra le braccia del trattorista di Montenero, avesse provato davvero ad andare da solo. Se avesse creato una sinistra liberata dall’odio anti-berlusconiano, un partito unico capace di elaborare un progetto dell’Italia anziché ripetere all’infinito il proposito di distruzione dell’avversario. Se avesse avanzato un’idea, una proposta, un suggerimento al di là del fin troppo facile e scontato «dagli al Cavaliere».
    Non esultiamo di fronte alle inchieste giudiziarie. Tutt’altro: continuiamo ad avere molti dubbi sul modo di procedere dei magistrati, sui tempi degli arresti, sull’uso delle manette e sui contenuti delle accuse. E il fatto che il Partito democratico sia dato già per morto, se non altro dai vignettisti della sinistra, ci preoccupa. Così come ci preoccupa l’inevitabile paragone che in queste ore corre sulle pagine dei giornali fra il Psi di Craxi del ’92 e il Pd di Veltroni di oggi (il finale è sempre previsto in Africa, anche se forse non a Hammamet). Il crollo dell’opposizione non è mai un bene per una democrazia. E l’avanzata di Di Pietro, pronto a fagocitare l’intera sinistra, ancor meno.
    Ma non se ne esce se non si capisce che questo è il risultato del fallimento di Veltroni. Abbiamo l’impressione che il segretario del Pd abbia giocato col fuoco, sperando che l’alleanza con Tonino e il partito dei magistrati lo aiutassero a regolare conti interni. La situazione, però, evidentemente gli è scappata di mano. E se dopo oltre un anno di conduzione è costretto a dire che non si riconosce nel partito che conduce, bene, ha solo una strada da seguire: deve prendere atto del suo flop e andarsene. Così il Pd potrà difendersi. E così, forse, potremo difenderlo anche noi.

    http://http://www.ilgiornale.it/a.pi...315443&PRINT=S

  6. #6
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    non si può rimanere in silenzio di fronte a queste strane coincidenze:
    appena il PD decide di collaborare col governo sulla riforma della giustizia cominciano a sentirsi il tintinnare delle manette

    la casta dei magistrati in italia è sempre pronta a difendersi per evitare la perdita di potere e privilegi

    e intanto l'ombra di dipietro si fa sempre più grande

  7. #7
    Super Troll
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    Fossi in voi non esulterei più di tanto: tra voi ed il PD la differenza non è che una misera "L".

  8. #8
    live long and prosper
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    Citazione Originariamente Scritto da ugolupo Visualizza Messaggio
    Fossi in voi non esulterei più di tanto: tra voi ed il PD la differenza non è che una misera "L".
    nessuno di noi sta esultando

    chi esulta è solo dipietro

  9. #9
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    Infatti...noi siamo solo tristi nel constatare quanto è patetico e RICATTABILE Veltroni...

  10. #10
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    Così la giunta Veltroni assegnò
    i maxiappalti "all’amico" Romeo


    Nel 2004 la gara da 576 milioni per le strade di Roma era «viziata» Authority e Tar la bocciarono. Il Consiglio di Stato però diede l’ok. Le carte dell'inchiesta sull'imprenditore napoletano: "Mo' ci penso io, non preoccuparti, quel collega giudice è delizioso"

    di Gian Marco Chiocci e Massimo Malpica

    Ecco le carte segrete della guerra sul maxi-appalto romano che imbarazzano Walter Veltroni. Carte scottanti, in parte depositate nei tribunali amministrativi e nelle procure impegnate a indagare sull’imprenditore Alfredo Romeo, che raccontano la corsia preferenziale riservata al costruttore napoletano per accaparrarsi la concessione da 576 milioni di euro per la manutenzione delle strade capitoline. Leggiamole insieme. L’appalto, di fatto, nasce nei primi mesi del 2004. Si comincia a buttare giù qualche idea. Quando la gara diventa di dominio pubblico, nell’ambiente dei costruttori, vox populi si dà per scontata la vittoria di Romeo. E così è stato. Ciò nonostante, per motivi diversi, si forma un parterre di partecipanti di primo livello, il migliore su piazza. Quattro i capofila in corsa: Autostrade Spa, Manutencoop, Manital, Romeo Gestioni. È interessante notare che nel bando di gara non viene richiesta specifica esperienza per gestione di patrimoni stradali (che Romeo non avrebbe avuto) ma si richiede esperienza in gestione di patrimoni immobiliari. Eppure di strade e di manutenzione delle stesse, si tratta. Scontato che le strade sono «immobili», non si comprende perché ad esempio, nella provincia di Napoli, nel fare esplicito riferimento a società che avessero esperienze di gestione stradale, Romeo è stato tagliato fuori.
    Il giallo. Perché a Roma no? Perché si parla genericamente di immobili? Perché tanta trascuratezza nella ricerca dei requisiti idonei? Proviamo a capirlo. Nonostante le voci su Romeo, i grandi gruppi decidono lo stesso di partecipare, chi per onor di firma, chi seriamente come evidentemente fa Manital, che è la ditta nota per aver contrastato Romeo in ogni sede. Il 12 ottobre 2006 la commissione di valutazione tecnica del Comune termina i lavori: primo arriva Romeo con 66 punti su 70, Manutencoop secondo con 57/70, Lanital a seguire con 55/70, ultimo Autostrade con 55 su 70. Vale la pena notare che le uniche a vantare specifiche esperienze di manutenzione stradale sono proprio le ultime arrivate. Una settimana dopo vengono aperte le buste con le offerte economiche, e la classifica non cambia. La gara si aggiudica provvisoriamente a Romeo.
    Il ricorso. Il 15 novembre Manital presenta atto di diffida al Comune e istanza di parere all’Autorità di vigilanza sugli appalti pubblici. La Manital diffida il Campidoglio dal consegnare la gara perché ritiene che per Romeo ci sia un conflitto di interessi grande così. Perché? Semplice: il titolare di una delle imprese che partecipava alla gara insieme a Romeo, un certo Luigi Bardelli, nel periodo di nascita dell’appalto, era stato nel Cda di Risorse per Roma, ovvero in una società di progettazione creata dal Comune di Roma, che ne è proprietaria al 95%. È evidente che il consigliere Bardelli può essere stato messo nel Cda solo dal Comune di Roma. Essendo stato presidente della Cassa Edile per 10 anni (dal ’95 al 2004) non si poteva non sapere che Bardelli era un costruttore interessato all’appalto del quale Risorse per Roma stava facendo la progettazione. E allora le domande vengono spontanee. Come poteva il Comune di Roma non sapere che nella squadra di Romeo c’era Bardelli? Come poteva non conoscere questo conflitto di interessi espressamente vietato dalla legge sui lavori pubblici? Questa legge prevede che tra progettista ed esecutore non debba esserci nemmeno il sospetto di una pur minima commistione. E invece, qui, è chiara. Limpida. Conosciuta.
    La decisione. Il 10 di gennaio 2007 la speciale «Autorità per la vigilanza sui contratti pubblici dei lavori servizi e forniture», sollecitata a dirimere la controversia, letti gli atti intima al Comune di non procedere assolutamente alla consegna del maxi appalto fino alla definizione del ricorso sollevato da Manital. Il 6 febbraio, la stessa autorità conclude la sua istruttoria, dicendo in tre righe: «Il Consiglio ritiene non conforme all’articolo (...) l’aggiudicazione dell’appalto in questione all'A.t.i. Romeo Gestioni Spa, Vianini, Consorzio Strade Sicure». L’Authority sugli appalti non ha dubbi: l’aggiudicazione è illegittima. Il Comune di Roma, decide lo stesso di andare avanti con uno degli appalti più grandi della sua storia (700 milioni di euro!) senza tenere conto del parere della più alta autorità in materia.
    Il ricorso. Di fronte a questo sconcertante comportamento del Campidoglio, la battaglia legale si trasferisce al tribunale amministrativo regionale del Lazio. Dai motivi dei ricorsi al Tar esposti da Manital (terza classificata) si evidenziano anche clamorose sviste della commissione esaminatrice del Comune. Talmente evidenti che pure il Tar, nella sentenza numero 4.315 del 2007, che dà torto a Romeo e alla Manutencoop (seconda classificata), ne rimane a dir poco sorpreso.
    La sentenza. Il Tar, nelle sue conclusioni, sancisce inequivocabilmente il conflitto di interessi da parte di Romeo (più altre irregolarità). Che, dunque, è escluso dall’appalto. Romeo ricorre, com’è suo diritto, al Consiglio di Stato. E a sorpresa ricorre anche il Comune di Roma che in teoria avrebbe potuto essere un po’ più «terzo» rispetto alle diatribe legali dei concorrenti. Bisogna tenere presente che proprio su questo preciso passaggio temporale gira buona parte dell’inchiesta sull’appaltopoli napoletana che vede in Romeo il regista dell’associazione per delinquere. La procura di Napoli, infatti, ha trasmesso alla procura di Roma i contenuti delle intense conversazioni tra Romeo e Renzo Lusetti del Pd, laddove traspare un tentativo di Romeo di fare pressione sui componenti del collegio del Consiglio di Stato chiamato a dire l’ultima parola sul maxi-appalto delle strade romane.
    Le pressioni. Nello specifico, proprio in seguito al secco parere dell’Authority sugli appalti e alla devastante sentenza del Tar, Romeo percepisce chiaro il rischio di perdere la partita. Le prova tutte. Attraverso Lusetti chiede un intervento del «grande capo» (che secondo i pm partenopei è Francesco Rutelli) su un magistrato amministrativo (che poi si è appurato non faceva parte del collegio) perché per lui, la sentenza in arrivo al Consiglio di Stato è «una questione di vita o di morte».
    Il verdetto. Nel novembre del 2007 esce la sentenza. Il Consiglio di Stato ribalta il verdetto del Tar. Attaccandosi a meri errori formali di procedura di Manital (che il Tar aveva ritenuto irrilevanti) accoglie il ricorso incidentale di Romeo ed esclude Manital dalla corsa. Cosa è successo? Il Tar e l’Autorithy hanno preso lucciole per lanterne? Ma no. La cosa è più sottile. Il Consiglio di Stato, una volta esclusa per motivi banali la Manital, si guarda bene dall’affrontare il nodo cruciale che esclude Romeo. E così sorvola a volo d’uccello, come se fosse di poco conto (e non lo è) sul problema centrale del conflitto di interessi dell’uomo che concorre in tandem con Romeo. Conflitto che, dunque, diventa «irrilevante» per il Consiglio di Stato. Un ragionamento fin troppo burocratico, che contraddice clamorosamente quanto espresso in altre sentenze del Consiglio di Stato, secondo le quali anche il «sentore» del conflitto d’interessi è motivo di esclusione. Questo è lo spirito della legge che così, fino a Romeo, è stata interpretata. Anche in una sentenza di qualche mese prima (la numero 1.302 del 19 marzo 2007) la stessa sezione, redatta dallo stesso giudice-estensore della sentenza che ridà l’appalto a Romeo, si era espressa in maniera completamente diversa.
    Il divieto. L’articolo 90 comma 8 del 163/06, comunemente detto «codice contratti», testualmente recita: «Gli affidatari di incarico di progettazione non possono partecipare agli appalti o alle concessioni di lavori pubblici (...). Non può partecipare un soggetto controllato, controllante o collegato all’affidatario degli incarichi di progettazione (...)». Il caso di Bardelli, e di Romeo, calza a pennello. Il tanto decantato sindaco Veltroni ha consentito che si sorvolasse su un conflitto di interesse che avvantaggiava solo, ed esclusivamente, il gruppo Romeo. Tra i primi ad accorgersene Fabio Sabbatani Schiuma, segretario del Sialp (Sindacato imprese appaltatrici dei lavori pubblici) che aveva compilato un corposo dossier sulle stranezze dell’appalto cucito su misura per Romeo: «Soddisfatto della pagliuzza che il Consiglio di Stato trova per escludere il secondo classificato, Veltroni non solo ha ignorato la trave che pesa su Romeo ma ha confermato l’aggiudicazione allo stesso Romeo per 580 milioni su 9 anni».
    La rescissione. Appalto discusso che il neosindaco Gianni Alemanno si è guardato bene dal controfirmare rilevando «inadempienze contrattuali», la pessima conduzione dei lavori emersa con le recenti alluvioni su Roma, esponendosi a critiche forsennate da parte di consiglieri comunali d’opposizione. Vale la pena porre attenzione anche all’altro grande appalto, recentemente rinnovato, che sempre Romeo gestisce dai primi tempi del Primo Rutelli, sia dal punto di vista amministrativo (riscuote gli affitti) che da quello manutentivo (fa i lavori) gli stabili di proprietà del Comune di Roma. Ma questa, per ora, è un’altra storia.
    gianmarco.chiocci@ilgiornale.it

    massimo.malpica@ilgiornale.it
    http://http://www.ilgiornale.it/a.pi...315736&PRINT=S

 

 
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