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    Predefinito José Moscardó Ituarte.Eroe contro il marciume repubblicano -Guerra civile Spagnola

    L'articolo é di una moderazione da far schifo...ma rende abbastanza l'idea, volevo parlare di questo eroe, che antepose il proprio senso del dovere, perfino quando gli minacciarono di morte il figlio.
    In realtà nell'articolo non é scritto, ma entrambi i suoi figli furono uccisi, in episodi diversi, dai repubblicani.
    E' uno dei miei eroi, il mio eroe preferito durante la guerra civile spagnola.
    L'articolo parla poco e tralascia molte cose di lui, ma Moscardo era un militare, un monarchico, un patriota.
    Un grande.


    Nella foto Moscardo, che dopo l'assedio logorante, infinito e terribile, e tutti i lutti patiti, partecipò anche alla battaglia di Guadalajara, dove fu uno di quelli che "han pasado" alla faccia del "no pasaran" dei repubblicani.

    Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
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    Il Generale José Moscardó Ituarte (26 ottobre 1878, Madrid - 12 aprile 1956, Madrid) fu il governatore militare della Provincia di Toledo durante la Guerra civile spagnola. Era schierato con i nazionalisti contro i repubblicani e l'azione che lo ha reso maggiormente noto è la difesa, avvenuta con successo dell'Alcázar di Toledo.

    La città di Toledo dominata dall'AlcazarQuando era ancora un colonnello e governatore militare della provincia, Moscardó fu descritto dal maggiore inglese Geoffrey McNeill-Moss[1] come "un alto, riservato, uomo dalle maniere gentili, un poco goffo, piuttosto puntiglioso: felice abbastanza con poche persone che conosce bene, ma timido in compagnia. Aveva un grande senso del dovere. Era religioso. In una nazione dove la gran parte era pigra, lui era rigoroso."[2]

    All'inizio del conflitto civile prese il comando della cittadella di Toledo, con una guarnigione per u totale di 1028 uomini, inclusi 600 della Guardia Civile, 150 ufficiali dell'esercito, 35 falangisti, 10 carlisti, 25 membri dell'Associazione Monarchica e 40 contadini. Inoltre vi erano altre 670 persone non combattenti: 100 uomini troppo vecchi per guerreggiare, 520 donne e 50 bambini.

    L'assedio dell'Alcázar cominciò e Moscardó resistette per il generale Francisco Franco per settanta giorni dal 22 luglio al 27 settembre 1936. Giorno dopo giorno il colonnello mandò il suo comunicato radio: Sin novedad en el Alcázar ("Niente di nuovo dall'Alcázar,"). La sua difesa incoraggiò i supporter di Franco ovunque e fece impazzire i repubblicani, che impiegarono vanamente vaste forze nell'assalto.

    Il 23 luglio[3] le forze repubblicane catturarono il figlio sedicenne di Moscardó, Luis. Chiamarono telefonicamente l'Alcazar e rispose Moscardó in persona. L'ufficiale politico repubblicano lo informò che, se non avesse dichiarato la resa, suo figlio sarebbe stato fucilato. Moscardó chiese di parlare con il proprio figlio. Quindi disse a Luis, "Raccomanda la tua anima a Dio e muori come un patriota, gridando 'Lunga vita a Cristo Re' e 'Lunga vita alla Spagna'." "Lo posso fare" rispose il figlio.[4]

    Durante l'assedio un bendato maggiore Rojo si avvicinò alla malridotta cittadella con una bandiera bianca il 9 settembre. La sua missione era offrire ai combattenti la sopravvivenza se si fossero arresi. La sua proposta fu naturalmente respinta, ma lasciando chiese a Moscardó se potesse comunicare qualche richiesta all'esterno. Moscardo chiese l'invio di un prete a battezzare i bambini nati durante l'assedio. I Repubblicani acconsentirono e mandarono il canonico Vasquez Camarassa. Dei preti di Toledo, solo sette erano sopravvissuti al massacro, così il canonico era considerato fortunato per essere sopravvissuto, si diceva per le sue simpatie di sinistra. Esortò i civili, le donne e i bambini in particolare, di abbandonare la cittadella sotto una bandiera bianca, ottenendo un ulteriore rifiuto. [5]

    La difesa dell'Alcazar divenne in Spagna un simbolo dell'eroismo franchista. Moscardó fu promosso a generale dell'esercito e messo al comando della divisione di Soria. Nel 1938 gli venne assegnata la direzione dei corpi di armata dell'Aragona, ma non prese parte ad eventi particolarmente eroici.

    Era un grande appassionato di sport, tanto che fra il 1941 e il 1956 fu presidente del comitato olimpico spagnolo. Allenò la nazionale alle Olimpiadi di Londra 1948 e di Helsinki 1952.
    NOI SIAMO LA VERA ITALIA !
    RICOSTRUIAMO LA NOSTRA PATRIA !

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    Posto di seguito un resoconto di questi fatti...

    Brevi Appunti di viaggio
    di Filippo Giannini

    Lo scorso mese di giugno ero in Spagna con mia moglie per un viaggio programmato da anni. Prima osservazione: cari lettori, questo Paese ci sta superando in tutto: disciplina del traffico, pulizia e ordine nelle strade; pensate, ci sono una miriade di bagni pubblici pulitissimi, muniti di carta igienica, sapone, ecc. Recepito il messaggio…? Ma non è di questo che voglio parlarvi, ma di un evento che ha richiamato alla mia memoria un fatto storico che oggi (è ovvio) è stato cancellato: dell’”Alcazar”. Sono convinto che poche persone sanno di cosa sto scrivendo, ma è una storia che merita di essere ricordata.
    Nel nostro percorso passammo per Toledo e in questa città ci imbattemmo nel poderoso Alcazar, una vecchia fortificazione posta nella parte più alta della bella cittadina di notevole stile medioevale. Qui negli anni ’30 era stata istituita una Scuola d’Applicazione d’Arma per i cadetti della Fanteria, della Cavalleria e dei Servizi d’Intendenza. Nel 1936, anno della rivolta franchista, la Scuola contava circa trecento allievi.
    Rammentando la storia della piazzaforte e del suo eroico difensore, cominciai a cercare, fra i numerosissimi negozietti di souvenir che costellano Toledo, una traccia, un qualcosa che ricordasse quei fatti. Nulla! “Quei fatti non erano mai avvenuti”. Per la verità, vivendo in Italia, risulto vaccinato a queste dimenticanze.
    Nel 1936 gli allievi erano in vacanza, come pure era in ferie il direttore della Scuola, il colonnello Moscardò. Appena si cominciarono ad udire gli echi della rivolta, Moscardò e un certo numero di allievi fecero ritorno nell’Alcazar e tutti aderirono alla rivolta nazionalista.
    La prima operazione che Moscardò intese mettere in atto fu quella di consegnare la scuola e i suoi allievi nelle mani dei nazionalisti. Ma la cosa si presentò più complicata di quanto ritenesse, perché, se è vero che la maggioranza della cittadinanza simpatizzava per Francisco Franco, la vittoria del Fronte Popolare alle elezioni legislative aveva reso ancora più forti i sindacati e i partiti della sinistra.
    Moscardò disponeva di una forza non notevole: 150 ufficiali, 8 cadetti, 160 soldati, 60 falangisti e 600 guardie civili. L’Alcazar li accolse tutti, ma devette aprire le porte anche a cinque suore della Carità, a una cinquantina di bambini, ad un centinaio di vecchi e a cinquecento donne, per lo più mogli di militari e delle Guardie Civili.
    Arrivarono, nel frattempo, ordini dal Governo repubblicano di Madrid: ordini che il colonnello Moscardò non intendeva eseguire. Prevedendo il peggio, il 21 luglio proclamò lo stato d’assedio a Toledo e in tutta la provincia. Ciò scatenò violenti combattimenti e, a seguito di questi, altre duemila persone chiesero e ottennero rifugio nell’interno dell’Alcazar, rendendo ancor più grave la già critica situazione, specialmente dal punto di vista igienico e alimentare.
    Madrid inviò il generale Riquelme con un forte contingente di militari e miliziani. Riquelme contattò per telefono Moscardò, chiedendogli i motivi della sua ostinata resistenza. <Colloco l’amor di Patria> rispose Moscardò <al di sopra di ogni cosa; oggi esso è calpestato dai marxisti; sarebbe dunque un sacrilegio quello d’affidare l’educazione dei cadetti alle milizie rosse. Ho assoluta fiducia nel generale Franco>.
    Questo dette inizio ad un assedio implacabile, cui fece seguito un episodio atroce. Uno dei miliziani toledani, Corbello, decise di ricorrere ad un ignobile ricatto. Alle dieci del mattino del 23 luglio per telefono intimò a Moscardò: <Ho qui vostro figlio, prigioniero; fra quindici minuti sarà fucilato se voi non vi arrendete. Forse non mi crederete, ma Luis ora vi parlerà di persona…>.
    Ed ecco al microfono una seconda voce che disse semplicemente: <Papà…>.
    <Che succede, figlio mio?>.
    <Nulla, dicono che mi fucileranno se l’Alcazar non cesserà qualsiasi resistenza…>.
    Dall’altra parte un momento di silenzio… Poi con voce forte Moscardò disse: <Se è vero, figliolo, raccomanda la tua anima a Dio. Viva la Spagna! Muori come un vero spagnolo. Addio, ti abbraccio>.
    <Allora?>: era la voce di Coballo che impazientemente aveva riafferrato la cornetta.
    <Allora> rispose Moscardò <l’Alcazar non si arrenderà mai!>.
    E Luis Moscardò, di diciassette anni, venne fucilato. Come fu fucilato suo fratello catturato con le armi in pugno a Barcellona.
    Il Governo di Madrid era preoccupato per questa accanita resistenza che poteva minare la sua credibilità. A Toledo regnava la calma ma apparente, solo perché i due contendenti si stavano preparando alla battaglia decisiva. Da parte repubblicana erano almeno in 10.000 ad assediare la fortezza. Le possibilità di resistenza per Moscardò erano limitate. I repubblicani controllavano tutte le vie di accesso e avevano avvelenato i pozzi posti nei pressi della fortezza, anche se le cisterne risultavano ancora intatte. La razione del pane non superava i 180 grammi a testa al giorno; tutti i cavalli e i muli furono macellati.
    La sera del 22 agosto un aereo nazionalista sorvolò l’Alcazar e lanciò alcuni viveri, ma la maggior parte cadde nel campo degli assedianti.
    Il 23 giunse un messaggio indirizzato a Moscardò: <Il generale in capo dell’esercito d’Africa e di Spagna ai valorosi difensori dell’Alcazar di Toledo. Ci congratuliamo con voi per l’eroica resistenza. Ci prepariamo a venire in vostro soccorso. In attesa vi inviamo piccoli aiuti. Il generale Francisco Franco>.
    I “piccoli aiuti”, in realtà, risultarono una esigua quantità di derrate alimentari paracadutate sulla fortezza da aerei nazionalisti.
    La situazione nell’interno dell’Alcazar diventava sempre più grave: i feriti venivano curati da svegli per mancanza di anestetici. Anche il numero dei morti divenne preoccupante perché lo spazio non bastava più per seppellirli. L’acqua fu drasticamente razionata
    L’8 settembre il comando repubblicano inviò un parlamentate a trattare con Moscardò, proponendo nuove condizioni di resa: vita salva per le donne, per i bambini, per i vecchi, per i malati, per i feriti, per i soldati e per le guardie. Gli assediati dovranno uscire in gruppi di cinque, gli ufficiali saranno deferiti ai tribunali del popolo e giudicati secondo la loro partecipazione al movimento insurrezionale. La risposta di Moscardò fu immediata. <Io e i miei uomini preferiamo morire piuttosto che arrenderci>. Il parlamentare, dopo aver augurato buona fortuna agli assediati, prima di allontanarsi chiese se avessero bisogno di qualcosa. <Sì, di un sacerdote>, fu la risposta di Moscardò. L’11 settembre il sacerdote repubblicano Vàsquez Camarasa entrò nella fortezza. Ci fu una tale ressa per confessarsi, che il sacerdote fu costretto a impartire l’assoluzione collettiva. Terminato l’ufficio canonico, il sacerdote chiese a Moscardò di lasciare uscire le donne e i bambini. <Se vogliono andare sono liberi, chiedete a loro>. Venne avanti una donna che parlò per tutti: <Non lasceremo mai l’Alcazar… Come potremmo abbandonare quelli che sono morti e quelli che ancora si battono? Se anche tutti gli uomini venissero uccisi, saremo noi a prendere le armi>. Il prete dopo aver ascoltato tornò fra i suoi; ma prima di lasciare l’Alcazar impartì l’ultima benedizione. Poi i combattimenti ripresero con più accanimento di prima.
    Gli occhi del mondo intero erano fissati su quanto stava accadendo a Toledo, quindi per i repubblicani farla finita con i difensori dell’Alcazar era una questione più politica che militare. Dalle miniere delle Asturie arrivarono alcuni esperti artificieri per collocare cariche di dinamite nelle fondazioni della fortezza. I lavori continuarono per giorni e notti I martelli pneumatici trivellavano sotto i muri perimetrali del forte. Una sortita dei difensori per impedire i lavori fu respinta.
    Il 18 settembre una formidabile esplosione mandò in frantumi tutti i vetri della città; la facciata ovest e una delle torri d’angolo dell’Alcazar crollarono in pezzi. Soldati e miliziani balzarono all’assalto invadendo i corridoi, agitando le bandiere rosse. Ma dalle rovine dei sotterranei, coperti di polvere sbucarono i nazionalisti. Per tre ore si svolsero violenti corpo a corpo; finalmente i difensori, con il coraggio della disperazione, riuscirono ad aver ragione degli assalitori.
    I repubblicani, dopo una violenta preparazione d’artiglieria, il 23 successivo ritentarono un nuovo assalto. Vennero di nuovo respinti.
    Intanto l’esercito di Franco, vittorioso nella maggior parte dello scacchiere della penisola, poté puntare alla conquista di Madrid. Il socialista Pietro Nenni, giunto anch’egli con le Brigate Internazionali a Toledo, osservò: <Orgoglioso simbolo del vecchio mondo, resiste solo l’Alcazar, mentre tutt’intorno scompaiono i simboli della dominazione del clero e dell’esercito…>.
    Il 22 settembre Franco decise di liberare gli assediati della fortezza. Il generale Kindelàn lo avvertì: <Lo sapete che questa decisione può pregiudicare la liberazione di Madrid?>.
    <Certo> ribatté Franco <Ma non ha importanza. Toledo è un simbolo>. Quindi dette l’ordine al generale Varela di puntare con due colonne, sull’Alcazar. Il giorno 26 Varela tagliò la strada ai combattenti repubblicani i quali non ebbero altra soluzione che la fuga.
    La conquista della città terminò con un ennesimo massacro, caratteristica di ogni guerra civile.
    Varela arrivò a Toledo il 26. Moscardò, esausto per la fatica, si mise sull’attenti e fece il suo rapporto: <Qui nulla da segnalare>. Tre giorni dopo sarà promosso generale. L’assedio era durato settantun giorni.
    In Italia, come in ogni altra parte del mondo, quella dell’Alcazar fu considerata una epopea e un bel film ne siglò la vicenda.

  3. #3
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    Moscardò fu ed é un esempio.

    Un vero uomo, soprattutto con le responsabilità che gravavano sulle sue spalle, che seppe agire per il bene di tanti altri, per il bene del suo paese e per ciò che era più giusto agli occhi di Dio.
    Un uomo che seppe accettare la croce come fece nostro Signore, che dire, un eroe.
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