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Discussione: contro il missinismo.

  1. #1
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    Predefinito contro il missinismo.

    La destra e gli ebrei
    Almirante, Israele e il sionismo che covava sotto la storia della destra
    Marina Valensise

    Si prendano un po' di tempo per leggere l'ultimo libro di Gianni Scipione Rossi ("La destra e gli ebrei", Rubbettino, 302 pagine, € 16) coloro che storcono il naso davanti al "nuovo" corso della politica pro-israeliana di AN, giudicano Gianfranco Fini un opportunista. Questo libro offre un inventario di tutte le posizioni assunte in seno alla destra sugli ebrei, la persecuzione, il sionismo e lo Stato d'Israele negli ultimi sessant'anni. È un lavoro di scavo, che senza perdersi nei concetti si limita a riesumare fatti, documenti, riviste introvabili, dichiarazioni e giudizi sul passato regime e i suoi orrori. Dimostra, fra l'altro, come il pregiudizio antisemita nella destra neofascista sia più l'effetto di una sovrapposizione ex-post, compiuta da pensatori radicali come Julius Evola o dai figli dei reduci di Salò, come Adriano Romualdi, nella loro ricerca di valori solenni come il coraggio, la gerarchia, coi quali combattere la mediocrità dei tempi, che non un'eredità politica indiscussa.
    Intendiamoci, Rossi non ha intenti apologetici. Muove sul filo dell'accertamento filologico e per questo il suo racconto risulta ancora più imbarazzante. Ma ha il merito di dare un nome a fatti, idee e circostanze, e ricostruire così nelle sue varie forme, ambigue o incerte, generose o reticenti, la rielaborazione dell'antisemitismo fascista e della persecuzione antiebraica nella destra italiana. Ricorda, per esempio, la rimozione del dopoguerra, quando i gerarchi di Salò come Piero Pisenti, il ministro dell'Educazione Biggini, o l'ultimo federale di Milano Vincenzo Costa, si misero a sottolineare di aver mitigato gli effetti delle leggi razziali al mito del buon fascista, «antisemita sì, ma senza convinzione».
    Ma ricorda anche i tanti italiani ebrei che in nome dello Stato risorgimentale e dell'emancipazione aderirono al fascismo e ne caddero vittima: Aldo Finzi, che era uno dei nove deputati fascisti del 1921, membro del Gran Consiglio, espulso dal partito nel 1942, fucilato alle Fosse Ardeatine, l'editore Formiggini, suicida nel 1938, il generale Guido Liuzzi, Emilio Foà che diceva ai figli di restare fascisti, ma nel 1938 si suicida, Tullio Terni accademico ai Lincei, epurato sia nel 1938 sia nel 1945 in quanto fascista, e morto suicida nel primo anniversario della Liberazione.
    La riflessione sulla campagna razziale precedette la nascita del Movimento Sociale Italiano, e iniziò nell'agosto 1946 sul primo numero di "Rataplan", il settimanale di Nino Tripodi, dove se ne poteva trovare un'interpretazione geostrategica: «Non fu per supina acquiescenza a ordini tedeschi, bensì per la speranza, meglio, per il calcolo politico sui vantaggi ottenibili in Medio Oriente in caso di guerra. Un calcolo che in pratica si rivelò sbagliato, e comunque meno infame di una brutale ubbidienza a ordini di Hitler, ma pur sempre un'azione ridicola in fatto di premessa scientifica razziale, e maledetta e cattiva, quando arrivò a colpire i bambini espulsi dalle pubbliche scuole, alti funzionari, ineccepibili ufficiali e il sacramento del matrimonio».
    E Rossi sottolinea pure come, malgrado la rimozione, l'ambiguità e la ricerca di attenuanti, la destra missina non aspettò la metamorfosi di Alleanza Nazionale per ripudiare l'antisemitismo fascista: filoisraeliana sin dal 1948, prosionista in nome dei valori dello Stato e del socialismo, con Giano Accame inviato de "il Borghese" a Gerusalemme all'inizio degli anni Sessanta, si schiera con Israele nella guerra dei Sei giorni del 1967, che segna la svolta nella politica dei due blocchi, con la rottura diplomatica tra Mosca e Gerusalemme, e nella guerra del Kippur del 1973.
    Quanto al retaggio del passato, il nuovo corso di Fini non è una novità. Trent'anni prima di lui fu Giorgio Almirante, nel 1972 a riconoscere in televisione «i valori di libertà della Resistenza», e condannare le leggi razziali. Il che gli valse la violenta reazione di Julius Evola di fronte al «non simpatico cedimento», e una difesa del razzismo a sfondo antisemita che oggi firmerebbe soltanto un intellettuale di sinistra come Alberto Asor Rosa: «Le deprecabili persecuzioni subite dall'ebreo non autorizzano a farne un essere sacrosanto, a cui ci si debba avvicinare solo con venerazione».

    Marina Valensise

    il COMMENTO di Giorgio Vitali:

    La breve presentazione del libro di Scipione Rossi ci offre la possibilità di un commento, di necessità molto breve. L'evoluzione della politica in questo lungo dopoguerra ci ha dato la possibilità di comprendere alcuni meccanismi psicologici che hanno valenza sociale. La Società del XX secolo è indubbiamente frutto dell'intersecazione di molteplici componenti che è inutile elencare. Fra questi, indubbiamente, l'interferenza delle ideologie che hanno rappresentato una componente essenziale del novecento. Per meglio dire, le ideologie, nate nell'ottocento, ma come idee e prospettive politiche, si sono cristallizzate in autentiche fedi d'impianto religioso, per cui (e lo vediamo oggi coi post-comunisti) non è possibile instaurare un dialogo che tenga conto della realtà civile e delle esigenze fondamentali di questa. Il fallimento del prodiano centro-sinistra, di fronte allo pseudo concretismo berlusconiano di stampo attivistico-milanese, ne è la prova. Questo affermiamo perchè di fronte al problema ebraico le interpretazioni del passato e del presente sono sistematicamente sballate, perchè si danno per scontate -e dimostrate- molte dichiarazioni (peraltro SEMPRE di parte), testimonianze, studi, ricerche del tutto false. Dimostratamente, malgrado persecuzioni di varia intensità, false.
    Per fortuna alcuni studiosi, fra i quali Mauro Manno, hanno dimostrato che durante il novecento la questione ebraica non è stata affrontata, da tutte le Nazioni senza eccezione, come la maggioranza delle persone sono portate a credere a causa dell'indottrinamento ricevuto dagli anni sessanta in poi (esattamente da quando è iniziata la campagna mediatica con epicentro Hollywood per l'affermazione del mito olocaustico funzionale al mantenimento dello Stato di Israele).
    Per comprendere appieno il fenomeno, occorre seguire con attenzione la nascita e lo sviluppo della religione cristiana. Oggi è molto difficile, anche per lo persone munite di cultura idonea, comprendere il significato di una dottrina religiosa che nasce, si sviluppa e si diffonde nell'arco di 500 e più anni prima di una completa affermazione nell'area imperiale romana, pur essendo stata facilitata da Costantino in poi, in quanto funzionale al sistema politico imperiale. E tuttavia occorre tener presente alcuni elementi cardine: Clemente Alessandrino (150-215), intellettuale ellenistico, che costruisce la figura di Gesù come ebreo della Palestina; Filone Alessandrino altro intellettuale ellenistico, fiorito il primo secolo dopo Cristo, che applicando il metodo allegorico, (metodo interpretativo razionalistico), alla Bibbia inserisce quest'opera nel corpus dottrinario del cristianesimo. Agostino, fiorito fra il 354 ed il 430 dopo Cristo, considerato «il» padre della Chiesa, per non dire di Tommaso d'Aquino, (1230-1274). Per non dire, fra le migliaia, di Gregorio di Nissa, Giovanni Grisostomo, Giovanni Damasceno, nonchè il filone parallelo del neoplatonismo pagano, interpretato in primis da Plotino e da Porfirio. Insomma, si tratta di una elaborazione lentissima, con continui apporti filosofico-dottrinari, scandita da Concilii che sancivano la vittoria di una delle molte correnti dottrinarie antagoniste e conseguenti stragi e vendette atroci.
    Oggi, questo elaborato è presente alla mente di pochissime persone. Per tutto il resto il cristianesimo, eresie e scismi a parte per cui esistono sottoreligioni e sottosette che vantano ciascuna l'eredità diretta nientemeno che da Cristo stesso, è un corpo unico, sempre uguale a sè stesso, perchè RIVELATO una volta per tutte in epoca imprecisata ed imprecisabile. Vale la pena di sottolineare che a tutt'oggi è lo stesso papa teologo Ratzinger che ha sentito il bisogno di scrivere un libro nel quale afferma che... Cristo è realmente esistito... Ma non è il solo. La polemica sulla "reale" esistenza di Cristo, come se tale presenza, in epoca imprecisata ed in un ambiente non ben definito, costituisca elemento "essenziale" per l'affermazione di una fede che in sè stessa non abbisognerebbe di tante attenzioni (si pensi a Rama, Krishna, Ermete, Mosè, Orfeo, Pitagora, Mithra) tant'è vero che il cristianesimo gnostico ignora questa esigenza di una dimostrazione dell'esistenza carnale di Gesù.
    Guardando pertanto in controluce la storia della nascita del cristianesimo possiamo scorgervi un numero enorme di somiglianze con la storia della nascita del mito ebraico-olocaustico per cui il rapporto del fascismo e del nascismo con gli ebrei è stato sempre conflittuale. Nulla di più falso. E lo stesso possiamo affermare per il comunismo, nelle sue varie accezioni fino allo stalinismo, al titoismo, alle altre manifestazioni della sinistra centro-sud americana. Mentre per Stalin possiamo far risalire l'inizio dell'attività politica alla compilazione, affidatagli da Lenin, sulle nazionalità ["Il marxismo ed il problema nazionale", 1913] e quindi sull'ebraismo, il rapporto del fascismo e del nazismo con l'ebraismo è stato determinato essenzialmente dal rapporto con il Sionismo. Questo rapporto ha condizionato gli atteggiamenti fascisti e nazisti nei confronti degli ebrei e dell'ebraismo, così come il rapporto fra le organizzazioni ebraiche internazionali, filo e anti sioniste esse fossero, ha caratterizzato la politica della Gran Bretagna nel Vicino e Medio Oriente.
    Posizioni ideologiche espresse da alcuni intellettuali centro europei ed italiani (J. Evola) esulano da una geopolitica fascista che è sempre stata motivata da esigenze di politica estera mediterranea. [Favorevole al Sionismo quand'esso era filo fascista (Jabotinsky) contrario quand'esso sposava in pieno la politica imperialistica anglosassone].


    Giorgio Vitali

  2. #2
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    fonte: rivista "Orion" numero 234 del marzo 2004
    .
    Da Almirante a Tel Aviv

    L'impostazione inequivocabilmente occidentalista e filo-sionista che da sempre caratterizza Alleanza Nazionale trova le sue radici nella svolta reazionaria intrapresa dal Movimento Sociale a partire almeno dal 1969. Svolta che comunque non nasce dal nulla, trovando anzi un suo prologo ideale in alcuni avvenimenti chiave accaduti già nel biennio 1967/68. Nel 1967, con la "Guerra dei Sei Giorni", si ha innanzitutto la presa di posizione inequivocabilmente filo-israeliana del partito. In quel momento la dirigenza missina abbandona l'opzione filo-araba ereditata dal Fascismo e sceglie di parteggiare per l'esercito sionista contro il nemico "arabo-comunista" (così viene liquidato il nasserismo, che pure in precedenza si era non poco corteggiato). [1] Sul versante della situazione socio-politica italiana, intanto, vediamo l'emergere della contestazione giovanile che, contrariamente a ciò che si pensa, ha connotazioni esclusivamente sinistrorse solo al nord, mentre ben diverso è lo scenario nel centro-sud: se a Perugia e a Napoli le occupazioni degli atenei sono guidate dal FUAN, infatti, a Roma vediamo addirittura Lotta di Popolo, Avanguardia Nazionale e parte delle organizzazioni studentesche missine collaborare con il Movimento Studentesco. È in questo contesto che ha luogo la disastrosa e demagogica spedizione punitiva organizzata da Almirante, Caradonna e Turchi per cacciare la "canaglia rossa" dall'università. Risultato: la contestazione torna in mano alle sinistre, Giovane Italia e FUAN si polverizzano ed il partito ottiene alle elezioni dello stesso anno il peggior risultato dal 1948 (4,5 %).

    Inizia l'era di Almirante (1969)

    Ecco a cosa è ridotto il MSI nel 1969, anno in cui il segretario Michelini muore. Suo successore viene nominato Giorgio Almirante, «l'unico in grado di assicurare la continuazione del progetto di inserimento e di defascistizzazione e, contemporaneamente, la mobilitazione convinta e partecipe della base». [2] Lo stile si fa più vivace e battagliero, ma gli obiettivi politici divengono scopertamente reazionari. Si ritorna ad invocare un «blocco d'ordine» piattamente conservatore, un blocco che -testuali parole- «vuole il servizio militare obbligatorio, il matrimonio indissolubile, il celibato dei preti, la morale non bacchettona ma nemmeno prostituta, i pederasti alla gogna ed i treni in orario»; un blocco composto da «quei milioni di mamme che la mattina mandano a scuola i loro figlioli puliti, coi compiti fatti, il timore di Dio e l'amore della patria nel cuore». [3] Tale opzione prevede il raggruppamento di tutte le forze anticomuniste -«fasciste» o antifasciste che siano- in un unico schieramento; Almirante ci proverà prima col "Fronte Articolato Anticomunista", poi con la "Destra Nazionale" ed infine con la "Costituente di Destra". Tutti progetti destinati al fallimento. Nel medesimo disegno vanno inquadrati il tentato inserimento nel movimento di «contromobilitazione moderata» della "Maggioranza Silenziosa" accanto a monarchici, liberali e socialdemocratici e le adesioni al partito di personalità come l'ammiraglio Birindelli, ex-comandante delle forze NATO del Mediterraneo, o il generale De Lorenzo, noto antifascista approdato al MSI nel 1971 dopo lo scandalo per il presunto golpe del '64. Sempre nel '71 il MSI avvia dei contatti col PDIUM (il partito monarchico), contatti che sfoceranno nella presentazione di liste comuni alle elezioni del 1972, e nell'unificazione dei due partiti, votata all'unanimità dal Consiglio Nazionale monarchico del 8-9 luglio 1972. Esponenti di spicco del PDIUM come Lauro e Covelli andranno inoltre ad occupare importanti cariche all'interno del partito missino. Nel frattempo il MSI corteggia apertamente le frange moderate e conservatrici deluse dalla DC e dal PLI. Nel Congresso del 1973 Almirante può dichiarare profeticamente: «noi stiamo diventando il centro-destra». L'anno successivo, col referendum sul divorzio, il MSI abbraccia definitivamente la linea del perbenismo moralista sposando la linea anti-divorzista della DC, che pure sopporta i neofascisti a malapena. La consultazione referendaria è vista dai missini come un puro e semplice «plebiscito anticomunista» -«non votate come i comunisti, con i comunisti, per i comunisti»- destinato a sancire la nascita di un fronte unico clerico-conservatore. Il «plebiscito» fallirà clamorosamente, e con esso le speranze almirantiane di un'apertura a destra della DC. Due ulteriori elementi altamente significativi relativi allo statuto del partito: nel 1973 scompare la clausola che qualifica l'appartenenza alla massoneria come incompatibile con l'iscrizione al partito [4] ed in più viene affermata la «missione occidentale, europea, mediterranea» del Movimento (si inserisce, cioè, il termine «occidentale» che nello statuto originario era assente, come noterà amaramente Beppe Niccolai). [5] Sempre in questo periodo, durante una "Tribuna Politica" televisiva, Almirante proclama l'accettazione della democrazia e della libertà come «valori prioritari ed irrinunciabili», e giunge ad esaltare i valori della «resistenza» in quanto valori di libertà.

    «Israele è il nostro futuro»

    Nel frattempo la posizione missina in politica estera è del tutto coerente con la svolta di cui si è detto: innanzitutto si afferma l'abbandono di ogni velleità anti-occidentalista, tanto che Almirante può dichiarare al congresso del partito del 1970: «noi siamo l'Occidente; lo rappresentiamo, siamo la punta avanzata dell'Occidente. Non esistono, non esisteranno mai, si pone fuori dal partito chi lo sostiene, posizioni terzaforziste in seno al MSI». [6]
    Conseguentemente, anche la guerra del Kippur (1973) trova la dirigenza missina entusiasticamente schierata su posizioni filo-israeliane. In una rivista giovanile di destra non ci si vergognerà nello scrivere: «Israele si espande perché è la Storia dell'Uomo che
    lo chiama a compiere quell'opera di civiltà e di guerra che altri popoli, altre nazioni (…) rifiutano di compiere. Israele è anche il nostro futuro». [7] Almirante, intanto, si reca negli USA portando a garanzia della propria legittimità democratica una lettera scritta dal Rabbino Capo di Roma, Elio Toaff, a Giulio Caradonna, indefesso sostenitore della politica israeliana e divulgatore di discutibili tesi storiche su di una presunta politica filo-sionista del Fascismo. Anche l'ambiente «culturale» si dà da fare: se da una parte dalle colonne de "Il Borghese" Giano Accame propaganda fin dal 1962 l'idea di Israele come piccolo stato eroico e nazionalista, avamposto d'Occidente assediato dai comunisti arabi, dall'altra Giuseppe Ciarrapico, editore «cerniera» tra la destra della DC andreottiana ed il MSI, comincia a pubblicare testi apologetici delle gesta delle armate sioniste: nel 1973 pubblica "L'Haganah. L'armata segreta d'Israele", di Thierry Nolin, nel 1976 "Missione a Entebbe", di Yehuda Ofer, mentre nel 1981 toccherà addirittura alle memorie di Begin.

    Esperimenti e ricadute (1977/88)

    La strategia dell'inserimento nel Sistema fallisce però miseramente.
    Il successo elettorale del 1972 è importante ma effimero, ed il partito continua a trovarsi più isolato che mai. Nel 1977 si decide un timido cambiamento di rotta. Almirante si convince a dare maggior spazio all'opposizione rautiana nella definizione della linea politica. Qualcosa sembra cambiare, allorché alcune delle posizioni più retrive vengono effettivamente abbandonate. [8] Ciononostante, Almirante non sa esimersi, nel 1980, dal tentare l'ennesima carta demagogica e reazionaria: la raccolta di firme in favore dell'istituzione della pena capitale per i terroristi. La proposta è allucinante, se solo si pensa che essa viene espressa in un contesto in cui per essere dichiarati «terroristi» -meglio se «terroristi neri»- basta veramente poco. Né ci viene risparmiata la vergogna dell'ennesima genuflessione di fronte all'occupante americano: quando, infatti, Craxi -che aveva tra l'altro già tentato timide aperture nei confronti dei missini- invia i carabinieri a Sigonella (1985) a fronteggiare i marines, nell'unico ed isolato bagliore di dignità che la repubblica antifascista abbia saputo proporci da quando fu fondata, la segreteria missina mantiene un atteggiamento filo-americano che ha del disarmante.

    L'era post-almirantiana

    Nel 1988 Giorgio Almirante muore. Suo successore è già stato nominato Gianfranco Fini, da sempre pupillo dello storico segretario missino. Giorgio Bocca lo definirà in seguito «l'inglese di Bologna», riecheggiando, involontariamente ma significativamente, le invettive di Berto Ricci contro gli «inglesi di casa nostra». Il nuovo segretario si presenta vagheggiando, con scialba retorica nostalgica, di un ambiguo "Fascismo del 2000". Ma il ragazzo è ancora inesperto, e si vede, tanto da esser sostituito da Pino Rauti già nel Congresso di Rimini del 1990. La storica anima critica del partito ha finalmente l'opportunità di confrontarsi con la concreta direzione politica. Tutto fa sperare nell'inizio di una nuova era. In realtà, però, la segreteria rautiana dura solo fino al luglio del 1991. Nel frattempo, l'ideologo «nazional-rivoluzionario» ha fatto in tempo ad approvare la Guerra del Golfo ed a portare il partito al 3,9%. Al peggio, evidentemente, non c'è mai fine. O forse è ancora presto per dirlo. Dopo Rauti, infatti, viene rieletto segretario Gianfranco Fini.

    Alleanza Nazionale

    Siamo agli inizi degli anni '90. Periodo di grandi sommovimenti politici. Improvvisamente il partitello missino vede cadere dal cielo la legittimazione che da anni cercava. Le inchieste della magistratura milanese, le «picconate» di Cossiga, le esternazioni pro-finiane di Berlusconi portano il MSI al centro della scena politica. Per cogliere l'occasione al volo, però, occorre dare una riverniciata generale. È così che nel 1994 nasce Alleanza Nazionale. Per capire di cosa si tratti basterebbe citare la famosa battuta di Publio Fiori, ex-DC e neo-affiliato alla truppa di Fini: «ecco la DC che volevo!». Grazie all'isteria anticomunista berlusconiana, AN può finalmente realizzare il vecchio sogno almirantiano: «la strategia dell'Alleanza Nazionale lanciata da Fini non (è) che la riedizione della formula della Destra Nazionale progettata da Giorgio Almirante nel 1972, riproposta stavolta sulla base di diversi rapporti di forza». [9] Nel 1995 la nascita del nuovo partito viene formalizzata con il congresso di Fiuggi. È qui che -oltre alle lodi di rito all'antifascismo «portatore di libertà»- verrà approvata l'allucinante mozione in cui antisemitismo e antiebraismo sono condannati anche se «camuffati con la patina propagandistica dell'antisionismo e della polemica anti-israeliana». Probabilmente nessun altro partito italiano o europeo è mai giunto ad equiparare di principio antiebraismo e critica ad Israele. Ci si tiene inoltre a precisare che gli ebrei sarebbero «nostri fratelli maggiori» - espressione che può al limite avere un senso dal punto di vista della teologia cattolica, ma che risulta grottescamente ruffiana se presentata in un documento politico. Coerentemente con tali tesi, tra i dirigenti di AN (da Maurizio Gasparri a Francesco Storace, da Adolfo Urso a Gustavo Selva, dai parlamentari Marco Zacchera e Andrea Ronchi a Gianni Alemanno) [10] comincerà presto ad essere trendy il pellegrinaggio in Israele. Del resto numerosi esponenti del partito [11] parteciperanno persino all'Israel Day (sic!) organizzato dal quotidiano "Il Foglio" il 15 aprile 2002 a Roma o manifesteranno pubblicamente il proprio sostegno per l'iniziativa. Nel frattempo la linea politica del partito rasenta l'inconsistenza assoluta nel momento in cui viene a mancare persino l'opzione «legge & ordine», resa improponibile da un alleato ingombrante come Forza Italia, giudiziariamente piuttosto «disinvolto», come sappiamo. Né la patina «sociale» che AN cerca di darsi può ingannare chicchessia; pensiamo solo ad uscite finiane del seguente tenore: «sono deliranti le vociferazioni del Sessantotto -poi passate alle BR, anche nel documento sull'assassinio di D'Antona- contro la "Trilaterale" e il "potere delle multinazionali"». [12] Chi denuncia i disegni criminali della Trilaterale è quindi: un folle, di sinistra e un terrorista (con buona pace della sedicente destra «sociale» interna ad AN che continua a dichiararsi ostile ai «poteri forti»). A ciò si aggiungano il sostegno a tutte -dicasi tutte- le guerre intraprese in questi anni dagli USA, le proposte antinazionali sul voto agli immigrati, l'azione costantemente antieuropea in politica estera ed avremo il quadro completo. Fini, ormai, ragiona in termini di tecnocrazia post-democratica: ha capito che oggi sono le oligarchie, non il popolo, a conferire legittimità e potere. Ne ha preso atto e si è adeguato, tentando la sua personale scalata al vertice sfruttando i contatti giusti. [13]
    Per adesso sembra riuscirci, sempre che qualche censore progressista non gli rovini tutto, protestando perché il pedigree antifascista di AN non è abbastanza puro. Poveracci: non hanno capito che loro fascisti non lo sono stati mai?

    Adriano Scianca
    Note:

    [1] Tutto questo quando i nazionalisti europei più consapevoli stanno facendo altrove ben altre scelte di campo: il 3 giugno 1968, viene ucciso in Palestina Roger Coudroy, militante di Jeune Europe, primo europeo a cadere martire nella lotta antisionista.

    [2] Piero Ignazi, "Il polo escluso. Profilo del Movimento Sociale Italiano", Il Mulino, Bologna 1989

    [3] Nino Tripodi, "Viva il blocco d'ordine", in "Il Secolo d'Italia" del 16/7/69, citato in Piero Ignazi, op. cit.

    [4] L'esplicito divieto di adesione alla massoneria per gli iscritti al partito era stato sancito già nel II Congresso Nazionale e verrà poi riaffermato nel 1980.

    [5] Giuseppe Niccolai, "Europa e occidentalismo", termini inconciliabili, in "L'Eco della Versilia", n° 8-9 Anno XV 31/12/86

    [6] Cit. in Gianni Scipione Rossi, "La destra e gli ebrei. Una storia italiana". Rubbettino 2003

    [7] Ugo Bonasi, Addio ai padroni, in "Il Principe", novembre 1970 (cit. in Gianni Scipione Rossi, op. cit. )

    [8] Si veda, ad esempio, il rinnovamento della polemica anticomunista: non più appelli all'ordine contro la «sovversione rossa» ma critica del PCI come partito conservatore complice del dominio democristiano. Oppure si pensi all'inedita attenzione per temi come quello dei diritti civili (contro la repressione antifascista), dell'ecologia ecc.

    [9] Annalisa Terranova, "Planando sopra boschi di braccia tese", Settimo Sigillo, Roma 1996

    [10] Cfr. Gianni Scipione Rossi, op. cit.

    [11] Su "Il Foglio" verranno citati i seguenti nomi: Gianfranco Fini, Maurizio Gasparri, Giorgio Bornacin, Ugo Lisi, Pietro Armani, Adolfo Urso, Enzo Fragalà, Silvano Moffa, Marco Zacchera, Enzo Lo Presti, Italo Bocchino, Ignazio La Russa, Gustavo Selva, Giampaolo Landi di Chiavenna, Mario Landolfi, Stefano Losurdo, Nino Strano, Andrea
    Ronchi, Cristiana Moscardini, Franz Turchi jr.

    [12] Gianfranco Fini, "Un'Italia civile. Intervista con Marcello Staglieno", Ponte alle Grazie, Milano 1999. In tema di «poteri forti» si ricordi la recentissima presenza di Fini ad un convegno italiano del B'nai B'rith, nota «associazione benefica» -così l'hanno definita i telegiornali- ebraica.

    [13] Per cogliere la relazione tra le recenti vicende riguardanti AN e la politica anti-europea delle oligarchie sioniste e statunitensi cfr. Gabriele Adinolfi, "Se questo è un uomo", in "Orion" n° 231, dicembre 2003.

  3. #3
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    MSI: C'è poco da salvare

    Solo grazie alla gentile segnalazione di un vostro collaboratore sono venuto a conoscenza della pubblicazione in questo giornale [Rinascita. ndlr] di una mia ricerca già stampata nel 1997 dal periodico “Aurora” col titolo: “Nome MSI - Paternità SIM”. Sempre il vostro collaboratore mi ha poi segnalato il successivo intervento polemico, relativo ad alcune parti del citato articolo, da parte del signor Ernesto Roli (v.”Romualdi: Ristabiliamo la verità”): Pur non avendo nulla da eccepire sulla riproduzione tale e quale di una ricerca ormai datata, avrei forse preferito accordarmi per la stesura di un nuovo testo possibilmente aggiornato con nuovi riscontri.
    Approfitterò pertanto dell’occasione fornitami dal diritto di replica al signor Roli, per proporre una parte di argomenti inediti ad integrazione della vecchia tesi.
    Il signor Roli mi chiama sostanzialmente in causa con tre diversi appunti critici a carattere rispettivamente personale, storico e politico.
    Iniziamo subito dal fatto personale secondo cui avrei squalificato gratuitamente “certe persone” (leggi: Romualdi) basandomi essenzialmente su “rancori od illazioni”. Per quanto mi riguarda, posso documentare l’assoluta mancanza di rancori per ammettere, al più, una qualche illazione sempre intesa però nella precisa accezione dei suoi vari sinonimi di: deduzione, conseguenza e conclusione.
    Del resto, che non sia stato per nulla prevenuto contro Romualdi è dimostrato dal fatto che nel mio libro edito nel 1989, Parma nella RSI (Edizioni all’insegna del Veltro, Parma) credo di averne positivamente illustrato l’opera di Commissario federale del PFR a Parma.
    Inoltre, ho preso le sue difese più volte intromettendomi sulla stampa cittadina al fine di contestare alcuni giudizi espressi sulla sua persona e questo con particolare riferimento alle esecuzioni di 7 antifascisti avvenute a Parma nella notte fra il 31 agosto e il 1 settembre 1944. Per quest’episodio Romualdi venne, infatti, assolto dalla Corte d’Assise di Macerata grazie soprattutto alle testimonianze in suo favore di un prete partigiano affilato all’OSS- CIA, Don Guido Anelli e dell’agente del SIM badogliano, già infiltrato nella sua segreteria federale, tenente Giovanni Nadotti.
    Si possono consultare in proposito alcuni miei interventi ospitati sulle colonne della “Gazzetta di Parma”, quali per es.: L’eccidio di Piazza Garibaldi, in G.d.P. del 5.9.1990 o L’eccidio della Piazza in G.d.P. del 9.9.1995. Forse, proprio a causa di queste mie continue ingerenze a favore di Romualdi, sono stato un giorno avvicinato da tal Ettore Brotini, ex milite della RSI, il cui padre Ugo, era stato - fino alla morte in combattimento - al comando del distaccamento della B.N. di Salsomaggiore. Questo ex milite mi raccontò come e perché si era casualmente trovato, nella fatidica notte del 31 agosto `44, presso il Comando della Brigata Nera e, in qualità di testimone oculare dei fatti avvenuti quella notte, mi rivelò che la rappresaglia era stata effettivamente eseguita dalla B.N. e non dai Tedeschi, come era stato invece falsamente testimoniato a Macerata da parte dei vari agenti dei servizi segreti italiani ed esteri. Risulta, è vero, che Romualdi si è difeso dall’accusa di crimini di guerra dichiarando che, al tempo dei fatti per i quali veniva accusato, egli non si trovava a Parma e quindi non era neppure al corrente del preciso svolgimento degli fatti in questione.
    Il Brotini mi fece tuttavia presente che quella sera Romualdi, proprio mentre si procedeva alle singole esecuzioni, aveva telefonato al Comando per chiedere notizie di quanto stava accadendo e lo stesso Romualdi - informato della presenza presso il Comando del Brotini - volle sentirlo personalmente per chiedere notizie sia di lui che del padre, il quale, come accennato solo dopo poche settimane, perderà la vita nel corso di una notturna incursione partigiana.
    Queste dichiarazioni sono state debitamente registrate e la relativa cassetta è stata a suo tempo depositata all’I.S.R. di Parma al fine di renderla disponibile agli eventuali interessati.
    In precedenza, esattamente nell’aprile del 1995, avevo avuto occasione di intervistare l’ex milite della B.N. di Reggio Emilia, Dante Scolari, il quale documentandomi relativamente ad un’altra rappresaglia effettuata a Parma, questa volta però dai reggiani, e di cui non si erano mai conosciuti gli occulti mandanti, fece un solo nome: Romualdi. A queste varie notizie si aggiungeva anche il ritrovamento, in circostanze a dir poco eccezionali, dei documenti originali e autografi dell’ex agente segreto del SIM infiltrato nella segreteria federale a Parma e poi alla vicesegretaria nazionale di Milano, ingegner Gianni Nadotti. Anche questi documenti sono stati resi accessibili al pubblico tramite il loro deposito in un fondo a mio nome presso l’I.S.R. di Parma.
    Le testimonianze e i documenti citati servono in parte a compensare l’assoluto, e quanto mai sospetto, vuoto documentale relativo all’intera gestione Romualdi del PFR a Parma di cui non vi è traccia né presso il locale Archivio di Stato né all’Archivio Centrale dello Stato a Roma come personalmente asseverato dalla Sovrintendente, prof. Paola Carucci con lettera prot. 2878 del 19 giugno 1997[1].
    Quanto precede sono dunque le discusse “illazioni”, intese appunto come quelle deduzioni/conseguenze/conclusioni che nel loro insieme hanno poi determinato nel sottoscritto una nuova e diversa valutazione circa l’opera di Pino Romualdi sia nella RSI sia dopo.
    Per quanto poi concerne - almeno a mio parere - alcune ben definite conseguenze, come la resa fatta firmare a Como da Romualdi, prendo atto dell’affermazione a dir poco temeraria del Roli, secondo cui Pavolini, recandosi a Menaggio incontro a Mussolini, “aveva lasciato detto a Romualdi che se entro le 23 non fosse ritornato indietro con la colonna Mussolini, egli avrebbe potuto intavolare trattative con emissari Alleati”. Sempre a questo proposito scrive il ben più affidabile - ma soprattutto informato - Spampanato: “Il Guastoni (OSS) era in possesso di una lettera di credenziali del Consolato generale di Berna, come ricorda Costa ( o del viceconsole americano di Lugano, come rettifica con me il prefetto Celio). La lettera lo autorizzava a trattare del passaggio dei poteri nel miglior modo (Celio mi scrisse che ne era stato avvertito anche Pavolini - Escludo la circostanza, Pavolini, a conoscenza di un passo americano, ne avrebbe informato la notte Mussolini a Menaggio e Feliciani che era ancora li lo avrebbe saputo se non direttamente almeno dal suo amico Mezzasoma che non gli nascose niente di quanto andava accadendo) (B. Spampanato, Contromemoriale, vol. III, ed.
    1952, pag. 140. Per quanto datata, la deduzione dello Spampanato non ha perso smalto, dal momento che è stata riproposta senza particolari commenti critici da Marino Viganò - già curatore, per conto della famiglia, delle memorie di Romualdi -nel suo articolo La tregua di Como 26-27 aprile 1945 - Parte II: Le trattative, in “Storia del XX Secolo” del maggio 1997, pag. 33.
    Passiamo ora al terzo e più corposo punto riguardante gli aspetti politici che avrebbero caratterizzato l’intero dopoguerra, per cui, a partire dal patto di Jalta del febbraio 1945, a voler dare retta a Roli, “ai Fascisti non restava altro che schierarsi visto che la principale tesi fascista, quella dell’uguaglianza fra comunismo e americanismo, era ormai storicamente crollata. Coloro che facevano prevalere i sentimenti anticomunisti si sono schierati con l’America, mentre coloro che facevano prevalere l’antiamericansimo si sono schierati con il PCI e la Russia”.
    A rendere aleatoria quella pur “perversa logica di Yalta”, che secondo Roli, avrebbe cominciato a produrre i suoi primi e deleteri effetti solo a partire dai primi mesi del `45, vale a dire contestualmente alla spartizione ufficiale delle zone d’influenza fra USA e URSS, vi è una recente documentazione reperita negli Archivi nazionali di Washington da giornalisti del “Corriere della Sera” e pubblicata dallo stesso giornale, la quale dimostra che già nell’autunno del 1944, quindi ben prima della conferenza di Jalta, almeno una branca dell’OSS, in combutta con ambienti spionistici badogliani e clericali italiani, aveva già predisposto per l’immediato dopoguerra una forte e articolata reazione anticomunista da sviluppare in Italia.
    Stando ai documenti pubblicati dal “Corriere della Sera”, [2] un semplice parroco di montagna, per quanto coadiuvato da un agente italoamericano dell’OSS, avrebbe convinto a partire dal novembre 1944 l’allora segretario di Pio XII, monsignor Montini, e per suo tramite il Papa stesso, a collaborare organicamente con l’OSS, fornendo ad es. informazioni strategiche, da acquisire sia tramite le Curie del nord e del sud sia attraverso le Nunziature operanti in Germania e Giappone.
    Superando poi la scontata diffidenza nei confronti delle formazioni partigiane, per la loro non ininfluente componente marxista, Montini - dietro autorizzazione del papa - organizzava un incontro fra il parroco di montagna e l’ordinario militare, vescovo Ferrero, al fine di fornire un regolare cappellano ad ogni formazione partigiana. Questa inusitata attività del Vaticano era conseguente alla garanzia fornita dal nostro parroco di montagna e dal suo accompagnatore dell’OSS, che a fine guerra gli americani avrebbero completamente ribaltato la linea politica internazionale nei riguardi dei comunisti opponendosi,specie per quanto riguarda l’Italia, al loro eventuale accesso al governo.
    Ma chi era questo parroco di montagna, così influente da riuscire a far imprimere una svolta tanto radicale alla pur prudentissima e accorta diplomazia vaticana? Sorpresa: trattasi di Don Guido Anelli, parroco ad Ostia di Borgotaro, piccola frazione montana del parmense, personaggio che abbiamo già incontrato nelle vesti di falso testimone a discarico nel processo a Romualdi per l’eccidio del 1° settembre `44 a Parma. Stranamente l’articolista del “Corriere della Sera” trattando di questi fatti, non si pone nemmeno l’interrogativo più ovvio e scontato, ovvero per conto di chi agisse Don Anelli, essendo francamente improponibile che di sua personale iniziativa il modestissimo ecclesiastico abbia potuto minare a tal punto i complessi rapporti tra Vaticano e i vari paesi dell’Asse.
    Secondo l’oleografia resistenziale in vigore a Parma, considerata attendibile fino all’uscita degli ultimi documenti, Don Anelli avrebbe varcato la linea Gotica per conto del CLN locale al solo scopo di reperire finanziamenti, finanziamenti che pare gli furono effettivamente forniti nella misura di 13 milioni dell’epoca[3].
    Si può invece tranquillamente escludere che egli sia stato inviato in missione a Roma dal CLN di Parma, poiché al momento della sua partenza il locale CLN era stato da poco interamente decimato dai Tedeschi.
    Don Anelli passava, infatti, la linea del fronte nei primi giorni di novembre, mentre due settimane prima, il 17 ottobre 1944, il Comando Unico partigiano dislocato a Corniglio (PR) era stato attaccato e sgominato.
    Nella circostanza perdeva la vita anche il capo del CLN-Comando piazza di Parma, il comunista Gino Menconi.
    Un nuovo ComandoUnico si ricostituì, secondo la testimonianza del comandante partigiano Vincenzo Mezzatesta (Cap. Jack), solo il 15 novembre successivo [4]. Si può pertanto concludere che non solo Don Anelli non aveva ricevuto alcun mandato operativo da parte del CLN di Parma, ma che, di fatto, la “sua” iniziativa nasceva in un eccezionale momento di vuoto politico e militare all’interno della resistenza parmense.
    In realtà il vero mandante della missione Anelli era il c.d. “prete- predicatore” e 007 badogliano, Paolino Beltrame Quattrocchi [5], all’epoca capo maglia della rete spionistica NEMO [6], ovvero il superiore diretto di quel tal Gianni Nadotti da lui infiltrato, come già documentato, nella segreteria federale di Pino Romualdi.
    Don Paolino Beltrame era anche il tramite, per i contatti più riservati, fra il governo Bonomi e il cardinale di Milano, Schuster.
    Già nel febbraio del 1944 il cardinale Schuster, per mezzo del suo segretario, Don Bicchierai, aveva attivato un filo diretto con il capo dell’OSS in Europa dislocato in Svizzera, Allen W. Dulles, fratello di quel tal John Foster Dulles che diventerà presto il più ascoltato consigliere di Truman e che, con l’inizio della guerra fredda, si guadagnerà l’ambito titolo di “nemico numero uno del comunismo”.
    E’ quindi abbastanza scontato che le indicazioni circa la futura politica anticomunista degli USA filtrassero da ristretti e selezionati ambienti dell’OSS facenti capo ad Allen W. Dulles.
    Il fatto poi che sia stato utilizzato Don Anelli per portare informazioni al sud, fa ritenere che gli stessi ambienti OSS operanti a Roma non ne fossero al corrente e, d’altra parte, perdurando il conflitto non era certo il caso di far trapelare anticipazioni di strategia geopolitica che avrebbero potuto minare la compattezza della coalizione alleata. In effetti, Don Anelli dopo aver incontrato più volte Montini, a conferma dell’importanza delle notizie di cui era latore, ebbe anche colloqui molto riservati sia con il presidente del Consiglio, Bonomi, che con il generale Messe.
    C’è piuttosto da chiedersi perché quest’importante missione sia stata affidata ad un così modesto incaricato e non, per es., allo stesso Don Paolino, il quale, fra l’altro, era ben conosciuto negli ambienti politici romani, in quanto la casa dei suoi genitori era di norma frequentata da alti esponenti militari, politici del calibro di Einaudi o giuristi come Carnelutti.
    La risposta più logica è che Don Paolino era troppo prezioso e insostituibile, per rischiare anche per puro accidente la vita in quella particolare missione, considerati anche i suoi rapporti diretti con il cardinale Schuster di cui rappresentava la parte più strettamente operativa nella triangolazione Berna-Milano-Parma.
    E’ Parma, infatti, e più precisamente San Giovanni - chiesa benedettina che ospitava Don Paolino Beltrame - il luogo dove presero forma e si consolidarono le trame ispirate dalla Svizzera e quindi condivise e fatte proprie dall’arcivescovo di Milano. Come rilevato dalla “Gazzetta di Parma”, perfino l’agente italoamericano dell’OSS che ha accompagnato Don Anelli da Montini a Roma, capitano Alessandro Caggiati, denota un inconfondibile cognome parmense. Nel momento in cui compilo queste note, risulta che Don Paolino è ancora vivo e vegeto e soprattutto silenzioso custode delle grandi trame che hanno inciso profondamente nell’Italia del dopoguerra.
    Le ultime notizie lo indicano come patrocinatore delle cause di beatificazione e pare che questa sua veste non sia estranea alla recente beatificazione di ambedue i suoi genitori; un caso di beatificazione coniugale davvero unico nella storia della chiesa cattolica. In ogni caso da Don Paolino, vivo o morto, non verrà mai fuori alcuna rivelazione utile alla nostra particolare ricerca. Non si saprà mai nulla ad esempio, del periodo da lui passato a Roma a concertare trame con circoli dinastici e servizi inglesi, quando, elegantemente vestito in borghese, trattava a tu per tu con il presidente del Consiglio di turno[7]. Sempre Don Paolino s’interessò a suo tempo dell’archivio personale del cardinale Schuster, prima “riordinandolo” con cura per poi pubblicare quanto più gli garbava nel volume dal titolo abbastanza indicativo di, Al di sopra dei gagliardetti [8]. Ai criptologi questo volume appare lo stesso interessante più per le sue lacune che per le espresse dichiarazioni. Trattando. in una lunga nota [9] dei vari personaggi che da parte fascista “si affacciarono in un modo o nell’altro sullo scenario delle trattative dell’aprile 1945″, vengono per es. citati: Mussolini, suo figlio Vittorio, Pavolini, Vanni Teodorani, Zerbino, Tarchi, Pisenti, Bigini, Graziani, l’industriale Cella, il commissario della CRI -RSI Pagnozzi, Montagna, Diamanti, Marcello Petacci, il console Panfili, i federali Porta e Parini, Barracu, i prefetti Bassi Tiengo Celie e altri ancora; insomma proprio tutti, eccetto l’unica persona la quale è storicamente assodato abbia dato il via e concluso trattative di resa, ovvero Pino Romualdi. Effettivamente questo ingiustificato silenzio vale molto più di un’esplicita chiamata in causa.
    Per quanto riguarda invece Don Guido Anelli, vi è solo da aggiungere che, poco dopo aver testimoniato a favore di Romualdi, fu inviato in Venezuela, da dove non tornerà più fino alla morte avvenuta nel 1969.
    Probabilmente Don Anelli parlava e soprattutto scriveva più di quanto gli era consentito, tanto che un suo libretto semiclandestino, Ad occhio nudo, pubblicato nel 1946, venne fatto ritirare dalla Curia su sollecitazione, pare, del dirigente comunista (poi senatore) Giacomo Ferrari [10] A questo punto torniamo all’autunno del 1944, giusto per rilevare che alcuni giorni prima della trasferta a Roma di Don Anelli, Romualdi si era ufficialmente insediato alla vicesegretaria del PFR al posto del pur ottimo Pizzirani (30 ottobre 1944). Rileviamo pure che la sede operativa di Pizzirani nel corso del suo mandato è Maderno sul Garda, mentre Romualdi è da subito dislocato a Milano, allora crocevia delle più varie cospirazione. A Maderno il posto di Pizzirani viene invece occupato da un secondo vicesegretario del partito nella persona di uno sconosciuto Antonio Bonino.
    Vi è poi da considerare che qualche giorno prima (25 ottobre 1944), il Comandante delle SS in Italia, Karl Wolff, aveva preso contatto con il cardinale di Torino, Maurillo Fossati, al fine di stabilire contatti con il CLN, per avviare con esso trattative di non belligeranza nell’ipotesi ritenuta ormai prossima di un ritiro delle truppe germaniche dall’Italia, tutto ovviamente all’insaputa e alle spalle dei camerati italiani.
    Nell’autunno 1944, infatti, era opinione largamente condivisa che la coalizione nemica avrebbe sferrato un’ultima e decisiva offensiva contro la Linea Gotica per raggiungere la valle del Po e determinare così il collasso militare dell’Italia. Gli ambienti fascisti più ottimisti, perché ignari delle trattative di Wolff, contavano su di un’ultima resistenza sulla linea del Po e nessuno immaginava, comunque, la possibilità di una tregua invernale quale venne poi proclamata, il 13 novembre, da Alexander.
    Nel quadro politico militare che si andava profilando nell’autunno 1944, le varie trame in atto non erano dunque ad uno stadio iniziale, ma si stavano anzi perfezionando in attesa dell’esito finale. Così, anche nel nostro caso, la nomina di Romualdi ai vertici del PFR non appare come un punto di partenza ma come un traguardo già stabilito.
    Eventuali problemi, per la scalata a quella carica, erano piuttosto marginali quando si consideri che, secondo quanto riportato da un rapporto dei servizi segreti svizzeri del marzo 1945, nella stessa Segreteria del Duce “pare siano molto attivi elementi che lavorano d’accordo con ambienti capitalistici antifascisti militanti, ma di tendenza clericale o monarchica”[11] Questo ritratto d’ambiente di fonte svizzera ci riporta automaticamente ad un certo personaggio che all’epoca era Capo della Segreteria militare di Mussolini, vale a dire il conte-cognato Vanni Teodorani.
    Lo stesso personaggio, guarda caso, che cooperò con Romualdi nella resa di Como e che, al pari di lui, riuscì ad involarsi senza apparenti problemi dalla prefettura dove era “custodito”, senza mai peraltro fornire plausibili spiegazioni.[12].
    Nell’ottobre del 1954, quando fu chiamato a dirigere “L’Asso di Bastoni” in sostituzione di Pietro Caporilli, frettolosamente giubilato per aver dato troppo spazio sul giornale al Movimento Sociale Autonomo fondato a Milano da Leccisi in opposizione alla gestione missina di De Marsanich e soci, Teodorani inaugurò la sua gestione editoriale con un lungo memoriale a puntate sui fatti di Como e Dongo dell’aprile 1945[13].
    L’inchiesta, prolissa e viziata da un protagonismo al limite della farneticazione, alla fin fine non rivela quasi nulla, se non un ben manifesto rispetto per i militari dell’esercito badogliano, che Teodorani avrebbe voluto assorbire, dopo la vittoria, nelle forze armate della RSI [14], nonché una sconfinata ammirazione per il virile anticomunismo dimostrato dagli americani.
    La paranoia anticomunista del Teodorani arrivava al punto da indurlo a scrivere che, se Mussolini si fosse a suo tempo consegnato agli americani, cosa che lui e Romualdi avrebbero voluto, gli americani lo avrebbero occultato in un luogo nascosto (forse Ceylon), da dove egli avrebbe potuto guidare in segreto la terza guerra mondiale contro il comunismo [15]. Date queste premesse è facile passare alla logica conclusione suggerita da Teodorani, per cui: Mussolini e i suoi caduti, non sarebbero gli ultimi morti dell’ultima guerra, ma i primi della prossima”.
    Da un passo involontariamente umoristico del “memoriale Teodorani” si apprende inoltre che l’ipotetico piano americano di trasferimento del Duce a Ceylon fallì perché l’incaricato principale dell’operazione, il capitano della Guardia di Finanza, Emilio Lappiello, giusto nel “momento cruciale” di detta operazione, era rimasto in panne, causa un incidente, sulla Roma-Napoli.
    Queste estemporanee memorie provocarono naturalmente una valanga di lettere e non poche contestazioni, al punto da costringere Teodorani al solenne impegno di pubblicarne almeno una parte, adombrando inoltre la possibilità di costituire una vera e propria Commissione d’inchiesta “perché si pronunci definitivamente su quelle storiche giornate”.
    In realtà, esaurita la pubblicazione del memoriale, non fu pubblicato nessun altro intervento in merito, salvo la “testimonianza”, a supporto delle tesi espresse dal Teodorani, di un anonimo, - tale Carletto G. (sic) - sedicente “agente informativo del Sud” [16].
    L’inattendibilità del memoriale Teodorani ci inibisce perfino l’utilizzo di alcuni spunti che pure ricondurrebbero con una certa evidenza a contatti con servizi segreti italiani e stranieri, anche precedenti rispetto ai fatti di Como.
    Per quanto riguarda l’antisinistrismo, poco o nulla giustificato dal clima sociale della RSI, resta l’epilogo emblematico di Romualdi. Il 3 aprile `45 si era tenuta a Maderno la prima e ultima riunione - dopo la militarizzazione del PFR che aveva trasformato la Direzione del partito in Stato maggiore del Corpo ausiliario delle BB. NN. - il Direttorio nazionale del Fascismo repubblicano.
    A questa riunione, organizzata e presieduta da Pavolini, furono invitati a intervenire, oltre ai due vicesegretari Romualdi e Bonino, vari delegati regionali della RSI, alcuni ministri (Interno, FF.AA., Cultura Popolare, Lavoro) e diversi rappresentanti di sindacati e associazioni combattentistiche del partito.
    L’OdG verteva essenzialmente sull’organizzazione del ridotto alpino in Valtellina e sui caratteri specifici da imprimere al neofascismo clandestino dopo la totale invasione della RSI.
    Sorvoliamo sul fantomatico “ridotto”, il cui esito finale è a tutti ormai noto, per vedere, invece, la discussione che si accese circa il carattere politico operativo che avrebbe dovuto darsi l’organizzazione neofascista all’indomani dell’ormai certa sconfitta.
    Pavolini avrebbe mirato a costituire una fitta rete clandestina che, nel dopoguerra, avrebbe dovuto operare sul piano paramilitare e politico a difesa delle conquiste economiche e sociali già varate dalla RSI, sostenendo quindi la lotta di tutti quei ceti popolari che si opponevano alla restaurazione monarchico-liberale al traino delle armate nemiche.
    Allo scopo di definire nei particolari il riposizionamento politico che avrebbe dovuto assumere il neofascismo italiano, Pavolini, sostenuto anche da Zerbino, Solaro e Porta, propose la formula sintetica di “socialismo fascista”, con una netta collocazione a “sinistra” auspicata in particolare da Zerbino. Contro queste proposte insorse immediatamente Pino Romualdi, il quale, se diamo credito ai suoi appunti pubblicati a cura di M. Viganò, avrebbe all’incirca così replicato: “Il ritorno alle origini non poteva intendersi con un ritorno al socialismo, cioè là da dove Mussolini era partito nella giovanile, generosa illusione di difendere gli interessi del proletariato; ma a quel fascismo originario sorto per frenare il dilagare pauroso e distruttore del socialcomunismo materialista e antioccidentale”[17].
    Anche per quanto riguarda l’asserzione di Pavolini, “che era intendimento del duce e suo di organizzare nei principali centri italiani dei nuclei da lasciare nel caso d’invasione in grado di assicurare un’attività politica in nostro favore”, Romualdi polemicamente dissentiva, poiché “a parere di molta gente, specie nel partito (e io fra questi) il [problema] era la creazione di un vero e proprio partito o movimento clandestino formato di quadri e potentissimi mezzi finanziari, specificatamente preparato per la lotta politica anche in caso d’ invasione dell’intero territorio nazionale.
    Una forza che avrebbe potuto permettere al fascismo di vivere anche dopo e malgrado la sconfitta militare. Data la delicatezza dell’argomento, pensai di non insistere e di riparlarne separatamente al duce e a Pavolini nei giorni successivi”. [18] Non risulta che Romualdi sia più tornato sull’argomento, lasciando pertanto il lettore nell’incertezza di un suo del tutto improbabile chiarimento circa l’ipotesi di “quella forza che avrebbe potuto permettere al fascismo di vivere anche dopo e malgrado la sconfitta militare”.
    Una risposta in merito viene fornita ai posteri dalla stessa commemorazione ufficiale di Romualdi, tenuta al cospetto dell’intero vertice di An, nell’Aula magna dell’Università di Bologna, dove l’on. Riccardo Migliori, così raccontano le cronache, ha “ritratto splendidamente” il pensiero e l’opera di Romualdi con parole che, specularmente, ad altri potrebbero suonare come tanti e ben precisi capi d’accusa: “Pino Romualdi fu un non nostalgico tra nostalgici; fu liberista tra statalisti; fu europeista e occidentale tra terzomondisti; fu atlantico tra neutralisti; fu garantista tra giustizialisti; fu nuclearista tra ambientalisti, fu pragmatista tra ideologizzati; fu realista tra utopisti; fu tollerante tra giacobini; fu innovatore tra i conservatori”. E, a degna conclusione: “Come non ricordare, ad esempio, quello che Romualdi sosteneva nella sua rivista a proposito del corporativismo, che solo pochi anni fa nel nostro ambiente si pensava di poter sbandierare come una `ricetta’ economica e sociale? Egli scriveva che occorrono particolarissime condizioni per poterlo realizzare: uno Stato autoritario, un partito unico e una tensione ideale, le prime due oggi improponibili” [19]. Improponibili, grazie in particolare a Romualdi stesso e a tutti quanti lo hanno voluto sostenere.
    Franco Morini
    Fonte: Rinascita

  4. #4
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    Nome: MSI - Paternità: SIM
    Franco Morini

    Il documento 1/97 pubblicato a cura della FNCRSI, contiene una ampia analisi con relativa critica alla genesi involutiva che ha influenzato più o meno tutta l'area neofascista a partire dalla sconfitta del '45. La premessa a tale documento recita testualmente che: «Fondato per continuare la RSI, il MSI divenne presto strumento dell'antifascismo. Venuta meno tale funzione lo strumento è stato messo da parte. Chi, come noi, prese parte alle prime riunioni e ai primi "giornali parlati" tende a respingere l'ipotesi (ancorché verosimile, ma priva di concreta dimostrabilità) che il MSI sia sorto dalla iniziativa promossa dal Viminale al fine di incanalare in un alveo prestabilito la diaspora dei "repubblichini" sbandati e pericolosi».
    A questo proposito avviene che, nel battere strade periferiche di storia locale, siamo inciampati del tutto casualmente in sentieri imprevisti che a percorrerli portano dritto nella selva (davvero oscura) da cui ha tratto origine l'ex-MSI. Ciò a premessa che l'intreccio della ricerca effettuata non parte da tesi precostituite ma è piuttosto il frutto, diciamo pure selvatico, di una pianta incontrata, casualmente, nel campo delle ricerche sul fascismo e neofascismo a Parma. Qui abbiamo colto il capo di alcuni fili dell'intreccio, anche perché molti tra i fondatori occulti o palesi del MSI come Augusto Turati, Romualdi e perfino Almirante, sono nati o hanno costruito le basi della loro carriera politica nella zona di Parma.
    Nel passare all'esposizione dei rari fatti riscontrati, si deve necessariamente partire al largo per cogliere l'esatta essenza dei personaggi e le loro trame. A partire dal più importante, cioè Romualdi, il quale, da direttore della "Gazzetta di Parma", divenne nell'autunno del '44 il vice di Pavolini. Per quanto riguarda strettamente la sua permanenza a Parma, vi è da dire che Romualdi si dimostrò fin dall'inizio un «duro e puro» del nuovo corso repubblicano. Si comincia dalla prima rappresaglia effettuata nel febbraio '44, che, contro il parere del Federale Carbognani, da lui viene attivata facendo intervenire una squadra di fascisti dalla vicina Reggio Emilia. (1) Il federale Carbognani, per protesta contro la rappresaglia che non condivideva, si dimetterà dalla carica per arruolarsi fra le truppe combattenti della RSI lasciando che in tal modo Romualdi ne approfitti per prendere il suo posto nella carica di Commissario federale.
    Si noti che le vittime dell'azione repressiva non erano certo antifascisti di spicco, tutt'altro; avevano solo la disgrazia di rispecchiare una certa consorteria borghese-capitalista già pesantemente bollata alcuni giorni prima in un fondo sulla "Gazzetta" di Romualdi. (2) Nonostante la chiara relazione fra l'articolo pubblicato e la scelta delle vittime designate, alla fine della guerra vennero incolpati solo il Capo provincia di Parma, Valli (poi assolto) e il federale Carbognani che nel frattempo era perito nel conflitto. Anche Romualdi venne condannato a morte in contumacia dalla Corte d'Assise Straordinaria di Parma, ma per un'altra rappresaglia, effettuata in Piazza Garibaldi l'1 settembre '45.
    A novembre, Romualdi viene nominato vice-segretario del PFR, e quindi deve lasciare la città per trasferirsi in Lombardia. Egli mantiene peraltro stretti rapporti con la città di Parma, continuando a firmare come direttore del quotidiano cittadino. A Milano, Romualdi trovò sistemazione in via Manzoni, 10 (Palazzo Crespi) insieme ad una piccola corte di parmigiani fra cui figuravano la segretaria Paola Ninci, l'autista Bertani, il Sotto Tenente della B.N. Scandaliato, il dottor Mattioli e infine il Tenente degli Alpini, Nadotti.
    Il Tenente Gianni Nadotti, come venne poi accertato, era un pericoloso infiltrato del SIM badogliano. Scrive a posteriori il Nadotti in una sua relazione ufficiale sull'attività svolta in seno al SIM: «febbraio '44 - prendo contatto con Don Paolino Beltrame quattrocchi emissario del SIM dello S.M. del R.E. per la provincia di Parma; con cartolina precetto vengo richiamato alle armi nell'E. R. (Esercito repubblicano - N.d.R.); mi rivolgo a Don Paolino dichiarandogli di essere fermamente deciso a non presentarmi e chiedendogli indicazioni per lasciare la città; Don Paolino mi esorta invece a rispondere alla chiamata essendo che potrei essere di più valido aiuto come Ufficiale dello E. R. che come civile; Don Paolino mi autorizza a prestare, con riserva mentale, giuramento di fedeltà alla RSI. ( 3 ) (...) gennaio '45 - si presenta per me la possibilità di essere trasferito a Milano quale ufficiale di collegamento alla Direzione del PFR; sottoposta la questione al C.P. e a Don Paolino quale capo della missione "Nemo" per la maglia di Parma questi ritenendo opportuno che io occupi il nuovo posto, mi ordinano di accettare l'incarico in data 13 mi trasferisco a Milano ove mi viene affidato il Comando dell'autoparco del PFR; a Milano tramite Don Paolino entro in contatto col capo Riccardo De Haag (Mario Rossi-Fausto-Alpino) vice comandante della Piazza di Milano, vice capo rete Nemo e dopo la liberazione primo vice questore di Milano; ho la possibilità di controllare la corrispondenza del PFR e i movimenti degli esponenti del partito stesso». (3)
    In realtà Nadotti spiava la corrispondenza e i movimenti degli esponenti fascisti, più ancora che dall'autoparco, per mezzo della stessa segretaria di Romualdi, Paola Ninci, con la quale convolerà a nozze proprio a Milano nei primi mesi del '45. A fine marzo il S.D. di Parma porta un grave colpo alla rete clandestina antifascista della città; in questo contesto viene a galla anche il doppio gioco del Nadotti, che viene pertanto reclamato dalla polizia tedesca. Per Nadotti la situazione sarebbe disperata se non accorresse in suo aiuto lo stesso Romualdi, che invece di consegnarlo ai tedeschi lo fa mettere sotto la tutela del Col. Volpi della GNR. Viene, è vero, denunciato al Tribunale di Guerra, ma solo per -riportiamo testualmente- aver «tentato ripetuti contatti con esponenti del predetto comitato sedicente di "liberazione" al soldo del nemico». (sic!) (4)
    A voler essere proprio cavillosi, a carico del Nadotti vi era ben altro, a cominciare dal suo incarico di uccidere alla prima occasione propizia lo stesso Romualdi. Anche se, come afferma nel suo memoriale Nino Scandaliato: «... con varie motivazioni il Nadotti riuscì sempre a convincere i suoi "amici" ad attendere momenti più propizi. Probabilmente, frequentandolo, Nadotti comprese ciò che Romualdi faceva o tentava di fare per la Patria e non si senti più l'animo di portare a termine la missione che gli era stata affidata». (5) Resta da sottolineare che in data 23 aprile '45 il Nadotti dichiara di essersi tranquillamente «allontanato» dalla caserma della GNR che lo aveva in custodia, anche a questo fatto non pare estraneo il passaggio a Parma, proprio in quei giorni del suo ex-comandante, Romualdi.
    Con tutto ciò siamo giunti alla drammatica fine della RSI, i cui termini non sono esenti dalle gravi responsabilità di Romualdi. Il 25 aprile, Romualdi incontra Mussolini in Prefettura subito dopo l'incontro-scontro all'Arcivescovado e, come lui stesso ci racconta nelle memorie postume: «... io gridai per lui l'ultimo saluto: A noi! Mi guardò con un affettuoso sorriso: "Romualdi, a domattina a Como". Fu l'ultima volta che lo vidi». (6) L'appuntamento a Como non era certo fra le più probabili previsioni, in quanto questa tappa era piuttosto eccentrica rispetto all'unico progetto alternativo alla difesa ad oltranza di Milano, cioè il ridotto in Valtellina. A questo punto non si spiegherebbe, si fa per dire, il tempismo col quale furono allertati i vari servizi segreti nemici (OSS, SIM) dislocati in Svizzera, i quali già nella mattinata del 26 aprile avevano inviato a Como i loro agenti già muniti di regolari credenziali delle autorità alleate per trattare il passaggio dei poteri (resa) con i fascisti. (7)
    Proseguiamo per tappe cronologiche. Alle prime ore del mattino parte da Milano in direzione di Como, dove giungerà circa alle 8 del mattino, la colonna di Pavolini e Romualdi composta da 5.000 Camicie Nere trasportate da circa 200 camion, fornite di armamento leggero e pesante. Mussolini e il suo ristretto seguito erano giunti da Milano diverse ore prima; ma il Capo provincia di Como -che era già passato agli ordini del CLN- lo convinse a proseguire affermando che per la sua relativa scorta la città non era affatto sicura. Sicché, quando iniziò il concentramento su Como di Pavolini e delle altre colonne il movimento nel Nord, il Duce si trovava a poche decine di chilometri, nella zona di Menaggio. Saltato l'appuntamento, Pavolini s'affanna avanti e indietro sul lago di Como, prima per rintracciare la colonna Mussolini e poi per mettere in salvo in Svizzera la sua amante. Romualdi dal canto suo preferisce rimanere a Como; per organizzare, dice, le altre forze che stavano convergendo sulla città.
    Durante la giornata del 26, sia tramite il Prefetto che il vice-federale di Como, giungerebbero proposte di resa che, pare, sarebbero state riferite anche a Pavolini. Poi improvvisamente con la notte la situazione sembra divenuta incontrollabile. Erano le tre della notte del 27 aprile, quando Pavolini lasciava Como quasi solo per raggiungere Mussolini. Più o meno alla stessa ora, Romualdi incaricava il cappellano militare Don Russo e il federale di Mantova, Motta, di firmare un «accordo» con gli esponenti antifascisti a cui era stato perfino concesso di insediarsi nella Prefettura (di fatto già un passaggio d'autorità). Così mentre Mussolini attendeva con sempre meno speranze la colonna Pavolini, da parte sua Romualdi trattava la resa -perché di questo si trattava- delle forze fasciste, che dopo l'allontanamento di Pavolini dipendevano ormai solo da lui.
    Sarà Mino Caudana che negli anni '50 raccogliendo varie testimonianze sui fatti di Como, poi riportate nell'opera "Il figlio del fabbro" svelerà incidentalmente al pubblico tale coincidenza fra la partenza di Pavolini e la resa del suo vice. Romualdi, unico tra i sopravvissuti a rifiutare fino alla morte il suo contributo memorialistico, questa volta volle intervenire dalle pagine della sua rivista "l'Italiano" per rettificare quanto riportato da Caudana circa i fatti del 26-27 aprile. (8) Significativamente, nel caso in questione, fu la prima volta che Romualdi interloquiva sull'argomento, che notoriamente non era di suo gradimento. Difatti la tesi di Romualdi è che tutto quanto è successo fra Como e Dongo si deve unicamente al «mancato appuntamento» nella città di Como. Insomma la responsabilità ricadrebbe su Mussolini o meglio chi lo ha consigliato di spostarsi di qualche chilometro avanti sul lago.
    «Pavolini non promise nulla di quanto non fosse vero. Se il gruppo del governo non fosse stato male consigliato ad abbandonare Como nel corso della notte, contrariamente a quanto stabilito, alle otto del mattino del 26 a Como, Mussolini avrebbe avuto a disposizione più di tremila uomini». (9) A parte che gli uomini disponibili a Como secondo la totalità delle fonti, Romualdi escluso, erano più di cinquemila, senza contare le altre colonne che ivi stavano convergendo, riportiamo a mo' di risposta quanto scrisse in proposito lo Spampanato:
    «Ripeto che l'errore più grosso si commette a Como il 26 mattina. Una colonna di 5 mila nomini, ben armati, tutti autotrasportati, con numerosi pezzi, con abbondanza di armi leggere, ancora con il morale alto, e che potrebbero profittare della situazione generale quasi tranquilla si ferma alla prima tappa invece di accelerare verso la sua destinazione. Una fermata sarebbe plausibile se a Como si rosse ancora trattenuto Mussolini. Ma Mussolini ha proseguito nella nottata, ha lasciato detto per la colonna di raggiungerlo: e del resto Pavolini e gli altri comandanti sanno che il Duce non potrebbe fare a meno di loro, messosi in marcia a sua volta con poche armi e con una esigua scorta. Se le Brigate partigiane non sono ancora in scena lo saranno da un'ora all'altra, e in quel caso diventerà difficile spostarsi, e più difficile evitare che Mussolini resti sopraffatto coi suoi pochi uomini tagliati fuori da ogni rinforzo». E aggiunge: «Ma anche ammesso che il percorso possa essere contrastato, una forte colonna -come quella di Milano- con mezzi di artiglieria, ben comandata e soprattutto decisa ad arrivare, avrebbe avuto perdite, ma si sarebbe spianata da sé la strada fino a destinazione. (...) L'alt a Como è assurdo, ma più assurdo che si prolunghi tutta la giornata del 26 e ancora oltre». (10)
    Per quanto riguarda la resa, Romualdi così si giustificava: «... fu solo verso le 11 (le 23 del 26 aprile - N.d.R.) che privi di notizie e non vedendo ancor giungere nessuno (riferimento a Mussolini - N.d.R.) fui pregato dai miei collaboratori (?!) di prendere direttamente l'iniziativa per concordare una tregua, un patto, un accordo, qualcosa che riguardasse l'ordine in tutta la zona». (11) Non risulta, fra l'altro, che almeno a Como per tutta la giornata del 26 si fossero avuti problemi di ordine pubblico da parte antifascista, mentre i fascisti peccavano semmai nel senso inverso di una ingiustificabile catalessi, sia pure indotta ad arte da certi loro comandanti.
    Prosegue comunque Romualdi: «Così nacque, dopo laboriose trattative svoltesi in prefettura, la famosa tregua d'armi il cui testo è pressappoco quello pubblicato da Caudana ecc ...». (12) Resta magari d'aggiungere che nel testo pubblicato da Caudana come in quello dello Spampanato ed altri ancora, il termine «tregua d'armi» -posto che si fosse mai combattuto- non figurava assolutamente, essendo scritto invece a chiare lettere che si trattava di «resa a carattere militare» in mano alleata. Perciò la tregua, che in realtà impegnava solo le forze fasciste, si riferiva al periodo d'attesa -stimato in non più di quattro giorni- per darsi agli americani. Proprio in attesa di ciò i fascisti, secondo l'accordo, dovevano raggiungere la vicina Valle d'Intelvi nei pressi del confine italo-svizzero.
    Un quinto ed ultimo punto di quel «qualcosa che riguardasse l'ordine pubblico», per dirla con Romualdi, riguardava direttamente il Capo del Governo della RSI, per cui secondo tale accordo: «Alcune macchine avrebbero rilevato (sic!) Mussolini portando anche lui nella zona neutra di Intelvi». (13)
    Ricapitoliamo gli avvenimenti essenziali:
    - alle ore 23 del 26 aprile, Romualdi si accorda in Prefettura per la resa;
    - alle ore 03 del 27 aprile, Pavolini parte per raggiungere Mussolini;
    - alle ore 03 del 27 aprile, Romualdi incarica i suoi delegati di firmare la resa peraltro già concordata.
    Si dovrebbe dunque ritenere che anche Pavolini fosse più o meno invischiato nella faccenda, ma il suo successivo comportamento smentirebbe tale ipotesi. Anzi, dalla dinamica degli avvenimenti, si direbbe proprio che la partenza di Pavolini sia valsa solo a sbloccare qualsiasi ritegno nel passare subito alla resa. Probabilmente il segretario del PFR o era stato ingannato ovvero nulla sapeva dei reali maneggi in corso a Como. Con tre autoblindo in circa un'ora raggiunse Mussolini a Menaggio, per condividerne la sorte fino in fondo. Considerato altresì il breve tempo in cui Pavolini riuscì a raggiungere Mussolini ci si chiede -in modo seppure accademico- quale problema avrebbe avuto l'intera colonna a coprire lo stesso percorso? C'è poi da dire che Mussolini, dopo aver ricevuto Pavolini, incaricò Vezzalini di tornare subito a Como con due delle autoblindo di scorta a Pavolini, per organizzare urgentemente una colonna di fascisti che avrebbe dovuto poi raggiungerlo. È lecito pertanto affermare che gli «accordi» intercorsi a Como non riguardavano Pavolini e contrastavano apertamente con tutte le direttive del Duce.
    Ma il particolare più interessante di tutto l'intrigo riguarda l'identità -sorpresa finale!- delle persone con cui Romualdi intavolò le trattative di resa. Guarda caso, i suoi referenti alla Prefettura di Como erano rispettivamente il comandante di fregata della Regia Marina, Giovanni Dessì, incaricato per l'Alta Italia del SIM e il dottor Salvatore Guastoni del Servizio informazioni della Marina Italiana ma dipendente diretto dell'OSS americano; ai due emissari si era aggiunto il barone Sardagna, accreditato come rappresentante ufficiale del gen. Cadorna. I primi due personaggi, come già accennato, erano calati su Como dalla Svizzera già nella mattinata del 26 ed erano evidentemente stati preavvertiti che Mussolini aveva scelto quella città come base del ritiro in Valtellina del Governo della RSI. Come non sospettare che tutto fosse preordinato per l'eventuale resa, anche al fine di evitare più inquietanti incognite?
    Del resto solo così si può spiegare l'assurdo incagliarsi in quel di Como, visto ormai come centro eletto di questa trama. Sarà una coincidenza, ma, per quanto riguarda l'Italia, si scopre che le forza più ideologizzate, quelle che più dovevano resistere fino all'ultimo respiro, cioè le SS tedesche da una parte e le Brigate Nere dall'altra, si arresero entrambe previo contatto e accordo con i servizi segreti nemici. Insomma Romualdi come il gen. Wolff. E bene gliene colse, dal momento che sia Wolff che Romualdi furono poi trattati con particolare riguardo, avendo essi salva non solo la vita, ma scontando solo simbolicamente una lieve pena, un trattamento di tutto riguardo rispetto ai loro più sfortunati subordinati.
    In breve: dopo varie peripezie che impedirono perfino il previsto concentramento in Val d'Intelvi e portarono alla prevedibile resa senza condizioni dei fascisti concentrati a Como a partire dalla stessa mattinata del 27 aprile, vi è solo da aggiungere che, mentre i militi venivano uccisi o stipati nelle varie carceri, Romualdi riusciva ad allontanarsi in borghese dalla Prefettura di Como andandosene tranquillamente come se nulla fosse. Più tardi verrà accusato dai camerati di essersi «involato da Como con la cassa del PFR». (14) E d'altronde da qualche parte questa cassa del partito deve essere pur finita, anche se l'argomento non è mai stato troppo in auge come quello della consorella cassa del governo, finita nei meandri di Dongo.
    Gli è che, a differenza di Almirante che per sopravvivere in clandestinità doveva piazzare saponette, Romualdi non sembra affatto toccato da qualsivoglia problema economico. A Roma, dove si è presto trasferito da Como, viene conosciuto nell'ambiente dei nostalgici come Giuseppe Versari o più comunemente come il «dottore» e, per prima cosa si fornisce di un suo organo di stampa. Nome del foglio clandestino: "Credere", non a caso: una volta escluso dal trinomio mussoliniano «obbedire» e rinunciato ovviamente a «combattere», non restava che «credere» direttamente al «dottor Versari».
    Per emergere nel magma neofascista di Roma, il «dottore», che farà dell'ANTI-nostalgismo la sua nuova bandiera, per il momento la bandiera -o più precisamente un lenzuolo tinto di nero- la farà issare sulla Torre delle Milizie a Roma, nella ricorrenza del 28 ottobre '45. Altro colpaccio goliardico attribuito all'organizzazione romualdiana è l'assalto alla stazione radio di Roma IIIª a Monte Mario, con la messa in onda del disco di "Giovinezza", seguito da un proclama.
    Questa incursione era stata programmata per la notte tra il 28 e il 29 aprile, nel primo anniversario della morte di Mussolini, ma poi si dovette rimandare di 24 ore. Infatti il turno successivo di polizia si rivelò più propizio alle sorti dell'impresa, dal momento che la "Celere", chiamata subito dopo l'irruzione neofascista, sbagliò opportunamente strada arrivando sul luogo con circa un'ora di ritardo. Se quasi nessuno fra la popolazione romana si accorse, almeno di persona, dei fatti narrati, all'interno del mondo neofascista le gesta ebbero notevole risonanza e ciò servì egregiamente a Romualdi per farsi conoscere ed apprezzare. Solo più tardi, quasi per chiedere venia di questi atti nostalgici, Romualdi scriverà che tali azioni dimostrative -giacché quelle più serie furono escluse o sabotate in partenza- erano finalizzate più che altro ad aumentare la forza contrattuale dei neo-fascisti in merito al problema dell'amnistia. (15) Come dire insomma l'omeopatia applicata alla politica dove, con piccole dosi di tossine nostalgiche, si mirava a debellare l'intossicazione antifascista. In realtà Romualdi sfondava una porta aperta, quando si pensi che lo stesso Parri, già nel '44, si poneva in prospettiva il problema della «necessità di estirpazione non fittizia e non repressiva del fascismo». (16)
    I gruppi più o meno organizzati in clandestinità erano a Roma una mezza dozzina mentre a Milano operava principalmente Leccisi con un suo PDF (Partito Democratico Fascista). Non trovando una precisa intesa fra loro, questi gruppi costituiranno un sedicente «Senato» in cui confluiranno i vertici delle varie organizzazioni. Fra questi non poteva mancare Romualdi, ma vi troviamo anche Pini, Pettinato, Massi e in particolare il vecchio segretario del PNF caduto poi in disgrazia e confinato, Augusto Turati.
    Specialmente il Turati, contendeva a Romualdi la leadership del neofascismo romano. Compito principale del «Senato» fu di prendere accordi con tutti i partiti del CLN e con la Monarchia per trattare una eventuale amnistia. Si è spesso sostenuto che fu Romualdi a trattare direttamente con i rappresentanti politici dei vari schieramenti interessati all'esito del referendum istituzionale, ma ciò non è esatto. Anche Giuliana De' Medici nel suo libro "Le origini del MSI" (17) scrive a pag. 35 che «fu appunto il "dottore" a condurre le trattative con tutti i partiti del CLN», smentendosi poi alla successiva pag. 97 quando riferisce che con i comunisti trattarono invece Pini e Pettinato. In effetti il «dottore» contattò lo schieramento di centrodestra e anche i socialisti, ma solo quelli della fazione legata all'OSS (poi CIA), gli stessi cioè che poi, con i fondi americani, organizzarono la scissione di Palazzo Barberini e il nuovo partito socialdemocratico.
    L'influenza soverchiante di Romualdi si svilupperà particolarmente all'interno dei FAR (Fasci di Azione Rivoluzionaria), il nuovo organismo sorto dopo il referendum istituzionale dall'unione dei vari gruppi clandestini. Particolarmente illuminante ci appare il programma stilato dai FAR. A parte un preambolo di princìpi pseudo-rivoluzionari dove si afferma che: «Il Fascismo è solo contro il mondo borghese, sia di destra che di sinistra, esso non può avere alleati spirituali perché tutto ciò che non è prettamente ed esclusivamente fascista è, in maniera automatica, antifascista», la strategia dei FAR ci appare veramente antesignana di quello che sarà in seguito l'essenza del MSI. Ecco alcune perle: «Nel secondo periodo che va dal 25 aprile '45 al 2 giugno '46, e che è dominato dal problema istituzionale, il Fascismo ha assunto per motivi puramente tattici, un indirizzo prevalentemente monarchico». E poi conclude con questa lungimirante iniziativa da «grande destra»: «... abbiamo ridotto di metà i nostri nemici, non solo, ma contro l'altra metà non siamo solo noi a combattere, perché ci possiamo valere di quel 46 per cento che è rimasto deluso dal referendum».
    Magari si potrebbe obiettare che se, puta caso, invece della monarchia avessero puntato sulla svolta repubblicana, certamente più congeniale ai reduci della RSI, si sarebbe potuto contare addirittura sulla maggioranza del 54 per cento: un'area, questa, non del tutto insensibile ai princìpi sociali fatti propri dall'ultimo fascismo repubblicano. I FAR invece, quelli nati «contro il mondo borghese sia di destra che di sinistra» programmavano la loro futura azione rivoluzionaria con analisi di questo genere: «La lotta politica non si potrà più mantenere sul piano parlamentare, ma trascenderà in disordini di piazza, in violenze e in una tensione generale. Le forze di destra, che hanno per caratteristica distintiva una vigliaccheria congenita unita ad una sacrosanta paura di perdere i loro privilegi, saranno alla ricerca disperata di una forza qualunque capace di fronteggiare validamente l'estrema sinistra. Quello sarà il nostro momento. Si tratta insomma di creare nel paese una psicosi anticomunista tale da costringere tutti i partiti ad appoggiare il Fascismo come il più dinamico dei movimenti anticomunisti, così come già fecero i comunisti creando una psicosi antifascista tale da costringere tutti gli ANTI-fascisti, anche di destra, ad appoggiare il comunismo. (...) il Fascismo dovrà fungere da massa d'urto dell'anticomunismo e la maggioranza degli italiani -anche se non fascista- ci appoggerà, per odio al comunismo. Allora si chiuderà il terzo periodo ed entreremo nella quarta fase, caratterizzata dalla lotta contro la destra. In questa quarta fase al Fascismo si proporrà la conquista integrale dello Stato». Il programma dei FAR chiude il Manifesto programmatico con un finale coerente con i suoi assurdi postulati: «La sorte del Fascismo, che si era andata facendo sempre più precaria dai primi rovesci d'Africa e d'Albania, fino a precipitare nelle giornate di fine aprile del '45, ha cominciato a capovolgersi proprio da questa data». (18)
    Le elezioni del '48 dimostreranno ampiamente che l'anticomunismo fine a se stesso teorizzato dai FAR recherà vantaggi unicamente alla «diga» democristiana, che infatti assorbirà, e in parte definitivamente, i voti di milioni di ex-fascisti. Nonostante la scelta del cavallo perdente, l'amnistia venne comunque subito dopo il referendum per iniziativa del segretario del PCI e Ministro della Giustizia, Togliatti, per cui circa trentamila fascisti uscirono dalle carceri. L'aver quindi puntato sulla monarchia al fine di ottenere l'amnistia o altro, si dimostrò in breve una doppia sconfitta, politica e morale. Politica perché, escludendo eventuali frodi elettorali, la scelta monarchica era in contrasto con la tendenza popolare ma, soprattutto, con i presupposti fondamentali della RSI. Morale, dal momento che l'amnistia venne quasi elargita da una posizione di forza da parte di nemici in guerra e accesi avversari in politica.
    Se molti fascisti potevano uscire dalle carceri come dalla clandestinità, su Romualdi permaneva la solita condanna a morte pronunciata dalla C.A.S. di Parma che non era amnistiabile. Fra l'altro la questione della condanna a morte che pendeva sulla testa del «dottore» fa intendere con quale spirito poteva condurre le trattative una persona che i suoi interlocutori potevano consegnare in qualsiasi momento al boia per essere giustiziato. Una tal controparte era evidentemente esposta a qualsiasi ricatto o imposizione. Pertanto il fatto che Romualdi sia stato lasciato libero di agire addirittura protetto, se non foraggiato, dimostra che il personaggio in questione era particolarmente funzionale ai disegni politici dei suoi interlocutori, i quali, in caso contrario, non gli avrebbero permesso di capeggiare una formazione clandestina e sedicente rivoluzionaria. Vedremo infatti che i «rivoluzionari» dei FAR più che minare il sistema ciellenista, erano orientati a sovvertire le idee del fascismo. All'interno dei FAR, tuttavia, si erano delineate tre tendenze:
    - rimanere in clandestinità;
    - infiltrarsi in altri partiti per condizionarli dall'interno;
    - formare un movimento politico legale.
    Se queste erano le possibili strategie, sul piano teorico i FAR erano divisi in due fazioni sul tipo delle odierne correnti. Da una parte gli integralisti fedeli agli ideali del fascismo e della RSI in particolare; dall'altra i pragmatici, i quali, preso atto del nuovo quadro politico, cercavano una strategia per inserirvisi. I più integralisti erano tendenzialmente per la lotta clandestina, mentre i pragmatici volevano uscire al più presto alla luce del sole con un loro movimento politico.
    Fra queste due ali, la posizione intermedia era occupata dai meno schierati, più favorevoli alla tecnica infiltrativa per condizionare le altre forze politiche, mantenendo però inalterati i vecchi ideali. Gli ortodossi si riconoscevano nell'ex-federale della RSI a Roma, Pizzirini, i pragmatici facevano capo a Romualdi, mentre Turati saltellava qua e là al solo scopo di consolidare la sua posizione personale. Curiosamente, Mario Tedeschi, affiliato ai FAR e seguace del «dott. Giuseppe», nel suo libro di memorie "Fascisti dopo Mussolini" divide le due citate linee politiche fra «utopisti» e «rivoluzionari», dove naturalmente i «rivoluzionari» sono i seguaci di Romualdi mentre gli «utopisti» sono «quelli legati a dogmi o folli speranze». E scendendo ai particolari, aggiungeva: «Gli utopisti sembravano credere che le idee e le impostazioni in materia di politica estera e sociale intorno alle quali l'attenzione italiana si era polarizzata per vent'anni, sarebbero tornate d'attualità sol nel momento in cui fosse stato raggiunto il primato delle fazioni cui esse erano legate. I loro oppositori, i rivoluzionari, fautori d'un intervento immediato erano invece convinti della assoluta validità delle loro idee anche in quel mondo che era nato dalla sconfitta».
    La classificazione di Tedeschi non induca a pensare che l'opera dei cosiddetti «rivoluzionari» tendesse in qualche modo a sovvertire, magari con la forza, quel mondo che era nato dalla sconfitta». Egli infatti poco oltre puntualizzava che «l'organizzazione (dei FAR) disponeva di clandestini che non avevano il coraggio di riconoscersi sovversivi». (19) Infatti, mentre la «volante rossa», dopo aver identificato il responsabile dei FAR per la Lombardia nell'ex-generale della Milizia Ferruccio Gatti, provvedeva alla sua soppressione, i FAR si scatenavano facendo esplodere bombe carta tipo castagnole e tric e trac. Eppure le intenzioni rasentavano quasi la megalomania, quando si pensi che la organizzazione paramilitare dei FAR si era denominata Esercito Clandestino Anticomunista. In realtà si dimostrò l'esercito più pacifico del mondo, se è vero, come è vero, che non fece una sola vittima, neppure per errore,
    È un fatto che dopo essere stati massacrati in guerra, ma soprattutto dopo, nei modi più barbari e inumani a decine se non a centinaia di migliaia, in tutto il dopoguerra non si conta fra gli uomini fascisti un solo gesto clamoroso di replica. Abbiano specificato «uomini fascisti», perché da parte femminile vi furono in effetti alcuni sporadici casi di decisa reattività, come nel caso di Maria Pasquinelli, che uccise a Trieste il rappresentante inglese d'occupazione, o di un'altra donna di cui ci sfugge il nome, che vendicò la madre uccisa davanti ai suoi occhi, sparando al colpevole diventato frattanto sindaco del suo paese.
    Si è spesso affabulato di «stragismo nero», quando Walter Audisio -fosse o meno il vero responsabile della morte di Mussolini- visse fino all'ultimo tranquillamente senza scorta, inserito perfino sull'elenco del telefono e quindi chiunque avrebbe potuto raggiungerlo. Parlare di «rivoluzionari» appare decisamente eccessivo. L'intenzione magari c'era, ma tra il dire e il fare ... Un giorno i FAR decidono di far saltare il palazzo sede del PCI in Via delle Botteghe Oscure. Si procurano perfino 30 chili di tritolo, ma poi l'impresa sfuma perché non si trova il modo di trasportare l'esplosivo e d'altra parte rubare un'auto esulava dai loro sani princìpi. Del resto quando non interveniva l'etica, suppliva la delazione. Capita infatti che, a seguito della condanna a morte pronunciata in Tribunale contro l'ex-federale di Alessandria, i FAR decidano il rapimento del ministro di Grazia e Giustizia, il liberale Giuseppe Grassi, per chiedere poi, se non lo scambio, almeno l'annullamento o la sospensione della pena capitale. Sennonché, pochi giorni prima dell'azione, la polizia debitamente preavvisata operava una serie di arresti all'interno dei FAR. Si è sempre sospettato che la delazione provenisse da Tedeschi (20), ma il segretario di Romualdi al tempo della clandestinità, Luigi Battioni, si è dichiarato convinto che la «soffiata» fu opera di Romualdi stesso che così, a dire del Battioni, intendeva forzare gli integralisti ad uscire dalla clandestinità. (21)
    Ma nemmeno questa manovra -se tale era l'intenzione-si dimostrò sufficiente a smuovere gli integralisti e per questo motivo si arrivò alla scissione. La notte del 25 luglio '47 (potenza delle date), il gruppo «rivoluzionario» già messo in minoranza all'interno del Direttorio Centrale, abbandonava l'organizzazione. I rimanenti, seppure scombussolati dalla scissione e dalla repressione poliziesca, reagivano con la dichiarazione del 4 agosto '47, in cui fra l'altro si inneggiava alla futura seconda Repubblica Sociale. Contemporaneamente alla permanenza nei FAR, Romualdi e altri come Turati lavoravano già da tempo al progetto del partito politico. Ciò faceva parte delle varie e possibili opzioni, che spaziavano dalla legalità fino all'esercito clandestino, solo che il Re ne avesse cercato l'aiuto. L'ipotesi del partito inserito nel nuovo sistema era del resto assai cresciuta specie dopo i vari contatti referendari con gli esponenti ufficiali del centrodestra.
    Prima ancora dell'esito del referendum istituzionale, Turati e Romualdi avevano incontrato a Roma il maggior esponente del neofascismo clandestino milanese, Domenico Leccisi, con cui intavolarono fin da allora un inquietante discorso. Questo incontro-scontro è così riportato nelle memorie di Leccisi: «A Roma si facevano molte chiacchiere da parte di Romualdi e dei suoi amici. Per la vicinanza con i centri di potere e la fitta rete di contatti stabilita con molti ex-fascisti -che avevano tempestivamente cambiato casacca e continuavano ad operare all'interno dei partiti- il gruppo degli ex-gerarchi che facevano capo ad Arturo Michelini, nello studio del quale in Viale Regina Elena s'incontravano, aveva potuto intavolare trattative sia con esponenti repubblicani, sia con ambienti monarchici. Per questo avevo deciso di raggiungere la capitale e rendermi conto di persona della situazione. (...) La situazione mi si rivelò in tutti i suoi aspetti soltanto quando condotto da Michelini e Romualdi, mi trovai faccia a faccia con il redivivo ex-segretario del PNF, Augusto Turati».
    Secondo l'impressione ricevuta da Leccisi, in quel periodo era proprio Turati che «... menava la danza e che sia Michelini che Romualdi pendevano dalle sue labbra». Ciò dovette apparirgli piuttosto strano, dal momento che Turati, a parte i precedenti, si era perfino rifiutato di aderire alla RSI. Inoltre Leccisi fa presente che proprio Turati in precedenza «... si guadagnò la fama di "normalizzatore" e di grande epuratore dei ranghi dello squadrismo. Si disse che centomila fra squadristi e ribelli al nuovo corso (seguito alla fine della segreteria di Farinacci - N.d.R.) -che esigeva il rientro nella disciplina all'interno del partito e nella vita civile- e fascisti, non prontamente allineatisi alla direttiva del momento, furono allontanati o espulsi, per volontà di Turati, il quale aveva pure imposto la subordinazione dei segretari federali ai prefetti». Caduto poi in disgrazia durante il regime e confinato in Egeo, Turati era rimasto pieno di risentimento, specie contro Mussolini, da lui definito «... un cinico ... un prodigioso istintivo senza la preparazione necessaria per essere il capo di una Nazione».
    Avendo dunque presenti questi precedenti dell'ex-segretario del PNF, Leccisi si dispose ad ascoltarlo con le riserve del caso ed infatti i suoi argomenti si dimostrarono subito sospetti. Quale preambolo Turati pose il problema politico dell'inserimento nella legalità, per consentire «... la nostra partecipazione, di pieno diritto, alla vita democratica del Paese ... e, a quel punto la rinuncia dell'aggettivo "fascista" sarebbe stata una scelta obbligata e conseguenziale». Turati, continuando nella sua esposizione precisò che l'orientamento a consentire la costituzione di un movimento politico che raccogliesse gli ex-fascisti e coloro che ne avevano accettato il programma, beninteso restando nell'alveo democratico, si stava facendo luce presso alcuni uomini politici come De Gasperi e i notabili democristiani, con l'appoggio dei liberali, qualunquisti e monarchici. Anzi con questi ultimi il dialogo era in fase avanzata essendo disposto il Re a offrire determinate garanzie non solo riguardanti il provvedimento di amnistia, in cambio di un appoggio, se del caso anche armato, dei gruppi fascisti alle forze monarchiche impegnate in uno scontro durissimo contro le sinistre». Turati poi concluse che «... per rendere fattibile il compromesso con il governo (e si trattava del governo del CLN ! - N.d.R.) e facilitare l'intesa con il Re era necessario smobilitare i gruppi clandestini armati, apprestandoci a far affluire gli ex-fascisti in un movimento politico in grado di svolgere la propria attività alla luce del sole nella legalità democratica».
    Nutrendo qualche perplessità in merito, Leccisi provò a ribattere che prima di smobilitare dalla clandestinità pretendeva garanzie che non si trattasse dell'ennesima fregatura. «L'imprevidenza -disse a gran voce all'ex-segretario del PNF- c'era costata sangue e sofferenze inenarrabili. Ricadere nell'ingenuità di credere nella buonafede degli avversari potrebbe avere conseguenze ancora una volta gravissime per il movimento e per quanti ci seguono». Turati reagì vivacemente a queste obiezioni e con tono autoritario gli notificò che da quel momento egli rispondeva direttamente a lui e a un non ben precisato gruppo dirigente istallatosi a Roma, delle sue azioni. Leccisi prese cappello e se ne andò insalutato ospite. (23)
    A nostro parere quanto esposto da Leccisi fotografa un istante particolare di tutte le varie acrobazie politiche effettuate da Turati nel dopoguerra; che si possono così riassumere:
    Inizia cercando di avvicinarsi, inutilmente, al partiti del CLN. Dopo di che prende posizioni di sinistra all'interno dei FAR e, contemporaneamente, si collega al Movimento Tricolore per spingere i suoi aderenti a mettersi al servizio dei circoli dinastici e dei generali badogliani. Dopo l'uscita di Romualdi dai FAR, non avendo ottenuto un posto adeguato nel MSI, Turati si pone alla testa del gruppo dissidente dei FAR. (24) Concluderà la sua carriera negli anni '50 al servizio di Gedda e dei suoi Comitati Civici. (25)
    Dunque, parallelamente ai FAR, si andava coltivando l'opzione legalitaria del Movimento politico. Nel novembre '46 si erano incontrati a Roma vari esponenti fascisti per vedere di concordare una linea comune; l'iniziativa fallì più per i persistenti personalismi che per contrasti di natura politica. Il 3 dicembre successivo s'incontrarono l'ex-deputato Biagio Pace, il direttore del periodico "Rivolta Ideale" Giovanni Tonelli, Romualdi e Michelini. Sono costoro che riescono a concordare il documento comune in cui si auspica la nascita di un «organismo politico nazionale» con la denominazione di Movimento Sociale Italiano (MO.S.IT).
    La sigla MO.S.IT. oggettivamente richiamava più alla memoria una S.r.l. che non un partito politico ed evidenziava anche una certa preoccupazione nell'esporsi con sigle evocanti il passato: il più diretto e decifrabile MSI parve infatti un po' troppo assonante sia con Mussolini che con la RSI.
    Bisogna tener conto che all'epoca vigeva il decreto luogotenenziale 16 aprile '45, a ricordo della monarchia, che comminava gravi sanzioni penali -fino a 20 anni- per qualsiasi tentativo di ricostituzione del PNF. (25) Ciò comportava che l'attività neofascista dovesse necessariamente attuarsi in clandestinità o per mezzo di gruppi politici che venissero quanto meno tollerati.
    Il documento stilato il 3 dicembre contava dieci punti programmatici molto generici, salvo un esplicito richiamo (punto 8) ai princìpi della socializzazione (compartecipazione dei lavoratori alla gestione delle aziende e alla ripartizione degli utili), mancando necessariamente qualsiasi accenno al fascismo. (26) Tra il 3 dicembre e il 26 dello stesso mese, data ufficiale di nascita del MSI, altre firme si aggiunsero al documento, mentre alcune vennero ritirate. Vi è comunque da dire che per diversi mesi, almeno per tutta la prima metà del '47, il MSI restò del tutto inoperante, un recipiente vuoto, una opzione potenziale e alternativa ad altre ipotesi come l'intervento armato a fianco di circoli militari reazionari.
    In questo intermezzo il MSI non ebbe neppure un segretario nazionale, ma solamente il responsabile di una non ben identificata Giunta esecutiva nazionale, nella persona di tale Giacinto Trevisonno. (27) Almirante fu infatti designato segretario del MSI solo «... nel maggio-giugno 1947». (sic!) (28)
    La pausa si rendeva necessaria per indurre i recalcitranti FAR ad optare per la legalità, ma anche per superare i contrasti sulla designazione del vertice. È chiaro infatti che il potere politico avrebbe tollerato o agevolato l'iniziativa solo nel caso in cui i responsabili del nuovo movimento fossero stati in grado di assicurare una linea di destra, espressione di un anticomunismo di servizio. Ma nell'immediato Romualdi e Turati, che pure si erano perfettamente subordinati a questo aut-aut, non potevano essere utilizzati, dal momento che uno era condannato a morte e l'altro penalizzato per aver ricoperto la carica di segretario nazionale del PNF. C'era inoltre la lotta interna fra i due per la supremazia e i loro veti incrociati si elidevano a vicenda.
    In questa situazione riuscì ad affermarsi Giorgio Almirante, allora tanto sconosciuto e insignificante da non essere neppure ricercato come ex-funzionario della RSI. In tutti i casi Almirante si era dato ad una volontaria latitanza, rimanendo in apnea a Milano fino al varo dell'amnistia. Al Nord era stato ospitato da un certo Levi, che durante la RSI Almirante aveva a sua volta nascosto «... sotto falso nome, mentendo persino al Ministro (Mezzasoma - N.d.R.) nella foresteria del Ministero». (29) Reso più audace dall'amnistia di Togliatti, Almirante con Baghino e pochi altri elementi, andò a formare il Movimento Italiano di Unità Sociale (M.I.U.S.), che al momento buono gli servì da trampolino per approdare alla segreteria del neonato MSI. Il suo compito era in realtà quello di tenere in caldo la poltrona per le altre «personalità» che nel frattempo stavano sbrigando altri problemi.
    Nell'autunno di quello stesso anno a Roma si dovevano tenere le elezioni amministrative e nell'occasione il MSI decise di parteciparvi con una propria lista. Giovandosi, seppure in misura limitata, della crisi che aveva investito il movimento qualunquista, il MSI con circa il 4% dei voti riuscì a conquistare 3 seggi al Comune di Roma. L'apporto di questi seggi fu determinante per la creazione di una giunta di centrodestra (41 seggi contro 39) che sarà guidata dal democristiano Rebecchini.
    All'interno del MSI, discretamente corroborato dall'affermazione elettorale, si coagularono ben presto due tendenze: la «socializzatrice», che faceva riferimento alle esperienze rivoluzionarie di sinistra della RSI e la «corporativa», che prediligendo invece la collaborazione sociale tra le classi si poneva in una posizione più duttile e assai meno radicale. Almirante si presentava (in privato) come l'alfiere dell'integralismo sociale; per questo motivo venne attaccato da Romualdi, che lo accusava inoltre di gestire il partito allo scopo di «... farne un feudo per le sue ambizioni». (30)
    Dopo lo scontro con Almirante, il 17 marzo '48, Romualdi venne arrestato, sembra su delazione, nei pressi del giornale fiancheggiatore del MSI "Ordine Sociale". A questo proposito il Murgia scrive: «Subito, negli ambienti del rinascente partito, si sparge la voce che a fare la spiata alla polizia sia stato lo stesso Almirante, e la voce non si spegne tanto facilmente. Ad alimentarla ancor più vengono le indiscrezioni sussurrate a mezza voce dall'Ufficio politico della Questura: il Romualdi, malvisto dagli stessi fascisti, è cascato nella rete dietro una denuncia degli stessi suoi camerati». (31) Ciò era plausibile poiché la polizia ben poco si era attivata autonomamente alla ricerca di Romualdi.
    Sono peraltro noti i rapporti diretti fra il Viminale e gli organizzatori del MSI tramite il generale dei carabinieri Giuseppe Pièche, ex-capo della 3ª sezione del SIM e, nel dopoguerra, incaricato da Scelba di riorganizzare i servizi segreti italiani. Per copertura, il generale Pièche era stato messo a capo della Protezione civile e dei servizi antincendio del ministero dell'Interno. Occorre tener presente che la protezione civile era stata progettata inizialmente come un corpo civile speciale da utilizzare in caso di guerra o calamità naturale, con l'intento abbastanza scoperto di usare questa struttura anche contro la sovversione comunista tramite una progettata rete di super-prefetti i quali, a tempo debito, avrebbero accentrato ogni potere nella zona di competenza. Tutti i membri della Protezione civile avrebbero costituito all'occorrenza una forza organizzata, da utilizzare in caso di pericolosi tumulti di piazza o spinte rivoluzionarie. Tale iniziativa, bocciata dal Parlamento, venne sostituita dall'organizzazione segreta "Gladio" nei primi anni '50. (32) Paradossalmente, ma non troppo, si potrebbe perfino dire che la fiamma del MSI venne appiccata dal servizio antincendio del ministero dell'Interno.
    Ora, indipendentemente dal fatto che Romualdi abbia avuto più o meno rapporti diretti con il Viminale che di fatto lo proteggeva, c'era sempre la possibilità -siamo nella Roma degli anni '40- d'inciampare accidentalmente in una delle tante retate organizzate contro la malavita e i mercati della borsa nera. In questo caso Romualdi veniva preavvisato delle incombenti incursioni poliziesche tramite una signora parmigiana, Mina Magni Fanti, residente a Roma in Via dei Riari, la quale a sua volta riceveva apposita segnalazione direttamente dal deputato di Parma alla Costituente e successivo Ministro della Marina, il democristiano e vetero antifascista Giuseppe Micheli. (33)
    In tutti i casi l'arresto di Romualdi avviene solo quando il compito di costituire un partito legale di neo-fascisti era cosa ormai fatta e quindi al «dottore» spettava comunque il giusto compenso. Per cominciare il processo a carico di Romualdi fu affidato in sede giudicante al padre del noto dirigente del MSI, Mario Cassiano. Accade anche che l'imbarazzante teste a carico, il capitano della B.N. di Parma Egisto Maestri, una volta trasferito da Porto Azzurro a Roma in vista del processo, muoia in cella in seguito a collasso cardiaco. A rompere le scatole ci si mise però il patrono di parte civile, Avv.. Sotgiu, il quale tanto fece che riuscì a far trasferire il processo ad altra sede, avendo evidenziato la sintonia politica che univa il Presidente del Tribunale all'imputato. Dopo una fase interlocutoria al foro di Milano, il 23 maggio '51 il Tribunale di Macerata assolveva con formula piena da ogni accusa Pino Romualdi. (34)
    Fondamentali ai fini dell'assoluzione si dimostrarono le testimonianze a suo favore di Gianni Nadotti, agente del SIM badogliano, nonché del cappellano partigiano Don Guido Anelli. Tanto per rimanere in tema, Don Anelli si presentò alla Corte di Macerata come persona informata dei fatti nella sua qualità di agente dell'OSS operante a Parma. Circa la rappresaglia del 1 settembre in Piazza Garibaldi a Parma, Don Guido Anelli scaricò ogni responsabilità sulle spalle dei Tedeschi, che in tal modo «... volevano incutere terrore alla popolazione e ai partigiani». (35)
    C'è da dire che effettivamente la strage in questione è sempre stata avvolta nel mistero, sia nella sua dinamica sia rispetto alle dirette responsabilità; questo perché la rappresaglia venne attuata in piena notte con la città deserta per il coprifuoco, sicché, a parte un caso inaspettato, non vi furono testimonianze dirette dell'accaduto e dell'identità dei partecipanti. Anche chi scrive, avendo presa per buona la testimonianza del prete partigiano, difese ripetutamente in pubblicazioni locali e su giornali cittadini la figura di Romualdi, indicato come il responsabile dei fatti nonostante la sentenza assolutoria. È però di pochi mesi fa una scoperta che rimette tutto in discussione. Sono stato infatti contattato da un ex-milite della RSI che nella fatidica notte della rappresaglia si trovava casualmente presso il comando della B.N. di Parma. Questo testimone, che visse tutto lo svolgersi degli avvenimenti, ammette francamente la responsabilità della B.N. di Parma nelle esecuzioni, che, essendo state eseguite con il colpo alla nuca, potevano far pensare ai più sbrigativi metodi tedeschi.
    Quella sera Romualdi non era presente nella sede della B.N.; tuttavia si fece vivo al telefono conversando pure con il teste suddetto del cui padre era amico. Proprio mentre Romualdi telefonava, erano in corso i preparativi per i «processi» di ogni singolo giustiziando, sicché appare impossibile che il tutto sia avvenuto a sua insaputa o addirittura contro le sue disposizioni. In tutti i casi, fosse o meno d'accordo sulle esecuzioni, rimane il fatto che Romualdi, in quanto Comandante della B.N. di Parma, aveva comunque una responsabilità oggettiva riguardo all'operato dei suoi uomini. E poi, quale subalterno avrebbe potuto decidere una cosa così grave come la più pesante rappresaglia fascista eseguita a Parma? Non risulta che nessuno sia stato punito o allontanato dal Corpo delle B.N. per questo fatto. Si può dunque concludere che la testimonianza del prete partigiano assume valenze troppo di favore, anche perché la precedente Corte di Milano aveva già escluso quella pena di morte che sola poteva giustificare una falsa testimonianza da parte di un prete, sebbene partigiano nonché agente dell'intelligence americana.
    Ugualmente sospetta risulta la testimonianza in suo favore dell'agente del SIM Gianni Nadotti. Al suo ex-segretario Battioni, che gli chiedeva la ragione dei suoi ottimi rapporti con il «traditore» Nadotti, Romualdi rispondeva che in fin dei conti l'agente del SIM «aveva fatto il suo gioco». (36)
    Tenuto conto dei precedenti, per quanto ci riguarda incliniamo a credere che Romualdi sia stato invece ripagato dai vari servizi segreti italiani e stranieri, per il suo operato sia durante l'ultima fase della RSI che successivamente. La nascita del MSI ottemperava infatti alle strategie politiche interne e a quelle connesse alla spartizione dell'Europa. In campo interno si rafforzava la posizione centrista del governo De Gasperi; ponendosi alla sua destra, il MSI garantiva alla DC la lucrosa politica dei «due forni» enunciata da Andreotti. Nel contempo veniva eliminato il fascismo clandestino e in tal modo i neofascisti potevano essere controllati ed eventualmente ingaggiati per bassi servizi. Nel quadro internazionale si dovevano poi convertire gli ex-«repubblichini» alle posizioni filo-atlantiche di supporto della NATO, facendo loro accantonare -e poi dimenticare- l'originale pregiudiziale ANTI-plutocratica; e ciò in nome di una Patria (che non era più la loro) da proteggere dal comunismo, peraltro già escluso dal potere in Italia in virtù degli accordi di Yalta.
    Queste tesi del resto non sono nuove, essendo già state enunciate per esempio dal redattore di Radio Milano durante la RSI, Fausto Brunelli, che già negli anni '50 scriveva: «Il CLN, anzi i partiti anticomunisti del CLN, avevano creato il MSI per due motivi ben precisi: 1) per eliminare il fascismo clandestino giacché se le masse ex-RSI si fossero inalveate in esso, se fossero esistiti cospicue forze politiche clandestine, la democrazia si sarebbe trovata in crisi; 2) per inserire i fascisti ex-RSI nel fronte anticomunista prima che i partiti della estrema sinistra, per accaparrarseli avanzassero ad essi qualche offerta degna di considerazione. Si mirava così ad inalveare le forze ex-fasciste entro il gioco politico democratico ed a tenerle prigioniere in esso fino alla loro liquidazione, si mirava a sviare il carattere vero del fascismo, parimenti avverso alla plutocrazia ed al comunismo, alle potenze occidentali ed all'URSS e formando un neofascismo ad intonazione solo anticomunista e quindi non più bandiera della lotta per l'indipendenza nazionale dalle ingerenze della Gran Bretagna e degli USA». (37)
    Bisogna peraltro considerare che la DC e gli altri partiti di governo si erano cautelati nei confronti del MSI, che, nato da ricatti e blandizie, non doveva uscire dal suo alveo specificamente anticomunista. La «legge Scelba» contro la ricostituzione del PNF dava infatti facoltà al Governo -più che alla magistratura- di sciogliere eventuali movimenti d'intonazione neofascista. A maggior ragione il MSI è sempre vissuto in libertà vigilata e con la condizione di dover ottemperare al ruolo assegnatogli nel gioco delle parti, pena l'eventuale scioglimento e la conseguente drammatica perdita di posizioni nel Parlamento e negli Enti Locali. La successiva «legge Mancino» ha ulteriormente allargato il raggio d'azione e di discrezionalità nei confronti di «fascisti» non omologati -o non omologabili- dall'attuale sistema politico. Vi è una curiosa costante nella strategia del potere politico in Italia, che tende da una parte a condizionare con leggi speciali la «destra» più o meno neofascista, mentre alla «sinistra» si preferisce opporre una strategia basata sulla reazione controrivoluzionaria («Rosa dei Venti», «Gladio», ecc.).
    Fino ai nostri giorni tali manovre sono perfettamente riuscite, anche perché sedicenti «neo-fascisti» hanno sempre appoggiato le trame più reazionarie del potere nei confronti dell'estrema sinistra, così come quest'ultima ha sempre collaborato ad inasprire le leggi liberticide nei confronti del neofascismo.

    Franco Morini

    (1) Testimonianza resa allo scrivente dall'ex-segretario del Federale di Reggio Emilia, Dante Scolari.
    (2) P. Romualdi "Scovarli" in "Gazzetta di Parma" del 29 gennaio '44 e sempre di Romualdi "Capitalismo alla sbarra" in "Gazzetta di Parma" del 20 febbraio '44 e "Certa borghesia" in "Gazzetta di Parma" del 18 marzo '44.
    (3) Relazione autografa sull'attività svolta dal ten. Nadotti Giovanni nel periodo marzo '44 - maggio '45 (arch. M'orini).
    (4) Denuncia cr/Sc del 43° C.M.P. del 14/4/45, indirizzata al Tribunale Militare di Guerra - Sez. del 202° Comando Militare Regionale di Brescia (arch. M'orini).
    (5) Di questo memoriale ho ricevuto copia fotostatica dall'originale da parte del prof. Marino Viganò, già curatore delle memorie postume di Pino Romualdi edite con il titolo di "Fascismo Repubblicano", Varese, 1992. Si deve rimarcare che, fatto strano, le memorie dello Scandaliato nel succitato libro sono state epurate proprio della parte di cui sopra senza peraltro segnalarlo al lettore (in op. cit. pag. 216).
    (6) P. Romualdi "Fascismo Repubblicano", op. cit., pag. 172.
    (7) Cfr. G. Bianchi-F. Mezzetti "Mussolini, aprile '45: l'epilogo", Novara, '85, pag. 34.
    (8) P. Romualdi "Cronaca di due giorni", in "l'Italiano" n° 4, aprile '60.
    (9) P. Romualdi, art. cit., in "l'Italiano", pag. 39.
    (10) B. Spampanato, "Contromemoriale", Roma, '52 - 3° vol. (Il segreto del Nord), pag. 134.
    (11) P. Romualdi, art. cit. in "l'Italiano", pag. 37.
    (12) P. Romualdi, ibid.
    (13) M. Caudana, op. cit., pag. 698
    (14) P. G. Murgia, "Ritorneremo!", Milano, '76, pag. 281.
    (15) P. Romualdi, "Il 18 brumaio dell'On. De Gasperi" su "l'Italiano" n° 8, '59.
    (16) F. Parri, "Due mesi con i nazisti", Roma, '73, pag. 23.
    (17) G. De' Medici, "Le origini del MSI", Roma, '86.
    (18) Cfr. M. Tedeschi, "Fascisti dopo Mussolini". Roma, '50, pp. 102-107.
    (19) M. Tedeschi, op. cit., pp. 119-121.
    (20) Secondo Tedeschi l'operazione di pubblica sicurezza contro i FAR era da attribuire ad infiltrazioni ad opera di comunisti e polizia - op. cit. pp. 169-171.
    (21) Testimonianza resa da Luigi Battioni, ex-segretario di Romualdi nel periodo clandestino.
    (22) Cfr. D. Leccisi, "Con Mussolini prima e dopo piazzale Loreto", Roma, '91, pp. 304-310.
    (23) P. G. Murgia, op. cit. nota n° 4, pp. 299-300.
    (24) P. G. Murgia, op. cit. nota n° 4, pp. 296-297
    (25) R. Comini-G. Rabaglietti, "Le leggi dell'Italia libera", Bologna, '45, pag. 206.
    (26) I Consigli di gestione delle aziende socializzate sopravvissero alla caduta della RSI fino a quando, il 6 dicembre 1945, un accordo stipulato fra CGIL e Confindustria stabilì che, in cambio di alcuni miglioramenti e l'istituzione della scala mobile, i Consigli di gestione venivano aboliti.
    (27) Cfr. G. De' Medici, op. cit., pag. 61.
    (28) Cfr. G. De' Medici, op. cit., pag. 61.
    (29) G. Almirante, "Autobiografia di un fucilatore", Milano, '74, pag. 133.
    (30) P. G. Murgia, op. cit., pag. 99.
    (31) P. G. Murgia, op. cit., pag. 100.
    (32) F. G. Murgia, "Il Vento del Nord", Milano, '75, pag. 295; dello stesso A., "Ritorneremo!", cit., pp. 188-189. Si veda inoltre C. De Lutiis "Il lato oscuro del potere", Roma, '96, pp. 25-29.
    (33) Testimonianza di Luigi Battioni, cit.
    (34) "L'assoluzione del Romualdi richiesta dalla pubblica accusa", in "Giornale dell'Emilia" del 24 maggio '51.
    (35) "Testi a discarico nel processo Romualdi", in "Giornale dell'Emilia" del 17 maggio '51.
    (36) Testimonianza di Luigi Battioni, cit.
    (37) F. Brunelli, "La crisi del MSI e delle altre destre". Roma, '56, pag. 105.

 

 

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