OMNIA SUNT COMMUNIA
accumulazione flessibile
by materialiresistenti (29/12/2008 - 087)
III modulo Sociologia del lavoro 2008/2009
Contributo didattico n°5
Il regime dell’accumulazione flessibile
La crisi del fordismo e la transizione verso il capitalismo cognitivo: origine, significato e sfide
[Estratti da Vercellone C., lavoro, distribuzione del reddito e valore nel Capitalismo cognitivo. una prospettiva storica e teorica, 2008.]
La crisi sociale del fordismo corrisponde ad un livello superiore di grande crisi rispetto alle altre grandi crisi che hanno scandito il ritmo della storia del capitalismo a partire dalla prima rivoluzione industriale. Il suo senso storico non corrisponde alla sola destrutturazione dei fondamenti di un modo di sviluppo (il fordismo) proprio al capitalismo industriale. Questo livello superiore di grande crisi[1] designa nello stesso tempo una crisi del capitalismo industriale come sistema storico d’accumulazione. Esso esprime una dinamica di trasformazione che ha condotto alla rimessa in causa di alcune delle invarianti più importanti del capitalismo industriale, gettando così le basi di una economia post-industriale fondata sulla conoscenza. Questa nuova grande metamorfosi del capitalismo trova in particolare la sua origine in una inversione della tendenza alla polarizzazione dei saperi propria al capitalismo industriale.
In sintesi, il sapere e il lavoro intellettuale non sono più, come affermava Smith nella Ricchezza delle nazioni, “come tutti gli altri impieghi, la principale o la sola occupazione di una classe particolare di cittadini”. Essi cominciano a diffondersi in seno alla società, e queste forme di diffusione della conoscenza vanno progressivamente a manifestarsi nel corpo stesso delle organizzazioni e dei rapporti tra imprese.
Il punto di partenza di questo sconvolgimento affonda le sue radici nei conflitti che a partire dalla fine degli anni sessanta, hanno condotto all’affermazione del salario (politico) come variabile indipendente e alla diffusione dei comportamenti di rifiuto del lavoro, destrutturando i fondamenti sociali dell’organizzazione scientifica del lavoro. Questi conflitti si sono concretizzati, nello stesso tempo, in una formidabile espansione del salario socializzato e dei servizi collettivi del Welfare, al di là delle compatibilità della regolazione fordista del rapporto salariale.
Ne è risultata una attenuazione della costrizione monetaria al rapporto salariale e un processo di riappropriazione collettiva delle potenze intellettuali della produzione legato in particolare allo sviluppo della scolarizzazione di massa e a un formidabile aumento del livello medio di formazione della forza-lavoro. Questo fenomeno, che ha giocato un ruolo chiave nella crescita del capitale cosiddetto intangibile, non corrisponde inoltre al lento dispiegarsi di una tendenza di lungo periodo. Si tratta piuttosto di un’evoluzione estremamente rapida sul piano storico. Essa trova la sua molla fondamentale nella domanda sociale di democratizzazione dell’accesso al sapere, concepito al tempo stesso come un mezzo di mobilità sociale e di realizzazione di sé in rottura con le norme del rapporto salariale fordista e della società disciplinare. Bisogna anche notare che uno degli aspetti più pregnanti di questo fenomeno di diffusione del sapere e di sconvolgimento della divisione del lavoro è rappresentato dall’accesso massiccio delle donne al sistema d’insegnamento secondario superiore, con dei tassi che in numerose filiere universitarie sorpassano oramai quelle degli uomini. Questa evoluzione va significativamente di pari passo con la femminilizzazione del salariato. Inoltre, sono spesso proprio le competenze relazionali ed emozionali del lavoro di riproduzione svolte tradizionalmente dalle donne che appaiono, benché in maniera ambivalente, come delle qualità decisive nel nuovo paradigma del lavoro cognitivo (Monnier et Vercellone, 2007).
È attraverso questa dinamica antagonista che l’operaio-massa ha determinato la crisi strutturale del modello fordista, nel mentre creava gli elementi di un comune e di una mutazione ontologica del lavoro che punta al di là della logica del capitale. La classe operaia ha negato sé stessa (o almeno la sua centralità) costruendo e cedendo il posto alla figura del lavoratore collettivo del general intellect e alla composizione di classe del lavoro cognitivo. Essa ha così costruito le condizioni soggettive e le forme strutturali del decollo di un’economia basata sul ruolo motore del sapere e la sua diffusione. Abbiamo qui l’apertura di una nuova fase storica del rapporto capitale/lavoro segnato dalla costituzione di una intellettualità diffusa.
Bisogna sottolinearedue punti essenziali se si vuole caratterizzare in maniera adeguata la genesi e la natura del nuovo capitalismo.
Il primo è che il fattore essenziale del decollo di un’economia fondata sulla conoscenza si trova nella potenza del lavoro vivo. La formazione di un’economia fondata sulla conoscenza precede e si oppone, tanto da un punto di vista logico che storico, alla genesi del capitalismo cognitivo. Quest’ultimo é il risultato di un processo di ristrutturazione attraverso il quale il capitale tenta di assorbire e di sottomettere in maniera parassitaria alla sua logica le condizioni collettive della produzione di conoscenze, soffocando il potenziale di emancipazione inscritto nella società del general intellect. Con il concetto di capitalismo cognitivo designiamo un sistema di accumulazione nel quale il valore produttivo del lavoro intellettuale e immateriale diviene dominante e dove la posta in gioco centrale della valorizzazione del capitale e delle forme di proprietà porta direttamente sull’espropriazione “attraverso la rendita” del comune e sulla trasformazione della conoscenza in una merce fittizia.
Il secondo argomento è che contrariamente alle teorie in termini di rivoluzione informatica, l’elemento primordiale della mutazione attuale del lavoro non può essere spiegato da un determinismo tecnologico che tutto imputa allo sviluppo delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione (TIC). Queste teorie dimenticano, infatti, due elementi essenziali: le TIC non possono correttamente funzionare che grazie a un sapere vivocapace di metterle in opera, perché è la conoscenza che governa il trattamento dell’informazione, informazione che dimora altrimenti una risorsa sterile, come lo sarebbe il capitale senza il lavoro. La forza creatrice principale alla base della rivoluzione delle Ict non proviene da una dinamica d’innovazione sospinta dal capitale. Essa riposa sulla costituzione di reti sociali di cooperazione del lavoro spesso portatrici di un’organizzazione alternativa sia all’impresa che al mercato come forma di coordinazione della produzione. Su questa base, le Ict rinforzano lo sviluppo della dimensione immateriale del lavoro, che a sua volta favorisce un processo che conduce allo sgretolamento delle frontiere tra tempo di lavoro e tempo libero.
L’aumento in potenza della dimensione cognitiva del lavoro corrisponde all’affermazione di un’egemonia delle conoscenze mobilitate attraverso il lavoro, in rapporto ai saperi incorporati nel capitale fisso e nell’organizzazione manageriale delle imprese. La principale fonte del valore risiede nei saperi e nelle capacità creativa del lavoro vivo e non nelle risorse e nel lavoro materiale. Nel nuovo capitalismo, l’attività di lavoro di una parte crescente della popolazione consiste sempre più a trattare l’informazione, a produrre delle conoscenze e ad investire la propria soggettività in relazioni di servizio fondate sullo scambio di saperi e sulle produzioni dell’uomo attraverso l’uomo. L’importanza dell’attività produttiva “routinaria” e del lavoro materiale che consiste nel trasformare la materia prima attraverso l’aiuto di strumenti e di macchine, anch’essi materiali, diminuisce a vantaggio di un nuovo paradigma del lavoro contemporaneamente più intellettuale, immateriale e relazionale.
Inoltre, è il lavoro vivo che agisce oramai un gran numero delle principali funzioni in precedenza svolte dal capitale fisso. La conoscenza è dunque sempre di più collettivamente condivisa, e questo modifica fortemente l’organizzazione interna delle imprese cosi come i loro rapporti con l’esterno. Nella nuova configurazione del rapporto capitale/lavoro, come vedremo, il lavoro è così, nello stesso tempo, all’interno dell’impresa, ma si organizza anche e sempre di più al di fuori di essa.
Questo implica due conseguenze fondamentali. Da una parte, a livello di ciascuna impresa, l’attività creatrice di valore coincide sempre meno con l’unità di luogo e di tempo propria alla regolazione dei tempi collettivi del periodo fordista. D’altra parte, e a livello sociale, la produzione di ricchezza e di conoscenza si crea sempre più a monte del sistema delle imprese e della sfera mercantile. Essa non può essere ricondotta all’interno della logica di valorizzazione del capitale che in modo indiretto, a partire da un rapporto di esteriorità alla produzione paragonabile per molti aspetti a un’appropriazione del valore in forma di rendita.
A seguito di tale evoluzione, l’insieme delle convezioni fordiste-industriali riguardanti il rapporto salariale, la nozione di lavoro produttivo, le risorse e la misura del valore, le forme della proprietà e della ripartizione del reddito, ne escono profondamente modificate.
PER LA COMUNITA' UMANA




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