Pagina 1 di 5 12 ... UltimaUltima
Risultati da 1 a 10 di 46
  1. #1
    Moderatore
    Data Registrazione
    30 Mar 2009
    Località
    Roma
    Messaggi
    39,362
     Likes dati
    434
     Like avuti
    643
    Mentioned
    7 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Dossier Berlusconi (ed affini) Parte III

    Ecco la Terza Parte di un Dossier sul Presidente del Consiglio Italiano e sulla sua cricca di amici.

    Se avete perso la puntate precedenti:

    Dossier Berlusconi I parte

    Dossier Berlusconi II Parte
    ---------------------------------------------

    Cominciamo con La Libertà di Stampa

    Reporter sens frontière (Rsf) ha pubblicato la prima classifica mondiale della libertà di stampa e non sono mancate le sorprese. Innanzitutto va rilevato che, pluralismo e libertà nella diffusione delle notizie non sono una prerogativa dei paesi più ricchi e sviluppati. Basti pensare che il Costa Rica precede in classifica gli Stati Uniti e diverse nazioni europee. L'Italia, a causa dell'irrisolto conflitto di interessi del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, si piazza al quarantesimo posto, superata da paesi latinoamericani come Ecuador, Uruguay, Paraguay, Cile ed El Salvador, oltre che da Stati africani come Benin, Sudafrica e Namibia. La maglia nera dei peggiori del gruppo spetta a tre nazioni asiatiche: Corea del Nord, Cina e Myanmar. In fondo alla classifica figurano anche la maggior parte dei paesi arabi, a partire da Libia, Tunisia e Iraq, dove è semplicemente impensabile che un giornale o una testata radiotelevisiva possa criticare il capo dello Stato o l'operato del governo. R.s.f. assegna invece buoni voti ad alcune realtà africane come Benin, Sudafrica, Mali, Namibia e Senegal, tutte collocate nelle prime cinquanta posizioni e in condizione di vantare una reale libertà di stampa. I peggiori nell'Africa nera risultano essere Eritrea (132ma), Zimbawe (123mo), Guinea Equatoriale (117ma), Mauritania (115ma) e dal 109mo al 105mo posto, Liberia, Rwanda, Etiopia e Sudan. (Reporters sens frontiéres).

    ecco la Lista

    Posizione Paese Note

    1 Finlandia 0,50
    - Islanda 0,50
    - Norvegia 0,50
    - Paesi Bassi 0,50
    5 Canada 0,75
    6 Irlanda 1,00
    7 Germania 1,50
    - Portogallo 1,50
    - Suecia 1,50
    10 Danimarca 3,00
    11 Francia 3,25
    12 Australia 3,50
    - Belgio 3,50
    14 Slovenia 4,00
    15 Costa Rica 4,25
    - Svizzera 4,25
    17 Stati Uniti 4,75
    18 Hong Kong 4,83
    19 Grecia 5,00
    20 Equador 5,50
    21 Benin 6,00
    - Inghilterra 6,00
    - Uruguay 6,00
    24 Cile 6,50
    - Ungheria 6,50
    26 Africa del Sud 7,50
    - Austria 7,50
    - Giappone 7,50
    29 Spagna 7,75
    - Polonia 7,75
    31 Namibia 8,00
    32 Paraguay 8,50
    33 Croazia 8,75
    - El Salvador 8,75
    35 Taiwan 9,00
    36 Mauricio 9,50
    - Perú 9,50
    38 Bulgaria 9,75
    39 Corea del Sud 10,50
    40 Italia 11,00
    41 Repubblica Ceca 11,25
    42 Argentina 12,00
    43 Bosnia-Erzegovina 12,50
    - Mali 12,50
    45 Romania 13,25
    46 Capo Verde 13,75
    47 Senegal 14,00
    48 Bolivia 14,50
    49 Nigeria 15,50
    - Panama 15,50
    51 Sri Lanka 15,75
    52 Uganda 17,00
    53 Niger 18,50
    54 Brasile 18,75
    55 Costa de Marfil 19,00
    56 Libano 19,67
    57 Indonesia 20,00
    58 Comoras 20,50
    - Gabon 20,50
    60 Yugoslavia 20,75
    - Seychelles 20,75
    62 Tanzania 21,25
    63 Repubblica africana 21,50
    64 Gambia 22,50
    65 Madagascar 22,75
    - Tailandia 22,75
    67 Bahrein 23,00
    - Ghana 23,00
    69 Congo 23,17
    70 Mozambico 23,50
    71 Cambogia 24,25
    72 Burundi 24,50
    - Mongolia 24,50
    - Sierra Leone 24,50
    75 Kenya 24,75
    - Messico 24,75
    77 Venezuela 25,00
    78 Kuwait 25,50
    79 Guinea 26,00
    80 India 26,50
    81 Zambia 26,75
    82 Palestina 27,00
    83 Guatemala 27,25
    84 Malaui 27,67
    85 Burkina Faso 27,75
    86 Tayikistán 28,25
    87 Chad 28,75
    88 Camerun 28,83
    89 Marruecos 29,00
    - Filippine 29,00
    - Suazilandia 29,00
    92 Israele 30,00
    93 Angola 30,17
    94 Guinea-Bissau 30,25
    95 Algeria 31,00
    96 Yibuti 31,25
    97 Togo 31,50
    98 Kirguizistán 31,75
    99 Giordania 33,50
    - Turchia 33,50
    101 Azerbaiyán 34,50
    - Egitto 34,50
    103 Yemen 34,75
    104 Afghanistan 35,50
    105 Sudan 36,00
    106 Haiti 36,50
    107 Etiopia 37,50
    - Ruanda 37,50
    109 Liberia 37,75
    110 Malesia 37,83
    111 Brunei 38,00
    112 Ucraina 40,00
    113 Repubblica Congo 40,75
    114 Colombia 40,83
    115 Mauritania 41,33
    116 Kazajistán 42,00
    117 Guinea Ecuatoriale 42,75
    118 Bangladesh 43,75
    119 Pakistan 44,67
    120 Uzbekistán 45,00
    121 Russia 48,00
    122 Iran 48,25
    - Zimbawe 48,25
    124 Bielorrusia 52,17
    125 Arabia Saudita 62,50
    126 Siria 62,83
    127 Nepal 63,00
    128 Túnez 67,75
    129 Libia 72,50
    130 Iraq 79,00
    131 Vietnam 81,25
    132 Eritrea 83,67
    133 Laos 89,00
    134 Cuba 90,25
    135 Buthan 90,75
    136 Turkmenistán 91,50
    137 Birmania 96,83
    138 Cina 97,00
    139 Corea del Nord 97,50

  2. #2
    Moderatore
    Data Registrazione
    30 Mar 2009
    Località
    Roma
    Messaggi
    39,362
     Likes dati
    434
     Like avuti
    643
    Mentioned
    7 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    In Italia la dittatura è reale o percepita?

    Il dizionario della lingua italiana, alla voce «dittatura» precisa: «La situazione data dall’accentramento, in via straordinaria e temporanea, di tutti i poteri in un solo organo, monocratico o collegiale».
    Analizziamo la situazione odierna dell’Italia per verificare o meno se sussistano i presupposti per parlare di dittatura.

    Il Dott. Cav. PresDelCons Silvio Berlusconi è:

    - L’UOMO PIÚ RICCO D’ITALIA

    - PRESIDENTE IN CARICA DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI
    Controlla l’intero governo italiano

    - PROPRIETARIO DELLA FININVEST

    Le partecipazione private della Fininvest sono le seguenti:
    Elettronica Industriale (diffusione del segnale Tv), Telecinco, Mediaset, Publitalia, Pebliespana, Rti, Videotime, Mondadori, Einaudi, Electa, Le Monnier, Sperling & Kupfer, Medusa, Pagine Italia, Hopa, Mediolanum, Albacom, Milan calcio,

    In pratica:

    Il Dott. Cav. PresDelCons Silvio Berlusconi controlla i tre principali canali televisivi privati attraverso Mediaset (controllata dalla sua Fininvest), e controlla i tre canali nazionali pubblici attraverso la Rai Holding Spa (controllata dal suo Ministero del Tesoro). Con la sua nuova legge sulle Telecomunicazioni, denominata «Legge Gasparri», potrà eleggere il Direttore e il Presidente della Rai, Radio Televisione Italiana!

    Il Dott. Cav. PresDelCons Silvio Berlusconi controlla il 100% della pubblicità delle tre reti private nazionali attraverso Publitalia (controllata dalla sua Fininvest), e controlla il 100% della pubblicità delle tre reti pubbliche nazionali attraverso la Rai Holding Spa (controllata dal suo Ministero del Tesoro).

    Il Dott. Cav. PresDelCons Silvio Berlusconi controlla il 100% della squadra Milan calcio Spa attraverso la sua Finivest

    Il Dott. Cav. PresDelCons Silvio Berlusconi controlla il 65% delle Poste Italiane Spa attraverso il Ministero del Tesoro e ha accesso a 14mila sportelli postali attraverso Mediolanum (controllata dalla sua Fininvest)

    Il Dott. Cav. PresDelCons Silvio Berlusconi controlla il 100% di Cinecittà Holding Spa attraverso il Ministero del Tesoro e controlla il 100% di Medusa film (controllata dalla sua Fininvest)

    QUESTO ACCENTRAMENTO TEMPORANEO E STRAORDINARIO DI POTERI (POLITICO, LEGISLATIVO, ECONOMICO, MEDIATICO, PUBBLICITARIO, CALCISTICO) NELLE MANI DI UNA SOLA PERSONA SODDISFA LA DEFINIZIONE DATA DAL DIZIONARIO DELLA LINGUA ITALIANA A PROPOSITO DI DITTATURA...

    Mentre la "tettonica a placche" della politica nostrana fa avvicinare le coste dell'Italia a quelle dell'Argentina, il Dott. Cav. PresDelCons Silvio Berlusconi sta ultimando i lavori (coperti "giustamente" da Segreto di Stato) alla sua umile dimora in Sardegna. Ecco in esclusiva qualche immagine (tratta da “Ville esclusive & Resorts”, edito da Archideos, curato dal fotografo Giancarlo Gardin, scritto da Isabella Brega e Marco Biagi) presa dal sito




  3. #3
    Moderatore
    Data Registrazione
    30 Mar 2009
    Località
    Roma
    Messaggi
    39,362
     Likes dati
    434
     Like avuti
    643
    Mentioned
    7 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    Beppe Grillo: “riprendiamoci quelle parole”

    Vorrei aderire alla Casa della libertà, ma a quella vera, vorrei intitolare “forza Italia” il mio prossimo spettacolo, ma forza Italia davvero. L’Italia ha bisogno di più libertà e di una riscossa! Altro che pulirsi il sedere con il tricolore, come gridò uno dei leader di questo governo. Altro che “chi non salta, italiano è!”, come strillò per strada un suo ministro, dopo aver mandato tremila italiani a rischiare la pelle a Nassiriya. Cosa penseranno di questi ministri della vergogna quei soldati che con il tricolore rischiano sì di saltare, ma sulle bombe irakene?
    Nel mio spettacolo chiedo: “Casa delle Libertà”? Ma vogliamo scherzare? Siamo all’appropriazione indebita, all’“economia della truffa”, come scrive l’economista statunitense J. K. Galbraith. Secondo un altro economista statunitense, J. Stiglitz, domina l’“asimmetria dell’informazione” (la teoria per cui prese il Nobel): è l’approfittamento – non il profitto – di chi sa a danno di chi non sa: per esempio quello dei top manager che sempre più spesso saccheggiano azionisti, consumatori e Stato. Secondo Stiglitz dai “ruggenti ‘90” rubano di più molti top manager - per esempio con le famigerate stock option - di quanto mai possano sognar di rubare i peggiori politici (http://www-1.gsb.columbia.edu/faculty/jstiglitz/). E in Italia come reagiamo? Fuori i politici delle “convergenze parallele”, dentro i pubblicitari, i top manager e gli avvocati della “Milano da bere”! Dentro – purtroppo – non in adatti edifici sorvegliati; dentro nel parlamento, nel governo, nella RAI.

    Attenzione, non parlo solo del furto dei soldi, ma di uno peggiore, il furto delle parole. Mettiamo, per ipotesi, che costoro non abbiano mai rubato, evaso le tasse, corrotto un finanziere o un giudice, maneggiato fondi neri, società offshore, P2, tangenti, condoni. Ma le parole? Come la mettiamo con il furto con destrezza delle parole? La lingua è il principale bene di un popolo. Rubargliela è un delitto. Condoniamogli i delitti finanziari, ma non perdoniamogli l’appropriazione indebita delle parole!
    La vera “Casa della libertà” (Freedom House) esiste da sessant’anni, non da tre. Fu fondata da Eleanor Roosvelt e da altre personalità statunitensi per promuovere la democrazia nel mondo. Il suo rapporto annuale sulla libertà di stampa classifica le nazioni in libere, semilibere, non libere. Nel 2004 l’Italia è passata da paese libero a semilibero, scendendo al 74° posto, dietro a Benin e Botswana (http://www.freedomhouse.org/research/pressurvey.htm).
    In Europa, Turchia e Italia sono le uniche pecore nere, i due Paesi semiliberi. Come può un Paese semilibero pretendere di insegnare la libertà agli altri come vuol fare l’Italia in Irak?

    Come casi di “Deterioramento globale della libertà di stampa” la “Casa della libertà” cita Bulgaria, Italia e Russia, degradate quest’anno di una categoria. Per illustrare il degrado della libertà, la direttrice del rapporto statunitense, signora K. D. Karlekar, cita per nome e cognome il primo ministro italiano e il suo “enorme impero mediatico”. Chi sono allora i cialtroni della libertà, quelli della Casa statunitense o quelli della Casa italiana? Del resto la Casa italiana è nata sulle tradizioni e con gli uomini di due aberrazioni della libertà: il fascismo - insieme al comunismo reale tra le maggiori negazioni della libertà in questo secolo – e la propaganda commerciale invasiva e obbligatoria.

    Per mascherare con la “Libertà” una compagnia di squali della pubblicità, piduisti, mussoline e mussoliniani, fascisti di tutti i tipi (post, ex, neo, ultra), xenofobi mangia bingo-bongo e pochi clericali, non basta la faccia di bronzo, ci vuole un lifting al titanio.

    Denunciando le truffe della pubblicità dicevo nel 1993: “Attenti! Mastrolindo è più pericoloso di Craxi”. Oggi Mastrolindo e i suoi creativi si son presi il governo, il parlamento, la RAI. I governanti di prima arraffavano soldi per fare il partito. I governanti di adesso fanno il partito per difendere i soldi arraffati. Cosa dirà Mastrolindo del rapporto 2004 della vera “Casa della libertà”? “Spazzatura!” dirà? Come disse dell’Economist che gli dedicò in due anni tre copertine - un record in 160 anni di pubblicazioni. Minaccerà querele anche agli eredi della signora Roosvelt come fece vanamente con l’Economist?

    Se la sua fede a stelle e strisce fosse vera, il portatore sano di democrazia ribattezzerebbe la sua compagnia “Casa delle semilibertà” e cercherebbe di riportare l’Italia al rating statunitense di paese libero. Sapete che Cina, Russia, Italia, Cuba, Vietnam e Nord Corea sono tra i pochi paesi dove il governo o il suo capo pagano ogni mese lo stipendio a più di un migliaio di giornalisti? Ovviamente per garantire la loro libertà.(mitica)
    E poi, perché “Casa delle Libertà”? Perché la libertà da garantire non è una sola, quella di Mastrolindo. Sono molte! Quella di Previti, di Dell’Utri, di Borghezio e della cinquantina di inquisiti o processati o patteggiati o o prescritti o condannati che la CdL ha messo al sicuro in parlamento.


    C’è un’altra “truffa innocente”: Forza Italia. Da più di un secolo era l’incitamento degli italiani per i nostri atleti nel mondo. Prima era di tutti, ora è stato sequestrato.
    Non possiamo più usarlo, a meno di fare propaganda gratuita al partito di Dell’Utri, Previti e Mastrolindo.
    “Forza Italia” non lo hanno semplicemente privatizzato, ce lo hanno proprio rubato. Nelle privatizzazioni di un bene pubblico, si paga un indennizzo. Dorian Gray invece si è preso il malloppo e non ci ha pagato niente. Anzi, già che c’era, si è preso anche il nostro colore – l’azzurro – e visto che un colore non gli bastava, s’è acchiappato anche il tricolore. Lui sa bene che nomi, marchi e logo di successo – es. “Marlboro” o “Nike” - valgono decine di miliardi di euro. Lui invece “Forza Italia”, il nostro azzurro e il nostro tricolore se li è acchiappati gratis. Calcolando poco, diciamo mille euro a testa, Dorian Gray deve agli italiani almeno 57 miliardi di euro, dieci volte più del suo patrimonio. Ha fatto un colpo grosso, eh?()

    Dovremmo battezzare “forza Italia” pizze, gelati, cocktail, barche, navi, spiagge, sentieri alpini, gatti, cani, cavalli, circoli culturali, romanzi, bande, feste. Riprendiamoci il nostro “forza Italia”! Questo bisogno mi è venuto con il mio spettacolo “Blackout”, mentre spiegavo quanto l’Italia sia scesa in basso. Una ventina dei principali indicatori internazionali di sviluppo ci danno in media al 35° posto nel mondo. Altro che “nuovo miracolo italiano”!

    Siamo tra il 20° e il 25° posto per indice di sviluppo umano, reddito pro capite, indice di capacità tecnologica, aiuti allo sviluppo, libri venduti; tra il 30° e il 35° posto per mortalità infantile, indice di corruzione, computer e giornali pro capite; 40° per indice di uguaglianza, 51° per indice di competitività, 74° per indice di libertà di stampa, 83° per indice di sostenibilità ambientale. Sintomatico è il nostro indice di competitività: 32°, 33° e 34° posto nel 2000, 2001, 2002, 41° nel 2003, 51° nel 2004. Il lento smottamento ora è frana
    .

    Altro che miracoli!
    Le cause di questo crepuscolo hanno radici nei decenni passati. Una delle cause importanti però è il degrado intellettuale e morale provocato dalla televisione commerciale, sia privata sia statale. Vent’anni di questa intossicazione finiscono per convincere che benessere e felicità non dipendono dall’ingegno, dal lavoro e dall’onestà, ma dalla seduzione, dall’imbonimento e dalla furbizia. Economia allora non vuol più dire studiare, ricercare, inventare, produrre, ma ridere, ingannare e vendere. Conducendo gli affari di Stato come quelli pubblicitari e televisivi, i nostri mastrolindi sono riusciti in pochi anni a indebolire l’Italia più di quanto avessero fatto in decenni i loro protettori socialisti e democristiani. Adeguando diversi ministri e parlamentari alla volgarità e al turpiloquio delle loro televisioni, hanno ribaltato il significato della parola “volgare”. Oggi sono le elite a involgarire il volgo.

    La volgarità non viene più dal basso, ma dall’alto, dagli uomini più ricchi e più potenti del paese, dalle tecnologie e dalle istituzioni che controllano. Non è grottesco che proprio chi per vent’anni ha corrotto la forza, l’intelligenza e la reputazione di questo Paese prenda ancora in giro gli italiani al grido di “Forza Italia”? Proprio loro, che da vent’anni sono i becchini dell’Italia, non possono ora far finta di volerla rianimare

  4. #4
    Moderatore
    Data Registrazione
    30 Mar 2009
    Località
    Roma
    Messaggi
    39,362
     Likes dati
    434
     Like avuti
    643
    Mentioned
    7 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    Cosi Parlava LA PADANIA prima di allearsi con Berlusconi

    Dieci domande al signor Berlusconi
    Indagine giornalistica de «La Padania» - 19 agosto 1998


    Il 26 settembre 1968, la sua Edilnord Sas acquistò dal conte Bonzi l’intera area dove lei, signor Berlusconi, edificherà Milano2. Lei pagò il terreno 4.250 lire al metro, per un totale di oltre tre miliardi di lire. Questa somma, nel ’68, quando lei aveva 32 anni e nessun patrimonio familiare a disposizione, era di enorme portata. Oggi, tabella Istat alla mano, equivarrebbe a oltre 38.739.000.000 lire. Dopo l’acquisto, lei aprì un gigantesco cantiere edile, il cui costo arriverà a sfiorare i 500 milioni al giorno, che in 4-5 anni edificherà l’area abitativa di Milano2. Tutto questo denaro chi gliel’ha dato, signor Berlusconi? Chi si nascondeva dietro le finanziarie di Lugano? Risponda.


    Il 22 maggio 1974 la sua società Edilnord Centri Residenziali Sas compì un aumento di capitale che così arrivò a 600 milioni di lire (4,8 miliardi di oggi. Fonte Istat). Il 22 luglio 1975 – un anno dopo – la medesima società eseguì un altro aumento di capitale passando dai suddetti seicento milioni a due miliardi (14 miliardi di oggi. Fonte Istat). Anche in questo caso, che è solo l’esempio di alcune delle tante e fortissime ricapitalizzazioni delle sue società, signor Berlusconi, vogliamo sapere da dove e da chi le sono pervenuti tali ingentissimi capitali in contanti. Se lei non lo spiega, signor Berlusconi, si è autorizzati a ritenere che sia denaro di dubbia origine, denaro dall’orribile odore.


    Il 2 febbraio 1973, lei, signor Berlusconi, fondò un’altra società: la Italcantieri Srl. Il 18 luglio 1975 questa sua piccola impresa diventò una Spa, con un aumento di capitale a 500 milioni. In seguito, quei 500 milioni diventeranno 2 miliardi, e lei farà in modo da emettere anche un prestito obbligazionario per altri 2 miliardi. Nell’arco di nemmeno tre anni, una sua società forte di un capitale di 20 milioni, appunto Italcantieri Srl, si trasformerà in un colosso, moltiplicando per 100 il suo patrimonio. Come fu possibile? Da dove prese, chi le diede, in che modo entrò in possesso, signor Berlusconi, di queste fortissime somme in contanti? Risponda. Lo spieghi.


    Il 15 settembre 1977 la sua società Edilnord Sas, signor Berlusconi, cedette alla neo-costituita Milano2 Spa tutto il costruito di Milano2 più alcune aree ancora da edificare. Tuttavia, quel giorno lei decise anche il contestuale cambiamento di nome della società acquirente. Infatti l’impresa Milano2 Spa cominciò a chiamarsi così proprio in quella data. Quando fu fondata a Roma, il 16 settembre ’74, rispondeva al nome Immobiliare San Martino Spa, «forte» di lire 1.000.000 di capitale e amministrata da Marcello Dell’Utri, il suo «segretario». Sempre il 15 settembre 1977, quel milione di salirà a 500, il 19 luglio 1978 a due miliardi. Un’altra volta: tutto questo denaro da dove arrivò?


    Signor Berlusconi, il cuore del suo impero, la notissima Fininvest, lei sa bene che nacque in due tappe. Il 21 marzo 1975 a Roma lei diede vita alla Fininvest Srl, venti milioni di capitale, che l’11 novembre diventeranno 2 miliardi con il contestuale trasferimento della sede a Milano. L’8 giugno 1978, ancora a Roma, lei fondò la Finanziaria di Investimento Srl, soliti 20 milioni, amministrata da Umberto Previti, padre del noto Cesare. Il 30 giugno 1978, quei venti milioni diventeranno 50, e il 7 dicembre 18 miliardi (81 miliardi di oggi). Il 26 gennaio 1979 le due «Fininvest» si fonderanno. Ebbene, questa gigantesca massa di capitali da dove arrivò, signor Berlusconi?


    Signor Berlusconi, lei almeno una volta sostenne che le 22 holding alla testa del suo impero societario vennero costituite da Umberto Previti per pagare meno tasse allo stato. Nessuno dubiterà mai più di queste sue affermazioni, quando lei spiegherà per quale ragione affidò consistenti quote delle suddette 22 holding alla società Par.Ma.Fid. di Milano, la medesima società fiduciaria che nel medesimo periodo gestì il patrimonio di Antonio Virgilio, finanziere di Cosa Nostra e grande riciclatore di soldi sporchi per conto di Alfredo e Giuseppe Bono, Salvatore Enea, Gaetano Fidanzati, Carmelo Gaeta e altri boss della mafia siciliana operanti a Milano. Perché la Par.Ma.Fid.?


    E’ universalmente noto che lei, signor Berlusconi, come imprenditore è nato col «mattone» per poi approdare alla tivù. Ebbene, sul finire del 1979, lei diede incarico ad Adriano Galliani di girare l’Italia ad acquistare frequenze televisive, ed infatti Galliani si diede molto da fare. Iniziò dalla Sicilia, dove entrò in società con i fratelli Inzaranto di Misilmeri, frazione di Palermo, nella loro Retesicilia Srl. Soltanto che Giuseppe Inzaranto, neo-socio di Galliani, era anche marito della nipote prediletta di Tommaso Buscetta, che nel 1979 non è un «pentito», è un boss di prima grandezza. Questo lei lo sapeva, signor Berlusconi? Sapeva di aver sfiorato i vertici della mafia?


    E’ certo che a lei, signor Berlusconi, il nome dell’Immobiliare Romana Paltano non può risultare sconosciuto. Certo ricorda che nel 1974 la suddetta società, 12 milioni di capitale, finì sotto il suo controllo amministrata da Marcello Dell’Utri. Fu proprio sui terreni posseduti da questa immobiliare che lei edificherà Milano3. Così pure ricorderà, signor Berlusconi, che nel ’76 quel piccolo capitale di 12 milioni salirà a 500 e il 12 maggio 1977 a 1 miliardo. Inoltre lei modificherà anche il nome a questa impresa, che diventerà la notissima «Cantieri Riuniti Milanesi Spa». Ancora una volta: da dove prese, chi le fornì i 988 milioni (5 miliardi d’oggi) per quest’ennesima iniezione di soldi?


    Lei signor Berlusconi, certamente rammenta che il 4 maggio 1977 a Roma fondò l’Immobiliare Idra col capitale di 1 (un) milione. Questa società che possiede beni immobiliari pregiatissimi in Sardegna, l’anno successivo – era il 1978 – aumentò il proprio capitale a 900 milioni di lire in contanti. Signor Berlusconi, da dove arrivarono gli 899 milioni che fecero la differenza? E poi: da dove, da chi, perché lei entrò in possesso delle stratosferiche somme che le permisero di far intestare all’Immobiliare Idra proprietà in Costa Smeralda – ville e terreni – il cui valore è da contarsi in decine di miliardi? Dica la verità, signor Berlusconi. Sveli anche questo mistero impenetrabile.


    Signor Berlusconi, in più occasioni lei ha usato – vedi l’acquisto dell’attaccante Lentini dal Torino Calcio, ad esempio – la finanziaria di Chiasso denominata Fimo. Anche in questo caso, come in precedenza per la finanziaria Par.Ma.Fid., ha scelto una società fiduciaria al cui riguardo le cronache giudiziarie si sono largamente espresse. La Fimo, infatti, era la sede operativa di Giuseppe Lottusi, riciclatore di soldi sporchi dalla cosca dei Madonia, e Lottusi il 15 novembre del 1991 verrà condannato per questo a 20 anni di reclusione. Ebbene, la transazione per l’acquisto di Lentini, tramite la Fimo, avvenne nella primavera del 1992. Perché la Fimo, signor Berlusconi?

    --------------

    Sarebbe interessante sapere che ne pensa ORA la Padania di questo articoletto....

  5. #5
    Moderatore
    Data Registrazione
    30 Mar 2009
    Località
    Roma
    Messaggi
    39,362
     Likes dati
    434
     Like avuti
    643
    Mentioned
    7 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    Dell’Utri Jr, scontro e coca
    Tino Fiammetta - pubblicato su «Il Giorno.it» (http://ilgiorno.quotidiano.net), novembre 2003

    Un grave incidente, alla guida il figlio di un personaggio notissimo, una donna in prognosi riservata. E poi c'è la droga. Sono gli ingredienti che compongono uno scarno fascicolo inviato dai vigili urbani in Procura quattro giorni dopo il fatto. Poche righe di sintesi, l'esito degli esami tossicologici, e il rimbalzo al sostituto di turno. Come per togliersi un peso, sia pure tardivamente.
    Il 31 ottobre alle 6 del mattino viaggiava da solo, nell'auto intestata a sua sorella, Marco Dell'Utri, il maggiore dei figli del parlamentare di Forza Italia. Un ragazzo di 23 anni a bordo di un'auto, poco dopo l'alba, e a pochi passi da casa sua. E' infatti in via Moscova, all'angolo con corso di Porta Nuova, che si verifica l'incidente. La «Citroen Saxo» guidata dal giovane si scontra con un'altra macchina, a bordo una donna di 34 anni, Viviana Alejandra Paglietta. L'impatto è importante: il nucleo radiomobile dei vigili urbani interviene pochi minuti dopo, nelle strade ancora deserte di un tranquillo fine settimana.
    Sia il giovane sia la donna vengono portati al vicinissimo Fatebenefratelli. Ma mentre il ragazzo rifiuta il ricovero, dichiara di stare bene, la giovane non se lo può permettere: è in gravissime condizioni. Viene prima portata in Rianimazione, quindi trasferita giorni dopo in Neurochirurgia, dove è tuttora, per un ematoma cerebrale sottodurale. Starà a lei, quando potrà, valutare il peso della vicenda. Il fascicolo giunto nelle mani del sostituto di turno, se la donna decidesse di presentare querela, avrebbe a quel punto un titolo di reato: lesioni colpose.
    Sembrava un brutto incidente, come i tanti che infestano a cadenza quotidiana la città. Non lo è. I vigili intervenuti osservano l'auto e vedono che dentro c'è qualcosa di troppo evidente, persino abbagliante. Sul tappetino a destra della guida della Saxo ci sono una siringa con ago, un cucchiaino, della polvere bianca e del liquido residuo. Quasi certamente droga.
    È con imbarazzo e assoluta discrezione che i vigili chiamano i cani antidroga del comando di polizia municipale. L'auto viene ispezionata e annusata: e, a parte la siringa e il suo contenuto subito sequestrati, non risulta altro. E ancora con assoluta discrezione, la sostanza trovata viene inviata in un ufficio defilato, nel laboratorio chimico e tossicologico dell'Agenzia delle dogane (che è l'ufficio fiscale) di via Marco Bruto 14.
    L'esito è quasi immediato e scontato: cocaina e caffeina insieme, droga potenziata dall'eccitante. C'è un sospetto: il giovane con ogni probabilità l'aveva appena assunta. Se lo stupefacente possa avere avuto un ruolo nell'incidente, o no, chi può dirlo? Comunque sia, Marco Dell'Utri viene segnalato per violazione della legge sugli stupefacenti alla Prefettura.
    Così la cronaca cadenzata di quelle prime ore del 31 ottobre. Poi il fascicolo si arena: non viene inviato in Procura per la convalida della perquisizione sul veicolo. Giunge al magistrato di turno solo la sera del 4 novembre. Pochi fogli preceduti da un rapporto a dir poco laconico, una ventina di righe che non danno conto nè della via dell'incidente, nè delle modalità: neppure del fatto se la donna fosse a bordo di un'auto o a piedi.

    di Tino Fiammetta

  6. #6
    Moderatore
    Data Registrazione
    30 Mar 2009
    Località
    Roma
    Messaggi
    39,362
     Likes dati
    434
     Like avuti
    643
    Mentioned
    7 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    Vi sveliamo il perché il centro destra non vuole modificare la Legge Gasparri
    Mediaset e le telepromozioni
    di Salamandra - da «Articolo 21» 24 Gennaio 2004



    Le telepromozioni, dopo circa vent’anni dalla loro apparizione sugli schermi televisivi, sono diventate un classico prodotto pubblicitario della televisione e rappresentano, dopo la tabellare (i normali spot inseriti nei break), il più importante strumento della pianificazione pubblicitaria (per Mediaset le telepromozioni rappresentano circa il 12-15% dell’intero fatturato pubblicitario, l’8-10% per Rai).
    Le telepromozioni sono dei siparietti, della durata di 2-3 minuti, inseriti all’interno dei programmi e contraddistinti dalla sovrimpressione “messaggio promozionale” proprio per sottolinearne la valenza pubblicitaria. Spesso si configurano come dei veri propri mini-programmi, oppure utilizzano un gioco a premi o un concorso che coinvolge il pubblico. Nella maggior parte dei casi sono condotti da volti noti della televisione, spesso dagli stessi conduttori di programmi di punta della rete e di programmi posti in orari limitrofi. Questi elementi determinano che le telepromozioni abbiano un buon impatto/ricordo nel pubblico e nel contempo limitino, più della pubblicità tabellare, il distacco da parte del telespettatore dalla visione del mezzo.

    Nell’ambito della strategia pubblicitaria, le telepromozioni vengono generalmente così utilizzate:

    • nelle grandi campagne pubblicitarie, quelle con un consistente budget, le telepromozioni, inserite prevalentemente in programmi di successo, vengono utilizzate come strumento di sostegno alla campagna stessa, inserendosi in una strategia che comprende più mezzi e più strumenti pubblicitari.

    • Nelle campagne con budget più limitati e per i prodotti di massa e con scarsi contenuti tecnologici, le telepromozioni possono essere utilizzate come strumento pubblicitario prevalente se non esclusivo (ad esempio le campagne degli utensili da cucina oppure quelle sui materassi).

    Per questi motivi, le telepromozioni sono stabilmente inserite, al pari della pubblicità tabellare, nell’offerta dei mezzi televisivi e sono un’importante componente delle stesse pianificazioni pubblicitarie.

    È indubbio comunque che le telepromozioni siano una forma di pubblicità e che in tal modo sono trattate e considerate da tutti operatori del settore in tutti i paesi europei.

    Il valore di mercato delle telepromozioni è stato pari, nel 2002 (dati Nielsen), a 305 milioni € per Mediaset, mentre per Rai è stato pari a 96 milioni €. In questo caso il rapporto fra Rai e Mediaset è pari ad 1 a 3, mentre per la tabellare è pari a 1 a 2. Si ricorda al riguardo che Mediaset detiene il 65% del mercato pubblicitario televisivo ed il 36% dell’intero mercato pubblicitario. Situazione di predominio che negli ultimi anni si sta peraltro ulteriormente rafforzando (grazie in particolare al calo degli ascolti di Rai ed ad una sua minore incisiva presenza sul mercato pubblicitario dello stesso servizio pubblico).

    Le telepromozioni sono omologate, in tutti i paesi europei, alla pubblicità tabellare e quindi ricadono negli stessi indici di affollamento. Per le imprese televisive la scelta di privilegiare la tabellare o le telepromozioni è basata su calcoli prettamente di convenienza economica, condizionata anche dal livello delle rispettive domande. In linea generale, le emittenti televisive sono riluttanti ad ampliare oltremodo gli spazi delle telepromozioni in quanto la tabellare rimane il prodotto pubblicitario più conveniente, avendo un costo per contatto nettamente superiore. Per queste logiche commerciali, l’offerta di spazi di telepromozioni da parte delle grandi emittenti tende sempre ad essere inferiore rispetto alla domanda. Esiste quindi nel mercato pubblicitario una discreta domanda inevasa di telepromozioni, domanda che sarebbe accolta allorché le stesse telepromozioni non venissero considerate alla stregua della pubblicità tabellare e quindi non fossero più in alternativa rispetto alla stessa pubblicità tabellare.

    Mediaset non ha mai accettato di considerare le telepromozioni al pari della pubblicità tabellare, ritenendo che le stesse telepromozioni siano una forma diversa di pubblicità.
    La questione è stata ampiamente dibattuta anche nelle aule dei tribunali, ma le ultime disposizioni hanno riconfermato il naturale principio della equiparazione fra tabellare e telepromozioni come pubblicità.

    L’anno scorso il Consiglio di Stato ha ribadito, sulla base di un parere richiesto dall’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni, che sulla base della legge 223/1990, art. 8, il limite orario (pari al 18%) vale per ogni forma di pubblicità e quindi ha confermato che anche il tempo delle telepromozioni debba essere incluso nell’affollamento orario.

    Nella “legge Gasparri”, la questione è stata riproposta in modo totalmente soddisfacente per Mediaset. Le telepromozioni vengono specificatamente distinte dalla pubblicità tabellare e fatte ricadere unicamente nell’ambito dell’affollamento giornaliero, maggiorato del 5%, pari a 72 minuti giornalieri, che passa quindi dal 15% al 20%.


    In linea del tutto teorica Mediaset potrebbe, in base alla “legge Gasparri” effettuare un’intera ora di pubblicità, di cui il 18% di tabellare ed il rimanente di telepromozioni.
    Il vantaggio per Mediaset è consistente:

    • gli spazi da destinare alle telepromozioni aumenterebbero in misura rilevante (il 5% annuale su tre reti è pari a 4,7milioni di secondi, mentre attualmente Mediaset effettua circa 1,8milioni di secondi di telepromozioni contro circa 12milioni di secondi di tabellare).
    In questo modo i due prodotti pubblicitari, la tabellare e le telepromozioni, non sarebbero più in alternativa non dovendosi abbassare la quantità di uno allorché si eleva quella dell’altro.

    • Il fatturato delle telepromozioni potrebbe il linea teorica più che raddoppiare.
    Considerando però che l’aumento dell’affollamento determina fisiologicamente una contrazione del costo per contatto e considerato che i mezzi televisivi preferiscono pur sempre non svilire la tabellare a vantaggio delle telepromozioni (essendo la prima relativamente più vantaggiosa), si può ragionevolmente ipotizzare un fatturato aggiuntivo per Mediaset superiore a 100 milioni di Euro. Cifra che aumenterebbe ulteriormente a fronte di una ripresa del mercato pubblicitario che peraltro si sta già manifestando.

    Il vantaggio è ancor più significativo se si considera che la Rai, l’unico diretto “concorrente” di Mediaset, e la stampa (quotidiani e periodici) non ottengono dalla “legge Gasparri” alcun significativo vantaggio economico. In questo modo si rafforza ulteriormente il già rilevante predominio di Mediaset nel sistema delle comunicazioni di massa (la soglia del 40% di quota del mercato pubblicitario sarà raggiunta e superata tra breve).

  7. #7
    Moderatore
    Data Registrazione
    30 Mar 2009
    Località
    Roma
    Messaggi
    39,362
     Likes dati
    434
     Like avuti
    643
    Mentioned
    7 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    Dittatura Mediatica 2

    Tratto www.borsari.it - l’unica casa editrice specializzata in Reports di Borsa


    Solo i ciechi, gli idioti oppure coloro che in esso ci sguazzano per convenienza, non si accorgono che in Italia si è instaurato un regime mediatico, come in nessun altro paese al mondo. Suggerirei di andarci piano con le definizioni tipo "Repubblica delle banane": i paesi centro-americani potrebbero insorgere e inoltrare regolare denuncia alle Nazioni Unite; nessuno di loro è soggetto al nostro ferreo controllo dell'informazione.

    Vediamo i "semplici fatti": quelli che sono sotto gli occhi di tutti.
    Il cavaliere Silvio Berlusconi è proprietario di Mediaset: tre reti Tv che rappresentano quasi metà del mercato televisivo.
    Lo stesso cavaliere Silvio Berlusconi controlla (in qualità di presidente del consiglio) le tre reti Rai che rappresentano, largo circa, l'altra metà dello stesso mercato. La maniera in cui esercita questo controllo è a prova di stupido: chi non è d'accordo con le sue idee politiche (Biagi, Santoro, Luttazzi, Guzzanti etc..) viene, semplicemente, licenziato. Uno degli ultimi giornalisti che ha osato esercitare il suo mestiere (mi riferisco a Deaglio), intervistando il direttore dell'Economist, ha (proprio in questi giorni) messo a rischio il suo posto e quello del suo direttore.
    In Mediaset ed in Rai, chi non si allinea sulle posizione del capo, viene messo alla porta.
    Mediaset e Rai, controllano (circa) il 96% del mercato televisivo.

    Cosa resta?
    La7 (ex Telemontecarlo), la cui informazione politica è affidata a Giuliano Ferrara, direttore del "Foglio", di proprietà di Veronica Lauro: moglie del cavaliere Silvio Berlusconi.
    Tombola: 99.9% di controllo.
    Neanche il Minculpop del cavaliere Benito Mussolini aveva osato tanto.

    Chi non vuole vedere ha (evidentemente) un grosso problema di vista, oppure ha bisogno di uno psicanalista molto bravo.
    Ma, si dirà, la situazione della carta stampata è diversa.
    Beata ingenuità (o stupidità??!!).
    Serve ancora dire che la carta stampata rappresenta una "piccola" percentuale del mercato dell'informazione? Serve davvero rammentare che il rapporto tra Tv e giornali è di (circa) 10 a 1?
    Pensavo fosse già noto e non servisse ripeterlo. Ma tant'è!!??

    E comunque: il dott. Paolo Berlusconi è proprietario del "Giornale" e, all'anagrafe, risulta fratello del cavaliere Silvio.
    Del "Foglio" posseduto dalla consorte del medesimo cavaliere ho già detto.
    Il cavaliere stesso, possiede la Mondadori (strappata con una sentenza "a pagamento" all'ingegner Carlo De Benedetti) che, tra gli altri, pubblica "Panorama": il settimanale politico più diffuso in Italia.


    Non è finita: Il Messaggero, La Nazione, Il Mattino e qualche altro quotidiano sono controllati dal dott. Caltagirone, suocero dell'onorevole Pierferdinando Casini: presidente della camera dei deputati e segretario del Cdc che (serve ricordarlo?) è uno dei partiti della "Casa delle libertà".

    Cosa è successo al "Corriere della Sera"? Un normale cambio di direttore e di linea editoriale: l'ex direttore e le sue idee giornalistiche non piacevano abbastanza a sua maestà e, quindi .....fuori dalle balle.

    Cosa resta?
    Il gruppo Repubblica-L'Espresso: l'unica voce dissenziente; almeno finché il cavaliere non troverà il modo di farla tacere.
    Eppure, il cavaliere Silvio Berlusconi, senza scompisciarsi dalle risate, riesce a dire che: i mass media italiani sono contro di lui. E, alcuni milioni di italiani, senza porre in discussione la loro sanità mentale, riescono a crederci.

    Ora, il nostro attuale presidente del consiglio è noto in tutto il mondo per i suoi modi piuttosto originali (ed efficaci) di convincere il prossimo, ma ...quei milioni di italiani che si bevono sta panzana allucinante che giustificazione hanno? Riescono ancora ad articolare un minimo ragionamento critico oppure hanno (ormai) inesorabilmente consegnato cervello e dignità al "Grande fratello"?
    Fatemi fare, a questo punto, una piccola richiesta: coloro che mi scriveranno, contestino (per favore) i fatti, mi costringano a smentire quanto ho scritto (numeri, proprietari, nomi, giornali etc..); non mi serve leggere le esternazioni di coloro che si sentono offesi senza riuscire a dimostrare l'indimostrabile; posso solo compatirli per i loro conflitti interiori ma, mi sia concessa la licenza, non ho alcuna simpatia per chi si fa prendere per il culo in modo tanto eclatante e pensa di scampare alla incontestabile prova dei fatti, scrivendo vibranti lettere di protesta.

    I fatti (non io) dimostrano, dunque, che il cavaliere Silvio Berlusconi controlla l'informazione come nessun altro capo di governo al mondo; è questo un problema o no?
    Quando riuscirà (diamogli ancora un po’ di tempo) a zittire "La Repubblica" chi altro resterà ad esprimere una qualche opinione contraria a sua maestà?


    Saranno le centinaia di eroici siti che, sfidando le ire del regime, continuano ad esercitare un minimo di informazione indipendente? Almeno fino a quando una legge di "regolamentazione" non li "spegnerà".

    Agli elettori del centro-destra chiedo: è un bene, secondo voi, che il capo del governo controlli tutta l'informazione che circola in Italia? Non avete il sospetto che questo controllo (delle opinioni) ci conduca dal regime mediatico ad un regime ancora più serrato e pervasivo delle nostre vite private?
    Non abbiamo il dovere, secondo voi, di impedire che questo pericolo diventi concretamente reale?
    Io non voglio vivere in un paese di zombi; e voi?

    E infine: come mai i più grandi giornalisti italiani (Montanelli, Scalfari, Biagi, Bocca e Pansa) sono stati e (i superstiti) sono ancora contro Berlusconi; esattamente come erano contro Craxi ai tempi del regno di Bettino?


    Mentre a favore ci sono: Fede, Ferrara e qualche altro.
    Già, Giuliano Ferrara: comunista di ferro all'inizio degli anni ottanta, quindi craxiano ad oltranza durante il regno di Bettino, e adesso berlusconiano convinto (almeno finché il capo sarà ancora in sella, poi .....chissà?).
    Di Fede non voglio dir nulla: basta guardare i suoi telegiornali.
    Non è evidente il dislivello tra quelli a favore e quelli contro?

    Come mai i mostri sacri del giornalismo italiano (e mondiale) sono contro questo regime mediatico per impedirgli di diventare regime politico?

    E perché i grandi giornali internazionali (The Economist, Newswek, The Financial Times, etc...) ritengono Berlusconi Unfit (inadatto) a guidare un paese democratico e civile?

    Sono, anche loro, comunisti, come Silvio Berlusconi, senza che gli scappi da ridere, vorrebbe farci credere?
    Io non voglio convincervi di niente, voglio solo farvi riflettere; e se, dopo aver ben riflettuto, restate ancora delle vostre opinioni, ben ve ne colga: ognuno è responsabile di quello che fa per se e per gli altri.
    Da parte mia posso solo dire che non potrò mai abituarmi a vivere in un regime; cercherò con tutte le mie forze di impedirlo ma, alla fine, ognuno ha il governo che si merita.
    Io sono certo di non meritare il governo del cavaliere Silvio Berlusconi; questo merito lo lascio volentieri ad altri.

  8. #8
    Moderatore
    Data Registrazione
    30 Mar 2009
    Località
    Roma
    Messaggi
    39,362
     Likes dati
    434
     Like avuti
    643
    Mentioned
    7 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    Economist: Mr Berlusconi, risponda!

    (Vi posto di seguito la traduzione italiana del Dossier dell'economist con relative domande da porre a MrBerlusconi.. se avete un po' di pazienza e volete saperne di piu sull'autoassolto... leggete leggete.)



    Lettera aperta a Silvio Berlusconi

    30 Luglio 2003

    Silvio Berlusconi
    Presidenza del Consiglio dei Ministri
    Palazzo Chigi
    370 Piazza Colonna
    00187 Rome

    30 Luglio 2003

    Egregio Signor Berlusconi,

    Le scrivo per rivolgerle alcune domande alle quali, penso, l’opinione pubblica abbia diritto a una risposta. Dato che questo non è più possibile nei tribunali italiani, tali domande dovranno essere poste e a esse dovrà essere data risposta in pubblico.
    Il 18 luglio, il parlamento italiano ha approvato un disegno di legge che garantisce l’immunità dai processi penali alle cinque più alte cariche dello Stato, tra cui quella di presidente della Repubblica e presidente del Consiglio. Tale proposta è ora divenuta legge ed è applicabile persino nel caso in cui il processo sia iniziato prima che il titolare della carica sia stato eletto. L’effetto più immediato di questo nuovo provvedimento è che l’ultimo processo penale in cui Lei è coinvolto – il caso SME, che la vede accusato di corruzione dei magistrati – è stato sospeso sino a quando Lei non sarà più Presidente del Consiglio. E anche allora, il processo potrà essere riavviato solamente se Lei non verrà eletto a una delle altre cariche che godono della suddetta immunità. Tuttavia, questa legge è attualmente oggetto di discussione dinanzi alla Corte Costituzionale.
    Il 28 Aprile 2001 pubblicammo un articolo il cui titolo di copertina era “Perché Berlusconi non è adatto a governare l’Italia”, al quale vennero dedicate quattro pagine intitolate “Una storia italiana”. L’11 Aprile 2001 Le inviammo una lettera contenente 51 domande, affermando che: “entro breve tempo, The Economist intende pubblicare un servizio sulla Sua carriera imprenditoriale e sulle varie indagini effettuate dalla magistratura italiana negli ultimi sette anni che riguardano Lei personalmente e le Sue società”. Lei non rispose.
    Il 2 Maggio 2001, Lei presentò una citazione per diffamazione contro The Economist al Tribunale di Roma. Come saprà, il tribunale non si è ancora pronunciato sulla vertenza.
    Alla luce di quanto sopra, Le scriviamo questa lettera aperta e la sollecitiamo a rispondere alla nostra ulteriore serie di domande in modo analogamente aperto e pubblico. La nostra lettera comprende i seguenti sei paragrafi:

    1. La vicenda SME
    2. Le sue dichiarazioni spontanee
    3. Le accuse a Romano Prodi
    4. La pretesa di una medaglia d’oro
    5. Gli altri suoi processi
    6. Gli esordi della sua carriera imprenditoriale

    Restiamo in attesa della Sua cortese risposta,

    Distinti saluti

    Il direttore di The Economist

    Bill Emmott

    torna su



    Perché scriviamo una lettera aperta al Presidente del Consiglio Italiano

    Ai suoi già molti talenti, ultimamente Silvio Berlusconi ha aggiunto quello dell’ironia. Il presidente del Consiglio italiano ha iniziato il proprio mandato di presidente del Consiglio dei Ministri dell’Unione Europea con un botto, paragonando un europarlamentare tedesco a una guardia di campo di concentramento nazista. Molti non colsero la battuta. E il pasticcio che ne seguì con il governo tedesco ebbe un effetto paradossale: distolse totalmente l'attenzione dalla risonante accusa mossa dall’eurodeputato, secondo il quale Berlusconi avrebbe sfruttato la propria maggioranza in parlamento per sottrarsi alla legge.
    Poiché questo è effettivamente ciò che ha fatto. Bersagliato da una serie di inchieste e processi giudiziari all’epoca del primo mandato, nel 2001, Berlusconi è riuscito a sconfiggere pubblici ministeri e tribunali. Si è assicurato la derubricazione dell’imputazione di falso in bilancio, con effetto retroattivo, determinando così la prescrizione delle accuse a suo carico. Ha tentato di cambiare le regole sull’ammissibilità dei documenti ottenuti oltre confine - dalla Svizzera - e di far spostare altrove la competenza per il suo ultimo importante processo penale. Infine, non riuscendo nel proprio intento con questi strumenti, ha fatto in modo di introdurre una legge che rende il presidente del Consiglio e le altre alte cariche del paese immuni dai procedimenti penali per l’intera durata del loro mandato. Quale capo di governo eletto democraticamente, con serie e gravose responsabilità verso i cittadini, Berlusconi ha dichiarato che non avrebbe dovuto essere sottoposto all’indegnità di un processo. La scorsa settimana il suo ministro della Giustizia Roberto Castelli si è spinto ancor oltre, tentando di bloccare un’indagine giudiziaria su una presunta frode fiscale della maggiore società di media di Berlusconi, causando una violenta reazione nella coalizione di governo. (Questa settimana ha dovuto cedere). Persino essere indagato è un affronto alla dignità del Presidente del Consiglio.

    Non può essere immune dall’opinione pubblica

    In base a questa tesi, quindi, un presidente del consiglio al servizio del proprio paese dovrebbe render conto al tribunale dell’opinione pubblica e non ai tribunali della giustizia. Quindi, nel tentativo di far sì che Berlusconi effettivamente risponda all’opinione pubblica, The Economist questa settimana ha deciso di sfidarlo. Abbiamo redatto un consistente dossier sui presunti atti illeciti da lui commessi, corroborato da prove documentali. In particolare, per quanto concerne la causa penale che ha portato all’approvazione della legge sull’immunità, e che riguardava la presunta corruzione di magistrati nel tentativo di bloccare la cessione della società alimentare statale SME, le prove che abbiamo raccolto sono in netta contraddizione con le dichiarazioni asseritamente basate su fatti, che Berlusconi rilasciò in tribunale il 5 Maggio di quest’anno, proclamando la propria innocenza.
    Noi crediamo che Berlusconi, avendo effettuato dichiarazioni che sembrano essere in conflitto con le prove, debba spiegare pubblicamente perché tali prove sarebbero sbagliate. Perciò, per quanto concerne il caso SME e gli altri processi, abbiamo deciso di inoltrare l’intero dossier al Presidente del Consiglio Italiano, a Palazzo Chigi a Roma, sotto forma di lettera aperta, incitandolo a rispondere alle nostre molte domande. Il dossier completo, compreso il paragrafo relativo al caso SME e alle dichiarazioni rilasciate a Maggio, sono disponibili qui. Attendiamo con ansia la sua risposta.

    Perché tanta importanza a Berlusconi
    Alcuni lettori che ricordano il nostro articolo investigativo su Berlusconi pubblicato il 28 Aprile 2001, dove affermavamo che non era adatto a governare l’Italia, potrebbero chiedersi perché continuiamo a indagare sul suo conto e a porre domande. A chi importa se l’Italia è governata da un uomo indagato dai magistrati per riciclaggio di denaro e accusato dai pubblici ministeri di essere uno spergiuro, un falsificatore di rendiconti aziendali e un corruttore di giudici, tra le altre cose? Evidentemente importa allo stesso Berlusconi, dato che ha intentato una causa per diffamazione contro di noi a seguito dell’articolo del 2001: probabilmente pensa che queste accuse danneggino la sua reputazione, e (visto che porta avanti la causa) che i tribunali siano adatti a tutelarla, anche se vuole l’immunità da altri processi. La nostra modesta causa, tuttavia, è irrilevante rispetto alle altre questioni di ben più ampia portata.
    Queste hanno avuto origine dagli sforzi di Berlusconi di porsi al di là della legge, e quindi di sottrarsi sia alle indagini sia alle pene. Tali questioni comprendono la serie di attacchi che il governo Berlusconi ha lanciato contro la magistratura, tra cui le minacce di provvedimenti penali contro giudici e pubblici ministeri e, più recentemente, contro i pubblici ministeri che conducono il caso SME. Inoltre, quando pubblicammo il nostro primo articolo nel 2001, molti dei procedimenti in cui Berlusconi era coinvolto si trovavano in una fase iniziale. Da allora, uno dei processi, quello riguardante l’acquisizione del gruppo editoriale Mondadori, si è concluso con la condanna del suo intimo amico e avvocato, Cesare Previti (che ricorrerà certamente in appello), a undici anni di reclusione per corruzione di magistrati. Dato che la sentenza lo dichiara colpevole di aver corrisposto tangenti a diretto beneficio di Berlusconi, The Economist ritiene che il Presidente del Consiglio debba spiegare all’opinione pubblica cosa è (o non è) accaduto. Al contrario, questi è riuscito a eludere il processo grazie alla prescrizione.
    Ciò va ben oltre una semplice questione di orgoglio politico, arroganza o tergiversazione. Il processo SME, dal quale ora il presidente del Consiglio ha ottenuto l’immunità per la durata del suo mandato, ha aperto una finestra sulle pratiche imprenditoriali di Berlusconi. Il processo riguardava un riuscito tentativo da parte di Berlusconi di bloccare, nel 1985, la vendita della SME, la conglomerata alimentare di proprietà dello stato, a un altro imprenditore italiano, Carlo De Benedetti, vendita per la quale era già stato redatto e firmato un contratto. Al di là delle accuse su quanto avvenne, forse l’aspetto più significativo della vicenda SME è che né Berlusconi né le sue società beneficiarono direttamente del blocco della cessione. Infatti egli non acquistò l’azienda al posto di De Benedetti, né lo ha fatto finora. Ciononostante, fece di tutto per impedire a quest’ultimo di acquisirla.
    Perché? Per ammissione dello stesso Berlusconi, così gli era stato chiesto dall’allora presidente del Consiglio Bettino Craxi. I motivi erano allora ideologici? No: il defunto Craxi era segretario del Partito Socialista e Berlusconi, da fautore, quale si proclamava, del libero mercato, avrebbe dovuto essere favorevole alla privatizzazione. La vera ragione è che Craxi aveva promulgato un decreto che consentiva alle televisioni di Berlusconi di costruire le reti nazionali che oggi gli danno il quasi totale monopolio della televisione privata. Un altro processo, conclusosi nel 2000, constatò che nel 1991-92 le società di Berlusconi avevano effettuato elargizioni illecite sui conti correnti controllati da Craxi per un totale di 23 miliardi di Lire (allora 18,5 milioni di dollari). In altre parole, per Berlusconi la politica è stata uno strumento per favorire il proprio successo imprenditoriale.
    E continua a esserlo. Il governo Berlusconi ha presentato un nuovo disegno di legge sulle comunicazioni, in virtù del quale le reti televisive statali verrebbero privatizzate in modo tale da non entrare in competizione con le sue televisioni, permettendogli di ampliare il proprio impero mediale. Non si tratta qui del ricco imprenditore che vuole impiegare il proprio talento per riformare l’Italia, accrescendo la sua importanza nel mondo, sebbene non vi siano dubbi sulla sua sincerità quando egli afferma di volerlo fare. Si tratta piuttosto di un ricco imprenditore che utilizza il proprio potere politico per favorire le proprie attività economiche, sia vanificando le indagini giudiziarie a suo carico, sia approvando nuove leggi e disposizioni per il proprio interesse. Per questo The Economist si interessa a Berlusconi, ritenendolo sia un oltraggio al popolo italiano e al suo sistema giudiziario, sia l’esempio più estremo in Europa di abuso da parte di un capitalista della democrazia in cui vive e opera. Lungi dall’essere, come sostiene, l’uomo che crea una nuova Italia, egli è un illustre rappresentante e perpetuatore del peggio della vecchia Italia. Ironico, davvero.

    (continua)....

  9. #9
    Moderatore
    Data Registrazione
    30 Mar 2009
    Località
    Roma
    Messaggi
    39,362
     Likes dati
    434
     Like avuti
    643
    Mentioned
    7 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    La vicenda SME

    Questa sezione introduttiva prende in esame il processo rispetto al quale Silvio Berlusconi, il presidente del Consiglio italiano, può avvalersi dell’immunità per tutto il suo mandato, grazie alla legge recentemente approvata dal suo governo. Nella seconda sezione pubblichiamo le dichiarazioni di Berlusconi rilasciate in tribunale il 5 Maggio 2003, ma non sotto giuramento. Dato che il tribunale non può più giudicarlo, invitiamo i lettori a decidere se la sua versione concorda con i fatti.

    Le accuse
    Nell’ultimo processo che deve affrontare, Lei deve rispondere dell’accusa di corruzione di magistrati. Tra i coimputati figura Cesare Previti, suo intimo amico, senatore di Forza Italia e ministro della Difesa nel suo primo governo, nel 1994. I magistrati sospettati di aver ricevuto pagamenti sono Filippo Verde e Renato Squillante, entrambi in passato in servizio presso gli uffici giudiziari di Roma.
    Nel corso delle indagini sulla fallita cessione della SME, la conglomerata alimentare di proprietà della Stato che Carlo De Benedetti, un ricco imprenditore italiano, avrebbe voluto acquisire nel 1985, i magistrati scoprirono un pagamento effettuato dalla All Iberian, una società offshore segretamente posseduta dalla Fininvest, la società al vertice di tutto il Suo impero finanziario.
    Nel marzo 1991 la All Iberian aveva versato 434.404 dollari sul conto di Previti denominato Mercier, presso la banca Darier Henscht & Cie di Ginevra, attraverso due conti di transito chiamati Polifemo e Ferrido. Il giorno successivo, lo stesso importo fu trasferito dal conto di Previti a un altro conto intestato a Rowena Finance, una società panamense titolare di conti bancari in Svizzera. Il beneficiario effettivo di Rowena Finance era Squillante.
    Alla fine del 1999, Lei e Previti siete stati accusati di corruzione nei confronti di Squillante e di Verde, il quale, insieme ad altri due colleghi giudici del tribunale di primo grado di Roma, emise una sentenza controversa che impedì a De Benedetti di acquistare la SME.
    Il 30 maggio 2003, il pubblico ministero ha chiesto 11 anni di reclusione per Previti e Attilio Pacifico, 11 anni e 4 mesi per Squillante e 4 anni e 8 mesi per Verde. Non vi è stata alcuna richiesta di condanna nei Suoi confronti, perché il 16 maggio il Tribunale aveva decretato che il Suo processo avrebbe dovuto continuare in separata sede, a causa dei Suoi importanti impegni come presidente del Consiglio e prossimo presidente dell’Unione Europea.
    In questo processo, Lei si trova in una posizione davvero unica. Come presidente del Consiglio, Lei è una delle parti civili, mentre come cittadino Silvio Berlusconi, Lei è un imputato. Il 6 giugno l’avvocato di Stato Domenico Salvemini, che La rappresenta nella Sua veste di presidente del Consiglio, ha chiesto ai giudici un risarcimento danni dell’importo di un milione di euro (1,17 milioni di dollari) a Suo carico (in quanto Silvio Berlusconi) e a carico di altri imputati. Alla fine della sua arringa, Salvemini ha affermato che la vicenda SME ha inflitto gravissimi danni alla credibilità della giustizia. “In ogni caso”, ha aggiunto, “le mie richieste, come tali, non sono esagerate, in quanto risultano da accordi e contatti che ho avuto con… l’ufficio della Presidenza del Consiglio”. Il 18 giugno, il parlamento italiano ha approvato un disegno di legge che garantisce l’immunità dai processi penali al presidente del Consiglio. Di conseguenza, il processo SME è stato sospeso per tutto il tempo della Sua carica. Tuttavia, la legge sull’immunità è stata impugnata dinanzi alla Corte Costituzionale.

    Il decreto sulle televisioni del 1984
    Nel 1985, quando la vendita della SME a De Benedetti fallì, la Sua principale attività economica riguardava la televisione commerciale, di cui Lei si era assicurato il monopolio quasi totale.
    Fino agli anni Settanta, soltanto la Rai, la televisione di Stato italiana, era autorizzata per legge a trasmettere su scala nazionale, ed era infatti la sola televisione nazionale. Ma negli anni settanta cominciarono a diffondersi le tv private. La Corte Costituzionale le regolamentò negli anni ottanta, decretando che le reti televisive private potevano trasmettere, ma soltanto su scala locale.
    Lei trovò il modo di aggirare l’ostacolo. Acquistava programmi, soprattutto film e soap opera americani, li offriva a prezzi molto convenienti a piccoli canali televisivi regionali e incassava i ricavi derivanti dagli spazi pubblicitari pre-registrati che vi aveva inserito. Ogni canale di questo network embrionale aveva accettato di trasmettere gli stessi programmi negli stessi orari; in tal modo Lei si assicurò, di fatto, un pubblico nazionale.
    Per poter eludere la legge e trasmettere su scala nazionale Lei necessitava dell’aiuto di Bettino Craxi, che divenne capo del partito socialista nel 1976 e presidente del consiglio nel 1983. Il 16 ottobre 1984, i magistrati di tre città italiane oscurarono le Sue stazioni televisive (e altre ancora) con l’accusa di trasmettere illegalmente.
    Nel giro di quattro giorni, Craxi firmò un decreto che permise ai Suoi canali televisivi (e agli altri) di continuare a trasmettere. All’inizio del 1985, dopo qualche zuffa parlamentare, il decreto divenne legge.
    Nel 1994 Craxi fuggì in Tunisia, dove morì nel 2000, come un latitante, braccato dalla giustizia italiana. Era stato condannato in contumacia a una pena detentiva per corruzione.

    Retroscena del caso SME
    Fino alla metà degli anni Ottanta, lo Stato controllava gran parte dell’economia italiana attraverso tre holding, di cui la maggiore era l’Istituto per la Ricostruzione Industriale (IRI). Il volume di affari dell’IRI era considerevole, tuttavia l’istituto era in perdita e molto indebitato.
    Nel novembre 1982, Romano Prodi, all’epoca un intraprendente e rispettato esperto di economia industriale di Bologna, divenne presidente dell’IRI. Cristiano democratico sui generis, era un precursore dei tempi: credeva nelle forze del mercato ed era a favore di una privatizzazione realistica. Sino ad allora, i politici avevano gestito l’IRI per acquisire voti; l’obiettivo di Prodi era di cedere quelle parti dell’IRI che il settore privato avrebbe potuto gestire più efficientemente.
    Il miglior candidato alla vendita era un’azienda ormai divenuta uno zimbello nazionale, la Società Meridionale di Elettricità (SME), in cui l’IRI aveva una partecipazione del 64,4%. Originariamente un’azienda di pubblici servizi quotata in Borsa, nel 1962 il suo patrimonio fu acquisito direttamente dallo Stato. La SME aveva utilizzato i propri ricavi per dar vita a una nuova attività principale: un impero alimentare. Nei vent’anni successivi, SME era diventata una pattumiera in cui finivano società sull’orlo del fallimento, una conglomerata priva di qualunque base strategica. Si occupava della produzione di generi alimentari (pomodori tramite la Cirio, oli alimentari con la Bertolli e latte con la De Rica) e della loro distribuzione (supermercati Gs e ristoranti autostradali tramite Autogrill), nonché di gelati e surgelati (con Italgel).
    La SME aveva inoltre sottoscritto un contratto per la gestione di un gruppo consociato, la Sidalm, proprietaria di aziende che producevano biscotti, crackers e pasticceria. La Sidalm era praticamente sull’orlo della bancarotta; nel 1984 aveva perso circa 47 miliardi di lire (allora intorno ai 27 milioni di dollari) e necessitava di un’iniezione di 30 miliardi per salvarsi dal fallimento.
    La SME aveva manager capaci, come Giuseppe Rasero, proveniente dalla Unilever (un gigante anglo-olandese nel settore alimentare), assunto negli anni settanta come direttore generale del settore distributivo e nominato poi, nel 1982, direttore generale di tutta la SME. Ciononostante, una combinazione di politici, burocrati e joint ventures impedirono una vera e propria operazione di snellimento, tanto necessaria a quella conglomerata.
    In ogni caso, questi manager riuscirono a cambiare qualcosa. Nel 1984 la SME denunciò profitti netti per 65 miliardi di lire su un volume di vendite di 2500 miliardi; un risultato mai raggiunto negli anni precedenti. Il bilancio consolidato del 1984 riportava un debito netto di 247 miliardi di lire e attività nette per 432. Il gruppo contava circa 15.000 dipendenti.
    Il settore alimentare italiano era molto frammentato e operava soprattutto sul mercato nazionale. In altri paesi d’Europa, l’industria alimentare si stava consolidando in modo aggressivo, con la nascita di gruppi pan-europei, come Bsn Gervais-Danone (ora Danone), un gruppo francese. La Danone non era nemmeno lontanamente paragonabile alla Unilever per dimensioni, ma era molto più grande e forte della SME.

    Prodi il privatizzatore
    Secondo Prodi, un maggiore coinvolgimento del settore privato era essenziale, magari attraverso un partner. Non si riuscì a pervenire a un accordo con il candidato più ovvio, la famiglia Fossati, già partner in tre attività della SME (tra cui Alivar, una società quotata, che possedeva il 60% di Autogrill). All’inizio del 1985, tramite uno scambio di attività con la famiglia Fossati, la SME eliminò uno degli ostacoli alla razionalizzazione del gruppo e aumentò la propria partecipazione nella Alivar dal 50% al 92%.
    Dopodiché la SME propose di incorporare l’Alivar, il cui 8% era ancora quotato in Borsa. Pertanto, era necessario stimare il valore della SME. All’inizio del 1985, un’autorevole esperto di valutazioni aziendali, il Professor Roberto Poli, stimò il 64,4% posseduto dall’IRI in 497 miliardi di lire e, quindi, il valore di tutta la SME in 772 miliardi di lire (allora 389 milioni di dollari).
    La soluzione preferita da Prodi era la cessione totale della SME, insieme al gruppo consociato Sidalm, sull’orlo del fallimento. Ma c’erano tre problemi. Innanzitutto, per ragioni politiche, l’acquirente avrebbe dovuto essere italiano. In secondo luogo, i potenziali acquirenti avrebbero preferito scegliere solamente le parti redditizie della conglomerata, come l’Italgel. Infine, nel gennaio 1985, nessun gruppo alimentare italiano era in condizioni di acquisire la conglomerata. La Buitoni, un gruppo produttore di pasta e dolciumi, era sull’orlo del fallimento; la Barilla, specializzata in pasta e biscotti, era controllata da una famiglia svizzera, proprietaria di una fabbrica di armi; e la Ferrero, un gruppo dolciario allora con sede in Belgio, non aveva effettuato alcuna acquisizione in tutti i quarant’anni della sua esistenza. In altre parole, nessuna di queste società era interessata a raccogliere la sfida rappresentata dall’acquisto dell’intero gruppo SME.
    Lei rese noto il Suo interesse per il settore alimentare già nel febbraio 1985. Il 3 aprile incontrò Rasero, il quale Le comunicò che l’IRI era esclusivamente disposta a vendere l’intera propria quota di partecipazione nella SME, per un valore di circa 500 miliardi di lire. A detta di Rasero, Lei rispose che il prezzo era troppo elevato per le Sue società.

    Entra in gioco De Benedetti
    Nel frattempo, De Benedetti, noto come un imprenditore poco ortodosso, stava cercando di diversificare le sue attività. Il suo gruppo, Compagnie Industriali Riunite (CIR), controllava l’Olivetti, una società di computer di cui la CIR aveva assunto il controllo alla fine degli anni settanta, quando versava in gravi difficoltà finanziarie. La CIR aveva risanato l’Olivetti con uno spietato taglio dei costi e intuendo che il futuro del computer sarebbe stato nei PC e non nei mainframe. Nel 1983, De Benedetti aveva anche coinvolto la AT&T, gigantesca società telefonica americana, che divenne un importante azionista dell’Olivetti, con grande disappunto del partito socialista di Craxi.
    Lei possedeva già una considerevole quota di partecipazione nel quotidiano Il Giornale, e anche De Benedetti, come Lei, voleva possedere un giornale. Nell’ottobre 1984 non era riuscito ad ottenere il controllo del Corriere della Sera, uno dei due quotidiani a tiratura nazionale, che venne invece assunto da Gianni Agnelli, con il sostegno di Craxi, allora presidente del Consiglio. Senza perdersi d’animo, De Benedetti ottenne ben presto una modesta partecipazione nella Mondadori, co-proprietaria di Repubblica, l’altro quotidiano di tiratura nazionale, insieme a L’Espresso, editore dell’omonima rivista.
    Siccome la CIR dipendeva da Olivetti, sentì la necessità di investire in un settore che potesse controbilanciare i rischi del mercato del PC, sempre più competitivo. Tale settore doveva possedere determinate caratteristiche compensative, quali rischi contenuti, mercati maturi e rilevanti flussi di cassa. L’industria alimentare rispondeva a queste esigenze.
    Con un mossa squisitamente opportunistica, De Benedetti soffiò la Buitoni da sotto il naso alla Danone. Nel febbraio 1985, egli offrì alla famiglia Buitoni il 10% in più rispetto al gruppo francese per l’acquisizione della quota, concludendo l’affare in una serata. La CIR si rese presto conto di una cosa: la Buitoni e la SME sarebbero state un buon accoppiamento. La SME vendeva soprattutto sul mercato nazionale, mentre Buitoni era più orientata verso quello internazionale.
    De Benedetti colse il momento. Alla metà di aprile contattò Prodi chiedendo se la CIR (tramite Buitoni) potesse comprare la SME. Inizialmente incontrò un secco rifiuto, ma alla fine riuscì a definire un accordo con Prodi (e i consulenti di entrambe le parti) nel corso di due lunghe faticose riunioni.
    Il 29 aprile 1985 Prodi, per l’IRI, e De Benedetti, per la Buitoni, firmarono un accordo. La Buitoni accettò di pagare 497 miliardi di lire per acquisire dall’IRI la sua quota del 64,4% nella SME.. Il 30 Aprile, questo importo equivaleva a 1.107 lire per ogni azione SME, rispetto al prezzo di mercato di 1.275. Il prezzo di mercato era estremamente gonfiato, era salito quasi del 70% dal primo gennaio. Ma l’offerta della Buitoni rappresentava un incremento del 38% rispetto al prezzo medio registrato nei dodici mesi precedenti.
    Come contropartita per le concessioni fatte da De Benedetti durante le trattative, il prezzo stabilito poteva essere pagato a rate. La Buitoni inoltre accettò di comprare, per una lira, la Sidalm in gravi difficoltà, nella quale avrebbe investito 30 miliardi di lire. L’unico impegno assunto da Buitoni fu di mantenere la sede principale della SME a Napoli. (Il 26 Maggio 1985, Buitoni promise anche che avrebbe tenuto la SME per 15 anni).
    L’accordo prevedeva che la vendita fosse subordinata all’approvazione del consiglio di amministrazione dell’IRI. Fino ad allora i particolari delle trattative erano rimasti riservati a una stretta cerchia di persone nel tentativo di arginare l’insider trading. (il consiglio dell’IRI approvò la cessione all’unanimità il 7 maggio 1985).

    Cibo per la mente
    Prodi e De Benedetti annunciarono l’accordo con clamore in una conferenza stampa congiunta che si svolse il 30 aprile 1985. Il giorno successivo, Il Sole 24 Ore, autorevole quotidiano finanziario italiano, diede grande risalto alla notizia in prima pagina, dedicandole numerosi articoli nelle pagine interne. “20 ore attorno ad un tavolo, e poi l’accordo” era il titolo di testa.
    Clelio Darida, Ministro delle Partecipazioni Statali, che Prodi aveva debitamente informato sulle trattative tra IRI e Buitoni, riferì a Il Sole 24 Ore di essere a favore dell’accordo. Renato Altissimo, Ministro dell’Industria, dichiarò che “la nascita del grande gruppo alimentare italiano” era per lui motivo di grande soddisfazione.
    Prodi sottopose l’accordo a Darida. L’IRI nominò il Professor Luigi Guatri, un altro eminente esperto di valutazioni aziendali, per stimare il valore della propria quota nella SME. Nel suo resoconto del 4 maggio, Guatri concordò con la valutazione di Poli. Non si poteva definire un valore esatto, affermava la sua relazione, ma i 497 miliardi offerti da De Benedetti si avvicinavano ai valori di stima più elevati.
    In una riunione di gabinetto svoltasi il 2 maggio, Craxi chiese a Darida di verificare se il prezzo fosse giusto e di redigere un rapporto sulla cessione. Il 9 maggio Craxi scrisse a Darida affermando che l’IRI aveva agito “in modo unilaterale e pregiudizievole” per non aver richiesto l’approvazione governativa prima del 29 aprile. Craxi voleva sapere se tutte le possibili offerte erano state considerate. Lo stesso giorno, Prodi chiese a De Benedetti di rinviare la conclusione dell’accordo al 28 Maggio, rispetto alla scadenza originaria del 10 maggio.
    Il 23 maggio, il quotidiano La Stampa pubblicò un’intervista con Lei riguardante la SME. Il giornale riportò che Lei avesse dichiarato quanto segue: “Ora si cerca di promuovere l’immagine della SME come un gruppo eccezionale che De Benedetti acquisterebbe a un prezzo vantaggioso. In realtà, il risanamento della SME è a malapena iniziato, e [De Benedetti] dovrà liberare [il gruppo] dal peso di tanti anni di gestione politica…”.
    Lo stesso giorno, improvvisamente, un poco noto avvocato di Roma, Italo Scalera, vecchio compagno di scuola di Cesare Previti, sottopose all’IRI un’offerta di 550 miliardi di lire per la SME e la Sidalm. L’offerta era stata fatta per conto di clienti anonimi, la cui identità, come affermò Scalera, sarebbe stata rivelata ad affare concluso. Darida chiese a Prodi di esaminare l’offerta.
    Il 28 maggio, venne presentata un’ulteriore offerta. Questa volta proveniva dalle Industrie Alimentari Riunite (IAR), un consorzio tra la Sua Fininvest, la Barilla, guidata da Pietro Barilla, e il gruppo Ferrero, guidato da Michele Ferrero. La IAR offriva 600 miliardi di lire (con alcuni pagamenti rateizzati) per le quote dell’IRI nella SME e nella Sidalm. Siccome in precedenza né Lei né le altre due persone avevate mostrato alcun interesse per la SME, l’offerta era chiaramente una tattica per ostacolarne l’acquisto da parte di Buitoni. Un’offerta più alta fu inoltre presentata dalla Compagnia Finanziara Mercato Alimentari (Co.Fi.Ma), amministrata dall’imprenditore Giovanni Fimiani.
    La privatizzazione della SME si tramutò ben presto in una farsa. Il 4 giugno, un importante banchiere della Swiss Bank Corporation di Londra, dove si trovavano molti azionisti della SME, inviò un irato telex al presidente della Consob, l’autorità che regolamenta il mercato mobiliare italiano: “Sembra davvero strano”, scrisse, “… che un accordo stipulato e sottoscritto tra quelle parti possa in seguito essere messo in discussione così pubblicamente. L’evidente caos … sta arrecando … danni incommensurabili alla reputazione dei mercati finanziari italiani”.
    Il 9 giugno, L’Espresso pubblicò una Sua intervista, dove Lei affermava di non aver telefonato a Craxi per chiedergli di intervenire: “Al contrario, il fatto di essere amico del Presidente del Consiglio Craxi costituiva un ostacolo”.
    Il governo dichiarò che bisognava considerare tutte le offerte per la SME e, il 15 giugno 1985, Darida emanò un decreto per bloccarne la vendita.

    Dettagli, dettagli
    In tutte queste macchinazioni, era stato trascurato un piccolo ma estremamente significativo dettaglio. Per anni, l’IRI, come richiesto dalle circolari ministeriali, aveva richiesto l’approvazione del governo per la cessione di società. Tuttavia, in base alla legge, questo non era necessario. Sabino Cassese, uno dei più illustri esperti italiani di diritto amministrativo, scrisse in un articolo pubblicato il 22 maggio 1985: “Le circolari ministeriali che concedono autorizzazioni – in passato accettate per debolezza o per il quieto vivere, oppure per ignoranza da parte della stessa IRI – sono illegittime, poiché si arrogano un potere senza alcun fondamento legislativo”.
    Ciononostante, Prodi sottopose l’accordo al governo, forse proprio per una delle ragioni citate da Cassese. De Benedetti ritiene che Prodi, nell’aprile 1985, sapesse di non aver bisogno dell’approvazione del governo. Buitoni fece tempestivamente causa all’IRI per non aver rispettato l’accordo firmato il 29 aprile 1985.
    In una causa promossa dalla Co.Fi.Ma, l’azienda di Fimiani, la Corte di Cassazione confermò, nel marzo 1986, l’interpretazione della legge sostenuta da Cassese. L’IRI non aveva bisogno di alcuna approvazione governativa per vendere la SME, affermò la Corte, in quanto IRI stessa era soggetta al diritto societario ordinario.
    Ciò accadeva tre mesi prima che la Buitoni perdesse la causa dinanzi al Tribunale di primo grado nel giugno 1986. In quel Tribunale, tre giudici, presieduti da Verde, ora imputato nel processo SME, decisero che l’accordo della Buitoni con l’IRI non era efficace perché era soggetto all’approvazione del governo, che non era stata concessa.
    La Buitoni perse anche dinanzi alla Corte d’appello nel febbraio 1987. Questa Corte criticò Verde e i suoi due colleghi giudici per la loro interpretazione della legge. Tuttavia, con una sentenza contorta, decise che, sebbene la legge non prevedesse l’approvazione governativa, sia la Buitoni sia l’IRI avevano espresso il desiderio di ottenere il benestare del governo per il loro accordo. Lo avevano fatto, dichiarò la corte d’appello, mediante una clausola di due righe nell’accordo del 29 aprile 1985, che, di conseguenza, non era vincolante. Nel luglio 1988, con una sentenza ancor più astrusa, anche la Corte di Cassazione stabilì che l’accordo non era valido.
    In una propria comparsa depositata nel dicembre 1987 nella causa avviata dalla IAR, la stessa IRI dichiarò che “era completamente libera… di decidere se, come, quando, con chi e a quali condizioni concludere un contratto”.
    Posto che non era necessaria alcuna approvazione governativa, non è inopportuno formulare delle ipotesi su come una persona che aveva ricevuto istruzioni di impedire la cessione della SME avrebbe potuto raggiungere il proprio obiettivo.
    Dal punto di vista di una tale persona, l’accordo tra l’IRI e la Buitoni era dunque vincolante. Perciò l’unica tattica che le avrebbe permesso di riuscire nel proprio intento sarebbe stata di interferire con il corso della giustizia, non appena Buitoni avesse cercato di far valere l’accordo con IRI.

    (continua...)

  10. #10
    Moderatore
    Data Registrazione
    30 Mar 2009
    Località
    Roma
    Messaggi
    39,362
     Likes dati
    434
     Like avuti
    643
    Mentioned
    7 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    Le sue dichiarazioni spontanee (5 maggio 2003)

    In Italia, un imputato in un processo penale ha diritto a fare “dichiarazioni spontanee”. Queste non avvengono sotto giuramento, e possono essere effettuate in qualunque fase del processo. In sostanza, sono un’opportunità per l’imputato di ottenere un’attenuante, ma questi non se ne può servire per muovere accuse non direttamente attinenti al processo.

    Di seguito, riportiamo le sue parole tratte da una traduzione delle sue dichiarazioni spontanee, rilasciate il 5 Maggio durante il processo SME. Abbiamo editato la sua arringa, ma in modo obiettivo, crediamo. La trascrizione è disponibile sia in italiano che in inglese. Quanto segue, sono parole da Lei pronunciate, a eccezione delle parti comprese tra le parentesi quadre. Per chiarezza, abbiamo accostato le sue dichiarazioni iniziali a quelle finali, e abbiamo spostato il contesto di due suoi commenti, indicati in corsivo. Abbiamo inoltre segnalato i punti in cui sono state omesse sostanziose parti del suo discorso, utilizzando il simbolo (.).

    Dichiarazioni di apertura

    “…io ho ritenuto di cambiare il mio atteggiamento per quanto riguarda questa causa rispetto all’atteggiamento che avevo assunto precedentemente, e l’atteggiamento mio era di lasciare che la causa si svolgesse senza nessun mio intervento, avendo io il convincimento… di una completa capacità dei miei difensori di svolgere tutti i ragionamenti che avrebbero, a mio parere, potuto dimostrare ampiamente la paradossalità dell’accusa …Circa tre settimane fa i miei avvocati… mi dissero… che c’era stata una non ricezione delle richieste della mia Difesa di ascoltare alcuni testi che … sono… indispensabili…

    “…avendo letto ieri sera, nella riunione che ho avuto con l’avvocato Ghedini e con l’avvocato Pecorella, per la prima volta, sembra incredibile ma mi sembrava così illogica, paradossale la vicenda che non avevo mai letto il testo di imputazione nei miei confronti, avevo saputo… che gli indizi a mio carico erano incerti e frammentari, quindi conoscendo bene la mia situazione non avevo dato alcun peso a questo procedimento. Beh, ieri sera ho visto che c’era addirittura un’ipotesi di un intervento mio o di altri soci, o in concorso con altri soci, su uno dei giudici che partecipò a queste cause intentate dalla Buitoni e che la Buitoni sempre perse con vantaggio per l’IRI.. [da pagina 18-19 della trascrizione]

    Dichiarazioni conclusive

    “Io credo quindi che ci sia la esigenza da parte della Corte di asseverare i fatti che io ho qui raccontato e credo che a questo punto, data anche l’attenzione che l’opinione pubblica ha ritenuto di dover accentrare su questo processo, ci sia da parte mia la necessità di essere presente alla escussione di questi testimoni per esercitare il mio diritto, il diritto di ogni cittadino, al contraddittorio. E credo che questo possa essere fatto, nonostante…. i pesanti impegni… non sono soltanto Presidente del Consiglio… ma faccio anche parte, dal primo di maggio, della troika europea che regge il Consiglio di Europa e che da qui alla fine dell’anno mi vedrò gravato dell’esigenza di 76 viaggi all’estero … ci saranno gli impegni della Presidenza del Consiglio …

    Questo non toglie che io possa trovare … delle mattinate di libertà… in modo da dare la possibilità al Presidente del Consiglio e al cittadino Berlusconi di essere presente… ad esercitare quel diritto… al contraddittorio nei confronti dei testi che prego vivamente il Presidente della Corte di volere interpellare.… C’è quindi anche un giudizio che riguarda l’integrità e la moralità del Presidente del Consiglio …[la mia] condotta è assolutamente integerrima e voglio che da questo procedimento emerga quanto io ho qui affermato in quanto non è soltanto oggi qui a parlare l’imputato Berlusconi ma è anche il cittadino Berlusconi a cui la maggioranza del paese ha confidato la responsabilità e l’onere di governare il paese stesso. La ringrazio..

    La fallita vendita della SME alla Buitoni

    “Vorrei raccontare soltanto fatti senza dare opinioni, senza esprimere giudizi.…Il primo maggio 1985, mentre mi trovavo a Madrid… [fui informato] che c’era stata una vendita da parte dell’IRI della SME alla Buitoni di Carlo De Benedetti… e in particolare ci fu una telefonata molto tumultuosa, direi, dello scomparso Pietro Barilla, il quale mi disse che… quindici giorni prima… gli era stato risposto che l’IRI non riteneva di cedere la sua partecipazione nel [la SME] e mi chiese, mi pregò, data la mia amicizia e il mio rapporto di familiarità con l’allora Presidente del Consiglio Bettino Craxi, di cercare di ottenere per lui un appuntamento con il Presidente del Consiglio.

    Io, ritornato a Milano, parlai con il Presidente del Consiglio, il quale… mi sembrò che non fosse particolarmente interessato alla vicenda stessa…

    (.)

    Il Presidente del Consiglio dopo qualche giorno mi chiamò e mi chiese di incontrarlo. L’incontro avvenne a Milano nel suo studio situato in piazza del Duomo e trovai una persona completamente diversa … usò frasi molto forti, direi anche molto colorite, e cominciò a raccontarmi la vicenda per come era riuscito ad appurarla, non solo attraverso.. il Sottosegretario Amato, ma anche attraverso … membri del Consiglio di Amministrazione dell’IRI che appartenevano alla sua parte politica.

    Cominciò col definire sconvolgente, allucinante, scandaloso il modo con cui si erano condotte la trattative, un modo che diceva, e ricordo benissimo le parole, “a porte chiuse” e non a mercato aperto … disse che era scandaloso che… di queste trattative non fossero tenute a conoscenza, e neppure della volontà di vendere la SME,… i membri del Consiglio di Amministrazione [dell’IRI]; definì scandaloso il fatto che l’IRI avesse dato risposte negative a protagonisti dell’alimentare italiano, e mi citò nell’ordine Buitoni, di cui peraltro mi aveva riferito anche Pietro Barilla nella telefonata che mi fece in Spagna.

    A questo proposito faccio un piccolo passo indietro… Bruno Buitoni… avrebbe affermato di essere anche disposto a vendere la Buitoni… all’IRI… ma riferì anche a Barilla… che De Benedetti si era determinato a comperare [Buitoni] perché gli aveva fatto capire di essere ormai sicuro di avere nella propria possibilità di acquisto … e disse... riferì il termine esatto, mi sembra di ricordare che fosse di “avere già in tasca” la SME. Quindi anche questo fu riferito al Presidente del Consiglio che definì inaccettabile questo comportamento. E poi mi citò anche… quanto gli aveva riferito il Ministro Altissimo.. [riguardo alla] offerta di una multinazionale americana, la Heinz, la quale chiedeva di comperare la SME… ed ebbe da [Prodi] una risposta negativa. E in quell’occasione [Prodi] disse che per il comparto agricolo italiano l’alimentare detenuto dalla SME era ritenuto strategico e quindi incedibile. [Prodi] fece anche una valutazione… del valore della SME da 1.300 a 1.500 miliardi [di lire], ricordandogli che la SME era lo scrigno, la cassaforte in cui erano detenuti i principali marchi storici italiani…

    (.)

    Riferì di Altissimo che gli aveva raccontato questo colloquio con [Prodi]. Riferì di un altro intervento del Presidente della Commissione Bilancio dell’epoca … che anch’egli era intervenuto su Romano Prodi all’inizio dell’anno e che aveva ricevuto identica risposta negativa sulla volontà della SME … [Craxi] quindi riteneva che davvero non si potesse accettare un comportamento di questo tipo e che le dismissioni, che lui considerava in quel momento una vera e propria spoliazione del patrimonio dello Stato contro un regalo, un arricchimento indebito a un privato cittadino, non potesse avvenire in quel modo. E poi definì in maniera ancora più forte il prezzo che era stato concordato… 497 miliardi di [lire]…

    …“E’ impossibile che un affare di questo tipo si sia trattato in due sole sedute presso Mediobanca” mi disse di essere stato informato che alcuni dirigenti di IRI… si offesero e abbandonarono la riunione lasciando soltanto [Prodi], che poi combinò l’affare con De Benedetti”. [da pagina 14 della trascrizione]

    …Aggiunse Craxi che si era venuti meno a quello che è una regola universale, che non ha mai subìto eccezioni, che la valutazione doveva essere fatta con un’aggiunta di un premio di maggioranza, dato che si vendeva la maggioranza dell’azienda”

    (.)

    Ciò che Lei ha fatto e perché lo ha fatto

    E come concluse Craxi? Craxi disse: “E’ un danno per lo Stato, è una spoliazione inaccettabile… c’è un solo mezzo ed è quello di far pervenire all’IRI un’offerta che sia sensibilmente più elevata di quella contenuta nel contratto con la CIR. E io so che Barilla si sta attivando per mettere insieme una cordata di industriali” mi disse, “… Darida… [ha chiesto] … che fosse spostato il termine dell’esecuzione del contratto dal 10 maggio al 28 di maggio, questo ho ottenuto, quindi c’è un tempo molto breve per fare arrivare all’IRI un’offerta che sia migliorativa rispetto al prezzo concordato con la CIR”…

    E aggiunse: “io ti prego di intervenire direttamente a fianco di Barilla, so che ci sono altri industriali che sono interessati”, mi disse che anche Ferrero, non solo Barilla, non solo Buitoni si era fatto avanti. “Quindi...” dice “... so che si sta attivando un commercialista, certo dottor Locatelli di Milano, … ti prego contattalo e mettiti in campo, magari facendo intervenire anche la Fininvest nella cordata, al fine di arrivare a presentare entro quella data, il 28 di maggio, un’offerta assolutamente migliorativa rispetto all’offerta della CIR”

    Io feci presente che… erano venuti proprio da me due importanti dirigenti [IRI] (Lei disse CIR ma supponiamo intendesse dire IRI)… Avevo chiesto [loro] se fosse in programma una cessione da parte dell’IRI della SME, l’avevano tassativamente escluso… Quindi raccontai questa cosa al Presidente del Consiglio, ma lui mi pregò ugualmente, anche se non c’era a quel punto nessun mio interesse diretto nell’acquisizione della SME né di alcuna delle aziende che fossero della SME, mi pregò, in maniera molto, molto affettuosa ma pressante, di mettermi a disposizione e di sentire subito [Pietro] Barilla, e di vedere, di ascoltare questo dottore commercialista e di mettermi in campo con la mia concretezza …

    Io alla fine lo feci e devo dire anche che non mi pesò più di tanto perché avevo qualche conto aperto col signor De Benedetti che partecipava al gruppo La Repubblica-Espresso che mi attaccava non un giorno sì e un giorno no, ma mi attaccava praticamente tutti i giorni…

    Quindi mi misi subito in contatto con Locatelli… Incaricai allora, in sintonia totale con Pietro Barilla, un avvocato di Roma [Scalera] di presentare all’IRI un’offerta migliorativa, (mi ricordo che fu di circa 50 miliardi [di lire] il miglioramento, mi sembra che l’offerta fosse di 550 miliardi [lire]), come si può fare in nome e per conto di persone da indicare successivamente … Questa offerta fu indirizzata il 23 di maggio…

    (.)

    Fissammo quindi un incontro presso la sede Ferrero di Torino o di un paese vicino a Torino, ci recammo lì tutti quanti insieme e stilammo un telex che nella stessa serata, era l’ultimo giorno, il 28 di maggio, fu inviato da noi all’IRI… E qui direi che è la tappa più importante di questa situazione, io in quel momento avevo praticamente adempiuto al mandato ricevuto dal Presidente del Consiglio, si era fermato un itinerario che avrebbe portato al perfezionamento del contratto, e… [erano state presentate] offerte sensibilmente superiori al prezzo di cui trattavasi nel preliminare con la CIR. E quindi l’intera vicenda si arrestò.

    Successive cause e sentenze

    “Il contratto stipulato tra Prodi e la CIR non ebbe esecuzione, si presentarono altri interessati all’acquisto, fra l’altro si presentò il dottor Fimiani di una società di cui non ricordo il nome, che anche in questi giorni mi ha telefonato, e anzi io prego i miei avvocati di mettere agli atti, di consegnare alla Corte, la lettera, i documenti che lo stesso dottor Fimiani mi ha indirizzato. La sua offerta era di 620 miliardi, quindi superiore anche alla nostra offerta.

    (.)

    C’erano state delle critiche molto forti da parte di tutta la sinistra, c’era stata anche - e mi fu anche dichiarata nell’incontro che ebbi con il Presidente Craxi - una voce che, Craxi mi disse, era supportata da indizi, a suo dire, molto precisi di tangenti nei confronti... di una corrente… [del partito di maggioranza]… Amato mi disse senza mezzi termini di avere…. prove di questa possibilità, che era l’unica spiegazione possibile ad un regalo così enorme ad un privato cittadino con un danno così rilevante da parte dello Stato …

    Si iniziò poi da parte di De Benedetti una serie di giudizi, di chiamate in causa dell’IRI, perché De Benedetti sosteneva la validità di quel documento formato da Prodi, io credo che la CIR avesse ben chiaro che Prodi era un falsus procurator, cioè non aveva i poteri per firmare quel contratto, tanto è vero e credo che Prodi l’avesse confidato a De Benedetti, altrimenti non si capisce come successivamente la CIR stessa non abbia convocato in giudizio Prodi …

    Comunque De Benedetti iniziò una serie di cause … senza la mia partecipazione … la IAR [Industrie Alimentari Riunite] tuttavia nella sentenza finale fu addirittura, o in corso d’opera, estromessa da quel giudizio. De Benedetti ricorse anche all’appello, anche qui la IAR fu considerata parte in causa, ma le fu dato torto, De Benedetti ricorse in Cassazione [l’ultima corte di appello]...

    (.)

    I giudici che parteciparono e che dissero questi no [a Buitoni] furono addirittura 15… quindi mi sembra assolutamente strano che si possa pensare che uno di questi giudici fosse influente nell’arco di tutta la decisione, che è una decisione, mi sembra, inappuntabile incriticabile dal punto di vista sia giuridico che oggettivo.

    (.)

    Ci fu un solo mio intervento nell’88 quando, essendo ormai le cause, cause per cercare di ottenere dall’IRI, che era stata avvantaggiata dall’intervento in causa della IAR ed era l’unica che poteva avere un vantaggio... i vantaggi potevano essere per l’IRI perché manteneva la SME nel suo dominio, nella sua proprietà e non avrebbe dovuto… cederla alla CIR

    Questo stabilì il primo grado e il Tribunale in tutti i gradi di giudizio, e caso mai doveva essere [Prodi] che, proprio grazie alla statuizione del Tribunale che affermò come l’impegno [dell’IRI] fosse semplicemente un impegno preliminare e non un contratto definitivo, si vide tutelata la posizione rispetto a possibili richieste… da parte della CIR nei suoi confronti per responsabilità contrattuali.

    (.)

    Ecco, credo che questo sia tutto, credo che questi siano assolutamente fatti.

    La nostra domanda
    Come concilierebbe le Sue dichiarazioni spontanee del 5 maggio 2003 con il nostro resoconto basato su fatti reali, relativo alla fallita vendita della SME alla Buitoni da parte dell’IRI nel 1985?

 

 
Pagina 1 di 5 12 ... UltimaUltima

Discussioni Simili

  1. Risposte: 121
    Ultimo Messaggio: 05-11-13, 00:29
  2. Dossier: Le bugie di Berlusconi sui Lavoratori
    Di Danny nel forum Il Termometro Politico
    Risposte: 3
    Ultimo Messaggio: 11-08-09, 00:14
  3. Berlusconi: Più che aprire dossier, li chiude
    Di tolomeo nel forum Politica Nazionale
    Risposte: 72
    Ultimo Messaggio: 04-09-08, 01:12
  4. "Dossier Berlusconi" ..parte II
    Di Danny nel forum Politica Nazionale
    Risposte: 53
    Ultimo Messaggio: 31-07-04, 09:53
  5. Dossier Berlusconi
    Di Oliviero (POL) nel forum Politica Nazionale
    Risposte: 0
    Ultimo Messaggio: 10-07-03, 14:50

Tag per Questa Discussione

Permessi di Scrittura

  • Tu non puoi inviare nuove discussioni
  • Tu non puoi inviare risposte
  • Tu non puoi inviare allegati
  • Tu non puoi modificare i tuoi messaggi
  •  
[Rilevato AdBlock]

Per accedere ai contenuti di questo Forum con AdBlock attivato
devi registrarti gratuitamente ed eseguire il login al Forum.

Per registrarti, disattiva temporaneamente l'AdBlock e dopo aver
fatto il login potrai riattivarlo senza problemi.

Se non ti interessa registrarti, puoi sempre accedere ai contenuti disattivando AdBlock per questo sito