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Professore di Harvard, illuste politologo, è stato forse l'Oswald Spengler del XXI secolo, autore del celebre The clash of civilizations (Lo scontro tra le civiltà) nel quale ipotizzava, con la fine della guerra fredda e il tramonto delle ideologie, l'inizio di una nuova era dove i conflitti sarebbero stati tra grandi culture e popoli di razza e fedi differenti, ultimamente si era occupato soprattutto di tematiche legate all'immigrazione negli Stati Uniti scrivendo anche un libro, Who Are We? The Challenges to America's National Identity (Chi siamo? Le sfide dell'identità nazionale americana) dove descrisse la minaccia di scomparsa della cultura americana (quella anglo-protestante dei padri fondatori) causata dalla crescente immigrazione di massa ispanica.
http://it.wikipedia.org/wiki/Samuel_P._Huntington
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Il tramonto delle ideologie e la decadenza dell'Occidente
di Vittorio Da Rold
28 dicembre 2008
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Alla fine delle Guerra Fredda, Samuel Huntington, ha saputo fornire per primo e in chiave organica una nuova chiave interpretativa degli eventi mondiali sostituendo lo scontro delle ideologie (liberismo contro socialismo sovietico) a quello delle civiltà. Le ideologie globali – che nascondevano sotto il tappeto della storia le differenze culturali; che trasformava l'Europa, l'Africa, l'Asia, l'America in un enorme teatro di scontro tra Washington e Mosca – erano state sostituite, dopo la caduta del Muro e dell'Unione sovietica, dal conflitto tra diverse civiltà.
La sua tesi, realista e conservatrice, venne bollata come semplicistica dalla critica liberal americana; invece era solo pragmatica nel senso americano del termine. Le sua costruzione, che pur mancava di una complessità di analisi di tipo hegeliana, (e per questo non piaceva gli intellettuali europei che la giudicavano banale ed epidermica) nasceva dall'analisi dei fatti, dalla crisi degli stati-nazione e dal rinascere delle identità etniche e religiose.
Nel momento in cui Israele colpisce Gaza, il Pakistan islamico si fronteggia con l'India indù, il Giapppone scintoista manifesta la sua insofferenza di "nano" politico e gigante economico, la Cina confuciana e la Russia ortodossa sfidano sempre più apertamente l'Occidente, e la stessa America è in fase di decadenza e ripiegamento su se stessa, come non vedere che le profezie di Huntington erano semplicemente libere dal pregiudizio del "politically correct" e andavano al radice dei rapporti di forza?
Huntington era nato ideologicamente nel gruppo degli allievi di Leo Strauss che lanciarono il movimento neo-con: Irving Kristol, Norman Podhoretz, Seymour Martin Lipset, Daniel Bell, Jeane Kirkpatrick e James Q. Wilson. Ma da essi e dai loro fervori estremisti e radicali se ne distaccava perché più vicino a un Henry Kissinger, cioè a quei conservatori che prediligono la "balance of powers", l'equilibrio tra poteri, piuttosto che gli imperi del "bene" che sistemano il mondo a loro immagine e somiglianza.
Nel 2001, mi parlò in un'intervista esclusiva, della competizione tra Stati Uniti ed Europa destinata ad aumentare sempre di più dopo la fine della Guerra fredda e il consolidarsi del processo di unificazione europea. Ma aggiunse che nel medio periodo il vero "competitor" strategico del gigante americano sarebbe stato la Cina: un mondo, quindi, che, dopo il "secolo breve" a predominio americano, tornerà lentamente bipolare, o forse tripolare.
Era la previsione di uno studioso serio, di un realista, di conservatore-nazionalista, non certo di un manicheo imperialista.
Quanto allo scontro tra civiltà, mi spiegò che la tesi provocatoria, che venne alla luce per la prima volta alla fine dell'estate del '93, sulle pagine della rivista più prestigiosa di politica estera americana, <Foreign Affairs>, era molto più cauta delle interpretazioni che ne erano state date dai suoi molti detrattori. Huntington sosteneva che per difendere le loro identità dalla globalizzazione incalzante, l'induismo, lo scintoismo, il confucianesimo e l'islam avrebbero fatto una diga, fino all'uso della violenza, contro il modello di vita culturale e competitivo di tipo occidentale, in particolare nella sua versione yankee.
I critici, fra cui Jeane Kirkpatrick, politologa dell'Amministrazione Reagan, e Fouad Ajami, della John Hopkins University, avevano affermato che Huntington sbagliava, perché sottovalutava la forza del laicismo in Paesi come l'India, la più grande democrazia del mondo, dove non sembrava che il fondamentalismo potesse attecchire.
Oggi, mentre assistiamo alla sfida mondiale tra secolarismo e fondamentalismo religioso, con alterne fortune, la tesi di Hungtinton non sembra aver perso smalto e capacità di analisi.
Huntington che aveva elencato nel suo saggio sei diverse civiltà: islamica, slavo-ortodossa, confuciana, indù, giapponese e occidentale, mi spiegò a maggio 2001, che stavano andando verso una fondamentale trasformazione nelle relazioni tra Usa ed Europa. «Questo è in gran parte il risultato della fine della Guerra fredda e del movimento in Europa verso un'integrazione più stretta. In un secolo l'America è dovuta intervenire in Europa per ben tre volte - due guerre mondiali e la Guerra fredda - per prevenire la dominazione del Continente da parte di una sola potenza. Ora non c'è più il pericolo che il Kaiser o Hitler o Stalin possa dominarla. Si è affermato un modello democratico, e per questo ci stiamo dirigendo verso un aumento della competizione tra Usa ed Europa. L'Unione europea non ha più bisogno di essere protetta da un'invasione dell'Unione Sovietica e sta diventando sempre più unita e fiduciosa in sé stessa», mi disse.
In questo contesto Huntington era favorevole all'allargamento a Est dell'Unione europea, perché era un processo positivo che avrebbe portato stabilità nel Vecchio continente. La Polonia, la Repubblica Ceca, l'Ungheria avrebbero dovuto entrare, come poi avvenne, nell'Unione europea.
Un processo positivo che si deve dare però un limite geografico e culturale: l'Europa non si deve estendere fino a comprendere la Turchia perché troppo diversa da essa.
Poi aveva parlato dei pericoli per l'Occidente. Minacce che erano anche dentro il mondo occidentale stesso: «Il rischio maggiore per l'Occidente, inteso come Stati Uniti ed Europa, sarà il declino delle responsabilità sociali. Vedo le giovani generazioni sempre meno interessate al benessere della comunità e troppo coinvolte dal proprio interesse personale. Questo è un tema (poi ripreso in un saggio successivo "Who are we?, Chi siamo? sulla perdita dei valori americani) che potrebbe causare seri danni in futuro». Una profezia che dopo la crisi dei subprime, della finanza d'assalto e della mancanza di regole morali a Wall Street, delle frodi da 50 miliardi di dollari di Madoff, sembrano di una attualità sconvolgente.
Problemi interni di "decadenza" che avrebbero potuto essere sfruttati da Nazioni concorrenti, come la Cina, una Nazione "aggressiva", che ha scelto di importare l'economia di mercato dimenticando la democrazia liberale. E un Paese sempre più in conflitto con gli Usa.
Poi elencò prima delle Torri Gemelle che sarebbero state abbattute da li a quattro mesi, del pericolo del terrorismo islamico, un pericolo sempre in agguato, che trova complicità in Paesi come l'Afghanistan (KAbul disse non Baghdad). «Il terrorismo islamico è un problema reale. Non si tratta, però, di uno scontro tra civiltà. L'Arabia Saudita, ad esempio, è un Paese islamico e un buon amico degli Stati Uniti. Bisogna cambiare la prospettiva: il problema di fondo di molti Paesi a maggioranza islamica è di tipo demografico. Il boom delle nascite ha aumentato enormemente la percentuale di giovani, rispetto al totale della popolazione, e quando si è giovani si è portati alla militanza estremistica, a scegliere posizioni radicali. Ecco perché il terrorismo islamico è un problema da affrontare con molta attenzione, evitando generalizzazioni pericolose». Parole che avrebbero dovuto far riflettere la dirigenza americana, politica ed economica, e che invece non vennero ascoltate.
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