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    Predefinito Il Ridicolo Soccorso Rosso di Repubblica a Di Pietro

    E "Repubblica" si precipita a "coprire" Tonino

    di Filippo Facci

    Giudicate voi.
    1) Il 23 settembre il senatore Sergio De Gregorio dice al Velino che Cristiano Di Pietro, consigliere provinciale a Campobasso, risulta intercettato e coinvolto in un’inchiesta non ben definita.
    2) Il 10 ottobre il settimanale La voce della Campania circostanzia le accuse: la magistratura sarebbe in possesso di intercettazioni dove Cristiano chiederebbe l’assunzione di amici suoi a Mario Mautone, ai tempi provveditore alle opere pubbliche di Molise e Campania.
    3) Il 21 ottobre è invece il Giornale, in prima pagina, a riprendere la stessa notizia spiegando che fu Antonio Di Pietro, da ministro delle Infrastrutture, a nominare Mauro Mautone Direttore centrale del settore edilizia e poi presidente di una commissione tecnica sugli appalti autostradali; Di Pietro, genericamente, annuncia querele.
    4) Il 3 dicembre il Giornale e il Mattino rivelano che il citato Mautone figura nell’informativa giudiziaria che darà il via alla Tangentopoli partenopea; Di Pietro allora dirama un comunicato dove spiega che in realtà, a metà del 2007, trasferì appositamente il provveditore Mautone «nel momento in cui ho appreso le prime avvisaglie di indagini». Nota: non è chiaro, rileva solo il Giornale, come Di Pietro già a metà del 2007 potesse essere a conoscenza di «indagini» ovviamente coperte da segreto istruttorio.
    5) Il 4 dicembre comincia il soccorso di Repubblica: il vicedirettore Giuseppe D'Avanzo scrive che il Giornale ha dato «una notizia farlocca» e parla di un «venticello calunnioso» che si insinua su Di Pietro, persona che sue fonti anonime definiscono «di esemplare correttezza»; Repubblica definisce «sventurato» Cristiano Di Pietro, vittima solo di qualche incauto colloquio telefonico. Nota: la notizia, come visto, non è farlocca per niente; nota 2: Di Pietro, a quel punto, si difende dalle accuse del Giornale spiegando che «come qualsiasi cittadino» aveva saputo «dell’esistenza delle indagini dalle agenzie di stampa». Circostanza, questa, che risulta falsa: nessuna agenzia ne ha mai parlato.
    6) Nega e rinega, si giunge a ieri: alcuni quotidiani pubblicano un’informativa della Dia che sbugiarda tutte le uscite precedenti di Di Pietro. Tutta roba che avrete già letto. È la Dia a scrivere di «fuga di notizie» (altro che agenzie) e di un Di Pietro che di colpo, il 29 luglio 2007, mangia la foglia e smette o quasi di parlare al telefono; è Cristiano Di Pietro, spiega la Dia, a chiedere assunzioni e favori a Mario Mautone salvo smettere improvvisamente, dalla stessa data, di chiamarlo o rispondergli al telefono; e Di Pietro, durante una riunione politica coi suoi, a giudicare d’un tratto «troppo esposto» suo figlio. L’informativa e le intercettazioni di Cristiano Di Pietro fanno capolino sulle prime pagine di molti giornali: sono notizie. Tra le tante telefonate ce n’è poi una, pubblicata anche dal Giornale, dove la moglie di Mario Mautone, alla notizia che verrà trasferito, cerca un po’ pateticamente di spronare il marito: «Buttala sul ricatto al figlio, ricattalo sul fatto che lui ha bisogno di te su tante cose». Una frase come un’altra, buttata lì da un’attrice senza parte: tanto che il marito neppure commenta. La Dia, in ogni caso, precisa che il ricatto neppure tentato è comunque «non riuscito».
    7) Ed eccoci. Di Pietro, sempre ieri, dirama un comunicato titolato «Magistrati avanti tutta» che ha dell'incredibile. In precedenza aveva detto di sapere dell'indagine sin dal 2007, grazie a fantomatiche agenzie di stampa: «Non so nulla di più di quello che ho letto sui giornali circa le accuse che vengono mosse a questo dirigente ministeriale», dice ora. Poi: «Quando arrivai al ministero presi una decisione che ora, a ragion veduta, si è dimostrata davvero azzeccata: ho trasferito Mautone ad altro incarico e l’ho spostato di sede, togliendogli quindi ogni possibilità di fare danni».
    Cioè: il trasferimento che portò Mautone alla direzione del settore edilizia pubblica e interventi speciali del ministero delle Infrastrutture, guidato da Di Pietro, sarebbe un luogo di espiazione dove non si possono far danni. Né favori. Ma sempre ieri, soprattutto, eccoti il capolavoro di Repubblica. Il soccorso finale. Le intercettazioni, quelle di Cristiano Di Pietro con Mautone, non compaiono. Mentre il rapporto della Dia, quello che evidenzia le contraddizioni e le bugie di Di Pietro, è affogato nel piombo di in un articolo che parla d'altro: la marginalissima telefonata della povera moglie di Mautone («Buttala sul ricatto») diventa il provvidenziale titolo a tutta pagina: «Dobbiamo ricattare il figlio di Di Pietro. Così volevano tenere sotto il ministro». «Così» come? Non lo spiegano. Nel richiamo di prima pagina diventa addirittura così: «Napoli, nelle carte spunta ricatto al figlio di Di Pietro». Nell’articolo, del ricatto, non c’è traccia. E non è tanto una forzatura, non è tanto una faziosità: è una barzelletta. La cui morale, terminato di ridere, è che Antonio Di Pietro resta l’uomo più protetto d'Italia.

    http://http://www.ilgiornale.it/a.pi...316697&PRINT=S

  2. #2
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    Predefinito

    I legalitari moralisticheggianti sono intrinsecamente amorali e usano l'ideologia pseudolegalitaria a meri fini di conduzione della lotta politica. E' un fatto incontrovertibilmente accertato da anni e anni di squallida storia patria.

    Shalom

  3. #3
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    Predefinito

    Comunque vada la faccenda si rammenterà che di Pietro padre ha certamente praticato del nepotismo di cui ha benefiaciato il figlio giunto a" Palazzo" della politica per meriti parentali.
    Il padre padrone di Pietro può solo andare a nascondersi.

  4. #4
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    Predefinito Intervista al Presidente Emerito Cossiga

    Roma- Presidente emerito Francesco Cossiga, ha visto? Preso in castagna, Antonio Di Pietro ha sgridato pure il figlio Cristiano.
    «Guardi, se Di Pietro dice buongiorno, io son certo che è già sera. Quando dice buonasera, sono sicuro che è l’alba».

    Che c’azzecca, presidente?
    «C’azzecca, perché mi tocca riconoscere che, avendo torto su tutto, stavolta Tonino la dice giusta: le raccomandazioni possono essere fatte da chiunque e non sono certo un comportamento penale.
    Io non le faccio più soltanto perché non me le chiedono...».

    Di Pietro allora l’ha imbroccata, per una volta.
    «Può capitare. Però mi chiedo che cosa avrebbe detto se le stesse intercettazioni avessero riguardato un esponente del Pdl o del Pd.
    Avrebbe sostenuto che la raccomandazione è un reato gravissimo e che le intercettazioni sono necessarie.
    Anzi, che bisogna aumentarle, prevedendole di routine».

    Non è tutto oro quello che luce, nei comportamenti dell’ex pm.
    «Oro di Campobasso, più falso di quello di Bologna».

    Però bisogna ammettere che almeno ha parlato degli errori del figlio.
    «Piuttosto, ha dimostrato una gran faccia di c... a intervenire in questa materia».

    C’è da rabbrividire?
    «Ciò che mi ha fatto e fa davvero spaventare è che ci siano ancora dei cittadini italiani che gli credono, e degli elettori che lo votano».

    Ma neppure il fatto che le intercettazioni siano uscite subito dopo il voto in Abruzzo la intenerisce? Di Pietro ha scoperto la giustizia «a orologeria»...
    «Se la Procura della Repubblica di Napoli ha un gatto innamorato della gatta di un corrispondente di un giornale di Napoli è normale che nasca una liaison... come ci fu tra Corriere della Sera e Procura di Milano ai tempi di Mani pulite, per fare un esempio. Sempre di amorosi sensi felini, si tratta...».

    Gatta ci cova, quando c’è di mezzo Di Pietro.
    «Che vuole? Lui è una manifestazione dell’antipolitica, che ha captato molto bene, perché il naso ce l’ha».

    Almeno una qualità, al Molisano, gliela riconosce.
    «Però non è neppure tanto furbo come si crede, oltre a non saper parlare italiano e a non capire un’acca né di codice penale né di procedura penale. Tanto è vero che il Pool di Mani Pulite lo ha usato e poi buttato a mare».

    Altra vicenda rimasta nell’oscurità.
    «Tonino deve ancora spiegare agli italiani perché si sia dimesso dalla magistratura: io e lui lo sappiamo bene, e anche il Gip di Milano, Ghitti...».

    Potrebbe dirlo anche a noi.
    «No, lo deve dire lui.
    Così come ancora deve spiegare come andò quella questione dei cento milioni presi in prestito e restituiti in una scatola, come se fosse la cosa più normale di questo mondo».

    Non tirerà in ballo pure la notissima vicenda della Mercedes?
    «Già, ma la restituì poi, o no? In una scatola? Un modellino?».

    Non scherzi, presidente.
    «Uno di questi giorni stamperò e distribuirò in giro le motivazioni dell’archiviazione dell’inchiesta del Gip di Brescia sui suoi colleghi magistrati... Molto istruttive sull’uomo e sul politico».

    Non dà molto credito all’ex pm.
    «È un gran bugiardo: come quando raccontò di essersi dimesso dalla magistratura perché contrario all’avviso di garanzia a Berlusconi nel ’94... O quando dice di aver rifiutato il posto di ministro dell’Interno, mentre in realtà brigava per avere un ufficio al ministero delle Finanze...».

    Fatti che lei conosce bene e lui non ha mai voluto chiarire.
    «Ne parlo soltanto per difendere i magistrati che conoscono il diritto penale e si comportano facendo il loro dovere.
    Certo, non quelli che fanno parte dell’Anm».

    L’Anm, un’altra delle sue «bestie nere».
    «Noo... Mi limito a dire che Di Pietro ha la faccia molto più intelligente di quello lì, Palamara, un cognome che avrebbe fatto la fortuna del tonno in scatola».

    Presidente, forse aveva ragione a non credere all’ex pm: mentre parliamo Di Pietro ha rettificato il tiro, sostiene che il figlio ha fatto il suo dovere.
    «Anche se avesse preso tangenti, avrebbe sostenuto che era suo dovere prenderle...».

    Però, almeno in privato, chissà che sfuriata gli avrà fatto.
    «Tonino, già detto il “giustiziere della notte”... Certo, può darsi: mica per quello che ha fatto, ma per l’imprudenza. E sa quello che cosa gli ha risposto?».

    Il figlio? Avrà subíto, o no?
    «Papà, gli ha detto, e se avessero intercettato le telefonate tue, agli amici, quando eri ministro delle Infrastrutture? Sai che casino sarebbe successo?».

    Buon sangue non mente.
    «Che vuol farci? ’E figlie so’ piezz’e core».

    fatta da Roberto Scafuri www.ilgiornale.it di oggi

    saluti

  5. #5
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    Predefinito Due figli, due sentenze

    Tutti uguali, questi figli di papà.
    Ogni scarrafone è bello a babbo suo.
    Di questi tempi la cronaca giudiziaria ce ne ha fatti conoscere in particolare due, di rampolli, che sembrano fatti con lo stampo.
    Prendi Di Pietrino e Mastellino: due vite parallele, due biografie fotocopia, due curricula identici spiccicati, come no.
    Vogliamo scommettere? Vogliamo fare il confronto? E facciamolo.

    Cominciamo dal carattere.
    Elio Mastella, 30 anni: ai tempi delle indagini sul padre da parte della procura di Santa Maria Capua Vetere, combatte in piazza, a Ceppaloni: «Mio padre non è un boss, spulciatemi pure».
    Cristiano Di Pietro, 35 anni: in questi giorni di accuse pure lui combatte, nel salotto di casa sua, a Montenero, davanti al capitone alla brace, giocando a tressette con gli amici suoi e del papà Antonio.
    Stessa tempra, stesse abitudini battagliere, dunque.
    Elio Mastella va in tv e parla subito fuori dai denti, respinge le accuse al padre, e in un celebre video che ha sbancato Youtube zittisce l'inviato delle Iene Sortino: «Io sono ingegnere a 24 anni, tu lavori in tv e sei il figlio del commissario dell'Autorithy per le comunicazioni, di che vogliamo parlare?». Uguale natura Cristiano Di Pietro: oggi si limita a dire che «mi ha travolto una valanga», ma poi basta perché tanto a rilasciare dichiarazioni ci pensa il papà Antonio.

    Già, tutti uguali, questi figli di papà.
    A 19 anni Elio Mastella si diploma al liceo scientifico statale di Benevento.
    A 19 anni Cristiano Di Pietro di scientifico ha una cosa sola: la scelta della leva militare, trascorsa casualmente in polizia al tribunale di Milano, nella scorta del papà Antonio.
    Arriviamo così ai 20 anni, quando Elio Mastella studia ingegneria all'università di Napoli, condivide un appartamento con cinque studenti a Fuorigrotta, 250mila lire a testa la rata d'affitto.
    A 20 anni Cristiano Di Pietro condivide il primo lavoro del papà Antonio, giura da poliziotto alla presenza di Saverio Borrelli e del papà Antonio, poi si stabilisce a Milano in un appartamento affittato dalla Cariplo al papà Antonio.

    A questo punto ci pare chiaro che son tutti uguali, questi figli di papà.
    L'unica differenza, al massimo, è che Elio porta gli occhiali, e Cristiano no.
    Ma per il resto, stessa storia, stessi percorsi, davvero due carriere indistinguibili.
    A 22 anni Elio Mastella prepara la tesi ingegneristica a Bruxelles, e concepisce un logaritmo per controllare i sottotitoli dei film.
    A 22 anni Cristiano Di Pietro concepisce il diploma da privatista all'istituto tecnico di Pratola Peligna, voto 39 su 60, prova finale a porte chiuse per motivi di sicurezza, d'altronde è il figlio del papà Antonio.
    Potremmo continuare all'infinito: due vite equivalenti in tutto e per tutto.
    Ma proseguiamo: a 25 anni Elio Mastella si laurea in Ingegneria Elettronica a Napoli con il massimo dei voti.
    A 25 anni Cristiano Di Pietro si sposa con il massimo del giubilo, in presenza del questore di Bergamo e del papà Antonio, con annessa festa nella masseria del papà Antonio, non lontano dall'attico di 173 metri quadri dove andrà ad abitare, ovviamente un regalo del papà Antonio.

    E ancora. A 26 anni Elio Mastella fa il pendolare, lavora nell'azienda Selex, e percorre ogni giorno 48 chilometri.
    A 26 anni Cristiano Di Pietro percorre invece la strada verso casa, perché pur essendo poliziotto di prima nomina, viene magicamente trasferito in un baleno dalla Lombardia a Vasto, a due passi da papà Antonio.

    Tutti uguali, questi figli di papà.
    Oggi Elio Mastella lavora in una grande impresa, stipendio 1.800 euro al mese, inquadrato come dipendente nel settimo livello.
    Mentre Cristiano Di Pietro oggi è inquadrato come consigliere comunale nel paese di papà Antonio, consigliere provinciale nella provincia di papà Antonio, iscritto al partito di papà Antonio, ha saputo coltivare ottimi rapporti con l'ex ministro dei Lavori pubblici, cioè il papà Antonio.
    Tutto questo per dire che, almeno stavolta, i luoghi comuni sono azzeccati: è vero, è la solita razza, i soliti privilegiati, sono tutti uguali, questi figli di papà. Se poi il papà si chiama Antonio, diventano persino più uguali degli altri.

    Federico Novella www.ilgiornale.it 28 12 08

    saluti

  6. #6
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    Predefinito Intervista al sen. Maurizio Gasparri

    Senatore Maurizio Gasparri, ha sfidato a duello Antonio Di Pietro... Sicuro di vincere?
    «Certo, lui è un moralista alle vongole, è come il personaggio del film Il moralista con Alberto Sordi dove il protagonista è un burocrate censore, moralista ai limiti dell’assurdo, ma che in realtà è un losco individuo che fa la tratta delle bianche».

    Andiamo bene... L’ex pm ha già detto che la citerà in giudizio per diffamazione.
    «Non ho mica paura io, è lui che fugge. Vorrei solo che rispondesse all’interrogazione parlamentare che feci negli anni Novanta per chiedere spiegazioni sul trasferimento a Vasto del figlio Cristiano».

    Querela in vista, senatore. Tanto lei ha l’immunità parlamentare...
    «Ci rinuncio se lui accetta il confronto con me in televisione. Decida pure ora e canale».

    Da Santoro le va bene?
    «Eh, eh... Oddio, uno meno fazioso no? Vado pure da Santoro se Travaglio fa una scheda delle sue su Di Pietro. Ma deve aver avuto una paresi alla mano destra: non leggo nulla su Di Pietro... Se Travaglio mi chiama scrivo io, sotto dettatura».

    Dia un altro vantaggio a Di Pietro: cos’altro gli vuol chiedere?
    «Perché a un certo punto Di Pietro non parla più con Mauro Mautone? Prima si chiedono favori e poi silenzio di tomba? Dica al Paese da chi e quando ha saputo dell’indagine in corso».

    Ha detto che l’ha saputo dalle agenzie di stampa.
    «E ha mentito. Lo ammetta davanti agli italiani».

    Ma non può dire che ha avuto una soffiata?
    «No, perché è un reato. Anni fa il pm Woodcock mi accusò di aver avvisato una persona indagata».

    E come andò a finire?
    «Archiviazione, ne uscii pulitissimo. Voglio vedere come ne esce lui. Ma ripeto: io voglio andare in tv con l’ex pm, e vorrei che venisse accompagnato dal figlio».

    Di Pietro si difende: «Cristiano non ha commesso nulla di penalmente rilevante».
    «Lui ha crocifisso e massacrato gente per molto meno: bastava un ammiccamento... Come al solito due pesi e due misure. Ma ora è in crisi vera, l’ha visto in conferenza stampa?».

    No, che è successo?
    «Incespicava e commetteva molti più svarioni lessicali del solito, che già è tutto dire. Venga al duello: porterò pure le sue pagelle».

    Che c’azzeccano le pagelle? Comunque ci riveli: come sono?
    «Per dimostrare chi è... No, non anticipo nulla: le farò vedere in tv».

    Però s’è laureato in fretta: 22 esami in 31 mesi e lavorando pure.
    «Ho sempre detto che la laurea è vera. Il mistero resta la licenza elementare».

    Mastella si lamenta: «Io sono stato massacrato, mentre i Di Pietro...»
    «Ha ragione. Che differenza c’è tra la telefonata della moglie di Mastella e il figlio di Di Pietro? Perché la Guzzanti non organizza una bella piazza Navona? Perché Camilleri non fa una bella poesia sui Di Pietro?».

    Però Tonino ha detto: «la magistratura indaghi pure».
    «Perché spera in una solidarietà di casta: cane non morde cane».

    La questione morale sta travolgendo il Pd: fate fatica a non esultare per le inchieste che questa volta colpiscono gli avversari?
    «Non c’è nulla da esultare: c’è solo da prendere atto che la diversità morale della sinistra non c’è e non c’è mai stata».

    Nemmeno con Berlinguer?
    «Macché: il Pci viveva nella melma e nella illegalità con i finanziamenti delle coop rosse e di Mosca».

    Riforma della giustizia, che molti auspicano condivisa. Violante ammette: «Dobbiamo toccare il santuario dei giudici», ma nel Pd non lo seguono tutti.
    «Il Pd si fa dettare l’agenda dall’ex pm. Ma sa dove nasce questo patto tra Veltroni e Tonino? Dalla tangente Enimont. Per quel miliardo di lire a Botteghe Oscure Di Pietro non ha mai incastrato nessuno. Tutti non potevano non sapere tranne Occhetto, D’Alema, Veltroni».

    E quindi?
    «E quindi è arrivato il collegio blindato al Mugello».

    intervista di F. Cramer su www.ilgiornale.it del 28 12 08

    saluti

  7. #7
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    Predefinito Tutte le macchie di un partito alla Sordi

    Alberto Sordi non ha fatto in tempo a raccontare Di Pietro.
    Il personaggio gli sarebbe piaciuto.
    Tronfio come il «vigile», intrallazzatore come il dottor Tersilli (medico della mutua), spaccone come l'americano a Roma di «spaghetti m'hai provocato mò te magno», immoralista come il segretario della lega anti-pornografica al centro di traffici ambigui sotto gli occhi di uno sbalordito De Sica.
    Antonio Di Pietro è un certo tipo di italiano medio.
    Viene dal basso, si è fatto da solo, da poliziotto si è laureato chissà come ed è arrivato in magistratura.
    Fra tanti pm titolati ed extra-colti è emerso proprio lui, quello che ha difficoltà con la lingua italiana ma un fiuto da segugio e soprattutto una ferocia investigativa che infiamma il popolo delle manette.
    Ha costruito per sé una fama di feroce Robespierre che cercò di mettere al servizio del nuovo vincitore, il carismatico Berlusconi, ma poi, non reggendo il confronto, ha preferito far da solo e si è messo sul mercato della politica.

    Una certa destra all'inizio l'ha amato, la sinistra l'ha temuto e ha cercato di assecondarlo.

    La sua vita è piena di buchi neri.
    La laurea, l'arrivo in magistratura, le prime frequentazioni nella Milano da bere e la furia demolitrice successiva.
    Le prime amicizie, i primi favori con i denari in prestito e la Mercedes gratuita. Mani pulite lo usa e lo patisce.
    Lui a un certo punto abbandona senza dare spiegazioni.
    Nessuno del pool, di cui è il portavoce, lo trattiene.
    Cossiga, che dapprincipio lo sponsorizza, lo molla.
    E qui scopre D'Alema.
    Il leader diessino capisce che uno così può essere una mina vagante e lo fa eleggere in Parlamento.
    Di Pietro entra in politica e fonda il suo movimento.

    Sembra una «mastellata», cioè un partito personale a forte impronta meridionale.
    È anche questo, ma l'emigrante di Montenero di Bisaccia ha capito in che mondo vive.
    La sinistra lo teme e lo blandisce nominandolo ministro nel primo governo Prodi che, per affari di giustizia, è costretto presto ad abbandonare.
    Di Pietro si presenta come uomo di destra ma fa una lista alle europee con Achille Occhetto e Giulietto Chiesa.
    Poi li molla, come mollerà l'ex socialista Elio Veltri che scriverà di lui cose terribili a proposito di fondi di partito usati in chiave personale.
    C'è un mondo mediatico che lo adora.
    Diventa l'ospite fisso di Michele Santoro, il suo linguaggio popolaresco gli garantisce una piccola base elettorale.
    Nel frattempo Di Pietro sbarca nel bel mondo.
    Si fa ritrarre con Ela Weber, vichinga di procace aspetto, con cui scambia bacini per i paparazzi di turno.
    Però non dimentica di essere un padre affettuoso e sistema in politica il figlio Cristiano, poliziotto di scarse capacità, che il papà trasferisce a Montenero di Bisaccia per curare l'elettorato più fedele.
    La truppa dipietrista è formata da transfughi dei partiti della Prima Repubblica.

    Nel secondo governo Prodi, Di Pietro fa il ministro, ma bombarda con i suoi parlamentari il quartier generale e soprattutto Mastella.
    Senza Veltroni sarebbe già finito.
    Il nuovo leader del Pd proclama la fine delle alleanze a sinistra ma sceglie come compagno di cordata l'ex pm.

    Qui inizia la terza carriera del pm di Mani pulite.
    Assedia il Pd dall'esterno e dall'interno. Gli impone lo scontro frontale, mette a frutto le sue relazioni con il mondo dei media e dello spettacolo accesamente anti-berlusconiani.
    La nuova ondata sulla questione morale che investe il Pd lo vede come protagonista dell'assalto ai democrats.
    Veltroni, inspiegabilmente, non sa come liberarsene.
    La ditta Di Pietro intanto allarga il suo raggio d'orizzonte. A Napoli viene fuori che un suo protetto, il dr. Mautone, dispone come crede di appalti pubblici e che Cristiano Di Pietro gli telefona incessantemente.
    Di Pietro dapprima scarica il figliuolo, poi lo protegge.
    Intanto fa proseliti per il partito a cui propone il salto nella grande politica. Non bastano più Giulietti, l'uomo di Veltroni specialista di affari Rai, né l'ex sindaco di Palermo, Leoluca Orlando, specialista di niente.
    Nella squadra di Di Pietro entrano Pino Arlacchi, una stagione d'oro quando era capo della Polizia Vincenzo Parisi e un fallimento quando gestì l'anticorruzione per conto dell'Onu, Stefano Passigli, costituzionalista ed editore non rieletto dal Pd, e il movimentista Paolo Brutti, sindacalista d'assalto.

    Il partito dipietrista diventa uguale agli altri.
    Molti palazzi di giustizia sono felici ma alcune procure lo stanno aspettando al varco.

    Peppino Caldarola www.ilgiornale.it 28 12 08

    saluti

  8. #8
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    Predefinito Sinistra garantista? Solo quando la fa comodo!

    Roma- Quando il mondo non girava alla rovescia, la sinistra era garantista, il Pci nutriva sacro terrore dei giudici, Di Pietro era operaio in Germania, Travaglio sognava il giornalismo di destra.
    Tangentopoli era coperta da una spessa coltre di nebbia e, come ha ricordato Massimo Cacciari, fu il terrorismo brigatista a spingere Botteghe Oscure in braccio ai giudici.
    I comunisti, parte integrante del sistema, difesero a spada tratta le leggi speciali.
    Poi arrivò la «questione morale», che per Enrico Berlinguer non significava cedere sovranità ai magistrati, bensì contenere politicamente l’avanzata del Psi di Craxi nel suo punto debole, conservando l’egemonia sulla sinistra.
    «Craxi è un pericolo per il Paese, dobbiamo fermarlo», diceva un terrorizzato Berlinguer al cugino Cossiga, all’epoca presidente del Senato.
    L’influenza di Antonio Tatò e del cattocomunismo di Franco Rodano s’era fusa con la sobrietà berlingueriana.
    La «diversità» comunista, ora, si poteva coniugare anche in Procura, facendo perno su due semplici enunciati:
    «I socialisti sono più ladri di tutti», «Se un comunista ruba, ruba per giusta Causa».

    È necessaria questa piccola digressione storica, per arrivare a capire i brindisi di Mani pulite.
    Non appena il Pci-Pds fu certo che le inchieste l’avrebbero solo lambito, l’avventura di Borrelli, Di Pietro & C. divenne la classica scorciatoia per prendere il Palazzo d’Inverno.
    «Sostenete la magistratura» la parola d’ordine diramata dal centro fino alla più piccola delle sezioni.
    E Achille Occhetto, dopo essersela vista brutta per l’inchiesta che seguì i soldi di Gardini fino alle scale d’ingresso del Bottegone, poté finalmente sognare la «gioiosa macchina da guerra».
    Sui giudici, il buon Akel ha però sempre conservato timori antichi.
    Non amando le toghe, ha definito Mani pulite come «una fase di rottura necessaria».
    Appunto considerandola una sottospecie rivoluzionaria, e non semplice malaffare.

    Da questo fraintendimento colpevole i suoi successori, altra generazione, si sono tenuti alla larga.
    Di Walter Veltroni si conosce la rapidità dello struzzo:
    era capo della propaganda comunista, ma anche «mai stato comunista»; mai distinto per furori giustizialisti, ma anche fedele alleato di Di Pietro.
    Massimo D’Alema, uomo di mondo, ha sempre preferito il motto della prudenza: dalle inchieste ci salvi iddio che dalla magistratura mi guardo io.
    E ha sempre cercato di riaffermare la supremazia della politica sul potere giudiziario.
    Re del camaleontismo, l’ex magistrato Luciano Violante, arrivato nel partito a cavallo di Tangentopoli e sceso non appena conquistato lo scranno di presidente della Camera.
    Con qualche ricaduta: a chi gli chiedeva di riforma della giustizia, rispose con sussiegosa ironia ancora nel ’97: «La Francia sta cercando di copiare il nostro sistema giudiziario».
    Va quindi precisato che si tratta della stessa persona che ieri ha dichiarato: «Dobbiamo toccare il santuario dei giudici, il Pd non può pensare di realizzare le riforme lasciando fuori la magistratura. L’uso politico dei processi allontana dalle soluzioni».
    Violante in sedicesimo è Massimo Brutti, commissario d’Abruzzo, che non teme di chiedere «più scrupolo» ai magistrati che indagano sul Pd.

    Che l’idillio tra post-comunisti e magistrati non potesse continuare all’infinito s’era già capito all’epoca dell’affare Unipol: quando le intercettazioni misero a nudo la superba uniformità della «diversità».
    D’Alema, Fassino e Consorte: l’aggravante non stava nel tentativo di giocare alla grande finanza, quanto nell’essere maldestri.
    Come quando D’Alema premier si giustificò sostenendo che lui giocava in borsa, «ma ci ho perso un bel po’ di quattrini».
    Diversi perché un po’ tonti, allora, e oggi tramortiti dalla grandinata di inchieste su amministratori raccogliticci, cacicchi e l’insana voglia di «fare come tutti».
    Ma almeno, è finita la presunzione di «moralità» differente per statuto.
    Si è gettato a raccoglierla il dipietrista Leoluca Orlando, quello del «sospetto anticamera della verità», che ieri ha annunciato: «Presto si scoprirà che questo è il vero Pd».
    Voglia il cielo che non si riferisca al prossimo sorpasso elettorale.

    Roberto Scafuri www.ilgiorenale.it di oggi

    saluti

  9. #9
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    Predefinito Intervista a Del Turco

    Roma- Il Pd si risveglia e fa la voce grossa sulla vicenda del sindaco di Pescara Luciano D’Alfonso?
    L’ex governatore abruzzese Ottaviano Del Turco scuote la testa.
    «Macché, secondo me non c’è nessuna svolta garantista. Aspettiamo i prossimi giorni, prima di esprimermi voglio vedere che dirà il Pd sulle questioni della giustizia. Di certo rispetto agli strali di Veltroni mi sembrano più sincere e meditate le riflessioni di Violante su certi arresti. Visto che l’ex presidente della Camera oltre alla vicenda di Pescara finalmente si sofferma anche sul mio caso».

    Però il Pd ha cambiato linea dopo le ultime inchieste. Veltroni si congratula con D’Alfonso tornato libero e parla di «fatti gravissimi» a Pescara.
    «È normale che il segretario del Pd si schieri col sindaco del suo partito. Il problema è un altro: 5 mesi di attività giudiziaria hanno distrutto il centrosinistra in Abruzzo e messo in crisi la giunta comunale a Pescara. Perché Veltroni e il Pd se ne accorgano solo ora, be’, Dio solo lo sa».

    Potrebbe chiederglielo.
    «Io? Io con Veltroni non ho mai parlato in questi mesi, dopo il mio arresto mai una telefonata o una lettera. Né mi ha chiamato nessuno del gruppo dirigente del Pd. Ho provveduto ad autosospendermi dalla direzione nazionale del partito con una lettera alla quale Veltroni non ha nemmeno risposto. Ovviamente non ne faccio una questione giuridica, perché in un partito ci si sta o non ci si sta».

    Lei ci stava, e non marginalmente.
    «Io ho votato per Veltroni, ma per fortuna a luglio c’era il premier a ricordare a tutti i miei diritti costituzionali. Il silenzio del Pd è una vergogna per un partito che si chiama “democratico”. Tra l’altro ora difendono D’Alfonso per un procedimento penale in cui almeno i passaggi di denaro sono dimostrati. Nel mio caso invece c’è solo Angelini che lo sostiene. Sono contento per il sindaco, ma mi domando come mai io sono stato prima in carcere, poi ai domiciliari e ho ancora l’obbligo di dimora. Non chiedevo a nessuno di giurare sulla mia innocenza, ma solo di difendere il mio status di innocente fino a prova contraria. E invece...».

    Invece?
    «Invece Veltroni manda in Abruzzo Massimo Brutti a fare il commissario, Brutti che nella sua vita si è occupato solo di spionaggio e di vicende giudiziarie. Brutti che mi rimprovera, sindaca sui miei incontri con Angelini, si immagina un ruolo da pubblico ministero che nessuno gli ha affidato ma che è quello che gli calza meglio. Dovrebbe vergognarsi. Peraltro è singolare che i due uomini che si occupano di giustizia nel Pd, ossia Brutti e Lanfranco Tenaglia, hanno entrambi nel proprio passato il Csm, e dunque si sono occupati di carriere dei magistrati».

    Un caso singolare?
    «Sì, diciamo che adesso capisco molto bene come mai solo Tenaglia in Abruzzo era ritenuto intoccabile. Ricordo che sia D’Alfonso sia Marini consideravano la candidatura di Tenaglia nelle liste del Pd in Abruzzo assolutamente intoccabile».

    Nel Pd c’è anche chi, come Franco Monaco, ribadisce la gravità delle accuse a D’Alfonso e ricorda il «rovescio» della sua giunta.
    «Monaco... non ho letto le sue dichiarazioni, ma mi chiedo da che storia politica nascano le sue opinioni. E penso a inquisizione e controriforma».

    Lei si sente ancora un uomo del Pd?
    «Non ci si cancella da un partito attraverso i giornali, ma tra me e il partito c’è un fossato ormai difficilmente colmabile. E i salti tripli di Veltroni per recuperare una posizione accettabile sulla giustizia li trovo un po’ patetici e un po’ orribili».

    Intanto il ciclone giudiziario lambisce l’Idv: un parlamentare dipietrista nel 2006 è stato indagato per 416 bis.
    «Una guerra tra garantisti a colpi di accuse per i propri nemici e di difese per i propri amici è tutto, ma non garantismo. Anzi, il primo garantismo è quello verso gli avversari. Io e D’Alfonso non eravamo in sintonia, eppure lui è stato tra i pochi a prendere le mie difese, e io ho detto che per me il sindaco di Pescara era libero e innocente fino a che una sentenza in nome del popolo italiano avesse sancito il contrario. Che in un Paese come il nostro occorra ricordare ogni giorno i padri della costituzione e l’abc dei diritti costituzionali è una vergogna. È questa la vera questione morale».

    intervista di Massimo Malpica www.ilgiornale.it di oggi

    saluti

    ps: da notare l'interessante accenno all'intervento "garantista" preso dal "presidente" in suo favore.
    Ed è facilissimo capire di che Presidente parla.

  10. #10
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    Predefinito Intervista a Tenaglia Via i corrotti dal partito

    RomaLanfranco Tenaglia, ministro della Giustizia del governo ombra, nel commentare la scarcerazione dell’ex sindaco di Pescara D’Alfonso lei ha criticato l’uso eccessivo delle intercettazioni. Perché?
    «Sono uno strumento d’indagine fondamentale che non può essere limitato ai soli reati di criminalità organizzata o terrorismo, come vorrebbe il premier. La nostra proposta mira a tutelare la privacy evitando la pubblicazione impropria. Ma le intercettazioni sono solo uno dei mezzi di prova e se non suffragate da altri elementi rischiano di naufragare al vaglio del contraddittorio: per questo è opportuno che arresti e condanne vengano richiesti solo quando esistono riscontri plurimi e concordanti».

    Il Pd ha rivolto critiche severe ai magistrati, invitandoli ad avere maggiore prudenza.
    «Noi, come sempre, esprimiamo fiducia nell’operato della magistratura, ma anche una legittima critica basata sull’altalena di provvedimenti che si potevano evitare. La libertà personale di ogni indagato esige la massima ponderazione. Le considerazioni fatte dal gip quando ha disposto la revoca degli arresti non valevano anche dieci giorni prima, al momento dell’arresto? D’Alfonso aveva già allora presentato le sue dimissioni».

    Non siete stati un po’ avventati nello scambiare la scarcerazione di D’Alfonso con il «crollo» delle accuse a suo carico che secondo la magistratura restano intatte?
    «Con la nettezza di sempre ribadiamo che la magistratura deve procedere nel suo lavoro senza che nessuno metta in discussione la sua autonomia e indipendenza. Ma al contempo le chiediamo, anche per tutelare la credibilità della giustizia, di fare al più presto luce sui fatti addebitati al sindaco di Pescara».

    Del Turco si è dovuto dimettere da governatore, si è fatto la galera preventiva ed è ancora sottoposto all’obbligo di dimora. Ma pochissimo si sa a tutt’oggi delle prove a suo carico. Troppa fretta nello scaricarlo?
    «La posizione del Pd di fronte a presunti reati commessi da propri amministratori non cambia di una virgola, chiunque siano gli interessati. Il nostro codice etico parla chiaro: nel Pd non c’è posto per opacità e corruttele, al contrario di quanto dimostrato dal Pdl che ha eletto 47 parlamentari inquisiti o condannati. Quanto a Del Turco, subito dopo l’arresto Veltroni espresse vicinanza umana e l’auspicio che potesse dimostrare la sua estraneità. Un cittadino, fino all’ultimo grado di giudizio, deve essere considerato innocente. Allo stesso tempo andiamo avanti con la nostra opera di innovazione».

    Il governatore della Calabria Loiero, Pd, denuncia che in due anni di indagini sul suo conto non è stato ascoltato dai magistrati...
    «Loiero segnala un problema reale. Nel processo penale occorre garantire il massimo equilibrio tra accusa e difesa, anche nella fase delle indagini. Il Pd propone di assegnare alla difesa il potere di chiedere in qualsiasi momento dell’indagine il confronto dinanzi a un giudice terzo. Vogliamo che gli indagati possano aprire delle finestre giurisdizionali».

    Il Pdl vi invita a sganciarvi da Di Pietro e dal suo giustizialismo. Cosa vi divide da Idv?
    «Il Pd è un partito riformista che ha nel suo Dna la cultura delle garanzie e della legalità. Per il Pd la questione morale è centrale, ma il giustizialismo è altro da noi. Detto questo, è bene ricordare che il Pd è un grande partito che raccoglie il consenso di un italiano su tre e la sua linea è data solo dalle sue proposte, non da un confronto in chiaroscuro con altri».

    L’Anm dice che oggi la corruzione è più grave che ai tempi di Tangentopoli...
    «L’Anm svolge un ruolo e il Pd un altro. Detto questo, siamo d’accordo nel credere che la corruzione vada estirpata dalla politica a tutti i livelli. A Cascini però dico che nessuno ha intenzione di trascurare le implicazioni politiche delle vicende in corso. Il Pd farà con serietà la sua parte, senza sconti per nessuno. Ci aspettiamo dalla destra la stessa nettezza».

    Laura Cesaretti www.ilgiornale.it di oggi

    saluti

 

 
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