Risultati da 1 a 8 di 8
  1. #1
    fedayn
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    Post Unire il Meridione alla nazione araba

    A Belfast, nel quartiere cattolico, sopravvive un murale che raffigura un uomo armato irradiato dal sole nascente. Sullo sfondo una bandiera dell’Irish Republican Army (IRA) ed una scritta in gaelico: Dio ha creato gli Irlandesi, l’IRA li rende liberi. Riguardo ai napoletani, non serve meditare sul processo storico che li ha resi dapprima nazione, con la dinastia borbonica, ed infine clandestini nella patria italiana. Il problema è capire quale progetto politico possa renderli un popolo libero e forte.

    Col declino cui sembriamo destinati restando meridione d’Europa, possiamo affermare che c’è un’unica alternativa: unire Napoli e il sud Italia alla nazione araba, diventando nord di un’area geopolitica che, oltre ad essere culla di civiltà, è un’economia in espansione. La premessa di questo nuovo possibile percorso di costruzione identitaria, è la ridefinizione del concetto di nazione araba. La parola arabo contiene la radice AR, la stessa di ariano, che esprime movimento, nel senso precisato da Julius Evola con riferimento al sanscrito rajas, che è la qualità del muoversi verso l’alto (ascendere), contrapposta al tamas, che è muoversi verso il basso (decadere). La ricerca comparativa di parole che contengono la stessa radice, conducono ad ulteriori significati, legati all’ideaa di virtù, onore, gloria, luce. La radice AR è presente sia in Eran, antico nome della Persia, sia in Erin o Erenn, antichi nomi dell’Irlanda. La corretta etimologia della parola arabo serve, in primo luogo, a sfatare un grande equivoco sull’origine di questa civiltà. Infatti molti studiosi, identificando il movimento col nomadismo tipico di alcune popolazioni desertiche, fanno discendere gli arabi dai beduini. Considerando invece la radice AR, gli albori della nazione araba sono verosimilmente collegati alla prima migrazione delle genti iperboree, quella trasversale, avente direzione nordovest- sud-est. Essa avrebbe generato il nucleo primordiale della civiltà mediterranea, per influsso di un’unica razza che, lasciata la sede artica, giunse a popolare l’area geografica tra la Spagna e il Medioriente, compreso il Nordafrica e la penisola arabica, fino alla Persia e all’India. Storici ed antropologi parlano di altre due migrazioni di stirpi iperboree. Dapprima, muovendosi con direzione ovest-est, sarebbero arrivati i profughi della mitica Atlantide. Poi, con direzione nord-sud, sarebbero giunti, in ondate successive, vari popoli indoeuropei: latini, celti, germani. Sul piano razziale, questi ultimi erano più simili all’originaria razza iberborea, rispetto a quelli della prime due migrazioni, che avevano avuto maggiori commistioni con gli aborigeni. Ma sul piano religioso, essi rivelavano una certa atrofia dello spirito, imputabile al maggior tempo trascorso in un ambiente gelido. Per tale ragione, considerando il senso religioso più che l’aspetto fisico, Julius Evola scrisse: “Benché non bianche, né bionde, le razze superiori dell’Iran e dell’India, e molti antichi tipi egizi, possono rientrare senz’altro nella famiglia aria”. Questi cenni di antropologia razziale servono a sgombrare il campo da equivoci e sono la premessa per rifiutare, in maniera categorica, l’utilizzo di altri termini molto riduttivi generalmente riferiti agli arabi. Partiamo dalla razza. Non vogliamo certo affermare che le parole arabo ed ariano siano sinonimi, giacché potremmo creare ulteriori equivoci, considerando l’uso improprio del secondo termine da parte del razzismo fascista e dell’odierno nazistame, compresi i paladini del white power americano. Definiamo tuttavia arabi, sul piano razziale, tutti i popoli del Mediterraneo, evidenziando il senso autentico della radice AR presente nella parola arabo e liberando la mediterraneità dalle banalità dell’offerta turistica, che la considera confluenza, invece che origine, di varie civiltà, e la riduce a un modo di mangiare e divertirsi durante le vacanze. Parlare di popoli arabi, invece che di popoli mediterranei, serve anche a liberare il termine arabo da due abituali sinonimi, altrettanto equivoci: musulmano e semita. Infatti, anche se il Corano è scritto in arabo, non tutti gli arabi sono musulmani. Nella nostra visione della nazione araba, esistono anche arabi cristiani ed ebrei.

    Quanto alla parola semita, non c’è nulla di più fuorviante. Per contestare l’obsoleta distinzione tra lingue semite ed indoeuropee, basta un esempio: la parola svastica, notorio simbolo antisemita, deriva dal sanscrito sva’h (sole), che a sua volta è riconducibile al persiano Sawas, che è comunemente collegato proprio al ceppo linguistico semita. Quanto poi all’uso del termine semita che, da un lato accomuna tutti i popoli mediorientali, dall’altro viene riferito in senso negativo ai soli ebrei - come nella parola antisemita - anche in questo caso basta citare un paradosso: è il caso dei palestinesi, che sarebbero al tempo stesso semiti e antisemiti. Liberi da pregiudizi, possiamo finalmente capire quanto l’Europa deve alla civiltà araba. In agricoltura gli arabi portarono piante e spezie prima sconosciute (canna da zucchero, carciofo, riso, spinaci, banana, zibibbo, cedro, limone, cotone, cannella, chiodi di garofano, noce moscata, cardamomo, zenzero, zafferano) ovvero reintrodussero colture abbandonate alla fine del periodo romano (ulivo, albicocco). Per quanto riguarda la scienza, basta citare l’apporto degli arabi alla matematica (sistema numerico decimale, concetto di zero, algebra, trigonometria) ed all’astronomia (introduzione dell’astrolabio), oltre agli studi di medicina ed alchimia. Infine, grazie alle traduzioni dal greco in arabo, sono state tramandate molte opere scientifiche e filosofiche di età ellenistica, che erano andate perdute. Tralasciando la linguistica, l’antropologia, la religione, la scienza – che sono serviti solo ad impostare correttamente il nostro discorso – arriviamo all’economia.

    In questo ambito vanno ricercate le autentiche ragioni che ci portano ad affermare la necessità storica di unire Napoli alla nazione araba. Mentre Usa ed Europa si dibattono tra crac finanziari e recessione, il mondo arabo continua l’es
    pansione iniziata negli anni sessanta, malgrado i conflitti scatenatati da interessi sionisti. Insieme all’aumento del commercio interarabo, i cui valori sono triplicati nell’ultimo quinquennio, assistiamo ad una crescita degli investimenti esteri diretti nel Maghreb, non dalla vicina Europa, ma dai Paesi del Golfo, con una quota superiore al 40% e ben 160 progetti per il valore complessivo di 25 miliardi di €. È in questa direzione che il popolo napoletano deve cominciare a guardare. Partendo dal Maghreb, dove il tasso annuo di crescita attesa è in media del 5% nei prossimi anni, potrà beneficiare delle grandi opportunità che offrono tutti i Paesi della Lega Araba. In Algeria sarà potenziata la produzione di idrocarburi, anche tramite la concessione di licenze a società straniere. Lo Stato continuerà a ritirasi dall’economia, con circa 1.000 società industriali da privatizzare, mentre prevede investimenti in infrastrutture (ferrovie, metropolitane, tram, strade, fognature, rete idrica ed elettrica) per complessivi 60 miliardi di $ entro il 2009. Nell’edilizia popolare sono previsti un milione di nuovi alloggi. Analoga politica in Libia dove, oltre alla modernizzazione della industria estrattiva del greggio, sono previsti investimenti per 40 miliardi di $ in edilizia popolare ed infrastrutture, in particolare nella depurazione, pompaggio e trattamento della acque. Per favorire l’offerta alberghiera, sono stati conclusi contratti per 3 miliardi di dollari, con l’obiettivo di arrivare a un milione di posti letto entro il 2015 e concorrere con gli altri Paesi del Maghreb a vocazione turistica, cioè Tunisia e Marocco. Enormi opportunità esistono nei Paesi del Golfo, con previsioni d’investimento fino al 2010 per 117 miliardi di $ negli idrocarburi, 45 miliardi di $ nella rete idrica, 21 miliardi di $ in elettricità, 26 miliardi di $ nell’edilizia. Il settore immobiliare rivela, più di ogni altro, il futuro di pace e prosperità cui sono destinate queste terre. Deserti trasformati in giardini, arcipelaghi di isole artificiali su cui sorgono ville eleganti e residenze esclusive, alberghi sottomarini, città senza quartieri degradati, edifici eco-compatibili per appartamenti ed uffici, parchi giochi per i bambini. A parte le occasioni che avrebbero gli imprenditori napoletani dei settori citati, l’intero sistema produttivo avrebbe un enorme vantaggio. Non ci riferiamo soltanto all’energia a basso costo, considerato che nei Paesi arabi sono concentrate il 66% delle riserve mondiali di petrolio, contro appena il 5% di USA, Canada ed Europa occidentale. Ci riferiamo soprattutto ai prestiti senza interesse che offrono le banche islamiche. Invece, restando legati al sistema usuraio occidentale, il sud Italia continuerà ad avere un costo del denaro doppio rispetto al nord. Infatti, nella classifica delle province italiane per tasso d’interesse, il differenziale tra la prima (Vibo Valentia 8,36%) e l’ultima (Bologna 4,00%) è di 4,36 punti percentuali. Il problema è proprio questo. Per il sud Italia, la Padania e l’Europa rappresentano un peso, una zavorra che ne impedisce il decollo. I termini della questione meridionale sono invertiti. Gli indesiderabili siete voi, fratelli d’Italia, che vi ostinate a fare i terroni di tedeschi e francesi, trascinando anche Napoli nel vostro inarrestabile declino. Noi siamo il nord del mondo arabo ed avremmo un grande futuro se non fossimo costretti a stare al margine delle vostre strategie eurocentriche. Sul piano commerciale, l’Italia è legata ai Paesi arabi: importa prevalentemente petrolio e metano (70-80%) ed esporta macchinari (40-45%). Sul piano geopolitico invece, paga le incongruenze di ogni iniziativa europea. Bastano due esempi: l’accordo EuroMed e il progetto di Unione Mediterranea. L’accordo EuroMed, siglato a Barcellona nel 1995, mira principalmente ad abolire le barriere commerciali non tariffarie, per integrare il Maghreb nell’economia globale e garantire una governance stratificata secondo il principio della deep integration, lo stesso modello oligarchico che ispira l’Unione Europea. Il progetto di Unione Mediterranea, lanciato da Nicolas Sarkozy in campagna elettorale, prevede la cooperazione su alcuni temi - immigrazione, ambiente, sviluppo - e serve solo da supporto alla diplomazia francese nei rapporti con i Paesi del suo antico impero coloniale. Il principale limite di queste iniziative consiste nel fatto che entrambe non coinvolgono i Paesi del Golfo, determinando una frattura interna al mondo arabo ed escludendo proprio gli attori più dinamici. Fratelli d'Italia, così non funziona. Prendiamone atto. L'unità d'Italia è un progetto fallito. In un lontano ventennio credevamo di essere tutti figli dell'urbe immortale. Ora siamo tutti figli di nessuno. Quindi, ognuno per la sua strada. Non vogliamo la secessione. Auspichiamo soltanto che, nel dibattito sul federalismo, si riprenda in considerazione l'ipotesi di Gianfranco Miglio, che prevede l'istituzione di macroregioni con poteri sovrani, anche in materia commerciale e monetaria. Lasciamoci così, senza rancore. Tenetevi pure la vostra barbarie, noi ritorniamo sul cammino della civiltà.

  2. #2
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    L'unica cosa che condivido e che "il progetto unità d'Italia è fallito". Ma non dovevi disturbare questa vasta cultura, come dice il meridionalista Dicè o lo Storico Zitara, "per capire questo, non serve cultura, basta vedere il calendario, 150 anni bastano ed avanzano anche per le migliori intenzioni". Ma tu confondi "progetto unità" vista alla giacobina, CIOè TUTTO è FINALIZZATO ALLO STATO, mentre il "progetto Italia" può essere visto in tante tante maniere, basta che gli accordi fra le parti si abbiano fra basi paritarie. W Il Sud. ITALICI sempre, sudditi, di questo stato, a sua volta feudo del liberismo, speriamo mai più.

    http://it.youtube.com/watch?v=5D621ox1TEs

  3. #3
    NAZIONALISMO ETNICO
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    Quante cazzate dette in questo thread.

  4. #4
    De Sade Passion
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    Citazione Originariamente Scritto da Silarus Visualizza Messaggio
    Quante cazzate dette in questo thread.
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  5. #5
    Sozial und National!
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    Ho letto velocemente questo tema...cazzarola quante minchiate.

  6. #6
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    Citazione Originariamente Scritto da PalestinaLibera Visualizza Messaggio
    A Belfast, nel quartiere cattolico, sopravvive un murale che raffigura un uomo armato irradiato dal sole nascente. Sullo sfondo una bandiera dell’Irish Republican Army (IRA) ed una scritta in gaelico: Dio ha creato gli Irlandesi, l’IRA li rende liberi. Riguardo ai napoletani, non serve meditare sul processo storico che li ha resi dapprima nazione, con la dinastia borbonica, ed infine clandestini nella patria italiana. Il problema è capire quale progetto politico possa renderli un popolo libero e forte.

    Col declino cui sembriamo destinati restando meridione d’Europa, possiamo affermare che c’è un’unica alternativa: unire Napoli e il sud Italia alla nazione araba, diventando nord di un’area geopolitica che, oltre ad essere culla di civiltà, è un’economia in espansione. La premessa di questo nuovo possibile percorso di costruzione identitaria, è la ridefinizione del concetto di nazione araba. La parola arabo contiene la radice AR, la stessa di ariano, che esprime movimento, nel senso precisato da Julius Evola con riferimento al sanscrito rajas, che è la qualità del muoversi verso l’alto (ascendere), contrapposta al tamas, che è muoversi verso il basso (decadere). La ricerca comparativa di parole che contengono la stessa radice, conducono ad ulteriori significati, legati all’ideaa di virtù, onore, gloria, luce. La radice AR è presente sia in Eran, antico nome della Persia, sia in Erin o Erenn, antichi nomi dell’Irlanda. La corretta etimologia della parola arabo serve, in primo luogo, a sfatare un grande equivoco sull’origine di questa civiltà. Infatti molti studiosi, identificando il movimento col nomadismo tipico di alcune popolazioni desertiche, fanno discendere gli arabi dai beduini. Considerando invece la radice AR, gli albori della nazione araba sono verosimilmente collegati alla prima migrazione delle genti iperboree, quella trasversale, avente direzione nordovest- sud-est. Essa avrebbe generato il nucleo primordiale della civiltà mediterranea, per influsso di un’unica razza che, lasciata la sede artica, giunse a popolare l’area geografica tra la Spagna e il Medioriente, compreso il Nordafrica e la penisola arabica, fino alla Persia e all’India. Storici ed antropologi parlano di altre due migrazioni di stirpi iperboree. Dapprima, muovendosi con direzione ovest-est, sarebbero arrivati i profughi della mitica Atlantide. Poi, con direzione nord-sud, sarebbero giunti, in ondate successive, vari popoli indoeuropei: latini, celti, germani. Sul piano razziale, questi ultimi erano più simili all’originaria razza iberborea, rispetto a quelli della prime due migrazioni, che avevano avuto maggiori commistioni con gli aborigeni. Ma sul piano religioso, essi rivelavano una certa atrofia dello spirito, imputabile al maggior tempo trascorso in un ambiente gelido. Per tale ragione, considerando il senso religioso più che l’aspetto fisico, Julius Evola scrisse: “Benché non bianche, né bionde, le razze superiori dell’Iran e dell’India, e molti antichi tipi egizi, possono rientrare senz’altro nella famiglia aria”. Questi cenni di antropologia razziale servono a sgombrare il campo da equivoci e sono la premessa per rifiutare, in maniera categorica, l’utilizzo di altri termini molto riduttivi generalmente riferiti agli arabi. Partiamo dalla razza. Non vogliamo certo affermare che le parole arabo ed ariano siano sinonimi, giacché potremmo creare ulteriori equivoci, considerando l’uso improprio del secondo termine da parte del razzismo fascista e dell’odierno nazistame, compresi i paladini del white power americano. Definiamo tuttavia arabi, sul piano razziale, tutti i popoli del Mediterraneo, evidenziando il senso autentico della radice AR presente nella parola arabo e liberando la mediterraneità dalle banalità dell’offerta turistica, che la considera confluenza, invece che origine, di varie civiltà, e la riduce a un modo di mangiare e divertirsi durante le vacanze. Parlare di popoli arabi, invece che di popoli mediterranei, serve anche a liberare il termine arabo da due abituali sinonimi, altrettanto equivoci: musulmano e semita. Infatti, anche se il Corano è scritto in arabo, non tutti gli arabi sono musulmani. Nella nostra visione della nazione araba, esistono anche arabi cristiani ed ebrei.

    Quanto alla parola semita, non c’è nulla di più fuorviante. Per contestare l’obsoleta distinzione tra lingue semite ed indoeuropee, basta un esempio: la parola svastica, notorio simbolo antisemita, deriva dal sanscrito sva’h (sole), che a sua volta è riconducibile al persiano Sawas, che è comunemente collegato proprio al ceppo linguistico semita. Quanto poi all’uso del termine semita che, da un lato accomuna tutti i popoli mediorientali, dall’altro viene riferito in senso negativo ai soli ebrei - come nella parola antisemita - anche in questo caso basta citare un paradosso: è il caso dei palestinesi, che sarebbero al tempo stesso semiti e antisemiti. Liberi da pregiudizi, possiamo finalmente capire quanto l’Europa deve alla civiltà araba. In agricoltura gli arabi portarono piante e spezie prima sconosciute (canna da zucchero, carciofo, riso, spinaci, banana, zibibbo, cedro, limone, cotone, cannella, chiodi di garofano, noce moscata, cardamomo, zenzero, zafferano) ovvero reintrodussero colture abbandonate alla fine del periodo romano (ulivo, albicocco). Per quanto riguarda la scienza, basta citare l’apporto degli arabi alla matematica (sistema numerico decimale, concetto di zero, algebra, trigonometria) ed all’astronomia (introduzione dell’astrolabio), oltre agli studi di medicina ed alchimia. Infine, grazie alle traduzioni dal greco in arabo, sono state tramandate molte opere scientifiche e filosofiche di età ellenistica, che erano andate perdute. Tralasciando la linguistica, l’antropologia, la religione, la scienza – che sono serviti solo ad impostare correttamente il nostro discorso – arriviamo all’economia.

    In questo ambito vanno ricercate le autentiche ragioni che ci portano ad affermare la necessità storica di unire Napoli alla nazione araba. Mentre Usa ed Europa si dibattono tra crac finanziari e recessione, il mondo arabo continua l’es
    pansione iniziata negli anni sessanta, malgrado i conflitti scatenatati da interessi sionisti. Insieme all’aumento del commercio interarabo, i cui valori sono triplicati nell’ultimo quinquennio, assistiamo ad una crescita degli investimenti esteri diretti nel Maghreb, non dalla vicina Europa, ma dai Paesi del Golfo, con una quota superiore al 40% e ben 160 progetti per il valore complessivo di 25 miliardi di €. È in questa direzione che il popolo napoletano deve cominciare a guardare. Partendo dal Maghreb, dove il tasso annuo di crescita attesa è in media del 5% nei prossimi anni, potrà beneficiare delle grandi opportunità che offrono tutti i Paesi della Lega Araba. In Algeria sarà potenziata la produzione di idrocarburi, anche tramite la concessione di licenze a società straniere. Lo Stato continuerà a ritirasi dall’economia, con circa 1.000 società industriali da privatizzare, mentre prevede investimenti in infrastrutture (ferrovie, metropolitane, tram, strade, fognature, rete idrica ed elettrica) per complessivi 60 miliardi di $ entro il 2009. Nell’edilizia popolare sono previsti un milione di nuovi alloggi. Analoga politica in Libia dove, oltre alla modernizzazione della industria estrattiva del greggio, sono previsti investimenti per 40 miliardi di $ in edilizia popolare ed infrastrutture, in particolare nella depurazione, pompaggio e trattamento della acque. Per favorire l’offerta alberghiera, sono stati conclusi contratti per 3 miliardi di dollari, con l’obiettivo di arrivare a un milione di posti letto entro il 2015 e concorrere con gli altri Paesi del Maghreb a vocazione turistica, cioè Tunisia e Marocco. Enormi opportunità esistono nei Paesi del Golfo, con previsioni d’investimento fino al 2010 per 117 miliardi di $ negli idrocarburi, 45 miliardi di $ nella rete idrica, 21 miliardi di $ in elettricità, 26 miliardi di $ nell’edilizia. Il settore immobiliare rivela, più di ogni altro, il futuro di pace e prosperità cui sono destinate queste terre. Deserti trasformati in giardini, arcipelaghi di isole artificiali su cui sorgono ville eleganti e residenze esclusive, alberghi sottomarini, città senza quartieri degradati, edifici eco-compatibili per appartamenti ed uffici, parchi giochi per i bambini. A parte le occasioni che avrebbero gli imprenditori napoletani dei settori citati, l’intero sistema produttivo avrebbe un enorme vantaggio. Non ci riferiamo soltanto all’energia a basso costo, considerato che nei Paesi arabi sono concentrate il 66% delle riserve mondiali di petrolio, contro appena il 5% di USA, Canada ed Europa occidentale. Ci riferiamo soprattutto ai prestiti senza interesse che offrono le banche islamiche. Invece, restando legati al sistema usuraio occidentale, il sud Italia continuerà ad avere un costo del denaro doppio rispetto al nord. Infatti, nella classifica delle province italiane per tasso d’interesse, il differenziale tra la prima (Vibo Valentia 8,36%) e l’ultima (Bologna 4,00%) è di 4,36 punti percentuali. Il problema è proprio questo. Per il sud Italia, la Padania e l’Europa rappresentano un peso, una zavorra che ne impedisce il decollo. I termini della questione meridionale sono invertiti. Gli indesiderabili siete voi, fratelli d’Italia, che vi ostinate a fare i terroni di tedeschi e francesi, trascinando anche Napoli nel vostro inarrestabile declino. Noi siamo il nord del mondo arabo ed avremmo un grande futuro se non fossimo costretti a stare al margine delle vostre strategie eurocentriche. Sul piano commerciale, l’Italia è legata ai Paesi arabi: importa prevalentemente petrolio e metano (70-80%) ed esporta macchinari (40-45%). Sul piano geopolitico invece, paga le incongruenze di ogni iniziativa europea. Bastano due esempi: l’accordo EuroMed e il progetto di Unione Mediterranea. L’accordo EuroMed, siglato a Barcellona nel 1995, mira principalmente ad abolire le barriere commerciali non tariffarie, per integrare il Maghreb nell’economia globale e garantire una governance stratificata secondo il principio della deep integration, lo stesso modello oligarchico che ispira l’Unione Europea. Il progetto di Unione Mediterranea, lanciato da Nicolas Sarkozy in campagna elettorale, prevede la cooperazione su alcuni temi - immigrazione, ambiente, sviluppo - e serve solo da supporto alla diplomazia francese nei rapporti con i Paesi del suo antico impero coloniale. Il principale limite di queste iniziative consiste nel fatto che entrambe non coinvolgono i Paesi del Golfo, determinando una frattura interna al mondo arabo ed escludendo proprio gli attori più dinamici. Fratelli d'Italia, così non funziona. Prendiamone atto. L'unità d'Italia è un progetto fallito. In un lontano ventennio credevamo di essere tutti figli dell'urbe immortale. Ora siamo tutti figli di nessuno. Quindi, ognuno per la sua strada. Non vogliamo la secessione. Auspichiamo soltanto che, nel dibattito sul federalismo, si riprenda in considerazione l'ipotesi di Gianfranco Miglio, che prevede l'istituzione di macroregioni con poteri sovrani, anche in materia commerciale e monetaria. Lasciamoci così, senza rancore. Tenetevi pure la vostra barbarie, noi ritorniamo sul cammino della civiltà.
    ma vai a cagare. W l'Italia Unita!

  7. #7
    Pasdar
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    Hegel portami via
    «Non ti fidar di me se il cuor ti manca».

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  8. #8
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    ho il sospetto che l'estensore di questo 3d sia sempre il solito mezzosbirro schizza pustole e merda che fa lo stravagante antifascista introducendo deviazioni neoncons...si firma palestina libera per gettare sterco laddove non potrà mai arrivare di suo.. parla di Napoli.. poraccio, anche questa volta ti go castigato. torna in commissariato, Caputo.

 

 

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