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Discussione: Sartre e la Palestina

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    Dalla parte del torto!
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    Predefinito Sartre e la Palestina

    di Edward Said
    (Gerusalemme, 1º novembre 1935 – 24 settembre 2003)
    Professore di letteratura inglese e comparata alla Columbia University, Stati uniti. Autore, tra le altre cose, di "Il mio diritto al ritorno"; "Cultura e imperialismo"(Gamberetti Editrice, 1999); "Dire la verità. Gli intellettuali e il potere" (Feltrinelli, 1995); "La questione palestinese" (Gamberetti Editrice, 1995); "Orientalismo" (Bollati Boringhieri, 1991).

    Vent'anni dopo la sua morte, Jean-Paul Sartre sembra aver scontato il suo periodo di purgatorio. Un dibattito sulle sue posizioni filosofiche, il suo atteggiamento nei confronti del comunismo, il suo impegno a fianco delle popolazioni del terzo mondo sta timidamente prendendo forma. In compenso, è passata sotto silenzio la sua difficoltà a prendere posizione in favore dei diritti dei palestinesi. Una questione che meriterebbe, invece, di essere dibattuta.



    Dopo esser stato il più celebre degli intellettuali, Jean-Paul Sartre era, fino a poco tempo fa, quasi scomparso di scena. Poco dopo la sua morte, avvenuta nel 1980, veniva stigmatizzato per la sua cecità di fronte ai gulag sovietici, mentre si derideva l'ottimismo, il volontarismo, l'energia pura eretta a obiettivo dal suo esistenzialismo umanista. Tutta la carriera di Sartre diventava uno scandalo, tanto per i cosiddetti «nouveaux philosophes», i cui mediocri talenti potevano contare solo sull'ardore del loro anti-comunismo per attirare una qualche attenzione, quanto per i post-strutturalisti che, con poche eccezioni, erano sprofondati in un gretto narcisismo, che li portava ad accanirsi contro il populismo di Sartre e le sue coraggiose prese di posizione politiche. L'immenso raggio d'azione dell'opera di Sartre - romanziere, saggista, drammaturgo, biografo, filosofo, intellettuale politico, uomo impegnato - sembrava allora allontanare i lettori piuttosto che interessarli, tanto che, dopo essere stato il riferimento intellettuale più citato, divenne, in vent'anni, l'autore meno letto e meno analizzato. Le sue coraggiose prese di posizione sull'Algeria e il Vietnam, il suo lavoro sugli immigrati, la sua irruzione come maoista alle manifestazioni studentesche di Parigi nel 1968, così come l'ampiezza e il valore straordinario della sua opera letteraria (che gli valsero un premio Nobel per la letteratura, da lui rifiutato) furono messi nel dimenticatoio.Era ormai una ex celebrità diffamata, tranne che nel mondo anglo-sassone, dove non era mai stato preso sul serio come filosofo ed era sempre stato letto con una qualche condiscendenza come romanziere e biografo occasionale e piacevole, molto scarso sul piano dell'anti-comunismo, e assai meno elegante e seducente di un Albert Camus, che pure era dotato di meno talento.Finché, come spesso accade in Francia, c'è stata un'inversione di tendenza. Diverse opere gli sono state improvvisamente dedicate, ed è ridiventato, forse solo in modo passeggero, argomento di conversazione, se non di studio e riflessione.
    Devo dire che la mia generazione l'ha sempre considerato uno degli eroi intellettuali del secolo, un uomo di rara profondità, le cui doti intellettuali sembravano al servizio di tutte le cause progressiste del nostro tempo, o poco ci manca. Non lo credevamo infallibile, né lo prendevamo per un profeta. Ma ammiravamo gli sforzi che faceva per capire una situazione e offrire, se necessario, il suo appoggio a una determinata causa, senza alcuna condiscendenza o piaggeria. Poteva sbagliarsi, era spesso soggetto a errori o esagerazioni, ma rimaneva sempre un gradino sopra la norma. Un lettore come me trovava degno di interesse tutto o quasi tutto ciò che scriveva, se non altro per il suo coraggio, la sua libertà - compresa quella di essere prolisso - e la sua apertura mentale.
    Ad eccezione di un caso del tutto particolare, che mi piacerebbe raccontare. Mi sento incoraggiato a farlo dall'uscita di due articoli, tanto affascinanti quanto deprimenti, sul viaggio da lui compiuto in Egitto nei primi mesi del 1967, che ho potuto leggere di recente sul supplemento letterario del quotidiano egiziano Al Ahram (Il Cairo, 13-19 aprile 2000). La mia esperienza personale non fu altro che un episodio minore di un'esistenza davvero grandiosa, ma i suoi aspetti allo stesso tempo ironici e strazianti meritano forse che lo si ricordi.
    Un invito inaspettato. Era l'inizio di gennaio del 1979 e stavo preparando una lezione nella mia casa di New York, quando squillò il campanello: era un telegramma per me. Aprendolo, notai con piacere che veniva da Parigi: «Les Temps Modernes la invitano a un seminario sulla pace in Medioriente a Parigi, i prossimi 13 e 14 marzo. È pregato di confermare la sua presenza.
    Firmato: Simone de Beauvoir e Jean-Paul Sartre
    ». All'inizio credetti a uno scherzo: un tipo come me non era certo all'altezza di ricevere un messaggio così sublime da figure tanto leggendarie. Era come se avessi ricevuto un invito di Cosima e Richard Wagner per Bayreuth o di T.S. Eliot e Virginia Woolf per passare un pomeriggio alla redazione di Criterion (Rivista letteraria modernista, pubblicata da Ezra Pound e Thomas E. Eliot).
    Mi ci sono voluti due giorni per verificare presso alcuni amici a Parigi e a New York che il telegramma fosse effettivamente autentico, ma molto meno per notificare il mio assenso incondizionato (tanto più che mi si faceva sapere che le «modalités», per riprendere l'eufemismo francese che designa le spese di viaggio, erano a carico di Les Temps Modernes, la celebre rivista fondata da Sartre dopo la guerra).
    Alcune settimane dopo, partivo dunque per Parigi. Appena arrivato, trovai al mio modesto hotel del Quartiere Latino un messaggio breve e misterioso: «Per motivi di sicurezza - diceva il messaggio - le riunioni si terranno a casa di Michel Foucault».
    Debitamente provvisto dell'indirizzo, la mattina dopo mi diressi al domicilio di Foucault e trovai l'appartamento già pieno di gente - ma Sartre non era ancora arrivato. Nessuno seppe spiegarmi i misteriosi «motivi di sicurezza» che avevano comportato il cambiamento di sede, anche se, in effetti, le nostre discussioni si svolsero in un clima di cospirazione peraltro del tutto ingiustificato.
    Simone de Beauvoir era già lì, con il suo famoso turbante, e, per chi volesse ascoltarla, teneva una conferenza sul viaggio che si apprestava a compiere a Tehran con Kate Millet, dove le due prevedevano di manifestare contro il chador. Il tutto mi colpì per la sua condiscendente stupidità, e nonostante il mio desiderio di sapere cosa avesse da dire, la trovai in quel momento troppo piena di sé e particolarmente refrattaria a qualsiasi tipo di discussione. D'altra parte, circa un'ora dopo (subito prima dell'arrivo di Sartre) se ne andò, e non la rivedemmo più.
    Michel Foucault era presente, ma mi fece rapidamente capire che non aveva nulla da dire sull'argomento del seminario, e che sarebbe presto andato via per immergersi, come ogni giorno, nel suo lavoro di ricerca alla Biblioteca nazionale. Ero contento di vedere il mio libro "Beginnings" in bella mostra nella sua biblioteca, dove era allineata una moltitudine di libri, articoli, riviste. Conversammo amabilmente, ma solo anni dopo (precisamente quasi un decennio dopo la sua morte, avvenuta nel 1984) capii perché Michel Foucault era stato così reticente con me sulla politica medioorientale. I suoi biografi, sia Didier Eribon che David Macey, rivelano che nel 1967 insegnava in Tunisia e che era partito in tutta fretta in circostanze insolite poco dopo la Guerra di giugno. Secondo Foucault, la sua partenza volontaria era dovuta all'orrore che provava di fronte alle sommosse anti-israeliane, «anti-semite», all'epoca frequenti nelle grandi città arabe dopo la grande sconfitta. Una delle sue colleghe tunisine mi ha invece spiegato, negli anni 80, che era stato espulso. Ancora non so quale delle due versioni sia quella buona. All'epoca del seminario parigino, Michel Foucault mi raccontò che era appena tornato da un viaggio in Iran come inviato speciale del Corriere della Sera. «Assai eccitante, stranissimo, folle»: mi ricordo che disse, per descrivere i primi giorni della Repubblica islamica. Una posizione che cambiò poco dopo l'uscita dei suoi articoli. Comunque, per concludere, Gilles Deleuze mi confidò, alla fine degli anni 80, che lui e Foucault erano stati molto amici ma avevano rotto a causa delle loro divergenze sulla Palestina: lui infatti sosteneva i palestinesi e Foucault gli israeliani. Non sorprende, quindi, che non abbia voluto discutere con me, o con chicchessia, di Medioriente!
    Una piccola corte l'appartamento di Foucault, anche se vasto e senza dubbio molto confortevole, era drasticamente bianco e austero, il riflesso esatto del filosofo solitario e rigoroso, che, a quanto pareva, ci viveva da solo. Tra i pochi palestinesi e ebrei isareliani presenti, riconobbi solo Ibrahim Dakkak che da allora è diventato un buon amico di Gerusalemme, Nafez Nazzal professore a Bir Zeit che avevo conosciuto superficialmente negli Stati uniti, e Yehoshofat Harkab il maggior esperto israeliano di «mentalità araba», che anni prima era stato uno dei responsabili dei servizi segreti militari israeliani, licenziato poi da Golda Meir per aver messo per errore l'esercito in stato d'allerta. Tre anni prima avevamo passato un anno insieme al Centro Stanford per svolgere studi approfonditi sulle scienze del comportamento. Entrambi dovevamo tenere dei corsi, ma non avevamo stretto alcuna particolare amicizia. I nostri rapporti erano cortesi, ma mai cordiali. A Parigi, aveva iniziato quella trasformazione che lo porterà ad essere la colomba più influente di Israele, aperto difensore della necessità di uno Stato palestinese, da lui considerato un vantaggio strategico per Israele. Gli altri partecipanti erano essenzialmente ebrei israeliani o francesi. Era rappresentata tutta la vasta gamma di tendenze, dalla più religiosa alla più laica, anche se tutti, in un modo o nell'altro, erano filo-sionisti. Uno di loro, Elie Ben Gal, era apparentemente una vecchia conoscenza di Sartre: era stato lui, a quanto ci era stato detto, che gli aveva fatto da guida nel corso di un recente viaggio in Israele.
    Quando il grande uomo fece infine la sua comparsa, con grande ritardo rispetto all'ora prevista, fui colpito nel vedere quanto sembrava vecchio e fragile. Mi ricordo che mi apparve immediatamente chiaro che Sartre era costantemente circondato, fiancheggiato e incoraggiato da una piccola corte personale a cui egli dava cieca fiducia, e che a sua volta si dedicava a lui a tempo pieno. Ne faceva parte la sua figlia adottiva, di origine algerina se non sbaglio, che gli faceva anche da esecutore letterario. C'era poi Pierre Victor, un ex maoista, co-editore con Sartre della defunta rivista La cause du peuple, diventato poi un ebreo profondamente religioso, e probabilmente ortodosso. Tempo dopo rimasi allibito nel venire a sapere da uno dei membri della redazione che Victor era in realtà un ebreo egiziano di nome Benny Levy, fratello di quell'Adel Rafat che formava, con Baghat El-Nadi, il tandem noto col nome di Mahmoud Hussein: era con questo nome che questi ultimi lavoravano all'Unesco, ed è come «Mahmoud Hussein» che scrissero " Egypte. Lutte des classes et libération nationale", un celebre saggio pubblicato da Maspéro. Victor non aveva apparentemente nulla dell'egiziano: sembrava piuttosto un intellettuale della rive gauche, metà pensatore metà affarista.
    In terzo luogo c'era Hélène von Bulow che, trilingue, lavorava alla rivista e faceva da interprete a Sartre. Fui un po' sorpreso e deluso quando mi resi conto che Sartre, malgrado i suoi soggiorni in Germania e i suoi scritti su Heidegger, Faulkner e Dos Passos, non parlava né inglese né tedesco. Amabile ed elegante, Hélène von Bulow restò al suo fianco per tutti i due giorni del seminario, bisbigliandogli all'orecchio la traduzione simultanea. Ad eccezione di un palestinese di Vienna che parlava solo arabo e tedesco, il nostro dibattito si svolse in inglese. Non so, e non saprò mai, se Sartre capisse veramente qualcosa di ciò che dicevamo, ma fu assai sconcertante (per me come per gli altri) vedere che, per tutto il primo giorno, non aprì bocca.
    l suo biografo Michel Contat era anche lui presente, ma non prese parte attiva al dibattito. In conformità con lo stile francese, il pranzo - che, in qualsiasi altro contesto, non sarebbe durato più di un'ora - si rivelò un'operazione complessa. Si svolse in un ristorante un po' distante e, tra l'arrivo di tutti in taxi, a causa della pioggia, la sequela di quattro piatti e il ritorno in gruppo, impiegammo più di tre ore e mezza per portare a compimento questa macchinosa operazione.
    Fu così che il primo giorno le nostre discussioni sulla pace durarono relativamente poco. I temi della discussione furono esposti da Victor, senza, per quanto ne sappia, aver consultato nessuno. Fin dal principio, capii che era lui a dettar legge, sia a causa del suo rapporto privilegiato con Sartre (con cui scambiava di tanto in tanto qualche frase a bassa voce), sia per una sua protervia un po' arrogante. Secondo lui, dovevamo discutere:
    1) dell'importanza del trattato di pace tra Egitto e Israele (era l'epoca di Camp David);
    2) della pace tra Isaele e il mondo arabo in generale;
    3) delle condizioni di fondo per una possibile convivenza tra Israele e il mondo arabo circostante.
    Alcuni tra gli arabi non sembravano soddisfatti. A me dispiacque che la questione palestinese fosse semplicemente ignorata. Dakkak era invece deluso dal quadro d'insieme, tanto che alla fine del primo giorno se ne andò: gli era stata garantita la presenza di alcuni intellettuali egiziani e, quando non vide arrivare nessuno di loro, capì che non poteva restare oltre.
    Scoprii a poco a poco che la preparazione del seminario era stata frutto di negoziati intensi e che la partecipazione del mondo arabo - per quanto poco rappresentato - era stata pregiudicata da tutte le trattative precedenti. Ero addolorato per non aver potuto prendere parte a queste riunioni. Sarei comunque stato troppo ingenuo o troppo desideroso di venire a Parigi a incontrare Sartre, mi dicevo...
    Doveva partecipare anche Emanuel Levinas ma, come gli egiziani, non lo vedemmo. Tutte le nostre discussioni furono registrate, e poi pubblicate in un numero speciale di Temps Modernes (settembre 1979). Un numero che trovai deludente, con tutte le nostre solite ripetizioni, pochi reali scambi di idee e quasi nessuna novità interessante.
    Che l'incontro rischiasse di ridursi a un gioco verbale, me lo era immaginato, ma ci tenevo a venire per l'organizzatore, Jean-Paul Sartre in persona. Simone de Beauvoir si era rivelata una cocente delusione, tanto più che, dopo un'ora di dissertazione dogmaticamente verbosa sull'islam e sull'obbligo del velo, era andata via. Viste le circostanze non ero dispiaciuto della sua assenza; in seguito mi convinsi che avrebbe potuto dare slancio al dibattito. Quanto alla presenza di Sartre, o piuttosto di ciò che restava di lui, era stranamente passiva, assai poco vistosa, distaccata. Per ore, non disse assolutamente nulla. A pranzo, era seduto dall'altra parte del tavolo, l'aria afflitta, totalmente impenetrabile. Cercai di intavolare una conversazione, ma invano. Era forse sordo, ma non lo posso dire con certezza. Comunque sia, mi apparve come il fantasma di ciò che era stato, e la sua proverbiale bruttezza, la sua pipa, i suoi vestiti neutri e informi mi parvero altrettanti accessori di una ribalta ormai abbandonata.
    Per tutta la durata del pasto e la seduta pomeridiana, mi resi conto che Pierre Victor svolgeva per così dire il ruolo del capostazione e che, fra i treni che gestiva, bisognava contare lo stesso Sartre.
    Al di là dei loro misteriosi bisbigli a tavola, i due di tanto in tanto si alzavano, Victor trascinava il vecchio uomo, col passo affaticato, in un angolo, gli diceva rapidamente qualcosa e otteneva prontamente da questo uno o due cenni del capo. Dopo di che il duo ritornava al suo posto. In quel periodo partecipavo molto attivamente alla politica palestinese: nel 1977, ero diventato membro del Consiglio nazionale palestinese e, in occasione dei miei numerosi viaggi a Beirut per andare a trovare mia madre (durante la guerra civile in Libano), vedevo regolarmente Arafat e la maggior parte degli altri dirigenti dell'epoca. Pensavo che sarebbe stato un successo decisivo convincere Sartre a fare una dichiarazione in favore dei palestinesi, in un momento tanto cruciale per la nostra inesorabile rivalità con Israele.
    Ogni partecipante aveva qualcosa da dire, cosicché era impossibile sviluppare un qualche argomento, anche se mi era ormai assolutamente chiaro che il vero tema dell'incontro era il consolidamento di Israele (quella che oggi definiamo la «normalizzazione»), e non i palestinesi o gli arabi. Mi ritrovai nell'esatta situazione in cui si erano trovati numerosi altri arabi prima di me che, con le migliori intenzioni, avevano ritenuto utile cercare di portare dalla loro parte un intellettuale di primo piano (come Sartre o altri del suo stesso calibro), nella speranza di farne un nuovo Arnold Toynbee o un altro Sean McBride - il che è accaduto raramente... Se lo credetti per Sartre, è semplicemente perché non potevo dimenticare la sua posizione sull'Algeria che, in quanto francese, gli era assai più difficile da sostenere che una posizione critica nei confronti di Israele. Evidentemente, mi sbagliavo. Stanco di discussioni ampollose e vane, interruppi senza ritegno il dibattito la mattina presto e insistetti per ascoltare subito Sartre, il che provocò la costernazione dei suoi accoliti. La seduta fu sospesa, per permettere loro di deliberare d'urgenza. Il tutto, devo ammettere, si svolgeva in un'atmosfera tra la farsa e la tragedia, perché Sartre, dal canto suo, sembrava non avere alcuna voce in capitolo in queste deliberazioni, che pure riguardavano la sua partecipazione! Alla fine, fummo richiamati a tavola da un Pierre Victor visibilmente irritato che, con la pomposa ostentazione di un senatore romano, ci annunciò con tono indispettito: «Domani, Sartre parlerà». Ci separammo quindi, per ritrovarci il giorno seguente e ascoltare il grand'uomo.
    L'indomani, Sartre aveva in effetti qualcosa da offrirci: un testo di circa due pagine dattiloscritte in cui essenzialmente - ciò che scrivo si basa unicamente su un ricordo vecchio di vent'anni - ricorreva alle peggiori banalità per elogiare il coraggio di Sadat. Non riesco a ricordarmi molte parole sui palestinesi, i territori occupati e il loro tragico passato. Non c'era - e di ciò sono certo - alcun riferimento al colonialismo d'insediamento israeliano, paragonabile per molti versi alle pratiche francesi in Algeria. Il suo discorso, scritto senza alcun dubbio da Victor per trarre d'impaccio un Sartre che sembrava completamente in suo potere, era tanto istruttivo quanto un dispaccio dell'agenzia Reuter. Ero completamente disgustato nel vedere come questo eroe intellettuale si era piegato, nei suoi ultimi anni, a un mentore così reazionario, e come a proposito della Palestina, una questione che io consideravo, dal punto di vista morale e politico, assolutamente prioritaria - almeno quanto l'Algeria o il Vietnam - il vecchio difensore degli oppressi non sapeva trovare altro che qualche parola di circostanza in elogio di un leader egiziano già largamente osannato.
    Il resto della giornata, Sartre ripiombò nel suo silenzio, e gli altri partecipanti continuarono le loro discussioni come prima. Nella trascrizione del seminario pubblicata qualche mese dopo, l'intervento di Sartre, e questo è un punto interessante, fu riscritto e ridotto.
    Per quale ragione, non posso immaginarlo. Né ho cercato di saperlo.
    So soltanto che, anche se ancora posseggo il numero dei Temps Modernes in cui tutti noi figuriamo, non riesco a rileggerne più di qualche passaggio senza trovarci altro che una sfilza di inutili banalità.
    Ero andato a Parigi ad ascoltare Sartre con lo stesso spirito con cui anni prima alcuni intellettuali arabi avevano invitato il medesimo Sartre in Egitto: per incontrarlo e parlare con lui. Ne ebbi un risultato identico, anche se il mio incontro fu segnato, per non dire macchiato, dalla presenza di un intermediario, il poco stimolante Pierre Victor, ricaduto da allora, per quanto ne sappia, in un oblio perfettamente giustificato. Ero, come Fabrizio del Dongo a Waterloo, tutto smacco e delusione.
    Un ultimo particolare. Qualche mese fa ho partecipato al programma televisivo di Bernard Pivot, «Bouillon de culture», che viene ritrasmesso negli Stati uniti poco dopo la sua diffusione in Francia. Il tema della trasmissione era Sartre, la sua lenta riabilitazione postuma, e il suo recente ritorno alla ribalta nonostante le critiche persistenti riguardanti i suoi peccati politici. Bernard Henry-Lévy - difficile trovare qualcuno tanto distante da Sartre, per qualità intellettuali e per coraggio politico - era venuto a promuovere il saggio che aveva scritto sul vecchio filosofo, in cui apparentemente prendeva le sue difese (confesso di non averlo letto, e di non avere intenzione di farlo). Sartre non era poi così male, assicurava Henry-Lévy, perché spesso difendeva posizioni ammirevoli e politicamente corrette. Henry-Lévy voleva trovare un contrappeso a quella che considerava una critica fondata nei confronti di Sartre, di essersi cioè sempre sbagliato sul comunismo. «Per esempio, Sartre è sempre rimasto coerente alla sua posizione su Israele».
    Sartre si è effettivamente mantenuto coerente al suo filo-sionismo di base. Paura di passare per antisemita, senso di colpa di fronte all'Olocausto, rifiuto di acconsentire a una percezione profonda dei palestinesi come vittime in lotta contro l'ingiustizia di Israele, o qualcos'altro ancora? Non lo saprò mai. Tutto quello che so è che, a questo proposito, la vecchiaia non lo aveva cambiato poi molto: rimaneva, per tutti gli arabi eccetto gli algerini, la stessa amara fonte di delusione, di cui ammiravano a giusto titolo l'opera e le altre posizioni politiche. Bertrand Russell (Filosofo e matematico britannico creò e presiede un Tribunale contro i crimini di guerra che, a partire dal 1967, indagò sull'aggressione americana contro il Vietnam) fece sicuramente di meglio: nei suoi ultimi anni, benché influenzato e addirittura, secondo alcuni, totalmente manipolato dal mio compagno di studi a Princeton ed ex amico Ralph Schoenman, prese effettivamente alcune posizioni relativamente critiche verso la politica di Israele nei confronti degli arabi. Perché i grandi uomini, nella loro vecchiaia, cadono nelle grinfie di qualche allievo o in una sorta di rigidità che li rende schiavi di convinzioni politiche intangibili? È deprimente pensarlo, ma c'è anche questo nel caso di Sartre. Ad eccezione dell'Algeria, non fu mai particolarmente sensibile alla causa araba, forse a causa di Israele, o più semplicemente perché non suscitava in lui grande simpatia, per ragioni culturali o al limite religiose, non so dirlo. Su questo punto era radicalmente diverso dal suo idolo e vecchio amico Jean Genet che onorò la sua insolita passione per i palestinesi soggiornando a lungo tra loro, ma anche scrivendo lo straordinario "Quatre heures à Sabra et Chatila", oltre che "Le captif amoreux".
    Un anno dopo il nostro breve e deludente incontro a Parigi, Sartre moriva. Ricordo ancora vividamente con quanta tristezza piansi la sua scomparsa.
    Sinistra Nazionale!

  2. #2
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    OMNIA SUNT COMMUNIA

    A PASSEGGIO NEI CAMPI DELLA MORTE

    di Jean Genet

    Niente, nessuno, nessuna tecnica di racconto dirà quel che furono i sei mesi passati dai feddayin sulle montagne di Jerash e di Ajloun in Giordania, né soprattutto le loro prime settimane. Fare un resoconto degli avvenimenti, stabilire la cronologia, i successi e gli errori dell’Olp, altri l’hanno fatto. Si potrà dire dell’atmosfera, del colore del cielo, della terra e degli alberi, ma non si riuscirà mai a far sentire la leggera ebbrezza, il passo sulla polvere, lo sfavillio degli occhi, la trasparenza dei rapporti non soltanto tra i feddayin, ma tra loro e i capi. Tutto, tutti, sotto gli alberi, erano frementi, ridenti, meravigliati da una vita così nuova per tutti, e dentro quei fremiti qualcosa di stranamente fisso, in agguato, riservato, protetto come uno che preghi senza dire nulla. Tutto era di tutti. Ognuno in sé stesso era solo. E forse no. Insomma sorridenti e stravolti. La regione giordana in cui, per scelta politica, avevano ripiegato, era un perimetro che andava, in lunghezza, dalla frontiera siriana a Salt, delimitato dal Giordano e dalla strada che va da Jerash a Irbid. Questa grande striscia di circa sessanta chilometri, con una profondità di venti, si trova in una regione molto montagnosa coperta di querce verdi, di piccoli villaggi giordani e di una coltivazione piuttosto scarna. Sotto il bosco e sotto le tende mimetizzate i feddayin avevano disposto unità di combattimento e armi leggere e semipesanti. Sistemata l’artiglieria, puntata soprattutto contro eventuali operazioni giordane, i giovani soldati si occupavano della manutenzione delle armi, le smontavano per pulirle, ingrassarle, e le rimontavano a tutta velocità. Qualcuno imparava a smontare e rimontare le armi con gli occhi bendati per riuscire a farlo anche di notte. Tra ogni soldato e la sua arma si era stabilito un rapporto amoroso e magico. Dato che i feddayin avevano lasciato da poco l’adolescenza, il fucile, in quanto arma, era il segno della virilità trionfante, e dava la certezza d’essere adulti. L’aggressività scompariva: il sorriso scopriva i denti.

    Per il resto del tempo, i feddayin bevevano tè, criticavano i loro capi e i tipi ricchi, palestinesi o altro, insultavano Israele, ma soprattutto parlavano della rivoluzione, di quella che conducevano e di quella che avrebbero intrapreso. Per me, che sia messa in un titolo, nel corpo di un articolo, su di un volantino, la parola "Palestinesi" evoca immediatamente dei feddayin in un luogo preciso - la Giordania - e in un’epoca che si può datare facilmente: ottobre, novembre, dicembre ’70, gennaio, febbraio, marzo, aprile 1971. È allora ed è là che conobbi la Rivoluzione palestinese. La straordinaria evidenza di ciò che aveva luogo, la forza di quella felicità d’essere si chiamano anche bellezza. Passarono dieci anni e non seppi più nulla di loro, salvo che i feddayin erano in Libano. La stampa europea parlava del popolo palestinese con disinvoltura, persino disprezzo. E, all’improvviso, Beirut ovest.

    Mosche

    Una fotografia a due dimensioni, lo stesso schermo televisivo: nessuna delle due cose è percorribile. Da un muro all’altro della strada, arcuati o inarcati, con i piedi contro un muro e la testa che si appoggia all’altro, i cadaveri, neri e gonfi, che dovevo scavalcare erano tutti palestinesi e libanesi. Per me come per quel che restava della popolazione, la circolazione a Chatila e a Sabra assomigliava al gioco della cavallina. Un bimbo morto, a volte, può bloccare le strade, tanto sono strette, quasi sottili e i morti così numerosi. Il loro odore è indubbiamente familiare ai vecchi: non mi dava fastidio. Ma quante mosche. Se sollevavo il fazzoletto o il giornale arabo messo su una testa, le disturbavo. Rese furiose dal mio gesto, venivano a sciame sul dorso della mia mano e cercavano di nutrirsene. Il primo cadavere che vidi era quello di un uomo di cinquanta o sessant’anni. Avrebbe avuto una corona di capelli bianchi se una ferita (un colpo d’ascia, mi è sembrato) non gli avesse aperto il cranio. Una parte del cervello annerito era per terra, accanto alla testa. Tutto il corpo era coricato su un mare di sangue, nero e coagulato. La cintura non era chiusa, i pantaloni tenevano per un unico bottone. I piedi e le gambe del morto erano nudi, neri, viola e malva: era stato sorpreso durante la notte o alle prime luci dell’alba? Cercava di salvarsi? Era coricato in una piccola stradina immediatamente a destra di quell’entrata del campo di Chatila che è di fronte all’ambasciata del Kuwait. Il massacro di Chatila fu dunque fatto tra i bisbigli o in un silenzio totale, visto che gli israeliani, soldati e ufficiali, pretendono di non aver sentito nulla, di non aver sospettato nulla pur avendo occupato quell’edificio, dal mercoledì pomeriggio. La fotografia non coglie né le mosche né l’odore bianco e spesso della morte. Non dice neppure i salti che occorre fare per andare da un cadavere all’altro. Se si guarda con attenzione un morto, accade un fenomeno curioso: l’assenza di vita in quel corpo equivale a un’assenza totale del corpo o piuttosto al suo arretramento ininterrotto. Anche avvicinandosi, si ha l’impressione di non riuscire mai a toccarlo. Tutto ciò se ci si limita a contemplarlo. Ma basta un gesto fatto nella sua direzione, abbassandosi verso di lui, muovendo un braccio, un dito, ed è di colpo presente e quasi amichevole. L’amore e la morte. Questi due termini si associano presto quando uno di essi viene scritto. Sono dovuto andare a Chatila per percepire l’oscenità dell’amore e l’oscenità della morte. I corpi, nei due casi, non hanno più niente da nascondere: posizioni, contorcimenti, gesti, segni, gli stessi silenzi appartengono a un mondo e all’altro. Il corpo di un uomo sui trenta, trentacinque anni era steso sul ventre. Come se tutto il corpo non fosse altro che una vescica a forma d’uomo, si era gonfiato sotto il sole e per la decomposizione fino a tendere i pantaloni che rischiavano di scoppiare sulle natiche e sulle cosce. La sola parte del volto che potevo vedere era viola e nera. Un po’ sopra il ginocchio, la coscia piegata mostrava una piaga, sotto la stoffa strappata. L’origine di quella piaga, una baionetta, un coltello, un pugnale? Mosche sulla piaga e tutto intorno a essa. La testa più grande di un cocomero - un cocomero nero. Ho chiesto il suo nome, era musulmano.

    - Chi è?

    - Palestinese, mi rispose in francese un uomo sui quarant’anni. Guardi che cosa hanno fatto. Tirò su la coperta che ricopriva i piedi e una parte delle gambe. I polpacci erano nudi, neri e gonfi. I piedi, dentro stivaletti neri non allacciati, erano legati molto stretti da una solida corda di circa tre metri - la sua solidità era visibile - che disposi in lunghezza per farla fotografare dalla signora S. (un’americana). Chiesi all’uomo di quarant’anni se potevo vedere il volto.

    - Se vuole, ma faccia da solo.

    - Vuole aiutarmi a girargli la testa?

    - No.

    - E’ stato trascinato per le strade con questa corda?

    - Non lo so, signore.

    - Chi l’ha legato?

    - Non lo so, signore.

    - Quelli del comandante Haddad?

    - Non lo so.

    - Quelli del Kataeb?

    - Non lo so.

    - Lo conosceva?

    - Sì.

    - L’ha visto morire?

    - Sì.

    - Chi l’ha ucciso?

    - Non lo so.

    Segue>>> http://www.ildialogo.org/storia/pass...te23062004.htm


    PER LA COMUNITA' UMANA

 

 

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