Alla manifestazione "giorno di collera", c'erano piu' poliziotti che manifestanti..
CORRISPONDENTE DA GERUSALEMME
Quattro ragazzi palestinesi con il cappuccio della felpa Nike tirato sulla testa ripongono nel magazzino di Salah Eddin street le assi del banco che vende melograni davanti all'Al Hayat Medical Center, a Gerusalemme est. Sono le 18, la parte araba della Città Santa è buia e deserta. In terra ci sono patate ammaccate, gambi di sedano, cassette vuote, alcune pietre. «Sapevamo che i soldati israeliani avrebbero bloccato l'accesso alla moschea al Aqsa, gli abbiamo lanciato sassi, bottiglie, tutto quello che abbiamo trovato», ammette Mustafà, 20 anni, l'anziano del gruppo.
E' cresciuto con i racconti epici del padre militante della prima intifada, la rivolta palestinese dell'87, ma ha quasi perso un occhio durante la seconda, quando, appena dodicenne, tirava su barricate con i fratelli maggiori nel campo profughi di Shuafat. Per la terza, sostiene l'analista libanese Issam Nu'man, Mustafà e gli altri dovranno prepararsi allo scontro trasversale con «i governanti arabi che sostengono Israele contro Hamas». Al di là della strada, di fronte all'ufficio postale, due agenti con la stella di David sulla divisa tengono d'occhio l'incrocio.
Il dies irae, il giorno della rabbia musulmana invocato dai leader di Hamas per vendicare i raid su Gaza e minacciare il ritorno degli uomini bomba, tramonta un po' in sordina, parzialmente disinnescato dalla security israeliana in assetto da guerra che, sin dall'alba, ha bloccato ogni pulmino in arrivo dalla Cisgiordania e ha limitato l'accesso alla spianata delle moschee agli over cinquanta muniti di permesso, lasciando fuori la maggioranza dei 4500 fedeli in coda per la preghiera del venerdì.
«Tanto rumore per nulla, alla fine c'erano più poliziotti che dimostranti», dice Said, commesso dell'Educational Bookshop, l'unica libreria internazionale di Gerusalemme est. Sul banco, accanto al calendario della Terra Santa 2009, il saggio del problematico storico israeliano Ilan Pappe, «Ethnic cleansing in Palestine», Pulizia etnica in Palestina. Per esserci, lo scontro c'è stato. Molotov contro la stazione di polizia di Ras al-Amud, a Gerusalemme est, migliaia di palestinesi in piazza a Nablus, Hebron, Jenin, Betlemme, una decina di feriti.
Ma Khaled As-Sady, 41 anni, fornaio, simpatizzante del movimento islamico al potere a Gaza sin dalle elezioni del 2006, si aspettava di più: «Si è trattato solo di sassaiole sporadiche, alcune dozzine di ragazzi che hanno tirato pietre alla Porta di Nablus, fuori le mura della città vecchia». A Ramallah, all'ombra del muro costruito da Israele contro i kamikaze, sono riusciti a darsele tra loro, sostenitori di Hamas contro sostenitori di Fatah, la fazione del presidente Abu Mazen accusata di collaborare con gli occupanti. «Andrà a finire che ci difenderanno gli ebrei» chiosa Khaled. Stamattina i pacifisti israeliani sfileranno per il centro di Tel Aviv sventolando la koefia palestinese e chiedendo al ministro della difesa Ehud Barak d'interrompere l'operazione Piombo Fuso.
«La piazza araba mi pare abbastanza anchilosata, ma pian piano qualcosa si muove», osserva l'insegnante Yussef Al-Khattab seduto con la faccia insaponata sulla poltrona di Selunfat, il barbiere «Arafat hair style» a Sheikh Jarrah, Gerusalemme est. La tv sintonizzata su al Jazeera trasmette le immagini della protesta globale nel nome di Allah. Dal campo profughi di Yarmouk, in Siria, al Sudan. Dal Kashmir all'Indonesia, dove il Partito della giustizia e della prosperità ha raccolto oltre 20 mila volontari e 200 mila dollari a sostegno di Gaza.
A Kabul, Istanbul, Amman, Beirut, listata a lutto con i versi del defunto poeta palestinese Mahmud Darwish «Siamo qui, rimarremo sempre qui, perchè il nostro obiettivo è essere». A Marrakech la polizia ha fronteggiato senza troppo complimenti gli universitari in sit-in per Abderrazak el Gadiri, lo studente di legge morto per le ferite riportate domenica durante i tafferugli seguiti alla manifestazione di solidarietà con i palestinesi di Gaza. In Egitto alcune migliaia di persone sono scese in strada al Cairo, Arish, Karim abu Salem, e l'intelligence del presidente Mubarak ha arrestato una quarantina di Fratelli Musulmani. A Teheran seimila irriducibili hanno sfilato per le vie del centro bruciando bandiere israeliane. «Gli arabi devono decidere cosa vogliono fare da grandi, se distruggere alla maniera di Gaza o costruire alla maniera di Dubai» osserva dagli Stati Uniti Farid Ghadry, presidente del partito riformista siriano. I palestinesi sono la posta in gioco. Mustafà si accende una sigaretta Viceroy e saluta gli amici, come loro aspetta la terza intifada nel nome di Gaza ma sogna la marina scintillante di Dubai.
http://www.lastampa.it/redazione/cms...9710girata.asp




