Più sostegni durante la carriera
Se le donne vanno in pensione più tardi ci guadagnamo tutti
diGiuliano Cazzola
5 Gennaio 2009
Sulle pensioni l’ala riformista del Governo, impersonata dal ministro Renato Brunetta, ha "battuto un colpo", all’unisono con Emma Bonino ed altri, compreso chi scrive.
Approfittando della sentenza dell’Alta Corte di Giustizia della Ue (che ha condannato il nostro Paese per discriminazione di genere perché consente alle lavoratrici del pubblico impiego di andare in quiescenza a 60 anni, cinque anni prima degli uomini) il ministro ha avviato, non senza contrasti all’interno del Gabinetto, una procedura per ottemperare all’invito comunitario. Per ora si tratta solo di un discorso aperto nei settori pubblici, ma è fin troppo evidente che il problema è aperto (o si aprirà) anche nel campo privato.
Del resto, al di là di ogni considerazione di principio, prima o poi diventerà indispensabile interrogarsi sul futuro delle pensioni anche sul piano pratico, per almeno due ordini di motivi. Il primo, riguardante l’esigenza di reperire risorse più adeguate per politiche a sostegno del reddito e dell’occupazione; il secondo, relativo al fatto che l’elevazione dell’età pensionabile di vecchiaia delle donne si rivelerà ben presto una misura assai più efficace di quelle – invero vaghe ed incerte – riguardanti la c.d. razionalizzazione degli enti previdenziali che tanta parte hanno nella copertura finanziaria dei maggiori oneri derivanti dalla trasformazione dello ‘scalone’ in ‘scalini + quote’. Sarebbe sufficiente elevare a 62 anni (in due tranche, entro il 2013) il requisito anagrafico di vecchiaia per le lavoratrici (il calcolo è stato fatto, a suo tempo, riservatamente dall’Inps) per consentire il recupero, nell’arco temporale compreso tra il 2009 e il 2013, buona parte di quei di 7,5 miliardi di euro cumulati che verranno a mancare per effetto del nuovo requisito di anzianità, meno rigoroso, previsto nella legge n.247 del 2007.
Il presupposto di tutto ciò - ovviamente - consiste nella fissazione di regole di carattere obbligatorio.
Già adesso le donne possono continuare a lavorare oltre i sessant’anni (nel pubblico impiego possono spingersi addirittura fino a 67 anni). Non servirebbe prevedere dei meccanismi volontari modestamente incentivanti, consistenti in qualche decimale o punto in più di rendimento (tra l’altro una siffatta prerogativa fu già riconosciuta alle donne nel contesto della riforma Amato del 1992 e si rivelò un clamoroso fallimento). Proprio le norme di innalzamento dell’età legale di vecchiaia (salita dal 1993 al 2000, da 55 a 60 anni) hanno largamente contribuito a determinare, negli ultimi anni, un forte incremento dell’occupazione femminile nella fascia d’età compresa tra i 55 e i 64 anni e più in generale delle lavoratrici over 50.
L’incremento dell’occupazione della fascia d’età compresa tra 55 e 64 anni (un target strategico per la Ue che a Lisbona 2000 assunse l’obiettivo di un tasso pari al 50% entro il 2010) è risultato, infatti, maggiore per le donne che per gli uomini. Dal 2001 al 2006 questo segmento di popolazione occupata è passato, nella Ue-27, dal 28,2% al 34,8% per quanto riguarda le donne; dal 47,7% al 52,6% nel caso degli uomini. In Italia si sono avuti, invece, gli andamenti seguenti: le donne occupate sono passate dal 16,2% al 21,9%, gli uomini dal 40,4% al 43,7%. Ciò dimostra che gli interventi sull’età pensionabile (negli ultimi anni più consistenti, nei fatti, per le donne che per gli uomini, in particolare il passaggio da 55 a 60 anni per la pensione di vecchiaia che è la tipologia più usata dalle donne) hanno aiutato anche l’aumento dell’occupazione femminile.
Bisognerebbe introdurre nell’ordinamento pensionistico un requisito anagrafico più congruo (rispetto alle dinamiche demografiche) per le lavoratrici, in cambio di migliori tutele per la maternità, il lavoro di cura, la carriera professionale, operanti in presenza di esigenze reali: ciò renderebbe più equo e moderno il sistema previdenziale (nella legge Maroni del 2004 c’era una norma di delega in tal senso, rimasta purtroppo inattuata).
Secondo uno studio della Ue (predisposto per la Conferenza di Parigi del luglio scorso) il vero gap di genere (in Italia e nella Ue) lo si trova osservando il tasso di occupazione nel caso di donna o di uomo senza o con figli. In Italia le lavoratrici senza figli sono occupate (il dato è del 2006) in misura del 66,7%; gli uomini addirittura dell’80,7%. Se hanno dei figli la quota degli uomini sale addirittura al 93,8%, mentre quella delle donne scende al 54,6%. Un analogo fenomeno, seppur meno marcato, si rileva nella Ue-27. Le donne senza figli sono impiegate in misura del 76% (gli uomini dell’80,8%); se hanno figli la percentuale scende al 62,4 (mentre per gli uomini sale al 91,4). In sostanza, da noi, quasi una donna su due (con figli) non entra o esce dal mercato del lavoro, mentre gli uomini-padri sono sollecitati ad entrarvi, se ancora ne sono esclusi.
Oggi sarebbe possibile intervenire sull’età di vecchiaia delle donne proprio perché si è data una sistemazione al problema dell’anzianità. E’ bene chiarire questo passaggio. Nel mondo del lavoro privato (subordinato ed autonomo) sono poche le lavoratrici (nel Fpld-Inps, ad esempio, appena il 17%) che riescono a maturare i necessari requisiti contributivi dei 35 anni. Soggetti deboli del mercato del lavoro, le donne “private” sono praticamente costrette ad attendere i 60 anni (quando bastano i 20 anni di versamenti previsti per la vecchiaia) per andare in quiescenza (ogni anno i due terzi delle nuove pensioni di vecchiaia sono erogate a donne). Così, quando si poteva andare in pensione di anzianità a 57/58 anni, sarebbe stato iniquo elevare il requisito anagrafico di vecchiaia delle lavoratrici, perché l’esito sarebbe stato quello di continuare a mandare, nei fatti, le donne in pensione ad un’età più elevata di quella degli uomini.
Scalone o scalini, il requisito dell’anzianità arriverà a 62 anni nel 2013. Ecco perchè la risposta può venire dal progetto di legge (AC 1299), presentato dal sottoscritto insieme ad altri colleghi. Tale progetto prevede, tra le altre cose, un incremento graduale – fino a 62 anni - del limite anagrafico delle donne - nel sistema retributivo – in vista del ripristino di un pensionamento flessibile e unificato, nel modello contributivo, in un range compreso tra 62 e 67 anni, correlato agli effetti di incentivo/disincentivo prodotti da appropriati coefficienti di trasformazione. Non si tratta pertanto di un allineamento tout court, ma di una soluzione modulare che non è sorda alle propensioni e alle esigenze delle persone. Tale proposta, trattandosi del medesimo trattamento per ambedue i generi, risolverebbe la questione posta dall’Alta Corte. Quanto al riconoscimento delle specificità femminili, sarebbe sicuramente più equo ed utile predisporre delle tutele operanti nel corso della vita lavorativa (il progetto di legge propone agevolazioni per la maternità, il lavoro di cura e la formazione fino a 2 anni di ulteriore contribuzione figurativa) piuttosto che attardarsi in una logica di risarcimento forfetario a fine carriera.
http://www.loccidentale.it/articolo/...+tutti.0064042




Rispondi Citando