Tutta la comunità ebraica italiana raccolta in veglia nelle sinagoghe
- di CLAUDIO DE CARLI -
Alessia Marani
Commossi, uniti come non mai. Gli ebrei di Roma pregano per il premier israeliano Ariel Sharon stretti in un abbraccio simbolico nel Tempio maggiore del lungotevere Cenci. Nella sinagoga che due anni fa ha celebrato il centenario hanno fatto il loro ingresso, ieri sera, anche il ministro degli Esteri Gianfranco Fini e il sindaco della Capitale, Walter Veltroni. Si è pregato e si continua a pregare, in veglia, per Ariel «Arik» Sharon, che combatte in un ospedale di Gerusalemme la sua battaglia più difficile,
quella contro la morte. «In momenti di così grave apprensione - ha detto Fini - mi unisco all'abbraccio di tutto il popolo israeliano. La pace in Medio Oriente ha più che mai bisogno di Sharon». Quella romana è la comunità ebraica più antica d'Italia. Quando Papa Paolo IV quattro secoli fa li relegò in quello che oggi si chiama «ghetto», tra il Tevere e il cuore del centro storico, gli ebrei capitolini erano poche centinaia. Oggi sono quindicimila. L'ex rabbino capo di Roma, Elio Toaff, ricorda di avere incontrato più volte Sharon,
«un uomo - ha affermato - che ha speso tutta la sua vita nell'interesse del suo popolo». «Certo - continua - ha anche dei difetti, ma chi non ne ha? L'importante è che ce la faccia, che superi questo tremendo e doloroso momento». Alla veglia ha preso parte il rabbino capo attuale, il medico Riccardo Di Segni, l'ambasciatore d'Israele Ehud Gol e il portavoce della comunità ebraica romana, Riccardo Pacifici. «Tutte le persone che sanno quanto sia stato importante il percorso che Sharon aveva iniziato nel proprio Paese per favorire la pace - ha sottolineato il sindaco Veltroni - vivono questi attimi con grande preoccupazione.




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