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  1. #1
    Mé rèste ü bergamàsch
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    Predefinito L'amico di mafiosi e l'ex missino degni emblemi di questo stato e del suo straccetto

    Fini: tricolore simbolo anche per nuovi italiani

    http://www.repubblica.it/news/ired/u...n_3487703.html

    Il Tricolore e la Costituzione possono essere due simboli dell'integrazione degli stranieri nel nostro paese, dei nuovi cittadini italiani. Cosi' il presidente della Camera, Gianfranco Fini, in occasione delle celebrazioni del 212esimo anniversario del primo Tricolore a Reggio Emilia. "Il problema dell'integrazione degli stranieri - ha aggiunto Fini - passa sia attraverso i requisiti necessari per la cittadinanza ma anche per l'adesione ai valori di fondo della nostra societa' e simbolo di questi valori e' la bandiera tricolore, al pari dell'inno nazionale, della conoscenza della lingua italiana e della Costituzione repubblicana". Fini ha voluto ancora una volta ricordare anche l'impegno fuori i confini nazionale dei nostri militari: "oggi il tricolore e' una garanzia di liberta' e di pace anche in luoghi molto distanti dall'Italia, dove i nostri soldati offrono il loro contributo in paesi attraversati da tensioni e conflitti".


    Senato: Schifani, tricolore simbolo straordinario valore

    http://www.asca.it/news-SENATO__SCHI...0275-ORA-.html

    (ASCA) - Roma, 6 gen - Il Tricolore e' simbolo di ''straordinario valore di unita''' che resta impresso ''nel sentire collettivo degli italiani''. Lo ricorda il Presidente del Senato, Renato Schifani in occasione del ''compleanno'' del Tricolore, che verra' tra l'altro festeggiato domani a Firenze da un concerto dell'Arma dei Carabinieri nel Teatro del Maggio fiorentino.

    ''Il Tricolore, nato a Reggio Emilia il 7 gennaio 1797 per decreto della Repubblica Cispadana, ha da subito avuto la forza di rappresentare il desiderio dell'unita' nazionale, ben prima che l'Italia fosse Stato e che lo Stato diventasse Repubblica. - ricorda il Presidente del Senato -. E' probabilmente il nostro simbolo comune piu' antico ma pur venendo da cosi' lontano riesce ancora a esprimere l'identita' di un popolo, tanto cresciuto e cambiato, da allora e in questi sessanta anni di democrazia - aggiunge Schifani - consapevole del bene inestimabile rappresentato dalla liberta' e al tempo stesso naturalmente propenso alla generosita' e alla solidarieta'''.

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  2. #2
    I sa smentés mai...
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    Predefinito

    Ma perchè Fini non ha menzionato anche la necessità, per gli stranieri, di conoscere la storia dello stato italiano? Per esempio lui potrebbe spiegare cosa il nazionalismo ha prodotto durante il fascismo per portare il tricolore in terra d'Abissinia...

    ---------------------------------------------------

    http://www.aprileonline.info/print_article.php?id=10441

    Red, 06 gennaio 2009, 186
    Guerra d'Etiopia: italiani brava gente?

    Il diario di un soldato italiano, da poco scoperto vicino a Viterbo, mette una volta per tutte la parola fine ad una delle più longeve querelle storiche sul Novecento italiano. Gli italiani usarono i gas in Etiopia, ed ora esiste anche la regina delle prove: il racconto di un testimone oculare. Un memoriale, il suo, ritenuto talmente pericoloso dal Regime che la sua pubblicazione fu scoraggiata dalle Autorità dell'epoca.

    L'uso dei gas è stato negato per decenni dall'esercito italiano. Solamente nel 1996 l'allora ministro della Difesa Domenico Corcione ammise che sessant'anni prima in Abissinia furono impiegati bombe d'aereo e proiettili d'artiglieria caricati a iprite e arsine, e che l'impiego dei gas era noto al maresciallo Badoglio. Da poche settimane era stato scoperto il testo di un telegramma di Mussolini in cui si dava il benestare all'uso di queste armi, vietate dalle convenzioni internazionali. Ma la mancanza proprio di una testimonianza diretta ha permesso finora ad alcuni settori del mondo culturale di dirsi dubbiosi sull'effettivo impiego dell'iprite.

    Insomma, Mussolini avrebbe dato il via libera, ma nessuno avrebbe approfittato dell'autorizzazione.

    Italiani, brava gente.

    Invece oggi anche questo ultimo residuo di dubbio viene a cadere, grazie al diario di un soldato addetto alle camionette, che di rado prese parte ai combattimenti ma che ci ha lasciato una testimonianza vivissima dell'effetto dei gas, delle rappresaglie inumane e del fatto, non meno sconvolgente, che tutti sapevano e davano per scontato, nell'esercito, l'uso dell'iprite.

    L'autore delle memorie si chiamava Elvio Cardarelli. Un tipico italiano medio dell'epoca: nascita in provincia (a Vignanello, vicino Viterbo), lavoro da cameriere, adesione spontanea al Regime, emigrazione in Francia e a Montecarlo. Studi non terminati ma una certa dimestichezza con le eleganze della lingua italiana. Cartolina precetto il 12 febbraio 1935, destinazione Etiopia. Infine la morte per una malattia tropicale non meglio precisata, quindici giorni dopo il ritorno a casa.

    Gli episodi di cui Cardarelli da' conto sono tre, contenuti in un contesto di 500 pagine e quattro diversi quaderni. Il primo risale al 28 febbraio 1936, quando il Generale Graziani ha appena terminato la conquista di Negelli. Cardarelli è sull'Alagi, all'altezza del passo di Falagan, da poco sgomberato dalla Guardia Imperiale del Negus. "Scaliamo il colle, scendiamo poi una vallata ricca di vegetazione", scrive nel suo giornale, "e ci troviamo nella zona colpita dai gas che i nostri aerei hanno gettato qualche mese fa quando il terreno che ora attraversiamo pullulava di abissini. L'effetto deve essere stato terribile. Lo certificano le centinaia di carogne che, rattrappite ed impressionanti, sono sparse ovunque.

    Quattro giorni dopo una seconda testimonianza, ancora più cruda. La colonna dell'esercito cui Cardarelli è stato associato attraversa il luogo di una battaglia che si è svolta nel marzo precedente, sulla piana di Mai-Chio. Qui "il terreno diviene lussureggiante ed io scorgo di attraverso le erbe alte i corpi neri di indigeni rattrappiti dal fuoco dei nostri lanciafiamme. Non emanano cattivo odore, ma sono orrendi a vedersi".

    E' sulle montagne vicine alla piana di Mai-Chio che Cardarelli constata gli effetti dei gas sulla vegetazione. "Mi colpisce un fatto difficile a spiegarsi: alberi altissimi, che sembra siano stati privati del fogliame della corteccia e dei rami più piccoli da un violento incendio. Il fuoco poi ha investito non solo una e poche di queste piante, ma migliaia di esemplari".

    Cardarelli non ha visto direttamente le bombe cadere (anche se nota sul terreno i serbatoi in cui venivano contenuti i composti chimici).

    Assiste però ad una rappresaglia contro la popolazione civile la cui ferocia - se la descrizione della foresta fa venire in mente il napalm usato dagli americani in Vietnam - ricorda da vicino episodi della Seconda Guerra Mondiale,

    La mattina del 3 dicembre 1935, sulla strada tra Dolò e Macallé, la colonna di Cardarelli scopre i corpi orrendamente mutilati si quattro militari italiani.
    "Sfregi orribili sfigurano i volti, le membra sono distaccate dai corpi, da cui brani di carne sono stati staccati a colpi di coltello", ricorda. Il pomeriggio nota "una grossa colonna di fumo nerastro" a tre chilometri di distanza. Sente anche "il sinistro ticchettio della piccola Breda e le scariche più violente della Fiat pesante". "Credo ad un attacco improvviso da parte nemica, ma resto sorpreso dalla calma che regna al campo. Domando e mi rispondono che in seguito ai fatti del mattino alcune pattuglie erano partite alla ricerca degli aggressori. In un villaggio erano stati accolti da scariche di fucileria. Era stato allora dato l'ordine di distruggere il villaggio con il fuoco insieme ad altri due, siti poco distante, con tutti gli abitanti (donne e bambini compresi) affinché nessuno sfuggisse all'effetto del fuoco purificatore. Le mitraglie avevano pensato a chiudere ogni via d'uscita".
    Non bisogna aspettare la "Grotta dell'Iprite" di Gaia Zeret-Lalomedir ed il marzo del 1939 per scoprire gli orrori della Guerra di Etiopia.

    Alla fine della ferma, Cardarelli muore di una malattia sconosciuta.
    Lascia il diario alla fidanzata ed alla madre, che lo portano in tipografia per farlo stampare: era l'unica cosa che restava del loro Elvio. Passano i mesi ed il tipografo, alla fine, glielo restituisce. Qualcuno, lascia intendere, ha fatto sapere che è meglio lasciar perdere. Classico esempio della mano leggera che il regime si poteva permettere di usare nel momento del massimo consenso.
    Il diario viene restituito, infatti, e non distrutto. Oggi è l'unica testimonianza diretta da parte italiana di quegli orrori. Un documento fondamentale.

 

 

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