Pininfarina di un altro sacco
Pubblicato 6th Gennaio, 2009 da admin
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Il settore automobilistico non tira più e l’azienda di famiglia verrà ceduta a Bolloré e a Tata

Il 2008 si è chiuso con la resa della famiglia Pininfarina, costretta a cedere l’azienda a non ancora ufficializzati acquirenti che saranno, comunque, il bretone Vincent Bolloré e l’indiano Ratan Tata, oltre al alcuni soci minori italiani. Al di là della questione specifica - l’indebitamento dell’azienda avrebbe portato inevitabilmente alla chiusura, se non fosse stato per le banche che avrebbero visto sfumare crediti per oltre 600 milioni di euro - la vicenda Pininfarina rischia di essere un simbolo del nuovo anno.
Perché, mentre gli imprenditori italiani stanno a rimirarsi l’ombelico in attesa di aiuti pubblici, gli imprenditori stranieri stanno provando ad affrontare la crisi investendo di più, acquisendo aziende in crisi ma con potenzialità di ripresa. E non è certo un caso che per lo shopping di aziende puntino sul mercato italiano.

Offrendo, ovviamente, cifre estremamente ridotte, soprattutto nel settore dell’automotive. I padroni italiani si lamentano di non potercela fare, di dover portare i libri in tribunale? Allora arrivano gli stranieri e propongono di rilevare l’azienda per poco più di un tozzo di pane. La stessa azienda, a volte, che un anno prima, era stata valutata su basi molto diverse.

D’altronde gli imprenditori italiani che avrebbero voglia di non arrendersi si ritrovano alle prese con notevoli problemi di liquidità e con grandi gruppi bancari che concedono finanziamenti a tassi d’usura: prendere o lasciare.

Così,secondo un’analisi del Centro studi Polaris, i primi mesi di quest’anno vedranno chiusure e fallimenti di piccole e medie imprese della filiera auto, impossibilitate a far fronte alle scadenze e ai pagamenti.

L’alternativa alla chiusura, per queste aziende, è solo la cessione. Ma il fatto stesso che esistano potenziali acquirenti può essere considerato un motivo di speranza. Perché, al di là del caso di Pininfarina che ha un marchio conosciuto a livello mondiale, le Pmi oggetto di desiderio hanno spesso nomi totalmente sconosciuti. Dunque non vengono acquistate per sfruttarne il marchio e trasferire la produzione all’estero.
Ma perché l’acquirente straniero è consapevole che la manodopera di queste aziende garantisce una qualità difficilmente replicabile all’estero.

Non sempre è così, però. In altri casi la multinazionale acquista una serie di Pmi in Europa e poi razionalizza: concentra, cioé, la produzione in pochi stabilimenti e chiude gli altri. In questo modo elimina potenziali concorrenti.

Ma il fenomeno dello shopping non riguarda solo la filiera dell’auto. Anche la moda interessa molto gli investitori internazionali. Non a caso un fondo austriaco ha appena rilevato la maggioranza della Anzi Besson, l’azienda piemontese specializzata nell’abbigliamento sportivo invernale. Giuliano Besson, che resta alla guida dell’azienda, veste le nazionali di numerosi Paesi, dall’Austria alla Russia. Ma i nuovi capitali freschi consentiranno all’azienda di espandersi in nuovi mercati per poi, tra 5 anni, ridiscutere l’accordo consentendo all’imprenditore italiano di rilevare eventualmente le quote cedute ora.
Un’operazione classica ma che, classicamente, viene condotta da fondi esteri pronti a scommettere sulle aziende italiane.

Ma anche finanzieri degli emirati stanno guardando con crescente interesse allo stile italiano nell’abbigliamento. Senza intervenire sulla parte industriale, sono pronti a pagare cifre elevate per acquisire i marchi o, per lo meno, parti consistenti dei marchi stessi. Per poi occuparsi degli aspetti commerciali.

Certo, i rischi non mancano. Perché non sempre l’acquirente straniero lascia mano libera al partner italiano per quanto concerne le scelte strategiche, comprese quelle relative allo stile. Nessun problema se, a fianco dei cappotti in cashmere dovessero comparire dei burqa destinati ai negozi dei Paesi islamici. Purché l’ingerenza si limiti ai capi da realizzare in più e non vada a incidere sulla produzione tradizionale.

D’altronde lo stile italiano è sempre più sotto attacco. Nell’auto, con centri stile che sorgono ovunque, dalla Cina agli Usa.

Ma anche nella moda. Anche se l’esempio lanciato alcuni anni or sono dalla vecchia proprietà della biellese Fila, si è rivelato fallimentare: centri stile sui vari mercati e vendite a picco.


Teresa Alquati

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