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Discussione: Patrioti veri

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    Predefinito Patrioti veri

    10.08.08 - Selbstbestimmung: Freiheit für Südtirol - Autodeterminazione: libertà per il Sudtirolo

    Per secoli il Tirolo è stato un Paese unito. Fino a quando nel 1915 l'Italia dichiarò guerra all'Austria e in seguito annetté il Sudtirolo. Ciò che ne seguì furono sofferenza, oppressione e violenza. Il Paese venne italianizzato senza pietà e la popolazione venne repressa. I cittadini di lingua tedesca dovettero andare via. Oppressione, opzione, nuovi nomi italiani delle località furono inventati. Ad oggi i nomi storici delle località non sono validi amministrativamente. Vennero eretti innumerevoli monumenti fascisti, sono sempre là!
    Ad oggi l'Italia si rifiuta di rimuovere questi marchi di infamia. Dopo la 2a guerra mondiale i Sudtirolesi speravano nella Giustizia, tuttavia la speranza andò delusa. Il Sudtirolo tornò all'Italia. La repressione proseguì. La polizia terrorizzò la popolazione. Venne nuovamente reso omaggio al fascismo, i motti recitavano: "Siamo in Italia". L'Italia incoraggiò nuovamente l'immigrazione di italiani. Il Sudtirolo si ritrovò in una marcia funebre. Quando tutti gli altri mezzi non furono più utili a niente, il popolo fece ricorso all'ultimo mezzo: la Resistenza. La risposta italiana fu spietata.

    Franz Höfler torturato a morte dall'Italia.
    Luis Amplatz assassinato dall'Italia.
    Anton Gostner torturato a morte dall'Italia.
    Jörg Klotz avrebbe dovuto essere assassinato dall'Italia, fuggì gravemente ferito.

    Molti giovani furono arrestati e torturati spietatamente nelle caserme dei carabinieri. Le vittime furono portate via in catene. I poliziotti torturatori furono promossi. E oggi? Ancor oggi molti dei combattenti per la libertà non possono rientrare nel Sudtirolo. Le locandine dei ricercati valgono ancor oggi. Molti italiani rendono ancora omaggio al fascismo. Il Sudtirolo deve farsi nuovamente umiliare. Si sputa addosso a chi dimostra in Sudtirolo contro il fascismo ... lo si insulta e lo si minaccia. Violazioni del bilinguismo sono all'ordine del giorno. Il Tirolo è ancora un Paese diviso. Tuttavia nessuna ingiustizia dura per sempre. Anche la Germania è stata di nuovo riunificata. Insieme possiamo spezzare le catene. Non si può separare per sempre ciò che deve stare insieme. Libertà per il Sudtirolo.

    Über Jahrhunderte war Tirol ein geeintes Land. Bis Italien 1915 Österreich den Krieg erklärte und in der Folge Süd-Tirol annektierte. Was folgte waren Leid, Unterdrückung und Gewalt. Gnadenlos wurde das Land italienisiert und die Bevölkerung unterdrückt.
    Alles Deutsche sollte verschwinden. Unterdrückung, Option. Neue italienische Ortsnamen wurden erfunden. Bis heute sind die historisch gewachsenen Ortsnamen amtlich ungültig. Unzählige faschistische Denkmäler wurden errichtet, sie stehen noch immer! Bis heute, weigert sich Italien, diese Schandflecken zu entfernen! Nach dem 2. Weltkrieg hofften die Süd-Tiroler auf Gerechtigt, doch die Hoffnung wurde enttäuscht. Süd-Tirol kam wieder zu Italien. Die Unterdrückung ging weiter. Die Polizie terrorisierte die Bevölkerung. Dem Faschismus wurde weiter gehuldigt, die Devise lautete: "Siamo in Italia". Italien förderte weiter die Zuwanderung von Italienern.
    Süd-Tirol befand sich auf einem Todesmarsch. Als alles andere nichts mehr nutze, griff das Volk zum letzen Mittels: Wiederstand. Italiens Antwort war grausam.

    Franz Höfler von Italien zu Tode gefoltert.
    Luis Amplatz von Italien ermordet.
    Anton Gostner von Italien zu Tode gefoltert.
    Jörg Klotz sollte von Italien ermordet werden, er entkam schwer verletzt.

    Viele junge Männer wurden verhaftet und in den Carabinierikasermen grausam gefoltert. Die Opfer wurden in Ketten abgeführt. Die Folterpolizisten wurden befördert. Und heute? Noch immer dürfen viele der Freiheitskämpfer nicht nach Süd-Tirol einreisen. Das Fahndungsplakat gilt bis heute. Viele Italiener huldigen noch immer dem Faschismus. Süd-Tirol muß sich weiter demütigen lassen. Wer in Süd-Tirol gegen den Faschismus demonstriert, wird bespuckt ... beschimpft ... und bedroht.
    Verletzungen der Zweisprachigkeit sind an der Tagesordnung. Tirol ist noch immer ein geteiltes Land. Doch kein Unrecht währt ewig. Auch Deutschland wurde wieder vereint. Gemeinsam können wir die Ketten sprengen. Man kann nicht ewig trennen, was zusammen gehört. Freiheit für Südtirol

    Quelle/fonte
    Selbstbestimmung - Freiheit für Südtirol

    Nelle foto: Andreas Hofer, Schützenoberkommandant aus dem Passeier ; Schützenmajor Jörg Klotz; Schützenleutnant Luis Amplatz; Oberjäger Franz Höfler (www.bloggers.it; www.60jahre-svp.org/; www.andreas-hofer-bund.de/; www.schuetzen.com/)

    L’ETERNO RITORNO DELLA QUESTIONE SUDTIROLESE
    Politica - sab 25 mar '06
    dai Media
    Scenari. Quella dell’Alto Adige è un problema da rileggere con un’ottica nuova rispetto al vecchio nazionalismo. Un libro di Eva Klotz
    di Alessandro Michelucci

    Tratto da L'Indipendente del 24 marzo 2006


    La vita politica italiana è piena di questioni che riaffiorano periodicamente, spesso anche dopo una lunga interruzione. In molti casi si tratta di materie d’interesse generale: la questione morale, l’amnistia per Sofri o le quota rosa, tanto per fare qualche esempio. Accanto a questi temi, però, ce ne sono altri che l’uomo della strada trascura perché i media glieli presentano come temi d’interesse locale. Uno di questi è il problema delle minoranze linguistiche.

    Sebbene esistano molte trasmissioni che si occupano di politica, come “Ballarò”, “Matrix” e “Otto e mezzo”, nessuna dedica la minima attenzione a questo tema. Eppure anche di recente l’attualità aveva offerto l’occasione di farlo.

    Alludiamo alla famigerata lettera che 113 dei 116 sindaci sudtirolesi hanno inviato al Parlamento austriaco il 24 gennaio scorso. Lo scritto chiedeva che la nuova Costituzione del paese confinante facesse esplicito riferimento alla tutela della minoranza sudtirolese. La petizione era firmata anche da numerosi sindaci del Tirolo austriaco. La reazione italiana è stata immediata: il governo italiano ha condannato duramente la lettera. Il ministro La Loggia ha detto che si trattava di “un fatto serio e grave”. Pietro Mitolo, esponente bolzanino di Alleanza Nazionale, l'ha definita “un'offesa allo stato italiano”. Ciampi, che aveva in programma una visita nella capitale austriaca, ha annullato l’impegno diplomatico.

    C’è chi ha osservato che i nostri uomini politici avrebbero dovuto considerare alcuni particolari importanti. Anzitutto, che senza l’impegno diplomatico di Vienna l’autonomia sudtirolese sarebbe rimasta sulla carta. Inoltre avrebbero dovuto chiedersi se dietro la lettera dei sindaci sudtirolesi non ci fosse anche il comportamento che l’attuale governo ha adottato nei confronti delle minoranze linguistiche. Gli esempi sono tanti: pensiamo alle critiche antislovene che Alleanza Nazionale ha dimostrato a Trieste, oppure alla proposta di sciogliere gli Schützen che è stata presentata qualche mese fa da Donato Seppi, esponente della filiazione bolzanina del MSI-Fiamma Tricolore. Inoltre, come hanno osservato i più autorevoli giuristi, il testo originario della riforma costituzionale approvata il 16 novembre 2005, ledeva in modo palese i diritti delle minoranze linguistiche. In particolare, la soglia di sbarramento al 2 o 4 per cento avrebbe escluso partiti come l’Union Valdotaine e la Sudtiroler Volkspartei, in evidente contrasto con la tutela delle minoranze linguistiche sancita dalla Costituzione. Tanto è vero che questo era uno dei motivi per i quali Ciampi aveva rifiutato di firmare la legge.

    Un problema europeo
    L’autonomia sudtirolese, pur rappresentando ormai un modello europeo, ha vissuto per molti anni una situazione paradossale. Se da una parte veniva continuamente migliorata e resa più sostanziale, dall’altra sapeva di avere nel MSI un nemico giurato. E a Bolzano, dove tre quarti degli abitanti erano (e sono) italiani, il partito di Almirante si proponeva come difensore dell’italianità che l’autonomia “minacciava”. Con una percezione rigida del confine, credeva che fra Bolzano e Catania non ci dovesse essere differenza.

    Il Movimento Sociale Italiano, che dichiarava apertamente l'obiettivo di cancellare l'autonomia sudtirolese, al tempo stesso invocava però la tutela della minoranza italiana stanziata in Jugoslavia. Ma evidentemente in questo atteggiamento era mosso soprattutto dall'anticomunismo che a tratti ha condizionato l’ interesse per i diritti delle minoranze. Altrimentila destra avrebbe capito che non si possono difendere le proprie minoranze all'estero mentre si dimenticano quelle straniere che vivono in Italia. Ma torniamo alle polemiche innescate dalla lettera dei sindaci. Dal momento che parliamo di Italia e Austria, è necessario vedere come vengono trattati questi problemi in altri paesi europei. In Ungheria, dove esiste un Ufficio governativo per le minoranze magiare, il Parlamento ha emanato un documento (Atto LXXI, 2001) che conferisce la cittadinanza alle minoranze ungheresi che vivono nei sette paesi confinanti (Austria, Croazia, Romania, Serbia, Slovacchia, Slovenia e Ucraina). Se si esclude l’Austria, nessuno di questi paesi ha rifiutato di riconoscere questa legge.

    Qualcosa di analogo è accaduto accade in Italia: il 9 febbraio i due rami del Parlamento hanno approvato la legge che sancisce il riacquisto della cittadinanza italiana per gli Italiani di Fiume, Istria e Dalmazia. Ma il riconoscimento della cittadinanza non rappresenta una tutela molto più concreta di quella che viene genericamente invocata dai sindaci sudtirolesi? Una pagina della storia sudtirolese che viene generalmente evocata per fini polemici è quella degli attentati che incendiarono la regione fra il 1956 e l’inizio degli anni Settanta. Ma fortunatamente esiste anche chi cerca di rileggere quegli anni con taglio critico. È il caso di Bombenjahre, una serie televisiva trasmessa dalla RAI bolzanina.

    Un sano revisionismo
    Agli autori, i giornalisti sudtirolesi Christoph Franceschini e Helmut Lechthaler, è stato conferito il premio intitolato a Claus Gatterer, il prestigioso scrittore che ci ha lasciato libri memorabili fra i quali In lotta contro Roma. Bombenjahre ha meriti indubbi, soprattutto perché ha riaperto la discussione su un tema che era stato messo da parte. Se ha un difetto, magari, è quello di fermarsi alla metà degli anni Sessanta.

    Come si ricorderà, fino ad allora gli attentati erano stati incruenti, perché gli attivisti come Georg Klotz, Luis Amplatz e Sepp Kerschbaumer si erano limitati a far saltare i tralicci dell’alta tensione. Successivamente, però, l'ambiente costituito da contadini e artigiani fu inquinato dall'ingresso di alcuni neonazisti austriaci e tedeschi. Venne così il periodo degli attentati sui treni, dove ci furono diverse vittime. Di tono diverso, anche se non apologetico, è il libro Georg Klotz: Freiheitskämpfer für die Einheit Tirols Eine Biographie, pubblicato dall’editore Molden (www.molden.at). L’autrice è la figlia del celebre attivista, Eva Klotz, da molti anni impegnata in una battaglia politica nonviolenta per la separazione del Sudtirolo dall’Italia. Ovviamennte si tratta di un obiettivo che non tutti possono condividere.

    In ogni caso ogni equazione fra separatismo e violenza sarebbe fuori luogo: del resto, anche in Scozia e nel Quebec esistono movimenti separatisti che hanno sempre rifiutato l’uso della violenza.

    Il libro di Eva Klotz colma un vuoto, perchè è l’unica biografia dell’attivista sudtirolese. Era necessario che qualcuno ricomponesse in maniera accurata la vita di questo Schütze, che la stampa italiana si ostina a liquidare come il “martellatore della Val Passiria”. Il coinvolgimento emotivo dell’autrice traspare in molte pagine, ma in sostanza Eva Klotz riesce a darci un quadro fedele degli avvenimenti, restituendoci una figura ingiustamente demonizzata dalla stampa italiana.
    fonte: www.mascellaro.it/


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  2. #2
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    Trent’anni fa moriva nel suo esilio austriaco
    Georg Klotz, eroe sudtirolese che gli italiani volevano chiamare Giorgio Dal Ceppo


    di Gilberto Oneto

    Il 24 gennaio del 1976, esattamente trent’anni fa, moriva nel suo esilio austriaco Georg Klotz, uno degli eroi della lotta del popolo sudtirolese. Descritto per anni dalla stampa patriottica italiana come un terrorista (l’epiteto più “gentile”, poi però diventato una sorta di medaglia, era “martellatore della Val Passiria”), lui si è sempre vantato di avere sempre e solo colpito “cose” (tralicci, caserme, infrastrutture) e di non avere mai fatto del male alle persone, secondo un codice di onore che distingueva quelli come lui da tutta la marmaglia sanguinaria che ha riempito le cronache più tragiche del tempo e degli anni più recenti.
    Klotz era nato a Walten, in val Passiria, l’11 settembre 1919, proprio il giorno del Trattato di Saint-Germain che consegnava la sua terra alla sovranità del Regno d’Italia, strappandola dall’antica heimat della Contea del Tirolo. Ha vissuto la sua giovinezza sotto l’oppressione fascista, stupida e prepotente: a un certo punto gli è anche capitato che un burocrate ottuso – che aveva preso sul serio la sciocchezza scolpita (rigorosamente in latino) sull’Arco della Vittoria, il patriottico catafalco che deturpa una piazza di Bozen-Bolzano: “Qui abbiamo insegnato agli altri la lingua, il diritto, le arti” - avesse cercato di cambiargli il nome in Giorgio Dal Ceppo.
    La notte fra il 6 e il 7 settembre 1964, Klotz e il suo compagno di lotta Luis Amplatz si erano rifugiati in un piccolo edificio, la Malga Brunner, sopra Novale di San Martino, in Passiria, assieme a tale Christian Kerbler (alias Peter Hofman), un collaboratore della Divisione affari riservati del Ministero dell’Interno, “infiltrato” dal questore Allitto Bonanno. Lì questo Kerbler uccide nel sonno Amplatz e spara due colpi di rivoltella al petto di Klotz, che riesce a trascinarsi in condizioni drammatiche fino al confine austriaco e a salvarsi. Il sicario si "consegna” ai carabinieri ma riesce a fuggire alla non troppo oculata sorveglianza di chi lo stava trasportando a valle. Arrestato anni dopo a Londra per altri reati (evidentemente i “trenta denari” si erano presto esauriti..), si scoprirà che non esisteva a suo carico nessun mandato di cattura emesso da autorità italiane. Le sue tracce si perderanno in Brasile.
    Georg Klotz resterà in Austria fino alla sua morte, avvenuta per una embolia, lontana conseguenza delle ferite riportate. In sua assenza la polizia si era accanita contro la sua famiglia: nel 1967 la moglie era stata incarcerata per 14 mesi: un vergognoso ricatto per cercare di costringerlo a rientrare e a confessare delitti mai commessi e per cui era stato condannato a morte con il solo metodo utilizzabile in un paese che ha formalmente eliminato la pena capitale. Dei sei figli si occupava la più grande, Eva, che aveva allora 16 anni, e che oggi è la più combattiva esponente della libertà sudtirolese.
    Da qualche anno sembra essere tornata a farsi sentire la pressione italiana contro l’autonomia di Bolzano: gli attacchi al bilinguismo, alla proporzionale etnica e allo stesso istituto della Provincia autonoma, assieme al più recente ricorso alla Legge Mancino, non lasciano presagire niente di buono. La situazione è così preoccupante che l’Austria ha deciso di riproporre con rinnovata determinazione la sua tutela sul Sud Tirolo, ottenendo come primo risultato l’annullamento della visita a Vienna del consorte della signora Franca e il risparmiarsi qualche poco elegante apprezzamento sulla bontà d’animo e sull’intelligenza dei cittadini dell’Austria del Nord. Come già successo molte volte nel passato, i Sudtirolesi possono contare nei momenti più cupi della loro vita comunitaria sulla solidarietà dei loro fratelli tirolesi e austriaci di oltre Brennero. Una tutela che purtroppo manca ai popoli padani che sono sempre da soli a combattere la loro battaglia.
    La vicenda sudtirolese serve però da esempio a tutti quelli che combattono per libertà e autonomia. In questo senso il Tirolo è davvero la “Patria del mondo” esaltata in una popolare canzone degli Insorgenti trentino-tirolesi che combattevano a fianco di Andreas Hofer: lo è nel senso di patria dei diritti di tutti i popoli oppressi, di scrigno di libertà difeso nei secoli contro tutti gli aggressori.
    Il valore simbolico ed esemplare di Hofer e Klotz travalica il tempo e i confini: sono gli eroi di tutti quelli che lottano per la libertà. Lo sono in particolare per quelli che hanno gli stessi nemici. Los von Rom.

    La Padania del 24 gennaio 2006

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    Predefinito Visto dai media italiani

    IL TERRORISMO IN ALTO ADIGE 1956/1976

    Il gruppo Stieler
    Nasce il Bas
    Appoggi dall'Austria
    La notte dei fuochi
    Le retate e le torture
    Arrivano i neonazisti di Burger
    Lo zampino dei servizi (1962-63)
    Il processo di Milano
    Il giallo di Malga Saltusio
    Le stragi
    Arriva il pacchetto


    Trentadue anni di guerriglia, dal 20 settembre del 1956 al 30 ottobre del 1988: 361 attentati con esplosivi, raffiche di mitra e mine antiuomo. Ventuno morti, di cui 15 rappresentanti delle forze dell'ordine, due cittadini comuni e quattro terroristi, dilaniati dagli ordigni che loro stessi stavano predisponendo. E poi 57 feriti: 24 fra le forze dell'ordine, 33 fra i privati cittadini. Sono le cifre ufficiali del terrorismo in Alto Adige. Diciassette le sentenze passate in giudicato: la magistratura italiana ha condannato 157 persone, di cui 103 sudtirolesi (ovvero cittadini italiani di lingua tedesca), 40 austriaci e 14 germanici della Repubblica federale.
    Il gruppo Stieler
    Il primo attentato avviene il 20 settembre del 1956: a cadere sotto i colpi della dinamite è un traliccio nelle campagne di Settequerce, a pochi chilometri da Bolzano. Nelle settimane successive, altre esplosioni a Bressanone e nella Val d'Ultimo. Il 4 gennaio del 1957, nel mirino finisce per la prima volta una linea ferroviaria, quella del Brennero. La polizia non impiegherà molto a scoprire i responsabili: un gruppo di sudtirolesi intenzionati a richiamare l'attenzione dell'opinione pubblica internazionale sull'Alto Adige e capeggiati da Hans Stieler, tipografo del quotidiano di lingua tedesca Dolomiten di Bolzano. Salta fuori anche il nome di Friedl Volgger, condirettore del giornale e vicepresidente della Südtiroler Volkspartei. Qualcuno lo addita come il finanziatore: un'accusa mai provata. Il "gruppo Stieler" sarà processato e condannato alla fine del 1957.
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    Nasce il Bas
    Il “Befreiungsauschuss Südtirol", ovvero il Fronte di liberazione del Sudtirolo, Bas in sigla, muove i suoi primi passi nella primavera del 1956. Sepp Kerschbaumer, un commerciante di Appiano, dà il via ad un'intensa attività propagandistica. Vuole reclutare sudtirolesi pronti a lottare per ottenere la riannessione all'Austria. Al raduno di Castelfirmiano, il 17 novembre del 1957, il Bas farà la sua prima comparsa ufficiale: Kerschbaumer distribuisce decine di volantini a tutti i presenti. E trova subito diversi seguaci. Sono contadini, maestri, artigiani, giovani. Cinque giorni dopo il Los von Trient lanciato da Magnago, a Montagna salta per aria la tomba del senatore Ettore Tolomei, l'ideatore della toponomastica italiana durante la dittatura fascista. Altri attentati seguiranno. Il Bas si organizza, c'è molto fermento e ogni giorno l'organizzazione clandestina conquista nuovi proseliti. Il gruppo si divide in cellule, ogni cellula ha il suo responsabile territoriale: Karl Vinatzer per la Bassa Atesina, Luis Amplatz per Bolzano, Jörg Pircher per la zona di Lana, Karl Tietscher per la Val Pusteria, Franz Muther per la Venosta, Georg Klotz per la Passiria, Anton Gostner per Bressanone.
    Nel 1959, in occasione del 150esimo anniversario della rivolta popolare - capeggiata da Andreas Hofer - contro le truppe francobavaresi, in corteo ad Innsbruck gli Schützen sfilano con una corona di spine in ferro battuto, simbolo della divisione del Tirolo: "Oggi il popolo tirolese è chiamato a combattere la stessa battaglia per la libertà alla quale parteciparono i suoi padri nel 1809". Il 1960 è un anno di intensa preparazione per il Bas, ma con i primi piani operativi nascono anche i primi contrasti. Kerschbaumer punta tutto sulla propaganda, ma pensa anche ad attentati dimostrativi. Klotz spinge invece verso una radicalizzazione della protesta anti-italiana. Ha di fronte a sé le guerre di liberazione di Cipro e dell'Algeria, vorrebbe costituire al più presto diversi gruppi di guerriglia ed arruolare gente pronta ad intraprendere una vera e propria guerra partigiana. Intanto, all'Onu è in corso il dibattito sull'Alto Adige. Klotz contatta a Vienna il ministro degli Esteri austriaco, Bruno Kreisky, e chiede il suo tacito appoggio alla lotta clandestina.
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    Appoggi dall'Austria
    A Innsbruck, intanto, anche i circoli irredentisti legati agli ambienti universitari sono pronti a muoversi. Franz Gschnitzer fonda il Bergisel Bund - Bib in sigla - e ne diventa presidente, con lui ci sono esponenti politici di primo piano e di tutti i partiti, fra cui il leader della Övp del Tirolo Alois Oberhammer ed Eduard Widmoser. Il Bergisel Bund spinge per la riunificazione del Tirolo e può esercitare una forte pressione politica sul governo di Vienna, la cui coalizione ha bisogno dei voti del Land Tirol per continuare a prosperare. Il Bib pensa ad una protesta spettacolare ma incruenta, che porti la questione altoatesina al centro dell'attenzione mondiale. Nel frattempo, continua lo stillicidio degli attentati. Il 29 gennaio del 1960 viene colpita la statua equestre di Mussolini a Ponte Gardena nella bassa Val d'Isarco, ma il Bas non ne sa niente: la bomba è stata piazzata dal gruppo di Innsbruck, all'insaputa di Kerschbaumer e compagni. Il primo attentato del 1961 colpisce a Gleno di Montagna nella Bassa Atesina la villa di Ettore Tolomei. Altre azioni, da febbraio ad aprile, colpiranno le case popolari a Bolzano, un bar gestito da italiani a Termeno, la caserma della guardia di finanza a Silandro nella Val Venosta, una condotta a Marlengo nel Meranese. La polizia sospetta che a finanziare i terroristi sia il Bib. Accusato di aver sponsorizzato i dinamitardi, Fritz Molden - direttore del quotidiano Die Presse di Vienna - dichiarerà: "Il capo è ad Innsbruck, ma non sono io". Intanto, il 29 aprile, al Brennero viene arrestata Viktoria Stadlmayer, l'archivio vivente della questione altoatesina, membro del Bib e funzionario del Governo regionale tirolese, accusata di propaganda anti-italiana, clamorosamente arrestata ma poi prosciolta in istruttoria.
    Non cessano gli attentati, e s'intensificano gli incontri fra terroristi al di qua e al di là del Brennero. Il primo giugno, i vertici del Bas e del Bib si ritrovano in territorio neutro, a Zernez in Svizzera. Ci sono Alois Oberhammer, Wolfgang Pfaundler, Eduard Widmoser e Kurt Welser del Bib, Georg Klotz e Luis Amplatz del Bas. Dalla riunione segreta di Zernez scaturisce quella che sarà poi definita "notte dei fuochi". Ogni capogruppo stabilisce gli obiettivi e pianifica meticolosamente gli attentati. Gli esplosivi arrivano dall'Austria.
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    La notte dei fuochi
    Fra l'undici e il dodici luglio 1961, l'Alto Adige conosce la sua notte più buia. Trentasette attentati, di cui una ventina a Bolzano e nei dintorni. Saltano in aria decine di tralicci, il capoluogo precipita nell'oscurità. L'operazione è tecnicamente perfetta. Qualcuno sospetta che il controspionaggio italiano sia stato avvertito per tempo, ma che non abbia fatto nulla per prevenire le azioni dei sabotatori. Il generale Aldo Beolchini, comandante del IV corpo d'armata, aveva informato i vertici dell'esercito del rischio di un'ondata di violenza senza precedenti ma era stato trasferito pochi giorni prima della notte dei fuochi. Forse, qualcuno ha interesse a creare un focolaio di guerriglia proprio nel cuore di un'Europa ancora instabile. La reazione alle bombe dell'11 giugno è direttamente proporzionale alla portata dell'avvenimento. Per la prima volta, la Svp si schiera apertamente e senza riserve contro i dinamitardi. Lo Stato italiano, da parte sua, teme una vera e propria guerra civile e mostra i muscoli. A Bolzano, sette alberghi vengono requisiti e trasformati in caserme, arrivano i battaglioni mobili, viene creata la scuola per allievi agenti di polizia. Il ministro dell'Interno Scelba spara ad alzo zero sulla Svp, il presidente del consiglio Fanfani impone il coprifuoco e l'obbligo del visto d'ingresso per gli austriaci che vogliono entrare in Alto Adige.
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    Le retate e le torture
    Centinaia di poliziotti e carabinieri danno la caccia giorno e notte ai terroristi. Molti sanno, ma non parlano: la popolazione sudtirolese è dalla parte dei dinamitardi. La polizia ha però in mano alcuni elementi. Sa ad esempio che, sotto il falso nome di Hans Schmidt, Eduard Widmoser del Bib ha finanziato i dinamitardi attraverso un conto corrente bancario di Bolzano. I primi terroristi saranno smascherati per un'ingenuità: a fare i nomi di Georg Klotz e Franz Muther, due fra gli elementi di maggior spicco, sarà il giornalista Benno Steiner, vittima di un fallito attentato. Muther, arrestato il 12 luglio, farà saltare la cellula venostana. Ogni sudtirolese finito in carcere farà nomi nuovi. Quasi 150 presunti attentatori finiranno in carcere nel giro di poche settimane. Georg Klotz, Luis Amplatz, Siegfried Steger, Sepp Forer e Siegfried Carli riusciranno a fuggire in Austria.
    Sui metodi seguiti dalle forze dell'ordine per ottenere le confessioni dei dinamitardi si scatenerà ben presto una durissima polemica, viva ancora oggi a distanza di oltre trent'anni. Molti detenuti sosterranno di essere stati picchiati e torturati nel corso dei lunghi interrogatori nelle caserme dei carabinieri. L'Arma replicherà sdegnata, sostenendo che i terroristi si erano procurati da soli le ferite - documentate da decine di certificati medici - al solo scopo di screditare l'Italia. Una dura protesta del governo di Vienna e il preoccupato intervento del vescovo Josef Gargitter dopo la morte di un terrorista in carcere (Anton Gostner, deceduto il 7 gennaio 1962) contribuiranno a gettare altra benzina sul fuoco. Sotto processo, accusati di maltrattamenti e sevizie, finiranno dieci carabinieri. Il 20 agosto 1963, la sentenza della corte d'appello di Trento: otto assoluzioni, due amnistie. Per tutti i militari ci sarà l'elogio ufficiale del comandante della Benemerita, il generale De Lorenzo.
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    Arrivano i neonazisti di Burger
    Nel frattempo, i dinamitardi riparati oltre confine cercano di riorganizzarsi, ma il Bib è entrato in crisi e lo stesso Bas, in parte decapitato dalle retate, è lacerato da profonde divisioni interne. Proprio nei mesi successivi alla notte dei fuochi si affaccia prepotentemente sulla scena della guerriglia in Alto Adige l'austriaco Norbert Burger, neonazista, assistente universitario ad Innsbruck. Intuisce che i "combattenti per la libertà del Sudtirolo" possono essere strumentalizzati a destra, promette denaro e appoggi, recluta giovani esaltati e si prepara alla nuova offensiva. Non pensa a nuove azioni dimostrative, vuole invece alzare pericolosamente il tiro. Progetta l'operazione "Sophia Loren", una serie di attentati nei cinema di Bolzano, ma poi ripiega su un altro progetto: l'"operazione panico". Tre commandos formati da giovani viennesi delle Burschenschaften, le confraternite universitarie, partono alla volta di Trento, Verona e Roma carichi di bombe molotov. E' il 9 settembre 1961. La "crociata dei ragazzini" finisce male: una bomba esploderà nell'auto di uno dei tre commandos, un'altra deflagrerà all'interno di un autobus a Roma, provocando diversi feriti. Un anno dopo, gli aspiranti terroristi saranno condannati dalla corte d'assise di Roma. Il fallimento della "crociata dei ragazzini" acuisce i contrasti fra Burger e Klotz, irritato per il fallimento dell'iniziativa non concordata.
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    Lo zampino dei servizi (1962-63)
    Braccio destro di Burger è Peter Kienesberger, giovane perito chimico, esperto nel confezionare ordigni esplosivi. Un altro gruppo è costituito dai quattro "bravi ragazzi della Valle Aurina" - Siegfried Steger, Sepp Forer, Heinrich Oberlechner e Heinrich Oberleiter -, pronti a tutto. Burger vuole boicottare i negoziati italoaustriaci. Nell'autunno del 1962 progetta l'operazione "terrore sui treni" e spedisce in Italia un commando guidato da Kienesberger che compirà diversi attentati nelle stazioni ferroviarie del Nord Italia. A Verona, una bomba ad alto potenziale provoca un morto e venti feriti, nell'aprile del 1963 un'altra spedizione avrà come obiettivo i tralicci di Genova, Milano, Cesano Maderno. L'Italia non sta a guardare. I servizi segreti cercano d'infiltrare propri agenti. Un nome fra i tanti, quello di Anton Stotter. E' una guerra di spionaggio e controspionaggio, una guerra senza regole dove la provocazione, legale o illegale che sia, è l'unica via possibile. Nel settembre del 1963, i neofascisti veneti spalleggiati forse da frange deviate dei servizi segreti italiani formano un commando che compirà tre attentati a Ebensee, nel Salisburghese, provocando un morto e nove feriti; i responsabili saranno condannati. Per la prima volta in Italia si profila quello che sarà il leitmotiv della strategia della tensione, ovvero l'alleanza fra eversione nera e servizi segreti.
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    Il processo di Milano
    Qualche mese dopo le bombe di Ebensee, il 7 dicembre, a Milano inizia il processo contro i protagonisti della notte dei fuochi. Gli imputati sono 91, di cui 68 presenti e gli altri latitanti. I giudici della corte d'assise li dividono in due grandi gruppi. Nel primo ci sono le menti del Bas, i dinamitardi accusati di cospirazione politica. Sono Luis Amplatz, poi condannato a 26 anni e 6 mesi, Kurt Welser (23 anni e 10 mesi), Wolfgang Pfaundler (22 anni e 10 mesi), Heinrich Klier (21 anni e 10 mesi), Siegfried Carli (19 anni e 11 mesi), Eduard Widmoser (19 anni e 11 mesi), Georg Klotz (18 anni e 2 mesi) e Sepp Kerschbaumer (15 anni e 11 mesi). Nel secondo gruppo figurano gli imputati accusati dei reati minori, dagli attentati alla detenzione di armi ed esplosivi. Ventisette di loro saranno assolti, fra questi il segretario della Volskpartei, Hans Stanek. Già al termine della fase istruttoria erano stati prosciolti personaggi di spicco come Viktoria Stadlmayer e Alois Oberhammer. La sentenza di Milano, pronunciata il 23 luglio 1964, sarà considerata mite e favorirà l'insediamento della Commissione dei 19 per la risoluzione della vertenza altoatesina.
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    Il giallo di Malga Saltusio
    Il 1964 è l'anno che segna il netto passaggio alla guerriglia che non guarda in faccia a nessuno. Il salto di qualità del terrorismo anti-italiano è orchestrato da Burger e Kinesberger, che se ne fanno pubblicamente un vanto. Il 2 aprile finisce in manette a Venezia Günther Andergassen, uno dei capi dei terroristi. Il 4 settembre viene ucciso a colpi di mitra a Selva dei Molini (Val di Tures) un carabiniere, Vittorio Tiralongo. La tensione è alle stelle, iniziano da parte dell'esercito e dei carabinieri le operazioni a vasto raggio tipiche della controguerriglia: rastrellamenti, arresti di massa, perquisizioni di interi paesi, battute in alta montagna a caccia dei latitanti. Risale al 14 settembre il rastrellamento più tremendo, quello compiuto a Montassilone, nell'alta Val Pusteria. Gli ufficiali fedeli al generale De Lorenzo trasformano l'Alto Adige in un terreno ottimale per l'applicazione delle tecniche della controguerriglia. La caccia ai quattro "bravi ragazzi" è infruttuosa, gli scontri a fuoco diventano la regola e i terroristi si servono ormai di mitra e mine antiuomo.
    Nella notte fra il 6 e il 7 settembre, l'episodio più romanzato della lunga notte del terrore in provincia di Bolzano. In una baita di Malga Saltusio, nella Val Passiria, Luis Amplatz e Georg Klotz cadranno in un agguato. Il primo morirà, il secondo, gravemente ferito, riuscirà a fuggire in Austria. A sparare è stato Christian Kerbler, un agente provocatore alle dipendenze della questura di Bolzano. In un primo tempo c'è anche chi sospetta che dietro l'agguato vi sia il gruppo di Burger e Kienesberger, intenzionato a levarsi di torno i due irredentisti che sono ormai d'ostacolo alle grandi manovre neonaziste. Kerbler sarà catturato, ma riuscirà a fuggire in maniera alquanto rocambolesca. Meglio sarebbe forse dire che venne fatto fuggire. La lotta fra Stato e Antistato è ormai al suo culmine. Kerbler sarà condannato in contumacia a 22 anni di carcere nel 1969, mentre nel 1992 saranno incriminati ma poi prosciolti in fase istruttoria due funzionari delle forze dell'ordine accusati di avere progettato l'eliminazione dei due terroristi.
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    Le stragi
    Il biennio 1965-66 sarà il più cruento. Sono gli anni delle stragi, del controspionaggio, della guerriglia che rischia di trasformarsi in guerra civile. Il 16 agosto, i carabinieri Palmerio Ariu e Luigi de Gennaro vengono uccisi a colpi di mitra sparati dall'esterno della caserma di Casies. Si sospettano i quattro "bravi ragazzi". Intanto, in Austria viene avviato il procedimento penale a carico della cricca di Burger, che si concluderà dopo un lungo e travagliato iter giudiziario - tre processi a Graz e Linz - con la clamorosa assoluzione di tutti i ventisei imputati. L'Italia parla di processi - farsa e sostiene che i terroristi continuano a muoversi indisturbati sotto l'ombrello protettivo del Governo di Vienna.
    Il 12 gennaio del 1966 si apre il secondo processo di Milano contro 58 dinamitardi (di cui 33 latitanti), che si concluderà il 20 aprile con una lunga serie di condanne. Le più severe toccano a Günther Andergassen, professore di musica, Alois Oberhammer del Bib e Helmuth Heuberger, docente universitario di Innsbruck: trent'anni di carcere a testa. E poi 28 anni a Norbert Burger, 21 anni e 7 mesi a Herbert Kuhn e ai gemelli Fritz e Heinrich Bünger, 20 anni e 10 mesi ai bravi ragazzi della Valle Aurina, 20 anni e 2 mesi a Kienesberger: tutti latitanti. Poche settimane dopo, il 23 maggio, al Passo Pfitscher viene ucciso Bruno Bolognesi, un finanziere di ventitrè anni. Due mesi dopo, il 24 luglio, una sparatoria fra terroristi e finanzieri lascia sul selciato due militari, Salvatore Gabitta e Giuseppe D'Ignoti. Burger e Kienesberger vogliono far sapere a tutti che dietro al terrore anti-italiano ci sono loro: il 29 luglio, in una celebre intervista alla televisione di Stato germanica Ard, rivendicano la paternità delle sanguinarie azioni e ne promettono di nuove, ancor più cruente. Un mese dopo, ad essere colpita è la sede viennese dell'Alitalia. Il 9 settembre, la strage di Malga Sasso. Una carica d'esplosivo ad alto potenziale distrugge la caserma della guardia di finanza. Muoiono i doganieri Martino Cossu e Herbert Volgger, prima vittima di lingua tedesca. Un altro finanziere, Franco Petrucci, spirerà qualche settimana dopo.
    Anche il 1967 si apre all'insegna dei più cupi presagi. Continuano le sparatorie, continuano gli attentati. I rifugi alpini delle zone d'alta montagna vicine al confine italo-austriaco vengono requisiti e trasformati in casermette. Il 25 giugno, il tributo di sangue più elevato: la strage di Cima Vallona, quattro militari massacrati dalle diaboliche trappole antiuomo nascoste lungo il sentiero d'accesso ad un traliccio dell'alta tensione, fatto saltare per richiamare sul posto alpini e carabinieri. Tre mesi dopo la strage di Cima Vallona, il 30 settembre, una valigia esplosiva sbriciola alla stazione ferroviaria di Trento due poliziotti, Filippo Foti ed Edoardo Martini. Terrorismo d'esportazione o strategia della tensione? Ogni ipotesi sembra credibile.
    Sempre nel 1967 circolano le prime indiscrezioni sulla collaborazione offerta ai servizi segreti italiani da Peter Kienesberger. Il terrorista contatta il controspionaggio italiano e fornisce moltissimi particolari sull'organizzazione terroristica, consentendo l'arresto di decine di attentatori. Spremuto come un limone dal colonnello Monico, capo del controspionaggio, scaricato e additato come un traditore, Kienesberger sosterrà di avere fatto il doppio gioco per depistare gli italiani, ma la diffusione dei verbali d'interrogatorio dimostrerà la veridicità delle sue circostanziate chiamate di correità.
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    Arriva il pacchetto
    Il 1969 è l'anno dell'accordo fra Moro e Waldheim sul pacchetto. L'ultimo attentato prima del sofferto sì della Volkspartei alla seconda autonomia è del 3 ottobre. Nei mesi che precedono lo storico congresso di Merano si svolgono diversi processi importanti. In maggio, la corte d'assise di Perugia condanna il latitante Christian Kerbler, ritenendolo responsabile dell'agguato di Malga Saltusio. Pochi giorni dopo, a Bologna vengono processati in contumacia i bravi ragazzi della valle Aurina. La pena più pesante viene inflitta a Siegfried Steger: ergastolo. E alla fine di luglio, a Firenze si avvia il processo per la strage di Cima Vallona, che si concluderà con la condanna a vita di Norbert Burger e Peter Kienesberger.
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    © Testi di Paolo Cagnan
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    Questione altoatesina
    1 INTRODUZIONE
    Questione altoatesina Problema storico relativo alla minoranza linguistica, culturale ed etnica di origine tedesca che vive nella regione dell'Alto Adige, appartenente allo stato italiano. La questione altoatesina nasce con il trattato di Saint-Germain (1919), con il quale l'Italia, uscita vincitrice dalla prima guerra mondiale, per garantirsi un confine naturale che la difendesse dall'Austria, volle annettersi anche la zona del Sud Tirolo, etnicamente tedesca.
    2 LA POLITICA FASCISTA
    La politica del regime fascista non riconobbe diritti alla popolazione tedesca allora maggioritaria; procedette invece a una completa italianizzazione, favorendo una massiccia immigrazione che fece salire il numero degli italiani residenti in Alto Adige dalle 8000 unità del primo dopoguerra a oltre 100.000 nel 1946; l'uso della lingua tedesca fu vietato e i toponimi originari furono sostituiti con altri derivati dall'italiano. Nel 1938 Mussolini, d'accordo con Hitler, tentò una soluzione radicale della questione altoatesina, chiedendo ai cittadini di etnia tedesca di optare tra le due nazionalità: chi avesse rifiutato la cittadinanza italiana avrebbe dovuto trasferirsi nei territori del Reich. Si registrarono circa 167.000 opzioni per la nazionalità tedesca, cui seguirono circa 67.000 emigrazioni effettive e definitive.
    3 GLI ACCORDI DE GASPERI-GRUBER
    Nel dopoguerra l'Austria richiese l'annessione del territorio, che venne negata a fronte di una trattativa che sfociò negli accordi De Gasperi-Gruber (rispettivamente il presidente del Consiglio italiano e il ministro degli Esteri austriaco), poi inseriti nel trattato di pace imposto dagli Alleati all'Italia. Gli accordi riconoscevano speciali diritti alla minoranza tedesca; la successiva istituzione della Regione autonoma a statuto speciale Trentino-Alto Adige voleva essere un'ulteriore garanzia per la pacifica convivenza tra le due etnie. Intanto si era affermata una specifica rappresentanza politica attraverso la Südtiroler Volkspartei, partito d'ispirazione cattolica presente nel Parlamento italiano: la sua collocazione nella maggioranza dei governi guidati dalla Democrazia cristiana esprimeva sia le comuni radici ideologiche sia le opportunità di un accordo sui problemi altoatesini. Ma l'azione di gruppi di estrema destra, che compirono attentati con danni e vittime, costrinse a riesaminare la questione: Austria e Italia formarono una commissione di lavoro (1961-1964) che elaborò una serie di proposte, tra cui l'autonomia della provincia di Bolzano e il bilinguismo nelle scuole.
    4 LO STATUTO SPECIALE
    Le prerogative della minoranza tedesca vennero ulteriormente rafforzate con il nuovo Statuto speciale per il Trentino-Alto Adige del 1972, che introdusse tra l'altro il meccanismo proporzionale nel pubblico impiego, un sistema contestato dall'etnia italiana che si sentiva ingiustamente penalizzata. In anni recenti sono riaffiorate forti tendenze anti-italiane, che trovano espressione sia negli Schützen, un gruppo pantirolese che si ritiene custode della tradizione tedesca ed erede della resistenza antinapoleonica capeggiata dall'eroe Andreas Hofer, sia nei Freiheitlichen, un movimento pangermanista collegato con i partiti austriaci di estrema destra, che rivendica l'indipendenza dell'Alto Adige dall'Italia.
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    BOMBENJAHRE: BISOGNO DI EROI - L’ADIGE, 27 FEBBRAIO 2005

    Beata la terra che non ha bisogno di eroi, diceva Bertolt Brecht. Il Sudtirolo è terra beata, certamente, ma non in quel senso: di eroi ha ancora bisogno e il successo del film “Bombenjahre” trasmesso a puntate per sei settimane ogni lunedì sulla Rai di lingua tedesca di Bolzano ne è la dimostrazione.
    Si dice che soprattutto i giovani – di solito così refrattari alla storia e ai documentari - non se ne siano persi una puntata. La Rai è soddisfatta e gli autori (il giornalista Franceschini e il regista Lechthaler) si godono il trionfo.
    Gli eroi di cui sto parlando (di cui il film parla) sono gli uomini degli anni delle bombe, gli autori della “Notte dei fuochi”, i Kerschbaumer, gli Innerhofer, gli Amplatz, i Fontana; contadini, artigiani, piccoli commercianti, gente dalle condizioni sociali piuttosto umili, che a cavallo tra gli anni ’50 e ’60 decisero – di fronte alle incertezze della politica – di dare “il grande colpo” per attirare sul Sudtirolo l’attenzione internazionale.
    Ci riuscirono e pagarono di persona le conseguenze di quell’azione. Furono incarcerati, processati, torturati in prigione fino (alcuni) alla morte, mentre la politica, fuori, li rinnegava: accusata di collusioni coi “terroristi” e minacciata di scioglimento, la stessa Svp fece finta di non conoscerli, prendendo le distanze perfino da quelli (ed erano più d’uno) che fino a poche settimane prima erano stati suoi dirigenti di paese e di circondario.
    Ma loro, gli uomini delle bombe, capirono e tacquero, soffrirono e compresero, accettarono il calvario e (alcuni) morirono, tutto per il bene della causa, per il futuro della Heimat, per la difesa del Sudtirolo e, in fondo, anche per quel partito che ora – nel momento più terribile della loro vita – voltava loro le spalle.
    Il Film “Bombenjahre” ha raccontato la loro storia con la forza della fiction (molte scene sono state ricostruite con attori) e della parola: le loro parole semplici, genuine, sagge, oneste. Parole, e soprattutto facce, cui si può dare credito. Gente che è rimasta quella di allora: grembiule blu da lavoro, stube in legno, mani che continuano a lavorare duro.
    A lungo questi volti erano rimasti nascosti. La riscoperta è avvenuta piano piano negli ultimi dieci anni: prima con inchieste giornalistiche, poi con libri e convegni. Il film “Bombenjahre” (siamo nella società dell’immagine) sancisce ora il trionfo degli “uomini dei tralicci”. E la creazione di un olimpo di martiri-eroi che sarà difficile rimettere in discussione.
    * * *
    Naturalmente c’è chi obbietta. Sono gli storici, gli studiosi, i freddi calcolatori del “cui prodest”, i topi da biblioteca e da archivio. Dicono ad esempio (dice ad esempio il professor Rolf Steininger dell’università di Innsbruck, o il professor Leopold Steurer, il fondatore della “giovane storiografia sudtirolese”) che il film si concentra solo sulle biografie dei bombaroli della “Notte dei Fuochi”, indugia nel dettaglio degli attentati trasformandoli in un emozionante gioco tra indiani e cow boys lungo i sentieri del Sudtirolo, e tace invece sui contesti politici, gli sforzi delle diplomazie, gli avvenimenti mondiali e nazionali che influirono in modo decisivo sui destini di questa terra. Gli autori del film avrebbero “guardato solo agli alberi, perdendo di vista la foresta” e avrebbero fermato la storia al 1964 (il momento più alto nella costruzione del mito, col tradimento e il martirio di Klotz e Amplatz) senza raccontare ciò che avvenne dopo (la lunga e sanguinosa scia di attentati che durò fino alla fine dei ’60 e poi riprese oltre). Soprattutto, avrebbero rinunciato a confrontare l’obbiettivo per cui si batterono quegli uomini, l’autodeterminazione, col risultato, cioè l’autonomia. Non lo hanno fatto, gli autori, perché ciò avrebbe mostrato la sconfitta di quel gruppo e dei suoi emulatori, avrebbe mostrato oltre le luci anche le ombre, avrebbe reso più difficile la costruzione del mito.
    Discorsi da topi di biblioteca. “Voi pensate che la gente vedrebbe mai un film che parla di note diplomatiche e non di persone in carne e ossa?” ha tagliato la testa al toro Franceschini, l’autore. Il successo del film dà ragione a lui e torto agli altri.
    * * *
    Dunque, festeggiamo: il Sudtirolo ha trovato i suoi eroi e ha pagato loro il suo debito. E tuttavia qualche osservazione sulle circostanze in cui tutto ciò avviene bisogna pur farla.
    Avviene in un momento in cui l’autonomia è conquistata e nessuno penserebbe più di mettere bombe sotto i tralicci per ottenere una norma di attuazione in più. In questo senso, ciò che sta avvenendo è un classico di ogni dopoguerra: il conflitto è finito ed è arrivato il tempo della riconciliazione.
    Non tanto la riconciliazione come amnistia (la riconciliazione tra i bombaroli e lo Stato non interessa un gran che a nessuno) ma la riconciliazione tra “gli uomini dei fuochi” e la Svp, tra il partito e la sua gente. Questo sì che agita i sentimenti e provoca lacrime di commozione. Che il partito riconosca che “loro hanno dato un contributo all’autonomia”; che alcuni di loro riconoscano che l’autodeterminazione era un obbiettivo irrealistico; che ci si possa riabbracciare quarant’anni dopo. Era il gesto che Magnano doveva fare prima di morire, e l’ha fatto, e credo che si senta sollevato.
    E’ curioso, tuttavia, che i “mediatori” di questa riconciliazione - cioè le persone che hanno fatto le ricerche, sono andati a rintracciare i testimoni, hanno scritto i libri, organizzato i convegni e fatto i film – siano tutti esterni al mondo Svp e tutti collocati alla sua sinistra.
    Che non lo potesse fare la destra di lingua tedesca, è ovvio: non sarebbe stata credibile, né capace di alcunché di diverso dalla nostalgia. Ma anche la Volkspartei ha lasciato fare il lavoro ad altri: non poteva permettersi di farlo in proprio.
    Altra osservazione: tutto il lavoro sugli anni delle bombe non l’hanno fatto gli storici, ma i giornalisti. Gli storici, anzi, hanno osservato dall’esterno, ne sono rimasti scavalcati e sono finiti fuori gioco e fuori moda. Forse perché per una simile “riabilitazione” ci voleva una buona dose di temerarietà, di “scorrettezza”, di passione, di forzatura: tutte caratteristiche che non appartengono alla scienza.
    Infine, qualche parola sull’attualità dei bombaroli e il loro straordinario successo. Perché proprio ora? Azzardo una spiegazione: loro sono diventati gli eroi positivi nel momento in cui i politici locali sono diventati gli eroi negativi. Tanto impopolari, cinici, approfittatori, egoisti, assenteisti, lobbisti, avidi vengono descritti dalla vox populi coloro che oggi amministrano l’autonomia (la generazione durnwalderiana), tanto puri, semplici, generosi, disinteressati appaiono – col senno di poi - i “combattenti” di allora. Tanto più che i politici di oggi (specialmente quelli targati Svp) si godono e dissipano senza vergogna il patrimonio accumulato con fatica dai dimenticati martiri di ieri.
    Il successo degli uomini delle bombe è lo specchio del clamoroso insuccesso della classe dirigente al potere. La quale crede di profittare dalla riabilitazione degli “anni delle bombe”, ma si sbaglia di grosso.

    http://www.grueneverdi.bz.it/mikrosi...o-di-eroi.html

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    Strenna natalizia della Südtiroler Volkspartei: le bombe dell'Alto Adige
    (mercoledì 11 gennaio 2006) - Inviato da upiratu

    Sull'organo del partito “Zukunft in Südtirol” la promozione di un regalo agli iscritti che consiste in 2 DVD con il documentario
    sul terrorismo di quegli anni raccontato dai bombaroli - L’autonomia altoatesina viene spesso proposta come modello di
    soluzione pacifica delle controversie relative alle minoranze etniche e linguistiche ... ma qualcosa arde sotto la cenere di
    un neonazismo fin troppo tollerato
    L’organo di partito della Südtiroler Volkspartei “Zukunft in Südtirol” – che fra l’altro riceve i contributi pubblici riservati agli organi
    di partito – ha proposto ai lettori iscritti al partito un dono “ideale” per Natale che gode pure di uno sconto di 10 euro.

    Sono due DVD in cui sono contenute le sei puntate di un documentario che racconta, tramite la testimonianza dei
    bombaroli degli anni sessanta, le vicende relative al terrorismo di quegli anni. Questo documentario è stato trasmesso in
    gennaio e febbraio del 2005 dalla RAI in lingua tedesca e riproposto in novembre e dicembre dello stesso anno dato il
    successo ottenuto.

    Un bel pacchetto regalo per chi vuole approfondire la storia dell’Alto Adige. Peccato che in certi tratti il documentario
    finisca con il mistificare l’azione dei terroristi, come hanno osservato diversi esperti e studiosi della storia dell’Alto Adige
    (si badi bene: anche esperti di lingua tedesca).

    E quando si parla di pacchetto il pensiero va al famoso “Pacchetto per l’Alto Adige” con cui negli anni sessanta si
    introdusse l’epoca della seconda autonomia. Un Pacchetto che, contrariamente a quello che pensano in molti, è stato il
    risultato di faticose e lunghe trattative e non delle bombe.

    Gli esponenti della Volkspartei quando incontrano personalità di Stati esteri – molto propagandati gli incontri del presidente
    della provincia di Bolzano Durnwalder con il Dalai Lama – si vantano dell’autonomia altoatesina e la propongono come
    modello di soluzione pacifica delle controversie relative alle minoranze linguistiche.

    Peccato che poi propongano come regalo “ideale” per Natale un discutibile documentario sulle bombe e che il segretario
    politico della Volskpartei Elmar Pichler Rolle l’8 dicembre abbia partecipato alla commemorazione dei terroristi degli anni
    sessanta.

    E a quella commemorazione erano presenti dei naziskin alcuni dei quali sono stati arrestati il 20 dicembre scorso con
    l’ipotesi di accusa della violazione della legge Mancino (istigazione all’odio razziale).

    Non si può certo insinuare che – fino a prova contraria – nella Volkspartei ci siano dei terroristi, ma diventa una faccenda
    pericolosa assumere atteggiamenti che mitizzano l’estremismo del passato.

    Atteggiamenti che non tengono nemmeno conto delle intenzioni dei bombaroli degli anni sessanta: con le bombe si
    voleva attuare un piano eversivo affinché l’Alto Adige ritornasse all’Austria.

    upiratu

    NOTA di presspubblica
    Sul giornale della SVP ( < < la homepage di Zukunft in Südtirol > > ) in lingua germanica si apre un 'popup' di benvenuto
    in ladino, inglese ed italiano nel quale si legge, tra l'altro, che "Nel 1961 alcuni sudtirolesi manifestarono la loro
    indignazione e la loro delusione verso l’atteggiamento intransigente dell'Italia con attentati dinamitardi ai pali dell’alta
    tensione."
    Un modo abbastanza edulcorato di raccontare quel terrorismo, nel giudizio di parte italiana, o quell'irredentismo
    sudtirolese rappresentato dagli Schützen, le truppe dai cappelli piumati riorganizzate nel 1958 nel “Südtiroler Schützenbund”.
    Primo comandante della Lega dei tiratori scelti fu Alois Pupp, primo vice Georg Klotz.
    Seguirono anni bui in Europa e soprattutto in Italia dove trame nere, golpismi e servizi segreti operarono quasi
    liberamente ... e c'é chi dice che lo fecero anche in Sudtirolo. Il 6 settembre 1964 un certo Christian Kerbler uccise nel
    sonno Alois Amplatz e ferì Georg Klotz, il famoso martellatore della Val Passiria, a Saltusio. Kerbler fu poi caricato su una
    “misteriosa” Fiat 1400 nera e successivamente riparò in Svizzera, sembra con un premio di diciassette milioni di lire.
    Un'altra versione racconta che Christian Kerbler, irredentista ma anche un informatore della squadra politica della
    questura, si presenta spontaneamente in una caserma degli alpini, ma durante il trasferimento fra Merano e Bolzano
    riesce o viene fatto fuggire; 22 anni dopo sarà condannato in contumacia per l'uccisione di Amplatz. Qualcuno dichiarerà
    che a far fuoco erano stati in realtà i carabinieri e sembra che il golpista gen. De Lorenzo volesse "... esperire la possibilità
    di uccidere uno o due terroristi sudtirolesi ...".

    http://www.presspubblica.it - presspubblica - un nuovo giornalismo tra pubblico & prPivoawtoered by Mambo Open Source Generated: 9 January, 2009, 10 : 53

  7. #7
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    IL CASO AMPLATZ. L' AGGUATO FU UNA MESSINSCENA?
    Repubblica — 22 gennaio 1992 pagina 17 sezione: POLITICA INTERNA

    BOLZANO - L' agguato di Malga Saltusio, dove fu ucciso il terrorista Luis Amplatz e ferito il "martellatore della Val Passiria" Georg Klotz, fu tutta una messinscena. E' la nuova verità che emerge dalle indagini e che riapre la più inquietante pagina di storia degli anni delle bombe in Alto Adige. Quella notte, il 7 settembre ' 64, Amplatz e Klotz, ricercati per gli attentati, vennero "traditi" da un amico, Christian Kerbler, fuggito il giorno dopo, condannato a 22 anni di carcere e latitante da allora. Sarebbe stato Kerbler a sparare su Amplatz e Klotz. Il giorno dopo alcuni carabinieri e poliziotti - almeno 2, forse 3 - sarebbero tornati alla malga e avrebbero attuato la messinscena: avrebbero sparato a vuoto, sulle pareti di legno, per dare ad intendere che non di omicidio si era trattato, ma di un conflitto a fuoco dei "reparti in perlustrazione" con i terroristi. Cuno Tarfusser, il sostituto procuratore di Bolzano che ha riaperto l' inchiesta sul caso Amplatz, ha accertato che Kerbler era un confidente della polizia. "Pagato con i fondi del ministero dell' Interno" ha detto l' ex capo dell' ufficio politico della questura Giovanni Peternel al giudice istruttore di Venezia Carlo Mastelloni. Tarfusser, che ha interrogato 35 testimoni, ha già inviato a 4 carabinieri e poliziotti altrettanti avvisi di garanzia per concorso in omicidio volontario premeditato. Altri avvisi sono pronti a partire, e l' inchiesta sembra portare a importanti sviluppi sulle responsabilità di alcuni alti funzionari del Viminale - era ministro degli Interni Paolo Emilio Taviani - e dei servizi segreti. L' attenzione della magistratura si appunta sul ruolo che avrebbero avuto alcuni personaggi-chiave della vicenda: l' ex capo della Digos di Bolzano Renato Compagnone, che si trovava nell' auto della polizia quando Kerbler riuscì miracolosamente a fuggire, l' ex vicequestore Giovanni Peternel, che guidava la stessa auto, il comandante dei carabinieri Enrico Ferrari, l' ufficiale dei carabinieri Renzo Monico, legato al Sifar, l' ex funzionario del ministero degli Interni Silvano Russomanno, poi vicecapo del Sisde. Secondo il colonnello Federico Marzollo, che comandava i carabinieri di Trento e quindi di Bolzano, l' operazione che avrebbe dovuto portare all' uccisione di Amplatz e Klotz era stata concordata dall' allora questore di Bolzano Ferruccio Allitto Bonanno, deceduto da tempo, e dal colonnello dei carabinieri Renzo Monico. Questura e carabinieri avrebbero anche concordato di far fuggire Kerbler in Austria. Le indagini della magistratura di Bolzano sulla messinscena nella baita, tenderebbero ad escludere che poliziotti e carabinieri abbiano sparato su Amplatz e Klotz, limitandosi a "truccare" la scena il giorno dopo. Ma questa ricostruzione è contestata dall' ex vicequestore Peternel e dalla figlia di Klotz, Eva, consigliere provinciale del "Union fur Sudtirol". "Ho saputo che avevano fatto fuoco i carabinieri" ha detto Peternel al giudice Mastelloni. "I colpi che uccisero Amplatz e ferirono mio padre furono sparati da quattro posizioni diverse - racconta la Klotz - quindi c' erano più persone. Furono trovati 12 bossoli e di diverso calibro. E c' è un testimone che fu pagato da una donna per estrarre i bossoli dal legno della baita". - dal nostro inviato ROBERTO BIANCHIN

    http://ricerca.repubblica.it/repubbl...to-fu-una.html

  8. #8
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    Ma cos'è sta propaganda filo-crucca?

  9. #9
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    Io la preferisco di molto a quella filoitaliota

  10. #10
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    Citazione Originariamente Scritto da NoNickName Visualizza Messaggio

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    Ma cos'è sta propaganda filo-crucca?

    che piaccia o no, abbiamo tutto da imparare dai Sudtirolesi

 

 
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