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    Predefinito DOSSIER - Uno Dio e Uno Re: Il Tradizionalismo Napoletano




    DOSSIER – Uno Dio e Uno Re. Il Tradizionalismo Napoletano



    Inno nazionale del Regno delle Due Sicilie - Giovanni Paisiello (video)

    Francisco Elias de Tejada: Napoli e la Tradizione

    Francesco Pappalardo: 1799. Rivoluzione e Contro-Rivoluzione nel Regno di Napoli
    Francesco Pappalardo: Antonio Capece Minutolo Principe di Canosa

    Maurizio Di Giovine: L’età di Re Ferdinando
    Carlo Alianello: La negazione di Dio

    Le sette e la propaganda liberale nella dissoluzione delle Due Sicilie

    Marina Carrese: La monarchia tradizionale nel Regno di Francesco II di Borbone
    Cesare Linzalone: Maria Sofia. La regina che non si arrese mai

    Maria Sofia, la Regina del Sud (Galleria)

    R. Ricciotti: Briganti o patrioti?
    Francesco Maria Agnoli: José Borgers. Valoroso soldato cristiano

    Francesco Pappalardo: Giacinto de Sivo

    Massimo Santoro: Carlo Alianello. La prosa di uno scrittore contro corrente
    La Conquista del Sud. Il Risorgimento nell’Italia meridionale

    L’eredità della Priora (Video)
    L’eredità della Priora (Sceneggiato TV). Da Wikipedia

    L’Alfiere (Galleria)

    Gianandrea Antonellis: E’ scomparso Silvio Vitale
    Carmine Palatucci: Un vero napoletano: Silvio Vitale
    Silvio Vitale - XIII Convegno Tradizionalista della Fedelissima Città di Gaeta (Video)

    Gianni Marzullo: Angelo Manna. Il Bossi del Sud
    La celebre interpellanza parlamentare dell’On. Angelo Manna

    Gennardo De Crescenzo: Il Sud che poteva essere

    Gennaro De Crescenzo: Perché Neo Borbonici
    Ritornati dal passato. L’inno neoborbonico

    Edoardo Vitale: Le chiavi di casa

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    http://www.youtube.com/watch?v=mI_RH...layer_embedded

    Inno nazionale del Regno delle Due Sicilie - Giovanni Paisiello (video)


    http://www.lalfiere.it/blog/category/video

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    Napoli e la Tradizione

    di Francisco Elias de Tejada


    I. Solitudine in Via Toledo

    Approfondire la Tradizione napoletana costituisce per me un appassionato impegno, accarezzato sin dagli anni dell'infanzia. Quando non avevo ancora fissato lo sguardo verso la cima solenne del Vesuvio, Napoli costituiva per me una immagine desiderata prima che conosciuta. Il richiamo del sangue, profondo, vivo, pressante, mi spingeva a cercare notizie su quel paese azzurro e oro in cui le memorie dei miei antenati e la curiosità dell'incantesimo tessevano leggende. Senza aver messo piede in via loledo, già la conoscevo sfolgorante e rumorosa, come l'immagine che avevo ereditato nella mia coscienza. Nell'angolo dell'Estremadura, dove trascorsi la mia adolescenza, già mi sentivo Napoletano di cuore.
    Sulla trama dell'amore istintivo operò l'insaziabile curiosità che Dio mi ha dato. Quando mi fu possibile, andai a Napoli col sentimento di chi ritorna ai lari dai quali si era allontanato. I miei antenati erano partiti da Napoli nei giorni tormentosi di nostro signore Filippo IV, per stabilirsi nelle terre dell'Estremadura ed io, nel 1956, ritornavo a Napoli per saziare il desiderio alimentato da una fiamma che ardeva da tre secoli.

    Vero è che la Napoli che trovai nel seno della repubblica italiana nel 1956 era di gran lunga diversa dall'immagine che mi avevano tramandato coloro che in un giorno del 1640 l'avevano abbandonata per adempiere ai doveri dell'hidalguia. Non era il regno di Napoli, ma una provincia dipendente da signori che la governavano da Roma, dove la lingua ufficiale era il toscano ed i soldati vestivano uniformi piemontesi. Non era la capitale del primo degli stati della penisola italiana; non aveva più parlamenti in San Lorenzo, né re nazionali, né leggi proprie, né - ed è quel che più importa - la bella serenità di sapersi portatri-ce di una missione storica. I suoi impegni erano campanilistici, le sue lotte intestine ed incivili, la sua bandiera, una bandiera che le avevano imposta conquistatori moderni, la sua mentalità rimpicciolita, le sue peculiarità confuse in una penombra decadente. Volteggiava al suono di musiche straniere. L'unica cosa che le rimaneva di quella sua robusta personalità, la cui immagine mi era stata trasmessa dai miei avi, era la grazia popolare, ma purtroppo questa grazia era disprezzata dagli stessi napoletani, primi attori nel drammatico suicidio collettivo che riduceva il napoletanismo al "folklore". Era la Napoli ritratta dal realismo di Salvatore di Giacomo, in quella disgraziata Peppenella che batte il marciapiede senza pane né acqua, coperta carnevalescamente d'amore venduto con l'esotico nome di Irma:

    "D' 'a Incanna, aieressera
    mmiez' 'a via nnefuie cacciata;
    mmiez 'a via sulagna e nnera
    tutt"a notte Irma è restata.
    Tutt' 'a notte ha fatto 'a cana:
    sotto e ncoppa ha cammenato
    na serata sana sana.
    E nisciuno s'è accustato...
    Irma: nomme farastierò;
    ma se chiamma Peppenella:
    fuie ngannata 'a nu furierò,
    emo... campa... (puverella!).
    Passa gente. È fatto iuorno.
    " Psst! Siente!". E rire... e chiamma...
    C'ha ddafa' si ha perzo 'o scuorno?
    C'ha ddafa'? Se more 'efamma.
    Mmerz' 'e nuove s'ha mangiata
    nafresella nfosa all'acqua.
    E mo, cornine e na mappata,
    sta llà nterra. E dorme, stracana" (1).


    Il popolo, ignorante di un passato in cui Napoli era libera ed indipendente, trascina il suo dolore senza speranze, come la Irma del poeta, avvolta in un fatalismo orientalizzante ed amaro; la classe media, ubriaca di garibaldinismo, alla ricerca di vantaggi personali, continua a vagare nella leggenda nera forgiata nel XIX secolo contro la Napoli tradizionale; l'aristocrazia decadente o decaduta, oscillante tra la frenesia di rinnegare le proprie glorie per essere più in armonia coi tempi e un isolamento mortale; il clero, impegnato in un vaticanismo di marca democristiana che sogna una repubblica guelfa nella quale Napoli non conta. Nella confusa baraonda, alcuni sono socialisti ed altri monarchici savoiardi, alcuni papalini, altri garibaldini, alcuni rivolti verso Mosca ed altri verso il Vaticano... ma nessuno pensa a Napoli, nessuno è napoletano.

    Quando io, come in altri tempi Salvatore di Giacomo "percorrevo la vecchia gloriosa strada di Toledo" (2), mi sentivo napoletano tra genti non napoletane che casualmente vivevano a Napoli. Mi meravigliava la crassa ignoranza dei classici napoletani che dimostravano perfino i miei più dotti interlocutori. Appena si usciva dalla cerchia dei quattro scrittori consacrati, dei Cortese o dei Basile, calava una densa nebbia, ed anche di questi ultimi sì e no la maggioranza conosceva per sentito dire titoli di opere. La grande e insigne mole della giurisprudenza napoletana, si riduceva al solo nome di Francesco d'Andrea. Se si parlava di Giordano Bruno o di Tommaso Campanella era per metterli da parte come si fa di un argomento fastidioso.

    Questi nomi tratti dal pozzo dell'oblio, vivevano non nelle loro opere, ma nella trascrizione di alcune frasi di Benedetto Croce. Con un dolore lancinante, paragonabile solo al mio disprezzo, mi chiudevo nella mia solitudine, perché in Napoli non si poteva parlare di Napoli con nessuno. Un pugno di eruditi specialisti alla portata di Carlo Curcio, di Giuseppe Coniglio, di Francesco Calcagno, di Antonio Altamura e pochissimi altri, esaminavano la possibilità di uno scambio d'idee. Ci fu chi, conversando con me, si vantava di conoscere la cultura napoletana, per avere scritto qualche pessimo saggio su di uno scrittore o su un periodo, con una pedanteria congiunta ad ignoranza. Per sette anni mi sono sentito a Napoli come una belva in gabbia, ma anche come un erede dello spirito della vera Napoli; e come una fiera isolata e pronta ad assalire, senz'altro appoggio che la hidalguia del sangue, senz'altro sostegno che il giuramento fatto ai miei morti di chiarire la passione napoletana che essi sentirono, ho scritto e continuo a scrivere il mio Nàpoles hispànico nell'ansia di conoscere in che consiste la Tradizione napoletana, cioè, l'anima della mia adorata Napoli.

    Dio ha premiato i miei lavori con il più bel regalo della mia vita. Nella mia Napoli ho incontrato la compagna perfetta all'ombra immortale del migliore re che abbia avuto Napoli, il nostro signore Don Filippo II. Con lei posso continuare a percorrere i sentieri della mia passione napoletana, benché passi per via Toledo tra rinnegati o incoscienti.

    2. Il corpo istituzionale autonomo

    Dopo molte avvisaglie parziali, la Tradizione napoletana raggiunge la sua prima matura fioritura, propiziata da Alfonso il Magnanimo, nel secolo XVI, sotto il pugno di Ferdinando il Cattolico. Infatti il regno di Napoli comincia ad esistere come entità sociale coerente solo quando Ferdinando il Cattolico doma la ribelle nobiltà e pone il bene comune napoletano al di sopra delle ambizioni politiche di infiniti anarchici reucci quasi onnipotenti, capaci di vendere il Regno allo stesso Turco, come più di una volta effettivamente avevano pensato di fare. Napoli è Regno, e non monarchia che naviga come una nave senza timoniere sui mossi mari delle ambizioni dei signori, solamente quando entra nella grande confederazione delle Spagne.

    Alfonso I potè apparire superiore ai grandi nobili perché, oltre a regnare su Napoli, regnava in Sicilia, Sardegna, Valenza, Aragona e Catalogna. Ma quando a suo figlio ed ai nipoti vennero a mancare il possesso di signorie extraregnicole, costoro dovettero inchinarsi al maggiore potere della nobiltà. Quando era ancora principe, Ferdinando I rappresentava la quarta potenza del regno, di gran lunga inferiore a quel principe di Tarante Giovanni Antonio del Balzo Orsini che aveva in suo potere sette arcivescovadi, trenta vescovadi e quattrocento castelli, e disponeva di cinquecento delle tremila lance che esistevano nel regno. La lotta della dinastia aragonese con le famiglie nobili si concluse, stroncati gli sforzi di Ferdinando I e di Alfonso II, nella debolezza politica del disgraziato Federico. Se i nobili napoletani erano, per dirla col Machiavelli, "uomini al tutto nemici di ogni civiltà" (3), la causa era da ricercarsi nell'impotenza della dinastia, perché i re, essendo solamente sovrani di Napoli, erano deboli di fronte alla potente nobiltà. Se rispettarono il Magnanimo e disprezzarono i suoi successori, è perché costoro mancavano di forze "mentre non possedettero altri stati", stando all'acuto giudizio di Camillo Porzio nella sua famosa storia di La congiura de' Baroni di Napoli contro il Re Ferdinando I (4). Il regno di Napoli acquista solida struttura quando i suoi re domineranno la nobiltà rivoltosa grazie alla loro qualità di sovrani di altri regni; cioè, quando il regno napoletano entra nella confederazione delle Spagne.

    Segno della costituzione del Regno, come entità politica al di sopra dell'anarchia delle epoche precedenti, fu la permanente presenza dei procuratori popolari alle riunioni di Cortes, Cortes introdotte da Alfonso il Magnanimo come adattamento napoletano delle libere istituzioni catalane. Senz'altre eccezioni che le riunioni del 10 e del 20 settembre 1497, e queste inascoltate, i re della dinastia aragonese non permisero l'accesso del popolo alle riunioni parlamentari, mentre altro segno del passaggio dalla malferma monarchia al regno costituito, il Gran Capitano ebbe la massima cura di convocarlo nella chiesa di San Domenico il 25 Aprile 1504. Mentre il disgraziato Federico si rifiutava, in Capua il 10 Agosto 1497, di ricevere l'omaggio del popolo che disprezzava, il rappresentante del re Cattolico preferiva fare ricorso al popolo e lo convocava immediatamente a Cortes. Se Federico disdegnava l'omaggio dei rappresentanti del popolo, il Gran Capitano li riceveva il 15 Maggio 1503. Dicendola con parole di Benedetto Croce, il carattere popolare della integrazione di Napoli nelle Spagne si dovette al fatto "che il popolo vi trovò iscritto il suo sentimento di giustizia, la cui sete male avevano potuto appagare gli ultimi re di Napoli, sopraffatti troppo spesso dai riottosi baroni" (5). Molti sentivano il saluto augurale di Giovanni Battista Valentino:

    "Laetare Hispania felix
    tantorumque Ducum,
    Regumque invicta creatrix" (6)


    Sono i saluti che il Pontano invia al Gran Capitano nel suo De fortuna; gli stessi che accendevano la prosa di Antonio de Ferrariis, che già si sentiva spagnolo proprio perché era napoletano, quando rende omaggio al Re cattolico, giacché tua ipsius opera Hispania nostra est (7).

    Con la formazione del Regno nasce la tradizione politica napoletana, perché si delinea il corpo istituzionale che permetterà di differenziare Napoli dagli Stati vicini on quale scomposto mucchio di anarchiche sabbie feudali, ma quale corpo politico dotato di un struttura robusta e permanente. Il viceré, il Sacro Consiglio Collaterale, la Corte della Vicaria, la cancelleria organizzata da Ferdinando il Cattolico nel 1505, i parlamenti con rappresentanza popolare, i seggi della capitale dotati di poteri deliberanti, intessono una trama coerente che era il meglio che si potesse attuare in quel tempo ed in quelle congiunture. Solo 55 su 1573 centri abitati appartenevano alla Corona, ma l'obiettivo dei re di Napoli sarà d'ora in poi la riduzione dei poteri della turbolenta nobiltà. Ciò anche nelle città amministrate da gruppi oligarchici, per le quali il visitatore Juan de Figueroa chiedeva nel 1536 una ispezione o una riforma. L'alleanza tra la Corona ed il popolo era tale che, se la nobiltà fomentò le sommosse del 1547 contro don Pedro di Toledo, Uberto Folieta poteva commentare nella sua narrazione del Tumultus Neapolitani sub Petro Toleto Prorege come "maximae napolitanae plebis mire gratus, caeterum nobilitate hostiliter invisus" (8). Ed il tumulto di Masaniello, lontano dall'essere un'offensiva contro il re di Napoli che era re delle Spagne, fu una reazione contro i soprusi dei nobili come testimonia Paolo Antonio di Tarsia nel suo Tumultos de la ciudad y reino de Nàpoles, quando da un lato segnala che i Napoletani "si sono dimostrati vassalli leali al loro Re, anche nell'impeto delle sommosse e dei tumulti" (9) e dall'altro che erano insorti a causa delle "prepotenze perpetrate dai potenti sulla povera gente" (10).

    Sarà, quindi, il primo aspetto della Tradizione napoletana l'esistenza di un corpo politico autonomo, con istituzioni proprie, con un diritto peculiare, con consigli e Cortes separati; di un Regno, insomma, quale lo foggiò Ferdinando il Cattolico e lo rafforzarono i suoi successori nell'unione profonda tra la Corona ed il popolo.

    3. Cultura peculiare napoletana

    II secondo elemento è l'esistenza di una cultura particolare di carattere napoletano, sia nella letteratura che nel diritto.

    Nelle lettere assistiamo a due periodi, determinati dagli ondeggiamenti della politica, considerando a parte un caso tipico del secolo XV, quando il miglior poeta in toscano che viveva in Napoli era Benito Gamet, nato a Barcellona, molto più dotto nel poetare alla maniera toscana di Pietro Jacopo di Gennaro o di Giovanni Francesco Caracciolo, per la semplicissima ragione che la lingua fiorentina era molto più diffusa sulle rive del Llobregat che su quelle del Sebeto (11).

    Nel primo periodo, che va fino al 1590, gli scrittori napoletani vivono nella speranza di vedere l'Italia intera intorno al trono dei loro re, ed aspirano parimenti alla monarchia universale di Carlo V. Ha origine nelle immagini nitide di Bernardino Martirano nell'Aretusa; continua con i tentativi fatti da Fabrizio Luna e da Benedetto di Falco (che con l'uso della lingua toscana cercarono di estendere l'egemonia napoletana in tutta la penisola); e culmina nei versi di Luigi Tansillo che abbandona l'Arno in nome del Sebeto auspicando per Carlo V la monarchia universale del re di Napoli:

    "e così sia nel mondo, opra non vile, un Pastor solamente, ed un ovile".

    L'abitudine di servirsi del toscano come strumento per il primato italiano di Napoli continua nella prima metà del regno di Filippo II per opera di Antonio Miniili no e di Reginaldo Accetto, fino a quando la sconfitta dell'Invincibile nel 1588 provocò la rinunzia della Monarchia universale delle Spagne e fece abbandonare il sogno della unificazione sotto lo scettro dei re napoletani. È allora che comincia l'offensiva antitoscana; questa si manifesta o in una posizione di ripulsa nei confronti del toscano, come nei versi dell'epistola di Cesare Campana al marchese del Vico Filippo Caracciolo, o con una affermazione del napoletano, concretamente realizzala dal grande classicismo del secolo XVII negli scritti egregi di Giambattista Basile, di Giulio Cesare Cortese, dello sconosciuto Filippo Sgruttendio di Scafati, di Bartolomeo Zito, di Titta Valentino.

    Nel campo del diritto, la scienza giuridica peculiarmente napoletana vive nei secoli XVI e XVII i suoi momenti migliori. Se escludiamo il pensiero di Andrea d'Isernia, che è un gigantesco monolito, è questo il periodo in cui fioriscono le scuole più varie tra i personaggi più eletti. Basti leggere i capitoli che nel mio Nàpoles hispànico consacro ad un tema quasi vergine di bibliografia (12) per identificare le energie intellettuali di tanti giureconsulti che fecero di Napoli la culla della scienza giuridica. Sorgono così una serie di scuole che compongono il più ricco mosaico di studi giuridici di cui si abbia memoria, non superato né prima né dopo da nessun popolo.

    Accanto a una particolare letteratura il regno napoletano ebbe una peculiare scienza del diritto.
    Fu possibile una cultura napoletana per lo scrupoloso interessamento dei re delle Spagne, fermi nel loro credo tradizionalista di rispettare la personalità storica del Regno, anche quando suggerimenti provenienti dagli stessi napoletani li incitavano alla castiglianizzazione del Regno partenopeo. E noto il caso di Tommaso Campanella che consigliava a Filippo III nella Monarchia di Spagna di "spagnolizzare" il Regno mediante l'imposizione della lingua, degli usi e delle leggi di Castiglia; e la reazione di quel buon re della vera Napoli che rifiutò i consigli dell'astrologo domenicano rinunziando alla triste gloria dei Cavour, dei Garibaldi e dei sovrani di quel Piemonte che lo stesso Campanella escludeva dalla lista dei popoli italiani.
    Il Regno napoletano tradizionale conobbe, con la personalità politica, l'indipendenza culturale nelle lettere e nel diritto. Fiorito tutto in uno splendido tipo umano che nell'opera El ingrato coglie il più bel fiore della produzione di Lope de Vega quando così descrive il principe Carlos che parla col servo Pasquino della napoletana Elena:

    "Pasquin: y si ella se preda de discreta y no lo es ?
    Carlos: No.
    la que en Nàpoles nació es impossible sea necia".

    4. L'impresa universale cristiana

    Al Regno, così rafforzato nelle istituzioni e maturo nella cultura, quei re affidarono l'impari compito di una missione storica: difendere la verità cattolica del Cristo contro i nemici del nord e del sud, contro il Protestantesimo e l'Islamismo. Oggi, che l'espressione guerra intellettuale non ha più valore per questo debole cattolicesimo conformista che sopportiamo, sarà difficile per molti comprendere la genialità storica che salvò la Cristianità dall'essere divorata dai suoi nemici, mercé i sacrifìci che con gli altri popoli della Confederazione spagnola, i miei antenati affrontarono coraggiosamente.

    Fummo strumenti di Dio. Se il Protestantesimo e l'Islamismo non poterono chiudere il cerchio che avrebbe stritolato quella Cristianità che ancora sopravviveva alla rivoluzione antropocentrica europea, fu perché Iddio si servì dei nostri popoli come strumento della Sua gloria e perché i nostri antenati poterono consacrarsi completamente alla impresa di combattere le battaglie del Signore nei leggendari tercios o nei banchi di Trento, nelle flotte da guerra o nella stampa dei libri.

    La massima gloria della tradizione napoletana è code-sto senso missionario, codesta guerra intellettuale contro l'Isiam e contro l'Europa. Ignorarla o disconoscerla è voler ignorare o disconoscere coscientemente l'essenza del Regno di Napoli. Con questa sciatta tendenza alla creazione dell'Europa, si giungerà unicamente a distruggere quel che rimane del vecchio Regno partenopeo.

    La tradizione di Napoli viene unanimemente vissuta ed espressa dai più grandi scrittori del regno, che sono nemici di Luterò, di Machiavelli, di Bodin, di Hobbes, in una parola di tutti i padri dell'Europa. Contro il primo di essi, Luterò, è un figlio di Gaeta, Tommaso de Vio, che apre la polemica cattolica, sebbene mai fosse spuntato in Napoli il benché minimo tentacolo dell'eresia luterana, giacché i valdesiani non ebbero con Napoli altra relazione se non quella di una momentanea permanenza: Juan de Valdés era di Cuenca, senese Bernardino Tommasini di Oca, fiorentini Pietro Carnesecchi e Pietro Martire Vermiglio, veneto Marc'Antonio Flaminio, lombarda Giulia Gonzaga, iberica Isabel Briceno. Neppure il machiavellismo ebbe fortuna in Napoli, perché la scuola napoletanissima del realismo tacitiano fu per costituzione antimachiavellica. Nelle sue file si trovano nomi dell'altezza di Girolamo Franchetta, Fabio Frezza, Deodato Solerà, Gio. Donato Turboli, Muzio Floriati, Giambattista Vico e molti altri; senza contare che nacque a Rocca d'Evandro, in Terra di Lavoro, uno dei più formidabili polemisti antimachiavellici di cui si abbia memoria: Ottavio Sammarco; ed inoltre pensatori che non ammettevano neanche il tacitismo (data la loro posizione estremamente realistica), come Alberto Pecorelli o Giulio Cesare Capaccio, o il coraggioso polemista Torquato Accetto, impegnato a combattere il Machiavelli dalle trincee della filosofìa stoica. La mentalità assolutistica tipicamente europea e sconosciuta nelle Spagne, teorizzata da Jean Bodin in Les six livres de la République, era incompatibile con la mentalità della Napoli tradizionale perché questa conosceva l'ossequio del principe alle leggi del Regno nella dottrina unanime della giurisprudenza regnicola, sintetizzata dai liberi sudditi di Filippo II nel tanto dimenticato quanto eccelso testo di Giovanni Antonio Lanario secondo cui "potestas absoluta non potest dari in Republica politica, et bene ordinata"1^; sviluppata da Alessandro Turammo nella sua visione della consuetudine come espressione della volontà popolare, da Andrea Molfesio nel suo quadro delle limitazioni legali, da Domenico Tassone nella tavola delle limitazioni istituziomissione storica: difendere la verità cattolica del Cristo contro i nemici del nord e del sud, contro il Protestantesimo e l'Islamismo. Oggi, che l'espressione guerra intellettuale non ha più valore per questo debole cattolicesimo conformista che sopportiamo, sarà difficile per molti comprendere la genialità storica che salvò la Cristianità dall'essere divorata dai suoi nemici, mercé i sacrifìci che con gli altri popoli della Confederazione spagnola, i miei antenati affrontarono coraggiosamente.

    Fummo strumenti di Dio. Se il Protestantesimo e l'Islamismo non poterono chiudere il cerchio che avrebbe stritolato quella Cristianità che ancora sopravviveva alla rivoluzione antropocentrica europea, fu perché Iddio si servì dei nostri popoli come strumento della Sua gloria e perché i nostri antenati poterono consacrarsi completamente alla impresa di combattere le battaglie del Signore nei leggendari tercios o nei banchi di Trento, nelle flotte da guerra o nella stampa dei libri.

    La massima gloria della tradizione napoletana è code-sto senso missionario, codesta guerra intellettuale contro l'Isiam e contro l'Europa. Ignorarla o disconoscerla è voler ignorare o disconoscere coscientemente l'essenza del Regno di Napoli. Con questa sciatta tendenza alla creazione dell'Europa, si giungerà unicamente a distruggere quel che rimane del vecchio Regno partenopeo.

    La tradizione di Napoli viene unanimemente vissuta ed espressa dai più grandi scrittori del regno, che sono nemici di Luterò, di Machiavelli, di Bodin, di Hobbes, in una parola di tutti i padri dell'Europa. Contro il primo di essi, Luterò, è un figlio di Gaeta, Tommaso de Vio, che apre la polemica cattolica, sebbene mai fosse spuntato in Napoli il benché minimo tentacolo dell'eresia luterana, giacché i valdesiani non ebbero con Napoli altra relazione se non quella di una momentanea permanenza: Juan de Valdés era di Cuenca, senese Bernardino Tommasini di Oca, fiorentini Pietro Carnesecchi e Pietro Martire Vermiglio, veneto Marc'Antonio Flaminio, lombarda Giulia Gonzaga, iberica Isabel Briceno. Neppure il machiavellismo ebbe fortuna in Napoli, perché la scuola napoletanissima del realismo tacitiano fu per costituzione antimachiavellica. Nelle sue file si trovano nomi dell'altezza di Girolamo Franchetta, Fabio Frezza, Deodato Solerà, Gio. Donato Turboli, Muzio Floriati, Giambattista Vico e molti altri; senza contare che nacque a Rocca d'Evandro, in Terra di Lavoro, uno dei più formidabili polemisti antimachiavellici di cui si abbia memoria: Ottavio Sammarco; ed inoltre pensatori che non ammettevano neanche il tacitismo (data la loro posizione estremamente realistica), come Alberto Pecorelli o Giulio Cesare Capaccio, o il coraggioso polemista Torquato Accetto, impegnato a combattere il Machiavelli dalle trincee della filosofìa stoica. La mentalità assolutistica tipicamente europea e sconosciuta nelle Spagne, teorizzata da Jean Bodin in Les six livres de la République, era incompatibile con la mentalità della Napoli tradizionale perché questa conosceva l'ossequio del principe alle leggi del Regno nella dottrina unanime della giurisprudenza regnicola, sintetizzata dai liberi sudditi di Filippo II nel tanto dimenticato quanto eccelso testo di Giovanni Antonio Lanario secondo cui "potestas absoluta non potest dari in Republica politica, et bene ordinata"1^; sviluppata da Alessandro Turammo nella sua visione della consuetudine come espressione della volontà popolare, da Andrea Molfesio nel suo quadro delle limitazioni legali, da Domenico Tassone nella tavola delle limitazioni istituzionali, da Francesco Pavone nella concezione delle consue-tudini popolari superiori alle leggi del principe, ed in tanti altri, che non è necessario citare per chiarire il concetto del potere limitato caratteristico delle Spagne, che metteva la Napoli autentica in posizione di contrasto con l'assolutismo bodiniano caratteristico d'Europa. Basterebbe la sistematica del diritto parlamentare napoletano elaborata dal vescovo di Capri Raffaele Rastelli, ai tempi di Filippo IV, per comprendere la contrapposizione del diritto politico napoletano, libero, di impronta spagnola, al diritto politico europeo.

    Il pensiero politico napoletano, come quello spagnolo in generale, fu antieuropeo, antiluterano, antimachiavellico, antibodiniano, schiettamente aderente alla Controriforma. L'Isiam e l'Europa furono i nemici nazionali. Fino al 1700 il Regno formò un blocco con il resto dei popoli della monarchia federata ispanica difendendo il teocentrismo intransigente della Cristianità di fronte alla nuova civiltà antropocentrica europea.

    5. La fine di Napoli

    La Napoli tradizionale, insomma, si cristallizzò in tre punti: la difesa intransigente del Cristianesimo cattolico, il mantenimento appassionato delle libertà del Regno inteso come corpo politico perfetto e totale, il fervido servizio al Re, capitano dell'impresa della Controriforma e paladino della Cristianità missionaria.

    La guerra civile che dilaniò i popoli spagnoli alla morte di Carlo II, provocò lo spezzettamento delle Spagne e, quel che è peggio, l'introduzione del nefasto pensiero europeo. Senza eccezione, in tutti i popoli della monarchia federale spagnola, la storia degli ultimi tre secoli sarà la lotta delle rispettive tradizioni spagnole contro l'estraneo spirito europeo. Napoli non costituisce una eccezione ed il suo sviluppo storico si identificherà con la polemica intorno alla sua tradizione assalita dall'assolutismo francese nel secolo XVIII, dal garibaldinismo liberale nel secolo XIX e dal sogno "romano" del fascismo nel secolo XX, che si succederanno lottando gli uni contro gli altri senza mai permettere una soluzione autenticamente napoletana.
    Il secolo XVIII vede il trionfo dell'Europa sulle Spagne, divise e soggette al governo di europei.

    Come in Castiglia prevarranno gli infrancesati Feijóo, Luzàn o Moratin, anche a Napoli sarà di moda imitare i Francesi. In ogni luogo si rinnega la genuina tradizione. Come in Castiglia, anche a Napoli una masnada di stranieri scende nel regno per annientare la sua essenza più profonda e per europeizzarla. Il francese Carlo III di Borbone dal trono, il toscano Bernardo Tanucci dal ministero, il conterraneo di quest'ultimo Bartolomeo Intieri sul piano culturale, il genovese Paolo Mattia Doria con la mendace storiografia, straziano l'anima nazionale napoletana. Come in Castiglia, anche qui si copiano l'amministrazione francese del Colbert, i gusti letterari del Boileau, la filosofia del Voltaire. L'eroico idealismo della difesa della Cristianità viene sostituito dal volgare pragmatismo di moda alla corte di Versailles. Invece di morire per degli ideali universali sui campi del Brasile o delle Fiandre, i Napoletani si preoccupano di costruire il palazzo di Caserta e vegetano sotto lo scettro borbonico. Le minoranze intellettuali, da Antonio Genovesi a Cesare Beccarla, da Gaetano Filangieri a Francesco Mario Pagano, non sono che fallite imitazioni di dottrine ultralpine. I letterati disprezzano la loro storia per inginocchiarsi ai piedi dell'idolo Voltaire, come fa Giuseppe Maria Galanti nella lettera del 20 Settembre 1773, o per deificare il selvaggio rousseaiano come Antonio Genovesi nella sua lettera del 9 Marzo 1768 ad Orsola Garappa. Nello stesso campo del diritto, in cui Napoli avrebbe potuto dar lezione a tutti i popoli, viene dimenticato il glorioso passato scopiazzando formule straniere; Broggia, o chiunque sia l'autore anonimo del saggio di un'opera intitolata Diritto pubblico e politico del Regno di Napoli, dichiara nientemeno l'inesistenza di una scienza del diritto e di una dottrina politica nella tradizione napoletana (14); gli elementi del diritto del Regno napoletano di Niccolo Valletta parlano della "ragione civile" di stampo europeo disprezzando le radici teologiche del diritto tradizionale di Napoli (15); Antonio Rossi edifica il suo libro Della Monarchia su basi assolutistiche, disprezzando la teoria della libertà di un Lanario o di un Tassone (16); i giuristi napoletani voltano le spalle ai loro incomparabili predecessori, esponenti universali della scienza giuridica.

    Solo il popolo protesta e continua a parlare napoletano, quel napoletano che gli eruditi disdegnano, come disdegnano le lettere, la filosofia e la giurisprudenza napoletane facendo a gara nel portare a termine un vero e proprio suicidio nazionale paragonabile solo a quello coevo della Castiglia e del Portogallo soggiogati dalla stessa stupida imitazione europea. Come altrove ho segnalato, assistiamo ad un furore collettivo dei napoletani nel rinnegare le proprie tradizioni, come se, non facendo più parte della confederazione delle Spagne, l'anima nazionale avesse perduto la sua ragione d'essere. A tutti i rami del pensiero e delle lettere si potrebbero applicare le parole tristi con cui Ferdinando Galiani descrisse il disprezzo per la lingua: "allo splendore di questa nuova luce di scienza e di sapere, la nazione vide con altr'occhio se stessa e n'arrossì. Per la connessione già formata nelle idee, e divenuta impossibile a staccare fu il suo stesso linguaggio quello che maggiormente la percosse e la ricoprì d'umiliazione e di rossore. Quasi si vergognò d'aver parlato. Ma non seguì a sì fatto rincrescimento la naturai risoluzione d'emendare e purgare il suo dialetto. Ne fu presa un'altra non meno strana che disperata. Si risolvè unanimemente di rinnegarlo, abborrirlo, deriderlo; così, per stimolo d'onore (cosa incredibile!), venne la nazione tutta a mettersi a schernire e vilipendiare se stessa. Poco mancò che non restasse mutola in tutto. Ma, per non perder il maggior contrassegno dell'uomo, qual è la favella, fu risoluto abbracciar con fervore non già il comune italiano, ma il pretto stringato idiotismo toscano. Si fecero venire a furia di Toscana l'edizioni degli autori resi sacri nella lingua della indeclinabile sentenza della Crusca; se ne ristamparono qui moltissimi; s'appresero quasi a mente. Tutti si dettero a rivoltar vocabulari, grammatiche, regole di ben parlar toscano. Niccolo Amenta insiem con altri pubblicarono volumi su qualunque minuzia grammaticale toscana. I nostri dotti non s'occuparono quasi in altro. Divennero argutissimi e sminuzzatissimi parolai. E, quasi in espiazione del nostro lungo peccato, fu avidamente impreso a parlar e a scriver nel più ricercato favellar fiorentino. Come suonassero bene dentro le bocche doriche napoletane i motti, le celie, i riboboli, le facezie, i gorgheggi e tutti i vezzi di mercato vecchio, può ciascuno immaginarselo" (17).

    Solamente il popolo abbandonato a se stesso e privo d'orientamento, cercò di continuare ad essere napoletano. Nel mondo delle lettere Giambattista Vico rappresenta l'ultima voce tradizionale con la sua avversione alla cultura moderna, con la sua lotta contro il pensiero europeo, fedele alla comune tradizione spagnola, fedele a Francisco Suarez da lui studiato durante l'intero anno 1684 tanto da diventare più suareziano che tomista, fedele a Tacito che illuminerà il realismo di Fabio Frezza e di Nuzio Floriati, confutatore di Bodin in un intero capitolo della Scienza nuova seconda, il III della parte XIII; nemico di Hobbes e Machiavelli, quali empi, distruttori della giustizia, scandali del pensiero, nel capitolo VII del libro III della prima Scienza nuova; spregiatore dell'idioma francese fino all'estremo di vantarsi di ignorarlo (18), lui, l'erudito degli eruditi; ultimo nome della Tradizione napoletana, la cui massima gloria fu costituita dalla lotta che condusse contro le astrazioni figlie del giusnaturalismo protestante utilizzando genialmente la sintesi suareziana della metafisica con la storia.

    La vittoria dell'Europa sulle minoranze intellettuali annientò la cultura originale napoletana. La monarchia borbonica affidò i suoi popoli ad uomini di formazione intellettuale straniera o addirittura di diversa nazionalità. Tanucci o Acton non sono meno stranieri di Murat; Luigi Medici non meno infrancesato di Carlo III. Dal momento in cui Napoli esce dalla confederazione delle Spagne, viene governata da nemici della sua libertà tradizionale, portati in alto dal favore reale o usciti dal seno di circoli illuministi del tipo di quelli che il palermitano Giovanni Meli fustiga nella satira IV de La villeggiatura:

    C'è Voltier! c'è Russò!... La signunua
    li capisci sti libra ch'haju dittu?
    Oh ultra eh'è na vera francisina
    li spiega lu sirventi 'ntra un vuschiettu".

    Ciò nonostante, il popolo profondamente napoletano odiava la Francia che l'Europa gli aveva imposto nel governo e che le stupide minoranze intellettuali adoravano. Con i Borboni perdette l'amore per la monarchia, quell'amore che aveva sentito per i monarchi spagnoli proprio per il loro napoletanismo, rimasto incompreso dai Borboni francesi.

    Dei grandi ideali, Dio e Re, che costituivano la profonda unità della confederazione spagnola, il secolo XVIII tolse al popolo napoletano il secondo, e nel 1799, senza più ideali né guide, la Tradizione napoletana perdette la sostanza monarchica pur continuando ad essere spagnola e napoletanissima nell'odio contro l'Europa incarnata dai Francesi e nella fedeltà alla fede cattolica. Nel 1799, dirà Vincenzo Cuoco nel Saggio storico sulla rivoluzione napoletana del 1799, "il popolo non amava più il re, non voleva neanche udirlo nominare; ma ripiena la mente delle impressioni di tanti anni, amava ancora la sua religione, amava la patria e odiava i francesi" (19).

    Nel secolo XVIII la tradizione napoletana perde il senso della monarchia autentica, ma sente la nostalgia delle libertà spagnole, continua ad odiare l'Europa, e crede nella realtà tradizionale di Napoli. Il suo grido di battaglia sarà l'"Evviva la Santa Fede ed il Popolo napoletano!". Perciò il grande teorico del tradizionalismo napoletano d'allora, il tanto calunniato principe di Canosa, Antonio Capece Minutolo, più che una soluzione monarchica che le circostanze imbrigliavano nell'assolutismo, parve postulare una repubblica aristocratica in unione con i "cavalieri della Città", proprio immediatamente prima che i Borboni distruggessero gli ultimi resti dell'antica libertà sciogliendo i "Sedili" il 25 Aprile 1800. L'aspirazione di Canosa, percorrendo altre vie, era tuttavia non lontana da quella di Vincenzo Cuoco: una Napoli fedele alla tradizione nazionale dei tempi spagnoli, tradizione più intuita che conosciuta, una Napoli antieuropea, cattolica, con proprie leggi libere.

    Il senso della storia è quel che avvicina due atteggiamenti apparentemente così diversi come quello di Canosa e del Cuoco nell'ultima svolta del 1800. Ma la loro voce rimase senza ascolto, come accadde a Mozo de Rosales nella Castiglia di Ferdinando VII; nessuno di loro, soffocati tra il liberalismo e l'assolutismo, riuscì ad imporre la propria tesi: quella di dare alla propria patria dei governi tradizionali basati su libertà concrete. Fu l'ultima speranza della Tradizione napoletana e, nel cadere, Napoli entrò nel dilemma di due soluzioni contrarie alla sua sostanza storica: l'assolutismo infrancesato dei Borboni nel secolo XVIII ed il garibaldinismo rivoluzionario dei Savoia nel XIX.

    Nel 1860 i liberali trionfarono sugli assolutisti ed i Piemontesi sostituirono i Francesi. Napoli non moriva allora, già era morta da 150 anni quando era uscita dalla confederazione monarchica delle Spagne. Carlo II era stato l'ultimo re nazionale.
    La data decisiva della fine di Napoli è il 1700, quando lo spirito nazionale viene annientato; Garibaldi fu solo colui che seppellì un popolo assassinato più di un secolo addietro.
    Chi legge N'appiceco tra nu fauzo liberale e n'accanito palatone di Antonio Teodoro, comprende la ragione di tali giudizi vedendoli proiettati nella realtà napoletana (20). Dopo un secolo e mezzo cadranno nel vuoto i tentativi di risuscitare lo spirito nazionale, sia nel campo letterario con lo scarno realismo di Ferdinando Russo, sia con il radicalismo nazionalista dei collaboratori di 'O spassatiem-po o con l'Accademia dei Filopatridi.

    Il popolo non reagisce più, rovinato com'è da imposte che scandalizzavano il marchese di Caccavone o il caustico Raffaele Petra (21). Prima ancora d'essere vinto nel 1860, fu venduto nel 1700. Solo qualche poeta, come Luigi Chiurazzi, rinnegherà la libertà garibaldina "mo portata", facendosi nostalgico sognatore della vera tradizione perduta, nella sua Aummaria (22). Il popolo napoletano, che nel secolo XVIII aveva perduta la fede nella monarchia per colpa di alcuni despoti francesi, nel XIX perdette la fede nella libertà per aver provato la libertà piemontese. Alle parole di Vincenzo Cuoco sopra citato, fanno eco quelle di Luigi, il "luciano" del nostalgico poema di Ferdinando Russo:

    "A libbertà! Chesta Mmalora nera
    ca nce ha arredutte senza pelle 'ncuolle!...
    A libbertà!... Sta fauzapuntunera
    ca te fa tante cicere e nnammuolle!...
    Po' quanno t'ha spugliato, bonasera!" (23)


    Degli antichi grandi ideali, il popolo napoletano conserva solamente la fede cattolica. E le sue stupide minoranze, abbagliate da dottrine straniere, ora nel secolo XX, stanno lavorando tenacemente per abbattere l'unico baluardo che resta della vera Tradizione.

    6. Via Toledo, 1963

    II Regno di Napoli, opera dei re delle Spagne, raggiunge la sua piena formazione istituzionale verso il 1500 e una propria cultura peculiare nei secoli XVI e XVII, quando l'indipendenza nel seno della confederazione spagnola rese possibile la realizzazione della sua personalità politica, giuridica e culturale. Nel 1700, smembratasi la confederazione delle Spagne, Napoli divenne vittima della nemica Europa. Il trinomio tradizionale di Dio, libertà concreta e re si svuota di contenuto nei tre secoli successivi: nel XVIII la fede nella monarchia, nel XIX il ricordo delle proprie libertà, nel XX la passione fervente nel Dio della Cristianità militante.
    Perciò io, passeggiando nella vecchia via Toledo, meta prediletta da tanti napoletani purosangue nei giorni in cui Napoli era Napoli, ho sentito spesso il peso dolce di una eredità così nobile ed ho guardato con pietoso dolore tanti figli del popolino venduti a tutte le pazzie delle mode europee dalle vuote minoranze di pseudo-intellettuali. Ultimo napoletano nell'intimità del mio spirito mi sentivo l'unico figlio spirituale della Tradizione napoletana tra gente che, non solo l'ignorava, ma si vantava d'ignorarla. Solo dall'anima del popolino, disprezzata da tali minoranze, traspariva la genuinità sepolta della Napoli mia e dei miei avi.
    L'incompetenza del comandante Achille Lauro ha dato il colpo di grazia alla Tradizione napoletana, poiché ha voluto camuffarla con la monarchia straniera dei Savoia, invece di indirizzarla verso la restaurazione della cultura patria. Avrebbe potuto seguire l'esempio di Francesco Gambo in Catalogna e la sua opera sarebbe stata efficace e duratura. Come Cambó, avrebbe potuto creare cattedre, fondare centri di cultura, finanziare case editrici, patrocinare ricerche, in una parola intraprendere l'impresa di fomentare la restaurazione spirituale di tutto il suo popolo. L'impresa di Cambó è riuscita a far sì che lo spirito catalano abbia resistito all'offensiva di due dittature e continui nella sua splendida primavera nazionale. Allo stesso modo Lauro avrebbe potuto salvare il salvabile della Tradizione napoletana se avesse lavorato alla restaurazione di Napoli invece di perdersi in mille meschine lotte campanilistiche, se avesse preferito il mecenatismo storico alla transitoria carica di sindaco, se avesse posseduto il senso esatto della prospettiva storica napoletana.
    Forse ora è tardi per risuscitare la Tradizione di Napoli. Ma, per coloro che ancora cercano di denigrarla o vogliono ignorarla, lì stanno le sue vestigia; nei libri che non si leggono, nel popolo che viene disprezzato, nel cuore di molti che inconsciamente le sentono come io le sento. Perciò passeggiando tanti pomeriggi nella rumorosa via Toledo ho sofferto la tristezza profonda della solitudine, consolata solo dalla voce serena dell'ultimo tradizionalista napoletano, del fraterno amico Silvio Vitale, quando il richiamo che sentivo nel più profondo del mio essere mi diceva che era impossibile finisse così il popolo dei miei antenati, ricco di lealtà generosa, creatore di grandi libertà concrete, paladino di imprese universali. Morirò, ma voglio morire con la speranza che, anche se sepolta e derisa, la tradizione della mia Napoli non può restare inerte archeologia. La giustizia di Dio non può permettere che muoia tra ludibri un popolo che è stato strumento di Lui nelle battaglie decisive della storia. Neanche se, come sembra accadere, i Napoletani si sono lasciati andare nella pazzia di un suicidio collettivo.


    NOTE

    1 Salvatore Di Giacomo, Opere, Verona, Arnoldo Mondadori, 1957, 2 tomi, citazione nel I, p. 192.
    2 Ibidem, II, p. 645. Nàpoles hispànico nell'ansia di conoscere in che consiste la Tradizione napoletana, cioè, l'anima della mia adorata Napoli.
    Dio ha premiato i miei lavori con il più bel regalo della mia vita. Nella mia Napoli ho incontrato la compagna perfetta all'ombra immortale del migliore re che abbia avuto Napoli, il nostro signore Don Filippo II. Con lei posso continuare a percorrere i sentieri della mia passione napoletana, benché passi per via Toledo tra rinnegati o incoscienti.
    2. Il corpo istituzionale autonomo
    3 Niccolo Machiavelli, Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio, in Il Principe e Discorsi, Milano, Feltrinelli, 1960, p. 256. Nel I, p. 55. 4 Napoli, Gravier, 1769, p. 2.
    4 Benedetto Croce, II villano dì Matera e Ferdinando il Cattolico, in Varietà dì storia letteraria e civile, Bari, Laterza, I (1949), p. 34.
    5 Epigrammatum liber, Venezia, Mateo Capcasa parmense, 1493, f. 47 v.to 7. ' Elogio al Catholico Re Ferdinando, in Locanna dì scrittori dì Terra di Otranto, Lecce, Tipografia Garibaldi, III (1867), p. 107.
    8 Napoli, Giovanni Cravier, 1769, p. 3.
    9 Leon de Francia, Carlo Burgea, 1670, p. 2a.
    10 Tumultos, 2
    11 Lo certifica Erasmo Percopo nella pagina 183 della sua edizione delle Rime del Canteo, Napoli, Biblioteca napoletana di storia e letteratura, 1892.
    12 Nàpoles hispànico, Madrid e Sevilla, Ediciones Montejurra, I (1958), pp. 343-391, II (1958), pp. 249-315. Ili (1959), pp. 187-264. IV (1961), pp. 493-565.
    13 Ioannis Antonii Lanarii, Repetitiones feudales, Napoli, Apud Lazarum Scorigìum, 1630, p. 115 b.
    14 Cosmopoli s.d., p. 2.
    15 Napoli, Michele Morelli, 1776, p. 8.
    16 Napoli, Giuseppe Campo, 1779, pp. 12 e 110 fra altre.
    17Ferdinando Galiani, Del dialetto napoletano, 1779, Edizione di Fausto
    18 Su ciò Fausto Nicolini, La giovinezza di Giambattista Vico (1668-1770), saggio biografico, Bari, Laterza, 1932, p. 157.
    19 Edizione di Nino Cortese, Firenze, Vallecchi, 1926, p. 101.
    20 Datato 14 Luglio 1865. Nella Raccolta di poesìe edite ed inedite, Napoli, Fratelli
    Tornese, 1887, pp. 57 b59 a.
    21 Vedi Andrea Genoino, Profilo del Marchese di Caccavone, Napoli, N. Jovene,
    1924, p. 134.
    22 In Enrico Malato, La poesìa dialettale napoletana, Napoli, Edizioni
    Scientifiche Italiane, 1960, citazione nel II, p. 173.
    23 Ferdinando Russo, 'O Luciano d' o Rre, Napoli, Bideri, 1963, p. 47.

    tratto da:
    Francisco Elias de Tejada, La Monarchia Tradizionale, Controcorrente 2001

    http://www.politicaonline.net/forum/...d.php?t=287344

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    Francesco PAPPALARDO

    1799: Rivoluzione e Contro-Rivoluzione nel Regno di Napoli


    La reazione armata delle popolazioni del Regno di Napoli - organizzate in gran parte nell'esercito della Santa Fede - contro la Repubblica Napoletana del 1799, va inserita nel più ampio contesto del così detto Triennio Giacobino (1796-1799) o, cambiando angolo di visuale, dell'Insorgenza (1796-1815), cioè dell'insieme delle sollevazioni contro-rivoluzionarie e antinapoleoniche in Italia. Nascono in quel periodo effimere repubbliche, sostenute soltanto da minoranze «illuminate», che ritennero giunta l'ora per concretizzare le loro utopie o, più prosaicamente, per impadronirsi dei beni ecclesiastici e delle terre comunali su cui gli abitanti esercitavano gli usi civici da tempo immemorabile. Le popolazioni, anziché lasciarsi incantare dalla Libertà astratta e letteraria dei riformatori, insorgono concordi in difesa delle loro tradizioni e delle residue libertà concrete, mostrando che il vero elemento unificatore della nazione italiana era rappresentato dalla comune identità religiosa e culturale. La Rivoluzione, infatti, è avversata dagli italiani perché percepita nella sua essenza reale: straniera nella lingua e nei modi, ma soprattutto straniera al costume, alle credenze e ai legittimi interessi di un popolo (1).

    Queste considerazioni valgono in particolare per l'insorgenza nel Regno di Napoli che, rispetto ad altre simili vicende italiche, può essere assunta come modello per l'ampiezza del fenomeno, per la minore frammentarietà delle vicende, per l'esito vittorioso e per la presenza di un nucleo dirigente che, per quanto piccolo, seppe coordinare la reazione popolare, spontanea ma non autonoma. Nel 1799, i lazzari, cioè il popolo minuto di Napoli, e i contadini delle province, si rivelano ben lontani dall'essere una massa amorfa, avvezza a passare con facile rassegnazione da un padrone all'altro, e le loro gesta danno vita all'impresa della Santa Fede, animata e condotta dal cardinale Fabrizio Ruffo (1744-1827).

    1. Il dibattito storico

    1.1 Fra storia e ideologia

    La prima ricostruzione, coeva agli avvenimenti, è dei cronisti di parte regia, innanzitutto del domenicano Antonino Cimbalo, appartenente forse alla Provincia di Sicilia, testimone oculare delle vicende e autore di un Itinerario della spedizione, dato alle stampe nel 1799 (2). Il libro offre l'eco immediata dei fatti e ha un impianto forzatamente cronachistico, limitandosi alla «[...] narrazione sincera di quanti sono stati gli effetti ammirabili nelle gloriose vittorie riportate da quei soldati, che sotto del Reale Crocesegnato vessillo han combattuto» (3).

    Più meditata è l'opera del siciliano Domenico Leopoldo Petromasi (4), che aveva seguito il cardinale Ruffo dall'inizio della sua impresa, ricoprendo la carica di commissario di guerra per le attività logistiche e ottenendo dal re, al termine del conflitto, il grado di tenente colonnello come riconoscimento per l'opera svolta. La sua intenzione è quella di ampliare la narrazione del domenicano Cimbalo, di cui «[...] si fece spaccio di tutte le copie» (5), e di descrivere non soltanto la marcia dell'esercito della Santa Fede dalle Calabrie a Napoli, di cui era stato «testimonio di veduta» (6), ma anche le operazioni militari che avevano portato alla liberazione di Roma e dello Stato Pontificio. Il cronista rende giustizia a quei valorosi combattenti e restituisce alla loro impresa il carattere di un'autentica epopea nazionale, senza però addentrarsi nei risvolti politici e culturali dello scontro militare in atto, che rappresentava non più l'ennesima lotta fra case regnanti ma un conflitto fra due irriducibili concezioni del mondo e il primo attacco rivoluzionario al principio della legittimità monarchica.

    Il carattere di radicale novità del conflitto è colto, sul versante rivoluzionario, dal molisano Vincenzo Cuoco (1770-1823), che nel 1801, esule a Milano, pubblica il Saggio storico sulla rivoluzione di Napoli del 1799 (7) - dove individuava le ragioni del fallimento della Repubblica Napoletana nella frattura operata dai giacobini nei confronti della storia e delle tradizioni del regno - e, nel campo legittimista, dall'abate Domenico Sacchinelli (1766-1844), estensore delle Memorie storiche sulla vita del Cardinale Fabrizio Ruffo (8), e soprattutto da Antonio Capece Minutolo, principe di Canosa (1768-1838), che nel 1834 raccoglie le sue considerazioni nella Epistola ovvero riflessioni critiche sulla moderna storia del reame di Napoli del generale Pietro Colletta (9).

    La polemica storiografica fra i due opposti schieramenti viene alterata, però, dall'infelice autocensura borbonica, che pone le radici della sconfitta culturale dei sostenitori del Trono e dell'Altare. Infatti, il re Ferdinando IV di Borbone (1751-1825), nel 1801, dopo l'amnistia imposta dai francesi con il trattato di Firenze, proibisce la pubblicazione di opere sul periodo repubblicano e sulla spedizione della Santa Fede, cioè su una vicenda che, per quanto vittoriosa, egli considerava legata agli eccessi di una guerra fratricida e il cui ricordo, a suo avviso, non avrebbe fatto altro che rinfocolare rancori nefasti. Dopo la spedizione dei Mille, nel 1860, invece, sono gli «unitari» a imporre il silenzio agli storici di parte borbonica, così che le vicende del 1799 sono ricordate tuttora secondo la vulgata rivoluzionaria.

    1.2 L'inquinamento storiografico

    Vincenzo Cuoco e Pietro Colletta, testimoni diretti degli avvenimenti del 1799, fin dall'inizio danno al dibattito storico un taglio particolare, cioè di ricerca e di meditazione sugli errori commessi dai repubblicani, per dimostrare che la fine ingloriosa della Repubblica Napoletana era stata la conseguenza di una rivoluzione accettata «passivamente». Cuoco, soprattutto, si sforza di presentare quel fallimento come la conseguenza di sbagli e di circostanze avverse, così da salvaguardare il ruolo dirigente dell'«intellettuale» e il suo diritto a ergersi come rappresentante della nazione.

    Benedetto Croce (1866-1952) - che si richiama a Cuoco per sottolineare il distacco fra la classe politica e la nazione - riduce in larga misura la storia del Mezzogiorno d'Italia a quella del suo ceto intellettuale e giunge a idealizzare i giacobini come una nuova aristocrazia, «quella reale, dell'intelletto e dell'animo» (10). Antonio Gramsci (1891-1937), che utilizza lo stesso procedimento logico, si rammarica dell'assenza «momentanea» di un'avanguardia intellettuale, cioè di un partito leninista non ancora fondato, e propone una interpretazione delle insorgenze in chiave di lotta di classe fra contadini e borghesia. Secondo l'ideologo marxista «[...] la città fu schiacciata dalla campagna, organizzata nelle orde del cardinale Ruffo perché la Repubblica [...] trascurò completamente la campagna da una parte, ma dall'altra, prospettando la possibilità di un rivolgimento giacobino per il quale la proprietà terriera, che spendeva la rendita agraria a Napoli, poteva essere spossessata, privando la grande massa popolare dei suoi cespiti di entrata e di vita, lasciò freddi se non avversi i popolani napoletani» (11). Giorgio Candeloro (1909-1988) respinge la «tesi della rivoluzione passiva, intesa nel senso puramente negativo della refrattarietà dell'Italia alla Rivoluzione o della non necessità della Rivoluzione in Italia per effetto della precedente opera del riformismo settecentesco» (12) e la ricupera in chiave gramsciana, sostenendo che il giacobinismo italiano non aveva avuto la possibilità di realizzare «[...] quell'alleanza tra città e campagna che era riuscito ad attuare in Francia nel periodo precedente il Termidoro» (13) e che comunque il periodo rivoluzionario ha avuto effetti positivi, consentendo «un ulteriore passo avanti della borghesia italiana nel suo complesso [...][e] la formazione di un movimento patriottico, che tende a spezzare rivoluzionariamente il vecchio ordinamento politico dell'Italia» (14).

    Nel complesso queste ipotesi interpretative finiscono per ricondurre la storia delle azioni umane quasi esclusivamente all'acume o agli errori dei gruppi dirigenti, ignorando o togliendo valore alla partecipazione popolare e offrendo spiegazioni insufficienti delle insorgenze. In particolare, l'impostazione «classista» cerca invano di accreditare l'idea di una conflittualità sociale molto diffusa in tutta la penisola, che abbia sempre gli stessi caratteri in presenza di popolazioni rette da istituzioni diverse, situate in contesti geoeconomici non uniformi e con tradizioni differenti.

    Una spiegazione insoddisfacente è offerta anche dalla storiografia nazionalistica, che ha avuto corso fra le due guerre mondiali e vede nelle insorgenze soltanto preziose affermazioni di valori nazionali e, quindi, una reazione allo straniero invasore e non ai princìpi rivoluzionari, i quali - essa sostiene - avrebbero ricevuto migliore accoglienza se presentati in altro modo e in altra circostanza (15).

    Negli ultimi trent'anni il peso della tradizione crociana, nella versione rinnovata dagli innesti gramsciani, ha continuato a stimolare l'attenzione degli storici sugli intellettuali e sul pensiero politico della Repubblica Napoletana, ritenuta «un momento fondamentale non solo nella storia meridionale ma nella elaborazione della tradizione democratica italiana» (16). Anche per altre vie il giacobinismo napoletano ha suscitato interesse: «Gli espliciti o inconfessati sensi di inferiorità del meridionalismo storico potevano attingere alla "Repubblica dei martiri" consolazione e riscatto, speranze per l'avvenire. [...] Aneddotica delle "donne illustri", contadinismo populista e "perdute armonie" cittadine fra aristocrazia e "plebe", facevano e fanno del 1799 una inesauribile fonte di ispirazione letteraria» (17).

    Soltanto negli ultimi anni la ricerca scientifica, finora stereotipata nelle interpretazioni, ha dato segnali di cambiamento e comincia a proporre ricostruzioni d'insieme che prestano attenzione anche al fenomeno dell'Insorgenza, letto nel contesto dei mutamenti economici e sociali in atto in varie parti del regno, dei violenti conflitti municipali provocati dal mutare delle gerarchie tradizionali e dello scontro culturale fra due realtà molto differenti (18).

    Nel complesso, però, la matrice religiosa degli avvenimenti risulta sbiadita e la resistenza armata di interi popoli, che si batterono in difesa della loro fede e delle loro tradizioni - soprattutto dove si era conservata l'organica compattezza della nazione cristiana - è ancora oggi ignorata da molti o ricordata con disprezzo: «[...] tutto questo che è dignità, fierezza, spirito di sacrificio - scrive lo storico Niccolò Rodolico (1873-1969), autore di orientamento liberale «nazionale» - è stato considerato, specialmente per l'Italia meridionale, fanatismo e brigantaggio» (19).

    2. Gli antefatti

    2.1 Fermenti rivoluzionari

    La costituzione di un regno napoletano indipendente, nel 1734, con don Carlos di Borbone (1716-1788), favorisce lo sviluppo economico, sociale e artistico del paese, ma dà inizio anche a progressive tensioni con la Chiesa, a causa della violenta politica anticuriale della corte, culminata con la stipulazione di un nuovo Concordato, la soppressione del Sant'Officio e l'abolizione dell'omaggio della «chinea», un cavallo bianco, simbolo della soggezione feudale del reame alla Santa Sede. L'ispiratore di questa politica, che apre la strada alla laicizzazione dello Stato e alla secolarizzazione della società, è il ministro Bernardo Tanucci (1698-1783), affiancato da uomini di governo e da intellettuali illuministi. Questi, però, «[...] sprovvisti di sufficienti nozioni teologiche sull'intima struttura della società ecclesiastica, non seppero rinvenire un fondamento assoluto alle aspirazioni della Chiesa, né distinguere il diritto dal privilegio, che, essendo un prodotto dei tempi, può e deve essere abrogato col mutare delle circostanze» (20).

    Non è facile identificare le fasi determinanti della rottura fra cultura religiosa e cultura laica, ma un momento importante nel graduale distacco pratico dalla Chiesa di molti «cavalieri» ed esponenti del ceto medio è la soppressione della Compagnia di Gesù: «E' indubbio - scrive Romeo De Maio - che alla caduta dei gesuiti seguirono in Napoli l'espansione del deismo, collegato alla rinascita della massoneria (dopo ch'era stata soppressa nel '54), al regalismo anticlericale, e al visibile decadimento di istituzioni tradizionalmente serie come il Collegio dei nobili e le congregazioni ascetico-caritative per ceti aristocratici e borghesi; si poté anche rilevare la notevole riduzione o l'involuzione qualitativa della letteratura spirituale, specialmente per il clero» (21). Da quel momento i giansenisti e gli illuministi napoletani hanno piena libertà di azione, innanzitutto contro i gesuiti: «I giansenisti e tutti i novatori - nota sant'Alfonso Maria de' Liguori (1696-1787) - li vogliono tolti dal mondo, per togliere un baluardo alla Chiesa. Mancando i gesuiti, non così facilmente si ritrova chi si oppone ai loro errori. I gesuiti hanno franca la penna; e la Compagnia si fa gloria di combattere tali nemici. [...] Essi [i giansenisti] non hanno in mira la sola Compagnia, ma colla Compagnia la Chiesa e lo Stato» (22).

    Anche l'adozione di leggi restrittive nei confronti del clero regolare ha gravi ripercussioni: i religiosi, soprattutto i francescani, si riducono di numero e decadono visibilmente gli ordini, gettati nell'agitazione e nello scompiglio. Le conseguenze negative di quei rivolgimenti sono sottolineate anche dalla storiografia d'ispirazione marxista: «[...] l'esistenza di numerosissimi conventi aveva dato vita ad una fitta rete di opere di carità [...]. E' ovvio, pertanto - osserva Gaetano Cingari -, che la soppressione dei conventi contribuì ad acuire l'esasperazione del popolo, che si vedeva sottrarre queste antiche e non certo inutili istituzioni» (23). «Era pur sempre il clero - regolare e secolare - che tradizionalmente forniva il personale per tutti i possibili servizi, per la sanità, per l'assistenza e per l'istruzione. Tutti questi servizi - scrive Augusto Placanica - erano rimasti del tutto privi di personale proprio nel momento in cui se ne auspicava il potenziamento» (24).

    Alla chiusura dei principali centri di cultura religiosa e alla soppressione di molte congregazioni laicali seguono altri due avvenimenti di grande portata per la diffusione dell'ideologia rivoluzionaria: la riforma dell'università, a danno delle scienze ecclesiastiche, e l'espansione delle logge massoniche. La massoneria diffonde nel clero una concezione nuova dei suoi compiti e dei suoi fini e in certe formulazioni s'identifica con la stessa religione cristiana, assunta al ruolo di super-religione, prescindendo dai dogmi e al di sopra della gerarchia ecclesiastica (25). Gli agenti segreti della Repubblica Francese trovano un mezzo efficace per la diffusione del giacobinismo proprio nelle logge massoniche, che si andavano trasformando in focolai rivoluzionari, subendo anche l'influenza del filone dell'egualitarismo comunista. Dietro i così detti club si svolge un'attività cospirativa che ha come obbiettivo finale «l'occupazione per assalto del palazzo reale e delle sedi del governo, e la fisica soppressione dei governanti; la conquista del "castello" ed i cannoni puntati sulla città; la rivolta del popolo ovvero se il popolo non insorga la coazione ad obbedire» (26).

    La nobiltà risente più di ogni altro ceto della ventata sovvertitrice e i suoi rappresentanti sono gradualmente irretiti da uno spirito di dissolutezza e di miscredenza. I baroni si riducono a cortigiani e a semplici proprietari terrieri, decorati di titoli pomposi e sempre meno significativi, desiderosi soltanto di mantenere intatti i propri privilegi senza fornire alla comunità un corrispettivo di servizi. Per di più, sollecitano l'abolizione di quei vincoli feudali, indispensabili all'economia contadina, che rappresentano per il signore un insieme di consuetudini e di contratti poco remunerativi, collaborando di fatto con gli illuministi, che combattevano contro le ultime vestigia politiche ed economiche del feudalesimo. Soltanto per contingenti ragioni polemiche la letteratura antifeudale settecentesca e ottocentesca ha messo l'accento sull'oppressione baronale, descrivendo a fosche tinte il sistema feudale e generalizzando situazioni che spesso costituivano soltanto eccezioni (27).

    Dallo sfaldamento dell'antico sistema trae vantaggio un nuovo ceto, definito genericamente «borghese», composto in prevalenza da avvocati, negozianti e professionisti, anch'essi reclamanti, in nome dell'idea illuministica di una proprietà libera da ogni vincolo, l'abolizione di quelle consuetudini - le terre aperte, gli usi civici, i tenui canoni colonici e di affitto, il favore accordato alla piccola conduzione e proprietà - che assicuravano alle popolazioni rurali i complementi necessari alle loro piccole economie. Proprio nel periodo di transizione dalla vecchia economia alla nuova le condizioni di vita peggiorano radicalmente. Su ciò concordano sia gli studiosi liberali, come Giuseppe Galasso - secondo cui «[...] questa modernizzazione significava anche un peggioramento oggettivo per le centinaia di migliaia di piccole economie contadine, esposte al rischio di non trovare più i punti di riferimento tradizionali per esse nel sistema feudale» (28) -, sia quelli marxisti, come Augusto Placanica, il quale scrive che il piccolo appezzamento contadino «[...] è respinto alla soglia di sussistenza dai fenomeni economico-giuridici tipici di quegli anni» (29).

    I nuovi arrivati fanno incetta di terre - grazie soprattutto all'usura, all'incameramento dei beni ecclesiastici e alle usurpazioni di beni comunali e demaniali - e portano con sé la durezza e la fiscalità proprie del capitalismo liberale. Ancora più grave è la rottura del contatto esistenziale, della omogeneità culturale e della solidarietà fra signori e contadini, che erano state le caratteristiche fondanti dell'Antico Regime.

    La reazione popolare sul finire del secolo, perciò, non è antifeudale e neppure antiaristocratica - se non dove la nobiltà era venuta meno alla sua funzione di mediazione e di comando -, ma rivolta contro la nuova mentalità rivoluzionaria, che imponeva un'economia senza vincoli corporativi e senza remore morali, infrangeva i legami esistenti fra i diversi ceti e veicolava una cultura estranea e avversa alle tradizioni civili e religiose del paese.

    Re Ferdinando IV cerca di conciliare inizialmente, con una politica di lente e misurate trasformazioni, le spinte rivoluzionarie, che vengono dai ceti in ascesa e dal mondo della cultura, con il desiderio di non infrangere equilibri tradizionali. I sanguinosi avvenimenti della Rivoluzione francese e la scoperta nel regno di un vero e proprio complotto giacobino contro la monarchia gli fanno tuttavia comprendere che i riformisti attentano, di fatto, ai poteri della regalità, mettendone in discussione il carattere sacrale, e hanno come meta finale il rovesciamento delle legittime istituzioni. Il re fa bruscamente marcia indietro, rinsalda i vincoli con il Pontefice, Pio VI (1775-1799), e invita i principi italiani a fare lega contro la Rivoluzione.

    2.2 Fermenti contro-rivoluzionari

    Preparatore remoto ma profondo della resistenza contro-rivoluzionaria è sant'Alfonso Maria de' Liguori, «il più intelligente restauratore religioso del Settecento» (30), che presta la sua energica mano alla Chiesa, travagliata da attacchi esterni e interni, e si prodiga per migliorare le condizioni spirituali e le sorti materiali del popolo.

    Nato a Marianella di Napoli il 27 settembre 1696 e avviato alla professione di avvocato, abbandona l'attività forense nel 1723 e abbraccia lo stato sacerdotale. Il suo carattere pratico l'orienta verso i problemi più immediati della vita del credente, scossi nella fede e nelle certezze tradizionali dai nuovi movimenti culturali e religiosi, soprattutto l'illuminismo, che minava dalle fondamenta la fede cristiana, e il giansenismo, sostenitore di una dottrina della grazia che, invece di alimentare la fiducia e di animare la speranza, portava alla disperazione o, per contrasto, al disimpegno. Si tratta di argomenti cui dedica la Breve dissertazione contro gli errori dei moderni increduli, del 1756, e Verità della fede contro i materialisti e deisti, del 1767. Come socio delle Apostoliche Missioni percorre i paesi vesuviani, gli Appennini e le Puglie, annunciando con semplicità le verità eterne. Nel 1732, desiderando evangelizzare più efficacemente le popolazioni del Mezzogiorno, specie le più abbandonate e sprovviste di aiuti spirituali, fonda a Scala, piccolo paese sopra Amalfi, la Congregazione del Santissimo Salvatore, poi denominata del Santissimo Redentore. Incontra subito l'ostilità del Cappellano Maggiore del regno, Celestino Galiani (1681-1753), del ministro Tanucci e di altri uomini di governo, che non volevano sentir parlare di nuovi ordini religiosi proprio mentre pensavano di sopprimere quelli esistenti, ma, nel 1749, ottiene il riconoscimento da Papa Benedetto XIV (1740-1758).

    Grande amico del popolo, al quale insegna che tutti sono chiamati alla santità, ognuno nel proprio stato, sant'Alfonso si circonda di ecclesiastici e di laici di ogni ceto, sesso ed età, ovunque organizzandoli in associazioni. Infatti, profondo conoscitore dei cuori e delle esigenze delle diverse realtà sociali, vuole un'assistenza materiale e spirituale adeguata alla particolare natura di ognuna di esse. Si dedica in modo particolare ai ceti più umili, compiendo innumerevoli missioni nelle campagne e nei paesi rurali e prodigandosi in un intenso apostolato nei quartieri più poveri di Napoli, dove organizza, fin dal 1727, le Cappelle Serotine, frequentate assiduamente da artigiani e da lazzari, che si radunavano la sera, dopo il lavoro, per due ore di preghiera e di catechismo. L'opera ha rapida diffusione e diventa una scuola di educazione civile e religiosa. Sant'Alfonso si rivolge al popolo con i mezzi pastorali più idonei e più efficaci, rinnovando la predicazione nei metodi e nei contenuti, e collegandola con un'arte oratoria semplice e immediata. Il dialetto, che egli usa spesso nel contatto con i più umili, non è soltanto veicolo di trasmissione del messaggio evangelico, ma diventa strumento di raffinata poesia, che pone il santo nella schiera dei grandi poeti napoletani.

    La scelta «preferenziale» per i poveri non significa trascurare la parte più abbiente della popolazione, dal momento che «ultimo» è chiunque si trova in pericolo di perdersi o per povertà materiale o per povertà spirituale e intellettuale. Sant'Alfonso, individuando nella missione verso i poveri e i dotti la necessità del momento, rivolge un'attenzione particolare anche ai nobili e agli intellettuali, perché la Chiesa, assorbita sul versante culturale dal confronto con il giurisdizionalismo e su quello pastorale dalla catechesi popolare, aveva lasciato tali ceti impreparati di fronte alla diffusione delle nuove ideologie.

    Nel 1762, a sessantasei anni, pur conservando la carica di rettore maggiore della Congregazione, viene nominato vescovo della diocesi di Sant'Agata dei Goti, nel Beneventano. Nel nuovo compito pastorale sviluppa un'attività che ha quasi dell'incredibile, nella duplice direzione del ministero diretto - avviando una riforma spirituale del clero nei tre settori fondamentali della vocazione, del ministero e della preghiera - e dell'apostolato della penna. La sua imponente produzione letteraria giunge a comprendere ben centoundici titoli e abbraccia i tre grandi campi della fede, della morale e della vita spirituale. Fra le opere ascetiche, in ordine cronologico, si possono ricordare le Visite al SS. Sacramento e a Maria SS., del 1745, Le glorie di Maria, del 1750, Apparecchio alla morte, del 1758, Del gran mezzo della preghiera, del 1759, e la Pratica di amar Gesù Cristo, del 1768, il suo capolavoro spirituale e il compendio del suo pensiero. I suoi scritti, in cui la semplicità dell'esposizione si unisce a una sapienza profonda, saranno tradotti in oltre settanta lingue e avranno circa diciassettemila edizioni. Nel 1775, fiaccato da molte sofferenze fisiche e spirituali, sant'Alfonso lascia la diocesi e si ritira a Pagani, nel Salernitano, in una casa del suo istituto religioso, dove rimane fino alla morte, avvenuta il 1° agosto 1787. Il processo di beatificazione ha inizio già nove mesi dopo e si conclude nel 1839 con la canonizzazione da parte di Papa Gregorio XVI (1832-1846). Papa Pio IX (1846-1878) lo proclama dottore della Chiesa nel 1871 e Papa Pio XII (1939-1958) lo assegna come celeste patrono a tutti i confessori e ai moralisti nel 1950.

    Nel 1871, in occasione della sua proclamazione a dottore universale, fu detto giustamente che tutti gli errori condannati dal Sillabo nel 1864 - deismo, materialismo, liberalismo, comunismo, società segrete - trovano una condanna e una confutazione anticipata nei suoi scritti. In particolare, d'immensa portata pastorale è la polemica sul giansenismo, poiché investiva la prassi sacramentale e la concezione stessa della divinità, della redenzione, della salvezza e della Chiesa. Sant'Alfonso è turbato dall'invasione di quella corrente devastante e opera con alacrità per conservare integra nel popolo la fede in genere e, in specie, la devozione a Maria, e in campo strettamente dogmatico elabora una dottrina della grazia imperniata sulla preghiera, che restituirà alle anime il respiro della fiducia e l'ottimismo della salvezza. Così, «[...] nei lunghi anni di lutto per il suo popolo, sul quale incombeva la minaccia di venire defraudato della figura della Madre divina, egli creò il capolavoro della dottrina e del culto di Maria, l'opera "Glorie di Maria", pegno di una poderosa vittoria del vero amore cattolico per la Vergine» (31). Grazie ai suoi scritti la consuetudine della meditazione diventa molto comune e si radica in tutti i ceti una cristiana sapienza, aneddotica e sentenziosa, frutto dell'assimilazione delle massime eterne e dei diari spirituali. Le Visite al SS. Sacramento hanno larghissima diffusione, sicché si può affermare che «[...] il risveglio eucaristico europeo lungo la seconda metà del secolo XVIII e tutto il XIX è dovuto a questo libretto, vero codice della pietà alfonsiana, e della più schietta religiosità cattolica» (32). Dal moto alfonsiano - che si intreccia ai primi del secolo XIX con la nuova fioritura delle pratiche religiose di spirito ignaziano, soprattutto grazie all'opera del gesuita Nikolaus Albert von Diessbach (1732-1798) e del venerabile Pio Bruno Lanteri (1759-1830) - nasce una pietà solidissima, che costituisce il principale alimento spirituale delle famiglie cattoliche per tutto l'Ottocento e oltre, specialmente nei centri rurali.

    Il suo probabilismo - che si opponeva sia al rigorismo giansenista, influenzato dal protestantesimo puritano, sia a un certo lassismo volgare, sorto come reazione eccessiva al rigorismo - costituisce la più sicura garanzia contro i sogni utopistici e ricorda, in opposizione a quanti pensano che il progresso storico porterebbe alla graduale estinzione del male, che la perfezione non è di questo mondo. Se si considera che, fra tutti i dottori della Chiesa, sant'Alfonso è stato definito «il più letto» (33) dai comuni fedeli, che la maggioranza del clero - in Italia come in Francia - ne adottò le massime nella pratica quotidiana del confessionale e che egli, per oltre un secolo, ha rappresentato la massima autorità riconosciuta nel mondo cattolico nel campo della teologia morale, si comprende il ruolo decisivo che questa figura ha avuto nel radicare un sano realismo di fronte a tutte le utopie e nel riformulare l'ethos italiano di fronte alla sfida della modernità.

    Uomo di ampia e raffinata cultura umanistica e giuridica, oltre che teologica e filosofica, laico fervente, sacerdote dedito alla rieducazione religiosa, morale e civile del popolo napoletano, missionario, fondatore di una congregazione religiosa, vescovo zelante, scrittore fecondo di opere teologiche e ascetiche, pittore, poeta, musicista, egli è senza dubbio un grande protagonista della storia della Chiesa e della storia tout court. Nel Mezzogiorno porta a termine uno straordinario lavoro di animazione civile e culturale, dotando la Chiesa e la società di numerosi e solidi presìdi, che sarebbero stati lievito della reazione della Santa Fede, «preparata» dal santo napoletano «nello stesso senso in cui san Luigi Maria Grignion de Montfort [1673-1716] preparò la Vandea» (34).

    3. La Rivoluzione

    3.1 L'aggressione militare

    Sant'Alfonso Maria de' Liguori muore nel 1787. La Rivoluzione francese scoppia due anni dopo ed è presto esportata militarmente in Europa, suscitando ovunque aspre reazioni.

    Luigi Blanch (1784-1872), di parte moderata, forse il più acuto degli storici napoletani della prima metà del secolo XIX, descrive l'impatto delle idee sovversive sugli abitanti del Regno di Napoli, soprattutto i popolani, che, quando conobbero «[...] la morte del re e le persecuzioni alla religione e ai suoi ministri, acquistarono una profonda antipatia, che si poteva senza esagerazione denominare odio, per le nuove massime e pei suoi partigiani» (35). Agiva in loro un sentimento di nazionalità che «[...] rappresentava il proprio modo di essere, le abitudini, i costumi e le credenze. Conservarle era indipendenza e libertà, perderle schiavitù. [...] Perciò l'invasione dei Francesi della rivoluzione dava al governo un appoggio che esso non avrebbe trovato forse contro i Francesi di Luigi XVI né contro gli Austriaci o gli Spagnuoli, che avessero invaso il regno e cambiato la dinastia» (36).

    Quando, nel novembre del 1798, dopo aver conquistato Roma e lo Stato Pontificio, l'esercito rivoluzionario invade il Regno di Napoli, la «[...] monarchia napoletana - ammette Croce -, senza che se lo aspettasse, senza che l'avesse messo nei suoi calcoli, vide da ogni parte levarsi difenditrici in suo favore le plebi di campagna e di città, che si gettarono nella guerra animose a combattere e morire per la religione e pel re, e furono denominate, allora per la prima volta, "bande della Santa Fede"» (37).

    Stimolati dal sentimento religioso e nazionale, gli abruzzesi sono i primi a levarsi compatti contro l'aggressore. Basta che le campane suonino a stormo perché i montanari, convocati a parlamento, prendano le armi e ogni villaggio si trasformi in un centro d'insurrezione. I nemici provano a spezzare tutte le campane, ma la mobilitazione contro di essi continua al suono dei grandi corni da pastore. La resistenza è vivificata dal proclama che re Ferdinando IV aveva rivolto «ai suoi fedeli, bravi ed amati popoli degli Abruzzi» (38) in occasione della festa dell'Immacolata Concezione, l'8 dicembre 1798, invitandoli a difendere quello che avevano di più caro: «[...] la Religione, l'onore delle vostre mogli delle vostre figlie e delle vostre sorelle, la vostra vita e la vostra roba. [...] Accorrete con tutte le vostre armi. Invocate Dio, combattete e siete certi di vincere!» (39).

    Teramo è la prima città del Regno di Napoli dove viene innalzato l'albero della libertà, è la prima a subire le requisizioni e le violenze di una rapace e feroce soldatesca, ed è anche la prima a essere «realizzata», cioè restituita all'autorità regia, dalle «masse» degli insorgenti, guidati negli Abruzzi da Giuseppe Costantini, detto «Sciabolone» (1758-1808), e da Giuseppe Pronio (1760-1804). Questa resistenza si collega, e in parte ne è la continuazione, a quella condotta nel dipartimento pontificio del Tronto da parte dei contadini marchigiani. Analogamente, dal Circeo - dove la Madonna della Vittoria era stata invocata come liberatrice dall'aggressore e la cui immagine era stata dipinta sui vessilli degli insorgenti - la scintilla si propaga a Terracina e quindi alla Terra di Lavoro - fra le odierne province di Latina, Frosinone e Caserta -, dove al posto dell'albero della libertà viene innalzata la Croce. La scarsa propensione delle «masse» ad allontanarsi dal proprio villaggio e dal proprio territorio è una caratteristica iniziale di queste sollevazioni, destinate a esaurirsi non appena veniva restaurato formalmente l'ordine e, dunque, esposte più facilmente alla rappresaglia del nemico. Il governo borbonico ha, comunque, un ruolo importante nell'acquisizione, da parte delle insorgenze, di un carattere esteso e uniforme, che le avrebbe differenziate dalle sporadiche e locali reazioni che si manifestavano nella penisola contro i rivoluzionari francesi e i collaborazionisti giacobini.

    Questi reagiscono con ferocia: Alatri, Narni, Sezze, Ferentino e Anagni nello Stato Pontificio; L'Aquila, Popoli, Petina, Pratola, Fondi, Sessa, Cassino, Itri, San Germano e Isernia nel Regno di Napoli sono messi a ferro e a fuoco e i paesani vengono passati per le armi. «Crudeli, spietati, inumani, non ammettono i francesi che alcuno possa opporsi alla loro avanzata verso Napoli. Chi osa impugnare le armi in difesa del proprio paese è un brigante e, come tale, non merita il perdono» (40). E' emblematico l'esempio di Isernia, dove vengono massacrati circa millecinquecento abitanti, rei di aver resistito ai rivoluzionari. Analoga sorte subiscono i paesi disseminati sui monti Aurunci, in Terra di Lavoro, dove la resistenza sarà guidata da un capobanda di notevole talento, Michele Pezza (1771-1806), che sarebbe passato alla storia e alla leggenda con il soprannome di fra Diavolo (41). Ma più che le stragi restano nella memoria popolare i sacrilegi, il comportamento empio e le espressioni blasfeme con cui la truppa occupante mostrava i risultati di dieci anni di rivoluzione in Francia. Tale violenza non scoraggia la resistenza e presto le deboli autorità rivoluzionarie imposte nelle città dall'esercito invasore sono rovesciate da artigiani e da contadini uniti.

    Il modificarsi della situazione e le sue potenzialità favorevoli non sono colte a Napoli, dove la corte sembra paralizzata dalla paura di essere presa in trappola dentro la capitale e non scorge il carattere lealistico delle manifestazioni con cui il popolo, furente per la sconfitta militare, chiede al re di restare nella capitale per difenderla dai francesi. Invece, il 21 dicembre 1798, il sovrano lascia la città per rifugiarsi a Palermo, nominando vicario generale del regno il generale Francesco Pignatelli (1734-1812), conte di Acerra e marchese di Laino. La base morale dell'autorità del vicario è assai debole: il disfacimento dell'esercito, guidato dall'inetto generale austriaco Carl Mack von Leiberich (1752-1828), lo priva della forza per imporsi, mentre la partenza del sovrano lede il prestigio della monarchia presso la nobiltà malcontenta e presso il ceto medio, schierato su posizioni neutrali.

    Al vicario si oppone anche la magistratura cittadina, detta Corpo di Città o più semplicemente Città, che rappresenta al tempo stesso la municipalità di Napoli e l'intero reame ed è depositaria dei privilegi della nazione. Sulla base del diritto tradizionale il giovane principe di Canosa, elemento di spicco della nobiltà, rivendica alla Città il diritto e il dovere di rappresentare la nazione in assenza del re, come era già accaduto altre volte nel passato (42). Il vicario - il quale incarnava le tendenze assolutistiche, che miravano a rompere il rapporto organico fra monarca e società a svantaggio della seconda, ridotta così a una indifferenziata massa di sudditi - si oppone alle richieste avanzate dal Corpo di Città e avvia trattative con i francesi. Seguono il vergognoso armistizio di Sparanise, presso Caserta, il 12 gennaio 1799, la resa di Capua, le successive violazioni, la fuga dell'imbelle vicario e la ripresa dell'offensiva francese.

    I napoletani, allarmati, fanno rifornimento di armi e s'impadroniscono dei castelli della città perché non vengano consegnati al nemico. «E sul principio - scrive lo storico tedesco, barone Joseph Alexander von Helfert (1820-1910) - la cosa andò bene. La gente faceva chiasso per le strade, tirava fucilate in aria, si compiaceva di fare pompa delle armi carpite, ma senza recar danno a nessuno; giravano per la strada pattuglie di lazzaroni, che avevano un contegno tranquillo e conveniente» (43). Il controllo della situazione da parte della popolazione, in particolare dei lazzari, è denominato «anarchia», ma si tratta inizialmente di una condizione pacifica, che avrebbe potuto essere trasformata in un ordine composto se qualcuno, dotato di autorità e di capacità, si fosse posto a capo di quanti chiedevano di essere organizzati e guidati. La rarità di figure autorevoli e consapevoli di quanto stava avvenendo conferma il successo della rivoluzione culturale che precede ogni rivoluzione nei fatti.

    Gerolamo Pignatelli, principe di Moliterno (1774-1848), eroe della guerra del 1796 contro i francesi, e il generale Lucio Caracciolo, duca di Roccaromana (1771-1836), sono acclamati «generali del popolo», ma passano quasi subito nel campo avverso, occupando insieme ai giacobini il castello di Sant'Elmo, da cui si domina l'intero abitato di Napoli. I lazzari scelgono allora capi provenienti dalle loro file e si uniscono a circa quattromila soldati, dispersi dalla viltà dei comandanti ma ancora desiderosi di battersi, mentre i giacobini, le cui schiere erano state rinsanguate dalla liberazione dei detenuti politici, cannoneggiano dall'alto i concittadini che difendevano la capitale.

    I popolani mostrano una notevole capacità organizzativa, grazie anche a momenti di coordinamento che fanno riferimento a forme di organizzazione interne alla società bassa di Napoli nonché alle strutture corporative e ad altre forme di aggregazione religiosa dei laici. I francesi devono impegnarsi a fondo per domare la resistenza e soltanto dopo tre sanguinose giornate il generale Jean-Etiénne Championnet (1762-1800) può annunciare la vittoria al Direttorio, elogiando il comportamento valoroso dei napoletani: «[...] nessun combattimento fu mai così ostinato, nessun quadro così orribile. I lazzaroni, questi uomini meravigliosi, quei reggimenti stranieri e napoletani scampati dall'esercito, che era fuggito innanzi a noi, chiusi in Napoli, sono degli eroi. Si combatte in tutte le strade, il terreno è disputato palmo a palmo, i lazzaroni sono comandati da capi intrepidi. Il forte di Sant'Elmo li fulmina, la terribile baionetta li atterra, essi ripiegano in ordine, tornano alla carica» (44).

    3.2 La nascita della Repubblica

    Il 21 gennaio 1799, mentre ancora si combatteva per le vie della capitale, in Sant'Elmo viene proclamata la Repubblica Napoletana. Due giorni dopo, Championnet costituisce un governo provvisorio e ne affida la presidenza a Carlo Lauberg (1752-1834), ex frate scolopio e massone, che negli anni 1790 aveva fatto della sua accademia di chimica un centro di diffusione delle idee rivoluzionarie e di cospirazione politica. Il generale nomina pure i membri del governo, che esercitano sia il potere esecutivo sia quello legislativo, anche se tutta l'attività statale si svolge sotto il vigile controllo del comandante dell'armata francese, la cui sanzione è richiesta per rendere esecutivo qualsiasi provvedimento. Segretario generale del governo è inizialmente Marc-Antoine Jullien de la Drôme (1775-1848), commissario di guerra dell'esercito rivoluzionario, mentre ministri delle finanze e della guerra sono rispettivamente i francesi Jean Bassal (1752-1802) e Jacques-Philippe Arcambal (1765-1843). «Più che di repubblica - secondo Valentino Sani -, sarebbe dunque lecito parlare di governo di occupazione militare a tutti gli effetti» (45). Ancora più severo è lo storico francese Jean-Louis Harouel, che definisce le «repubbliche sorelle», cioè le repubbliche giacobine create dai francesi nei paesi occupati, come «copertura di Stati satelliti, dominati politicamente e militarmente, e sfruttati economicamente» (46) dalla Francia rivoluzionaria, allo stesso modo «degli Stati satelliti delle democrazie popolari, dominati e sfruttati per circa mezzo secolo» (47) dall'Unione Sovietica.

    Un secondo governo sarà costituito il 14 aprile dal commissario organizzativo André-Joseph Abrial (1750-1828), che istituisce un Comitato esecutivo, di cui sarà presidente il professore di diritto Ercole D'Agnese (1745-1799), e una Commissione legislativa, presieduta prima dal giurista Mario Pagano (1748-1799) e poi dallo scienziato Domenico Cirillo (1739-1799).

    Secondo Anna Maria Rao «[...] appare difficile continuare a parlare di un astratto e generico "ceto intellettuale" che avrebbe fatto la rivoluzione a Napoli» (48). In effetti, aderiscono alla repubblica intellettuali illuministi, chierici e prelati di simpatie giansenistiche o legati all'antica tradizione giurisdizionalistica del regno, non pochi nobili - appartenenti soprattutto a famiglie che portarono «sempre avversione ai re Borboni, e al loro antifeudalismo, e alle loro tendenze livellatrici» (49) -, rappresentanti del foro e delle professioni, provenienti in buona parte da circoli massonici o portatori di interessi che si andavano affermando in quei decenni. Presso questi ceti la rottura generazionale sarà uno degli elementi fondamentali del processo di sviluppo dello spirito rivoluzionario, come è stato evidenziato da Galasso, secondo cui «[...] l'irruzione giovanile sulla scena politica in quegli anni di sviluppi drammatici e originali inaugura anche a Napoli la connessione fra "giovinezza" e "rivoluzione" che sarà poi una costante dell'epoca contemporanea» (50) e «[...] l'appassionamento giovanile alla politica nella Napoli alla fine del secolo XVIII si espresse anch'esso nella rottura con la monarchia. Per la prima volta la sacralità del trono fu l'oggetto di un violento e pregiudiziale rifiuto giovanile; e quella sacralità, rotta allora, non si sarebbe mai più del tutto ricomposta» (51).

    Il popolo, invece, dopo la sconfitta rifluisce in un atteggiamento di attesa, mantenendo sempre desta la fronda antifrancese, nonostante il repentino voltafaccia di alcuni suoi capi, come Michele Marino (1753-1799) e Francesco Antonio Avella, detto «Pagliucchella» (1771-1799), attirati dalle lusinghe dell'abile generale Championnet. La «plebe» - annota il diarista Carlo de Nicola, testimone degli eventi - «[...] continua ad essere avversa, e si tiene a freno pel timore non già per amore» (52); prende parte alle manifestazioni della repubblica solo «[...] un tal Michele detto il Pazzo, che fa da capo popolo, ma è malveduto dai suoi stessi popolari compagni» (53). Il 9 maggio, la letterata Eleonora Fonseca Pimentel (1752-1799), animatrice del giornale repubblicano Il Monitore Napolitano, osserva: «Il Popolo Napolitano, il quale allorchè insorse alla resistenza, se mostrò accecamento di ragione, svelò insieme un vigor di carattere, che ignoravano in lui gli stessi suoi connazionali, serbava tuttavia nell'animo pel nuovo sistema quel non so che di acerbezza, che è figlia del dolore della sconfitta» (54). Il marinaio di Santa Lucia, fucilato per aver gridato «Viva il re!» davanti ai soldati francesi che gli ingiungevano di inneggiare alla «Libertà», bene impersona il popolo genuino, che non si piegava alla Rivoluzione. «Non ostante i tentativi fatti [...] per conquistarlo alle nuove idee, e non ostante qualche sua fugace favorevole manifestazione nella capitale, esso fu e si conservò sempre decisamente avverso. [...] così nella sua grande maggioranza il popolo napoletano restò fedele al re lontano e ne auspicò il ritorno» (55).

    3.3 La «democratizzazione» forzata

    «L'Uguaglianza e la Libertà sono le basi della nuova Repubblica» (56), annuncia il nuovo governo, ma poiché alcuni sono più uguali degli altri viene altresì disposto: «Gli uomini generosi, che avranno preceduto i loro concittadini nella carriera gloriosa della Libertà saranno i primi chiamati a sostenere i diritti del popolo, ed a servire la patria nella rappresentazione e ne' tribunali, negl'impieghi civili e militari; dovendo la Repubblica esser riconoscente verso i Repubblicani» (57). L'instaurazione del nuovo regime dovrebbe coincidere con l'avvento di una nuova era, caratterizzata dal superamento delle secolari tradizioni del regno, perché per essere buon patriota «[...] bisogna essere ancora nemico irreconciliabile del passato» (58). Pertanto, viene introdotta una nuova monetazione e si propone di cambiare il nome delle strade, trasformando radicalmente la toponomastica e adeguandola ai canoni della virtù repubblicana e dell'amore per la patria. Il territorio della Repubblica viene diviso in dipartimenti e in cantoni che sconvolgono la ripartizione amministrativa esistente, tanto da indurre i governanti a ritirare il provvedimento e da suscitare il biasimo anche di Pietro Colletta: «[...] scambiati i nomi, creduto città un monte e fatto capo di cantone, il territorio di una comunità spartito in due cantoni, certi fiumi addoppiati, scordate certe terre; insomma, tanti errori che si restò all'antico; e solo effetto della legge fu il mal credito de' legislatori» (59). Inoltre, viene introdotto il Decadario, cioè il calendario rivoluzionario francese, che sostituiva la decade alla settimana e mutava i nomi dei mesi e dei giorni: «La nuova scansione temporale, volendo sovvertire ritmi secolari, è il segnale reale dell'utopia: un nuovo tempo è la metafora della palingenesi che si fa concreta, coinvolgendo ogni sfera dell'attività quotidiana» (60). Infine, viene rimosso sistematicamente ogni emblema regio e ogni simbolo «feudale», assegnando a questa furia iconoclastica - che porta alla distruzione incontrollata di monumenti storici - un significato esemplare e pedagogico nei confronti del popolo: «[...] la monarchia e la feudalità, i pilastri cioè dell'abbattuto regime politico, debbono perdere il carattere di sacralità e di immutabilità cristallizzato e pietrificato in un passato da cancellare; è il momento fondativo della repubblica a giustificare una capillare distruzione, anche di oggetti di proprietà di "particolari", di private famiglie» (61).

    Per ottenere il consenso popolare sono istituite numerose feste civiche, prima fra tutte quella dell'albero della libertà, caratterizzata dal «piantamento» di un albero adornato di nastri e della bandiera repubblicana e sormontato dal berretto frigio, cui generalmente fanno seguito la lettura pubblica dei proclami governativi, il rogo delle bandiere reali e un Te Deum di ringraziamento. Le feste proseguiranno anche negli ultimi giorni della Repubblica: «Si crederebbe? - annota Carlo de Nicola l'1 giugno - mentre si annunziano tali feste, e si fa illuminazione, Napoli è stretta dagl'insorgenti, è vicina ad una rivoluzione, e se non altro, ad essere affamata» (62). E il 2 giugno: «Ieri sera entrando alcuni soldati che fuggivano dagl'insorgenti, domandarono se quella illuminazione facevasi per le mazzate che avevano ricevute, o per la loro fuga» (63).

    Il 5 febbraio, Eleonora Fonseca Pimentel sprona il governo «[...] a stabilire delle missioni civiche, siccome ve n'erano prima delle semplicemente religiose; ed invitiamo il gran numero de' nostri non men dotti, che civici, e zelanti ecclesiastici, i quali han già la pratica della persuasiva popolare, a prestarsi a quest'opera anche senza l'ordine, ed invito del Governo» (64). Questa sollecitazione probabilmente è poco ascoltata, perché il 12 e il 15 marzo il ministro dell'Interno, l'abate Francesco Conforti (1743-1799), già teologo di corte, deve rivolgersi ai vescovi e al clero napoletani per invitarli a «illuminare gli ignoranti» (65) sul nuovo governo, chiarendo che esso «[...] è il più conforme alla mente del Vangelo» (66), e accompagna le sue circolari con istruzioni minuziosissime, contenenti quasi la traccia dei discorsi che i sacerdoti avrebbero dovuto tenere. Grande cura è dedicata al linguaggio, «nella consapevolezza, anche, della necessità di usare in politica, a fini divulgativi e propagandistici, categorie culturali e materiali linguistici - quelli religiosi, appunto - noti e rassicuranti» (67). Nello stesso tempo si procede a una svalutazione del linguaggio religioso tradizionale, sostituendo le denominazioni tradizionali con parole e locuzioni dal significato negativo, come denunciato dal Nuovo Vocabolario Filosofico-Democratico, stampato a Venezia nel 1799, secondo cui il termine «superstizione» «[...] dinota ogni culto religioso, ed antonomasticamente la Religione Cattolica Romana» (68), mentre la parola «religione» indica «espressamente in Lingua Democratica l'Ateismo. [...] Proteggere la Religione e distruggere la superstizione, in lingua Democratica vuol dire introdurre l'Ateismo e distruggere la Religione» (69). Non mancano ecclesiastici che «[...] tirando dal Vangelo le dottrine di eguaglianza politica, e volgarizzando in dialetto napoletano alcuni motti di Gesù Cristo, incitavano e rafforzavano l'odio a' re, l'amore a' liberi governi, l'obbedienza all'autorità del presente» (70). In definitiva, il «[...] ricorso al Vangelo per combattere il sistema monarchico ed affermare quello repubblicano - scrive Renzo De Felice (1929-1996) - non deve trarre in inganno, esso fu comune in quel momento a numerosissimi esponenti democratici nostrani e non significa una reale adesione al cristianesimo, ma fu solo un espediente tattico per convogliare le simpatie popolari verso i nuovi regimi presentandoli come i più conformi alla legge divina» (71).

    L'arcivescovo di Napoli, il teatino card. Giuseppe Maria Capece Zurlo (1711-1801), reso debole anche dall'età, non riesce a tenere una condotta coerente e si lascia trascinare dagli eventi. Ai rinnovati ordini del generale Championnet risponde pubblicando una pastorale in favore della Repubblica; tenta di opporsi alla politica del ministro Conforti ma poi, sia che si sorprendesse la sua buona fede sia che effettivamente avesse dato il suo consenso, tace quando vede pubblicata con il suo nome una scomunica contro il cardinale Fabrizio Ruffo, accusato di essersi proclamato Pontefice con il nome di Urbano IX.

    Tuttavia, la politica religiosa del nuovo governo non lascia adito a dubbi. Il 14 febbraio, «[...] considerando che un popolo, il quale passa in un tratto dalla schiavitù alla libertà, non possa dirsi compitamente rinato ad uno stato così felice, se istruzioni uniformi di dura morale, e di vero patriottismo non formino ugualmente in tutti gli Individui lo spirito, e 'l costume publico, vero sostegno delle buone leggi» (72), viene disposta la formazione di una commissione ecclesiastica per sottoporre al controllo governativo l'attività del clero. A Napoli, fra i mesi di marzo e di aprile, vengono requisiti nove conventi, con la motivazione di dover dare alloggio alle truppe. «La verità - commenta de Nicola - è che si vuole togliere [...] al publico il commodo spirituale che i medesimi li danno. Perché non pigliarsi le case di Monteoliveto, s.Pietro a Majella e Montevergine, che predicano e non confessano, ed inquietare chi predica, confessa e fa missioni?» (73).


    Gli occupanti non fanno niente per attirarsi simpatie. Nelle province fanno strage di innocui monaci, abusano di donne e di religiose, incendiano edifici sacri, fanno scempio delle spoglie dei santi e organizzano mascherate con sacri arredi, mentre i giacobini lasciano spazio a manifestazioni di pubblica irreligiosità che offendevano la coscienza degli abitanti. Scandalosa è per questi la festa svoltasi nel convento napoletano di San Martino in occasione dell'istituzione della repubblica; scandaloso è il modo in cui alcuni frati, gettata la tonaca, si erano sposati «repubblicanamente»; scandalosi sono i proclami e gli opuscoli d'incitamento ai religiosi perché abbandonassero i conventi e dessero «cittadini alla patria» (74).

    I francesi, inoltre, tramite il commissario Guillaume Charles Faypoult (1752-1817), chiedono un contributo di quindici milioni di franchi - al cui pagamento collabora il governo provvisorio, imponendo un prestito forzoso agli abitanti di Napoli e dei casali circostanti - e si fanno consegnare preziose opere d'arte conservate nei musei napoletani, così che, se «[...] nei giorni dello scompiglio i Lazzaroni avevano rubato secondo il loro talento, nei giorni dell'ordine rubarono i francesi secondo la legge» (75).

    I rivoluzionari si fanno chiamare «patrioti», ma il termine non deve trarre in inganno. Nel Nuovo Vocabolario Filosofico-Democratico viene data di «Patriotta» la seguente definizione: «Significa uomo conveniente alla Patria Repubblicana. Per essere buon Patriotta in tal senso, bisogna essere un uomo a cui non faccia ribrezzo alcuna iniquità. [...] Non si può dunque essere un buon Patriotta senza essere un Ateo, un traditore de1 proprio legittimo Sovrano, della vera sua Patria, del proprio Padre, de' Concittadini, di Dio, della Religione, dei Costumi e sane massime, e con tali prove di Patriottismo uno è poi sicuro delle prime cariche nella Patria Repubblicana» (76).

    I «patrioti» si accorgono ben presto di essere estranei alla grandissima parte del popolo, isolati anche dalle cerchie borghesi neutrali e tenuti in pugno dai francesi. Essi, «[...] che, dopo un decennio di segrete elaborazioni, proclamavano la nascita della Repubblica Napoletana, [avevano] calcolato ogni dettaglio tranne quello essenziale: l'interesse della popolazione. Errore inconcepibile per menti finissime ma troppo ingenue» (77).

    I giacobini, che credevano alla magica virtù della «Libertà» e veneravano il regime repubblicano come una forma eterna e infallibile, avente quasi carattere religioso, ritengono che basti promulgare certe leggi fondamentali per attuare automaticamente la felicità dei popoli. La legge del 25 gennaio, modificata il 10 febbraio, che abolisce i diritti di primogenitura e i fidecommessi - smantellando così la struttura della famiglia, soprattutto di quella nobiliare, fondata sulla trasmissione integrale dei beni fondiari al primogenito - e il progetto di Costituzione repubblicana, redatto sotto la direzione di Mario Pagano e mai approvato, sono frutto di questa mentalità illuministica. La società è concepita come il risultato di un contratto e dipendente dalla libera volontà degli «individui» così riuniti; da ciò deriva l'idea del popolo sovrano, non più inteso come l'insieme delle famiglie e di altri gruppi sociali, ma come massa amorfa di «cittadini». La Dichiarazione dei Dritti, e Doveri dell'Uomo, del Cittadino, del Popolo, e de' suoi Rappresentanti, posta a preambolo della Costituzione, ha presente questo uomo astratto e slegato dai suoi rapporti concreti con le diverse società alle quali appartiene: «Il principio de' doveri civili si è, che la società vien composta dall'aggregato delle volontà individuali. Quindi la volontà generale, o sia la legge deve diriggere le volontà individuali» (78). «Ma - viene precisato - quando diciamo Popolo, intendiamo parlare di quel Popolo, che sia rischiarato ne' suoi veri interessi, e non già d'una plebe assopita nell'ignoranza, e degradata nella schiavitù, non già della cancrenosa parte aristocratica» (79).

    «Questa parte del popolo - scrive Fonseca Pimentel, il 9 febbraio -, la quale per fintanto che una migliore istruzione non l'innalzi alla vera dignità di Popolo, bisognerà continuare a chiamar plebe» (80), finché essa «[...] mercè lo stabilimento di una educazione Nazionale non si riduca a pensar come Popolo» (81). Il 7 febbraio sono costituite le così dette sale d'istruzione, allo scopo «[...] di spargere e di propagare i principii della rivoluzione Repubblicana e della morale pubblica» (82). Secondo una disposizione del 17 febbraio anche i teatri dei burattini e i cantastorie devono trattare «soggetti democratici» (83). Inoltre, commissari «democratizzatori», regolarmente patentati da una commissione centrale, sono inviati nei dipartimenti della repubblica «per organizzarvi tutte le autorità costituite e consolidare la rivoluzione» (84), ma incontreranno grandi ostilità: «[...] ciascuno di loro operò secondo il proprio giudizio, generalmente assai scarso, e quale si rese ridicolo per l'ignoranza e per la vacuità dell'enfatico dire, quale distruggendo antichi usi e costumi offese ed eccitò le popolazioni» (85).

    Molti commissari non arriveranno neanche a destinazione. I rivoluzionari, infatti, hanno intorno a sé un mare di insorgenze e le loro colonne si muovono sporadicamente dalla capitale verso il resto del paese per taglieggiare e per reprimere. Alla fine si rassegnano a chiudersi nelle piazzeforti, lasciando alla guida delle nuove municipalità gli esponenti della borghesia e qualche nobile, mentre il popolo suscita quasi ovunque un vasto e vigoroso moto realista.

    4. La Contro-Rivoluzione

    4.1 «In hoc signo vinces»

    Il proposito di dare una guida capace e autorevole alla reazione popolare per ricondurre il regno sotto l'autorità legittima era nato quasi subito alla corte di Palermo. Gli Abruzzi sono in rivolta dal dicembre 1798, cioè prima della proclamazione della repubblica, mentre il Molise, l'Irpinia e il Cilento non hanno mai aderito al nuovo regime. In Puglia, nei primi giorni di febbraio, in molte città e comuni viene innalzato l'albero della libertà, ma addirittura a distanza di poche ore gli abitanti insorgono; solo alcune municipalità resistono più a lungo, come quelle di Altamura e di Martina Franca, che si fanno promotrici di una federazione delle città repubblicane contro quelle realiste. A Potenza, il 24 febbraio, viene rovesciata la nuova municipalità ed è ucciso il vescovo giansenista Giovanni Andrea Serrao (1731-1799), che aveva aderito al movimento rivoluzionario. Le Calabrie, dove pure vi sono forti centri rivoluzionari, sembrano disposte a essere riconquistate facilmente, come sosteneva don Biagio Rinaldi, curato di Scalea, che fin dal 13 gennaio aveva scritto al re, dicendosi pronto a liberare il regno con i soli calabresi: «L'anima di quel curato era allora l'anima della Calabria. Si trattava di dargli una guida» (86).

    Questa viene trovata in Fabrizio Ruffo dei duchi di Baranello, cardinale dell'ordine dei diaconi, fedele sostenitore della Corona, che non aveva esitato a lasciare Napoli repubblicana per seguire il sovrano in Sicilia. Nato a San Lucido, nella Calabria Citeriore, l'odierna provincia di Cosenza, il 16 settembre 1744 da una famiglia di antica nobiltà, Ruffo viene chiamato a Roma dallo zio, il cardinale Tommaso (1663-1753), decano del Sacro Collegio. Studia presso il Collegio Clementino e all'Università della Sapienza, addottorandosi in diritto civile a ventidue anni; al Clementino è ordinato diacono e tale resterà per tutta la vita. Il suo precettore, mons. Giovanni Angelo Braschi (1717-1799), divenuto Papa con il nome di Pio VI, lo nomina chierico di camera nel 1781 e, appena quarantenne, nel 1785, Tesoriere generale della Camera apostolica, quindi, sei anni dopo, lo crea cardinale. Nel 1794 Ruffo viene chiamato a Napoli, dove non diventa cortigiano del re, ma accetta la nomina a Intendente di Caserta, occupandosi anche delle Manifatture e Industrie di San Leucio, ed è poi investito dal sovrano della cura dell'abbazia di Santa Sofia, a Benevento (87).

    L'8 febbraio 1799, soltanto due settimane dopo la conquista francese della capitale, il cardinale sbarca in Calabria - a Pezzo, a poche miglia da Reggio, città che non aveva aderito alla causa repubblicana -, con il titolo di vicario generale del regno e alter ego del sovrano, e con il compito di organizzare la resistenza sul continente. Ha con sé soltanto pochi compagni e una grande bandiera di seta bianca, con lo stemma reale da una parte e una croce dall'altra, su cui stava scritto il famoso motto costantiniano «In hoc signo vinces».

    Uomo di molte capacità e amministratore sagace, egli non ha esperienza militare, ma possiede le qualità del condottiero: è risoluto e ponderato, e ha un innato senso del limite e della opportunità. Fin dall'inizio la sua azione è molto energica. In particolare risultano efficaci le lettere e l'enciclica spedite nei paesi vicini, nonché il proclama ai «bravi e coraggiosi Calabresi» con il quale denuncia l'opera dei rivoluzionari «[...] per involarci (se fosse possibile) il dono più prezioso del Cielo, la nostra Santa Religione, per distruggere la divina morale del Vangelo, per depredare le nostre sostanze, per insidiare la pudicizia delle nostre donne» (88), e invita tutti i sudditi a riunirsi «[...] sotto lo stendardo della Santa Croce e del nostro amato Sovrano. Non aspettiamo che il nemico venga a contaminare queste nostre contrade; marciamo ad affrontarlo, a respingerlo, a scacciarlo dal nostro Regno e dall'Italia, ed a rompere le barbare catene del nostro santo Pontefice.

    Il vessillo della S. Croce ci assicura una completa vittoria» (89).

    Aderiscono inizialmente in ottanta; altri centocinquanta armigeri sopraggiungono nei giorni seguenti da Santa Eufemia, primo nucleo dell'Armata Cristiana e Reale, con la bianca croce della Santa Fede cucita sul lato destro del berretto. La notizia si sparge rapidamente e a Rosarno il cardinale può contare su millecinquecento uomini. A Mileto, il 24 febbraio, costituisce otto compagnie di regolari, il Reggimento di Reali Calabresi, che affianca alle truppe di «massa». Ha ai suoi ordini il più composito assortimento di gente che si possa immaginare: ricchi possidenti, ecclesiastici di ogni ordine e grado, commercianti e artigiani, contadini, armigeri baronali e militi delle disciolte corti di giustizia. Questi ultimi, insieme con alcuni ufficiali e soldati dell'esercito reale, sono i più esperti e disciplinati in mezzo a una moltitudine di uomini tratti sotto le bandiere della Santa Fede dal sentimento del diritto o dalla devozione alla monarchia, ma talvolta dal desiderio di bottino o di vendetta contro nemici personali. Ruffo, soprattutto nella prima fase dell'arruolamento, non può essere severo nella scelta, ma presto la sua mano organizzatrice si fa sentire. Appena sbarcato si preoccupa di far preparare delle divise e di organizzare le truppe secondo criteri che ne riducessero il numero e ne migliorassero la disciplina. Durante l'avanzata concede alleggerimenti fiscali ai contadini e mostra un volto austero di giustizia, confiscando le rendite di quei nobili, fra i quali il fratello Vincenzo (1734-1802), che erano rimasti a Napoli. D'altro canto, è inflessibile nel reprimere gli attacchi alla legittima proprietà e fa fucilare i predatori e i violenti. Si presta a ricevere personalmente tutti coloro che hanno problemi e controversie da risolvere, «[...] onde le popolazioni tutte del Regno fossero servite nel miglior modo che si dovea e poteano permetterlo le circostanze del tempo» (90).

    I liberatori sono accolti con processioni, canti e spari festosi. «I1 procedere dell'armata cristiana, fra i canti che sonavano in mezzo alle file, fra i concerti di cornamuse, zampogne, chitarre e viole, che li accompagnavano, fra le danze che alcuni mossi da quelle gioconde arie intessevano, rendeva immagine di un lieto corteggio festivo» (91). Questo carattere «gioioso» della guerra popolare non impedisce che essa sia condotta secondo i classici ed energici canoni della guerriglia contadina, mentre l'andamento cronicamente localistico delle insorgenze rallenta la marcia dell'Armata, molto più della blanda resistenza offerta dai rivoluzionari. Le tre repubbliche nella piana di Gioia Tauro si dissolvono senza combattere e la reazione diventa operante in tutti gli abitati posti fra Rosarno e Monteleone, dove si manifesta il fenomeno tipico della «realizzazione» spontanea delle municipalità ribelli.

    Nelle città liberate gli abitanti procedono allo «spiantamento» dell'albero della libertà con rituali solenni e scenografici, che prevedono la distruzione di coccarde e di bandiere repubblicane, l'innalzamento delle insegne regie e la celebrazione di un Te Deum in onore della monarchia. A Crotone - denominata Cotrone fino al 1928 -, prima di riprendere la marcia, «[...] Sua Eminenza, con religiosa edificante pompa, di porpora vestito, tra le lagrime di tenerezza, ed applausi festosi della gente divota, piantò colle proprie mani la Croce, ove era sito l'albero superstizioso della chimerica libertà» (92). Poiché all'ingresso nella città avevano fatto seguito anche saccheggi e violenze - «in assenza del Ruffo e senza suo ordine le masse saccheggiarono allora Cotrone, peraltro non commettendo gravissimi eccessi» (93) -, il 27 marzo il cardinale emana un bando che minaccia pene severe per tutti coloro che si fossero macchiati di altre nefandezze. In quella occasione si unisce ai sanfedisti Giambattista Rodio (1777-1806), che con il grado di brigadiere contribuirà efficacemente alle operazioni militari fino alla liberazione di Roma.

    Dopo la presa di Crotone gran parte dei combattenti cristiani torna nei campi per riprendere il lavoro interrotto, così che il cardinale deve letteralmente rifondare l'esercito. In una lettera al ministro degli Esteri John Francis Edward Acton (1736-1811), del 14 marzo, egli descrive così la sua avanzata: «E' sempre però un miracolo della Provvidenza, giacché non sono sempre gl'istessi, ma quelli che sono nei contorni del paese che vuole assediarsi, i quali per un malumore potrebbero non venire o lasciarci, ma non sono la Dio grazia mai mancanti» (94). In quei frangenti rifulgono in Fabrizio Ruffo, «di rari talenti dotato dalla natura, e di straordinario coraggio fornito dal Cielo» (95), la forza d'animo, le capacità organizzative, la familiarità con i soldati e l'intensa opera di animazione e di direzione, tutti elementi determinanti ai fini della riuscita vittoriosa dell'impresa.

    Scopo primario del cardinale è la pacificazione del regno: restaurare la monarchia deve significare innanzitutto riconciliare, ove possibile, gli opposti schieramenti. In una lettera ad Acton, del 30 aprile scrive: «[...] amerei la severità, se fussimo nel principio della ribellione [...]; ma nel caso nostro il rigore deve mettere nella disperazione tutti costoro e farli sostenere il cattivo per necessità, per non trovare altro scampo, dove all'incontro quando il rigore non minaccia che pochi capi veramente distinti, questi verranno ben presto abbandonati dalla maggior quantità di quei rei che credono potersi redimere con una multa o con qualche tempo di prigionia» (96). E in un'altra lettera del 30 aprile : «Arte ci vuole, giacché la forza ci manca, arte, perché è ridotta per nostra disgrazia a guerra civile; arte perché distruggendo si distrugge la nostra patria, ed è molto difficile il restorarla» (97).

    Sa bene che una restaurazione duratura non può essere superficiale. Lo scontro con la Corte si avrà soprattutto sulla valutazione del ruolo e dell'importanza da assegnare al ceto dirigente nella ricostruzione del regno. Ruffo ritiene che occorra fare affidamento su uomini dottrinalmente preparati e su una nobiltà reintegrata nelle sue funzioni, mentre il re vuole accentuare il dispotismo proprio dell'«assolutismo illuminato», «terrorizzando» nobili e borghesi e portando all'esasperazione il suo paternalismo filo-popolare. Ferdinando IV perde l'occasione storica di una restaurazione integrale e il cardinale, falsamente accusato di simpatie filo-giacobine, viene emarginato appena possibile.

    4.2 «Un miracolo della Provvidenza»

    Le notizie dei successi dell'Armata Reale e Cristiana ingrossano a Napoli le file dei neutrali, che si aggiungono ai vinti di gennaio, i quali aspettano il momento della rivincita. I giacobini sono divisi fra loro e si disputano i posti, moltiplicando sospetti e accuse, incoraggiando calunnie e delazioni. La mancanza di omogeneità e di compattezza fra loro emerge soprattutto dalla tormentata vicenda della legge soppressiva della feudalità, che mise in luce non poche contraddizioni e fratture (98). Il gruppo dei «puri» si astrae sempre più nel sogno di una repubblica ideale, negando la forza delle insorgenze e illudendosi davanti alle parate e alle cerimonie, durante le quali si bruciavano con enfasi le bandiere tolte ai resistenti. Ma già il 16 febbraio, poche settimane dopo l'instaurazione del nuovo regime, Eleonora Fonseca Pimentel ammette: «Continuano ad essere disgustosissime le notizie di varie parti dell'interno della Repubblica» (99); esprime quindi il suo stupore per quegli episodi imprevisti: «[...] ond'è poi surto un tanto subitaneo furore che la plebe insurga da per tutto, atterri gli alberi di libertà, e si scagli accanita contro tutti Civili?» (100). Il 9 marzo esclama: «[...] perché pugnate, e per chi?» (101), ammonendo: «[...] cadrà in fine su voi alta e terribile la Vendetta Nazionale. La Repubblica perdona a' ravveduti; è inesorabile co' pertinaci» (102).

    I «patrioti», come era già accaduto ai loro colleghi francesi, scoprono che il popolo reale non era il «Popolo» da essi idealizzato e, dunque, paralizzati fra il seducente miraggio di un popolo mitico e il terrore di una «plebe» concreta, decretano che questa è corrotta e occorre costringerla alla «virtù». Già il 29 gennaio Championnet aveva stabilito che si condannasse a morte chi diffondeva notizie allarmanti. Ma le leggi «[...] terroristiche - osserva Cuoco - [...] non poteano produrre e non produssero alcuno effetto; imperocchè, come eseguite voi la legge, come l'applicate, quando tutta la nazione è congiurata a nascondervi i fatti e salvare i rei?» (103). La Commissione Legislativa prende provvedimenti sempre più severi. Viene ordinata la coscrizione di tutti i cittadini fra i sedici e i sessant'anni, compresi preti e monaci, si stabiliscono dure pene per le autorità che non provvedono a fare arrestare gli allarmisti e tutti i cittadini sono obbligati a portare la coccarda nazionale. E' facile essere sospettati e condannati, dal momento che «[...] ci si rimetteva alla coscienza del giudice per l'estimazione della prova, senza richiedersi il criterio legale» (104). Il generale Jacques-Etiénne-Joseph-Alexandre Mac Donald (1765-1840), che aveva sostituito Championnet, dichiara responsabili delle rivolte i ministri del culto, dispone l'immediata esecuzione di chiunque venga sorpreso in armi e stabilisce che i comuni siano considerati collettivamente responsabili della morte di «patrioti» e di francesi.

    Una brutale ma fallimentare spedizione in Puglia e in Basilicata, guidata nel mese di marzo dal repubblicano Ettore Carafa, conte di Ruvo (1767-1799), semina il terrore. Le municipalità realiste sono letteralmente devastate, come Carbonara, che rappresentava in Terra di Bari il centro della resistenza lealista: «[...] 800 persone sono state passate a fil di spada» (105), annuncia trionfante Il Monitore Napolitano; la città è messa «[...] a sacco, ferro e fuoco, durando il saccheggio per lo spazio di dieci giorni, talché non vi lasciarono né porte né finestre delle case, fin anche li chiodi alle mura [...] non perdonando le Chiese» (106). I sopravvissuti si rifugiano a Ceglie, ma i francesi «[...] massacrarono tutti i rivoltosi che vi erano, e 'l villaggio fu similmente bruciato» (107). A Montrone «[...] 200 de' rivoltosi furono uccisi, e 'l resto sbaragliato, dopo di che fu dato alle fiamme» (108). Ad Andria, dopo la distruzione della città, alcune migliaia di abitanti vengono passati a fil di spada: «Dopo due ore di fuoco dentro la città - riferisce lo stesso Carafa -, ne fummo gli assoluti padroni; e cominciò il saccheggio e 'l massacro. Il generale ordinò che la città fosse abbandonata alla licenza militare. Il sangue, il fuoco, e tutti gli orrori, che io tralascio di trascrivervi, formarono de' quadri terribili ai nemici della patria e trasgressori delle leggi. La città era tutta infiammata, ed i morti possono ascendere a quattromila» (109).

    Il 5 aprile è scoperta nella capitale una vasta cospirazione, organizzata da ufficiali borbonici e dai membri di alcune nobili famiglie realiste. Scoperti per la delazione di Luisa de Molino (1764-1800), moglie di uno dei congiurati, Andrea Sanfelice (1763-1808) dei duchi di Lauriano, i cospiratori sono arrestati e cinque di loro - fra i quali Gennaro (1767-1799) e Gerardo Baccher (1769-1799), fratelli maggiori del servo di Dio don Placido (1781-1851), anch'egli arrestato - saranno fucilati poche ore prima della liberazione della città.

    Il 1° maggio la Commissione Legislativa, «[...] considerando che nelle urgenze della repubblica fanno di bisogno energiche leggi, e che non si deve, per serbare le troppo scrupolose forme, esporre la salvezza della patria e la pubblica libertà; considerando che le leggi promulgate dal governo provvisorio sono riuscite quasi inutili; [...] considerando che l'ostinazione degli scellerati nemici della patria e dei perfidi agenti della tirannia divenne sempre maggiore nell'ingannare e sedurre il popolo naturalmente buono, ma soverchiamente credulo» (110), dispone che contro i nemici della Repubblica si proceda «con la forma estemporanea militare, per vedere la verità del fatto e persuadere la propria coscienza» (111). Le fucilazioni diventano un avvenimento ordinario.

    In aprile i rivoluzionari francesi - dopo le sconfitte contro gli austro-russi sull'Adige e sull'Adda - abbandonano la Repubblica Cisalpina e iniziano la ritirata dal Regno di Napoli, lasciandosi dietro una scia sanguinosa di sopraffazioni e di violenze: «Non vi è rimasta una casa intatta, depredandosi del più prezioso, il dippiù si consegnava alle fiamme. Le donne violentate, le chiese spogliate, per terra le ostie sacrosante. Le monache fuggite furono raggiunte e fatte preda della sfrenatezza militare; quelle che resistevano erano crudelmente ammazzate» (112). La popolazione reagisce con vigore e con determinazione: le colonne nemiche che abbandonano gli Abruzzi sono affrontate dai montanari alla Madonna delle Grotte, nei pressi del passo di Antrodoco, vicino Rieti, e letteralmente annientate. Lo stesso accade in Terra di Lavoro, nel Lazio e in Toscana: «[...] dappertutto dietro le spalle loro il popolo si sollevava, abbatteva gli alberi della libertà, imprecava a coloro che lo avevano fino allora governato, per la vittoria delle armi imperiali facea voti al cielo. In Arezzo e nel territorio senese, in Valdarno e Valdichiana, risonavano da per ogni dove le grida: Viva Maria! Viva Ferdinando! Viva l'Imperatore!» (113).

    Anche l'avanzata della Santa Fede suscita entusiasmi. Quando il vescovo di Policastro, monsignor Ludovico Ludovici (1747-1819), riprende in una sua pastorale il proclama con il quale il cardinale Ruffo chiamava alle armi, l'intera riviera del Cilento insorge: «[...] il popolo, gridando viva la Santa Fede, aveva abbattuto alberi ed emblemi repubblicani, rialzato la croce, richiamato i magistrati del re, e masse di armati s'erano unite sotto i loro capi» (114). Nella notte fra il 9 e il 10 maggio, diecimila sanfedisti espugnano Altamura, roccaforte della repubblica, giudicata da Fabrizio Ruffo «[...] la più fiera, e ribellante città, che s'era incontrata nel viaggio» (115). «Fra le tante empietà praticate da que' Giacobini» - ricorda Petromasi - «[...] fecero fucilare tutta quella gente, che teneano detenuta in quelle oscure prigioni, per solo motivo d'esser stata attaccata, e fedele al Sovrano. Fra essa v'erano parecchi Ecclesiastici [...]; i quali tutti confusamente legati tra morti, ed ancor semivivi, furono gittati in orrida sepoltura: e fu fortuna di que' pochi ancor viventi, l'essere entrato a tempo l'Esercito Reale, perché così poterono evitare la più disgraziata morte che si potesse» (116). I conquistatori, inferociti anche per quell'efferato massacro, compiuto poche ore prima, si abbandonano a un brutale saccheggio, che mieterà poche vittime ma alimenterà nel tempo la polemica contro di loro (117). Grande pubblicità verrà data a questo episodio e al sacco di Crotone, ma non una parola viene spesa tuttora per le decine di centri, grandi e piccoli, che conobbero la crudeltà rivoluzionaria. La storiografia egemone ha tramandato solo i primi, ingigantiti dal tempo, così che il cardinale e la Santa Fede hanno finito con il soffrire da parte dei posteri giudizi più ingiusti che dai loro contemporanei.

    Nonostante la condotta prudente e conciliante seguita dal cardinale Ruffo, le calunnie ne hanno degradato fin da allora la nobile figura, creando il mito del «Cardinal mostro» (118), generale predone al comando di orde di briganti e di galeotti. Fabrizio Ruffo si terrà sempre al di sopra delle polemiche, sfogandosi soltanto in una lettera privata: «Brigante, come se non fosse questo nome facile ad accordarsi ad ogni soldato, quando il di lui partito va a soccombere, od avesse rubato qualcosa ad alcuno! Chi difende il suo Paese, che ha l'autorità e la legittima missione, non è stato mai avuto dalle nazioni civilizzate come un miserabile, né ha avuto niente da vergognarsi, né l'avrà presso gli uomini sensati. Che più? E pure quattro falliti democratici di nome, perché non ne hanno le virtù e il disinteresse, mi perseguitano perché li ho difesi e risparmiati» (119).

    Dopo la conquista di Altamura, l'Armata Reale e Cristiana deve affrontare nuovi e imprevisti ostacoli; infatti, «[...] le donne Altamurane (facendo le dovute eccezioni) produssero all'armata Cristiana quegli stessi effetti, che un tempo cagionarono ai soldati di Annibale le donne Capuane. [...] al tempo della partenza tutt'i Comandanti, ed anche l'Ispettore della Guerra, furono costretti andar personalmente da casa in casa per distaccare quella gente» (120). Un altro problema riguarda l'eventuale utilizzazione dei rinforzi turchi. L'esercito ha uno spiccato carattere cristiano, la croce è il suo simbolo, «Viva la Santa Fede!» il grido di guerra e tutto ciò non ammette la presenza di infedeli, messi dalle vicende rivoluzionarie al fianco di cattolici contro altri cattolici. Si decide di condurre via mare i turchi, non più di un centinaio, nel golfo di Napoli, dove resteranno a disposizione.

    Alla periferia della capitale il clero va con il Santissimo Sacramento incontro al cardinale, che «[...] smontò da cavallo, ricevette la benedizione, fece riaccompagnare il Santissimo alla chiesa e pregare il Dio degli eserciti» (121). Il 13 giugno 1799, dopo l'ultima battaglia, l'Armata fa il suo ingresso nella città, già infiorata di candidi panni gigliati e di coccarde scarlatte. La vittoria al ponte della Maddalena, avvenuta proprio il giorno di sant'Antonio da Padova (1195-1232), uno dei santi più venerati dai sanfedisti durante la loro avanzata, viene considerata miracolosa. «Dissero che S. Antonio accompagnava il cardinale e volava sulle sue schiere. Il re ottenne dal Papa di poter includere S. Antonio fra i protettori del regno di Napoli, e il 13 giugno tra le feste di doppio precetto» (122).

    Ma la festa dura poco. Il popolo minuto, che non aveva dimenticato i tradimenti, la sconfitta, le brutalità e i saccheggi, si vendica ferocemente dei suoi nemici. Ruffo cerca invano di arginare la guerra civile e protesta vibratamente contro la proditoria violazione, da parte dell'ammiraglio inglese Horatio Nelson (1758-1805), inviato a sostegno del re di Napoli, della convenzione conclusa con i vinti: «Nelson - scrive il cardinale al sovrano, il 28 giugno - voleva che distruggessi il Trattato fatto, firmato ed a metà eseguito, in tempo del suo apparire. Io non volli mancare costantemente, e tuttavia sono determinato, per parte mia, a non mancare di fede. Un Uomo, Signore, del mio carattere, professione e che ha conquistato il Regno nel nome di Dio e colla di Lui possente assistenza, non può mancare di fede ad alcuno, senza disonorare sè stesso e la eccellente causa che ha nelle mani» (123).

    Nei mesi seguenti un centinaio di giacobini - cifra irrisoria rispetto alle decine di migliaia di vittime dell'utopia rivoluzionaria (124) - subisce la pena capitale. La restaurazione è ridotta a un'operazione di polizia e la monarchia ripropone il suo dominio assoluto, trascurando la necessità di una vasta opera di formazione contro-rivoluzionaria della classe dirigente e di animazione e di messa in guardia della popolazione contro la penetrazione settaria. Nel 1806, quando il re, di fronte alla seconda invasione francese, si rivolge al cardinale perché rinnovi la sua crociata, Fabrizio Ruffo «[...] rispose che quelle imprese si potevano fare una volta sola» (125).

    Restano, tuttavia, l'esempio e il sacrificio di tanti eroici figli della nazione italiana. A distanza di due secoli occorre dunque «[...] restituire al sanfedismo originale ed autentico l'innegabile merito di avere rappresentato, nell'Italia meridionale, la spontanea resistenza di popolazioni autenticamente cattoliche e devote alle autorità legittime contro gli abusi, le violenze e l'opera scristianizzatrice di un governo instaurato e sostenuto dallo straniero, in dispregio di tutte le tradizioni politiche e religiose locali» (126).


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    Antonio Capece Minutolo, principe di Canosa (1768-1838)

    di Francesco Pappalardo

    Tratto da Voci per un «Dizionario del pensiero forte».


    1. Agguerrito e instancabile polemista

    Antonio Capece Minutolo nasce a Napoli il 5 marzo 1768 da una delle famiglie nobili più antiche del regno, che aveva signoria sul vasto feudo di Canosa, in Puglia, ed era ascritta al primo dei Sedili o circoscrizioni di Napoli, quello di Capuana. La cappella di famiglia, edificata nel duomo della città partenopea nel 764, con i ritratti di numerosi uomini politici, due cardinali e uno stuolo di guerrieri, testimonia la virtù della stirpe dei Capece Minutolo, che hanno servito per secoli il regno di Napoli e la Chiesa cattolica, senza essere contaminati da quel declassamento dell’aristocrazia feudale in nobiltà cortigiana, verificatosi sotto la spinta dell’accentramento burocratico e amministrativo.

    Il giovane Antonio compie gli studi di filosofia a Roma, presso il Collegio Nazareno dei gesuiti, quindi il padre lo avvia alla carriera forense ma egli, pur distinguendosi nella trattazione delle cause criminali, sente che l’avvocatura non è la sua vocazione. Le "declamazioni dei falsi liberali e dei miscredenti" lo tentano in quegli anni, concretizzandosi nell’invito ad affiliarsi alla massoneria, ma non lo attirano nella rete, anzi lo inducono ad approfondire la conoscenza della teologia e del diritto pubblico della nazione napoletana. Nel 1795, con un’orazione su La Trinità, diretta a confutare i deisti, che postulano una religione naturale fondata sull’"unità" di Dio, e con una dissertazione accademica su L’Utilità della Monarchia nello stato civile, il giovane principe scende in campo per difendere la causa del trono e dell’altare, cui attentano le teorie degli illuministi e le realizzazioni della Rivoluzione francese.

    Richiamandosi alla tradizione del regno di Napoli, egli ricorda che non può esservi vera monarchia senza corpi intermedi, il più importante dei quali è l’aristocrazia, e che la società ha una sua personalità specifica, pur nella sottomissione e nella fedeltà al monarca, il quale da parte sua è legittimo quando rispetta le leggi e le consuetudini della nazione. La monarchia feudale, quindi, è organicamente in rapporto con i ceti e con le comunità, e, all’esterno del regno, con il Papato e con l’impero. Nel 1796, con le Riflessioni critiche sull’opera dell’avvocato fiscale sig. D. Nicola Vivenzio intorno al servizio militare dei baroni in tempo di guerra, precisa il suo pensiero sui compiti della nobiltà nell’ora presente. In particolare, muovendo dalla considerazione che i feudi moderni non erano più concessi dal monarca in ricompensa di servigi ricevuti e in cambio del servizio militare prestato dai nobili, ma erano diventati corpi venali, che potevano anche essere acquistati, senza obblighi o vincoli connessi, egli ritiene priva di fondamento giuridico la pretesa del re d’imporre il servizio militare ai baroni; costoro, tuttavia, per il senso dell’onore e della fedeltà che li caratterizza, devono fornire denaro e soldati alla nazione quando questa è in pericolo. L’occasione di dare concreta esecuzione a queste affermazioni non tarda a presentarsi.

    2. Onore della nobiltà napoletana

    Nel novembre del 1798, all’approssimarsi dell’invasione dell’esercito rivoluzionario francese, Antonio Capece Minutolo recluta soldati a sue spese e incita la popolazione alla resistenza. Alla partenza della corte e di re Ferdinando IV di Borbone (1751-1825) per la Sicilia, viene nominato membro della Deputazione Straordinaria per il Buon Governo e per l’Interna Tranquillità, scontrandosi subito con Francesco Pignatelli, principe di Strongoli (1734-1812), vicario generale del regno. Il principe di Canosa, sulla base delle antiche consuetudini del regno, rivendica alla città di Napoli il privilegio di rappresentare la nazione in assenza del sovrano, come era già accaduto altre volte in passato; tuttavia il vicario — il quale incarnava le tendenze assolutistiche, che miravano a rompere il rapporto organico fra monarca e società a svantaggio della seconda, concepita come una massa indifferenziata di sudditi — si oppone alle richieste della municipalità, per di più accusando i rappresentanti della nobiltà di voler instaurare una "repubblica aristocratica", e conclude un armistizio con i francesi invasori.

    La capitale è espugnata nel gennaio del 1799, dopo le gloriose "tre giornate", in cui i napoletani, soprattutto i lazzari, cioè il popolo minuto, si armano e resistono valorosamente ai giacobini stranieri e a quelli locali, i "collaborazionisti". Antonio Capece Minutolo è arrestato e condannato a morte senza processo.

    La pronta reazione popolare, animata dal cardinale Fabrizio Ruffo (1744-1827), che alla testa dell’esercito della Santa Fede giunge in poco tempo alle porte della capitale, salva la vita all’intrepido aristocratico, il quale non sfugge però alla Giunta di Stato borbonica, che gli infligge "anni 5 di castello" per insubordinazione nei confronti del vicario regio. I repubblicani avevano punito in lui il realista e i realisti punivano l’aristocratico, cioè i due elementi che egli componeva armoniosamente nella sua persona. Alla condanna dei cavalieri napoletani segue lo scioglimento dei Sedili — "l’atto più rivoluzionario compiuto dal dispotismo illuminato borbonico", secondo il giudizio dello storico Walter Maturi (1902-1961) —, che priva la nobiltà di ogni residua influenza politica e la nazione della sua rappresentanza.

    Scarcerato grazie all’amnistia generale del 1801, il principe di Canosa può riprendere i suoi studi e, due anni dopo, dà alle stampe il Discorso sulla decadenza della Nobiltà, in cui individua la causa del declino di questo fondamentale ceto nella crisi del regime monarchico prodotta dalla dissennata politica di accentramento, che contribuisce a demolire la società tradizionale organica e cristiana. Nel 1806, di fronte alla seconda invasione francese, vuol prendersi con la Corte una "vendetta da cavaliere", mettendosi agli ordini del re e seguendolo in Sicilia. Questo atteggiamento conquista il sovrano, che gli affida il compito di difendere le isole di Ponza, Ventotene e Capri, gli unici territori non ancora caduti nelle mani dei francesi, e, dopo la Restaurazione, lo chiama a partecipare al governo.

    Nel novembre del 1798, all’approssimarsi dell’invasione dell’esercito rivoluzionario francese, Antonio Capece Minutolo recluta soldati a sue spese e incita la popolazione alla resistenza. Alla partenza della corte e di re Ferdinando IV di Borbone (1751-1825) per la Sicilia, viene nominato membro della Deputazione Straordinaria per il Buon Governo e per l’Interna Tranquillità, scontrandosi subito con Francesco Pignatelli, principe di Strongoli (1734-1812), vicario generale del regno. Il principe di Canosa, sulla base delle antiche consuetudini del regno, rivendica alla città di Napoli il privilegio di rappresentare la nazione in assenza del sovrano, come era già accaduto altre volte in passato; tuttavia il vicario — il quale incarnava le tendenze assolutistiche, che miravano a rompere il rapporto organico fra monarca e società a svantaggio della seconda, concepita come una massa indifferenziata di sudditi — si oppone alle richieste della municipalità, per di più accusando i rappresentanti della nobiltà di voler instaurare una "repubblica aristocratica", e conclude un armistizio con i francesi invasori.

    La capitale è espugnata nel gennaio del 1799, dopo le gloriose "tre giornate", in cui i napoletani, soprattutto i lazzari, cioè il popolo minuto, si armano e resistono valorosamente ai giacobini stranieri e a quelli locali, i "collaborazionisti". Antonio Capece Minutolo è arrestato e condannato a morte senza processo.

    La pronta reazione popolare, animata dal cardinale Fabrizio Ruffo (1744-1827), che alla testa dell’esercito della Santa Fede giunge in poco tempo alle porte della capitale, salva la vita all’intrepido aristocratico, il quale non sfugge però alla Giunta di Stato borbonica, che gli infligge "anni 5 di castello" per insubordinazione nei confronti del vicario regio. I repubblicani avevano punito in lui il realista e i realisti punivano l’aristocratico, cioè i due elementi che egli componeva armoniosamente nella sua persona. Alla condanna dei cavalieri napoletani segue lo scioglimento dei Sedili — "l’atto più rivoluzionario compiuto dal dispotismo illuminato borbonico", secondo il giudizio dello storico Walter Maturi (1902-1961) —, che priva la nobiltà di ogni residua influenza politica e la nazione della sua rappresentanza.

    Scarcerato grazie all’amnistia generale del 1801, il principe di Canosa può riprendere i suoi studi e, due anni dopo, dà alle stampe il Discorso sulla decadenza della Nobiltà, in cui individua la causa del declino di questo fondamentale ceto nella crisi del regime monarchico prodotta dalla dissennata politica di accentramento, che contribuisce a demolire la società tradizionale organica e cristiana. Nel 1806, di fronte alla seconda invasione francese, vuol prendersi con la Corte una "vendetta da cavaliere", mettendosi agli ordini del re e seguendolo in Sicilia. Questo atteggiamento conquista il sovrano, che gli affida il compito di difendere le isole di Ponza, Ventotene e Capri, gli unici territori non ancora caduti nelle mani dei francesi, e, dopo la Restaurazione, lo chiama a partecipare al governo.

    3. Politico senza cedimenti

    Ferdinando IV, ora Ferdinando I delle Due Sicilie, perde l’occasione per operare una restaurazione efficace, accontentandosi di quella politica di "conciliazione", cioè di compromesso con i vecchi rivoluzionari, favorita in Europa da Klemens Lothar Wenzel, principe di Metternich (1773-1859), e a Napoli da Luigi Medici, principe di Ottaiano (1759-1830), che ebbe più volte la direzione del governo. A nulla valgono gli accorti giudizi del principe di Canosa, il quale denuncia l’ambigua Restaurazione seguita al Congresso di Vienna (1814-1815) e tenta invano di mettere in guardia il sovrano contro l’operato delle forze sovversive, che continuano a cospirare nell’ombra. Nominato due volte ministro di polizia, nel 1816 e nel 1821, in entrambe le situazioni verrà sacrificato sull’altare del cedimento e del compromesso.

    Durante le due brevi esperienze di governo il nobile napoletano cerca di condurre un’azione politica fondata sulla propaganda e sulla polemica, anche satirica, con l’ideale rivoluzionario. Si preoccupa di usare "il minimo della forza e il massimo della filosofia" e raccomanda un’intensa opera d’informazione sulle ideologie: "Dai pergami, sopra le scene dei teatri, nelle pubbliche piazze, nelle gazzette, da mille fogli periodici fare si doveva la guerra ai settari. Essi dovevano essere perseguitati dalla penna e non già dalla spada, col ridicolo e non col tuono serio: da’ comedianti e non dal carnefice. Unica loro pena esser doveva quella di essere esclusi perpetuamente da ogni carica". In quel periodo compone L’Isola dei Ladroni o sia La Costituzione Selvaggia, opera teatrale che costituisce esempio concreto della pratica polemica da lui auspicata. L’uso del teatro per la formazione di una corretta opinione pubblica — a conferma della costanza della riflessione canosiana sulla prassi contro-rivoluzionaria — sarà tema anche di una corrispondenza del 1833 con il conte Monaldo Leopardi (1776-1847), al quale propone di dedicarsi alla stesura di testi teatrali.

    Ferdinando IV, ora Ferdinando I delle Due Sicilie, perde l’occasione per operare una restaurazione efficace, accontentandosi di quella politica di "conciliazione", cioè di compromesso con i vecchi rivoluzionari, favorita in Europa da Klemens Lothar Wenzel, principe di Metternich (1773-1859), e a Napoli da Luigi Medici, principe di Ottaiano (1759-1830), che ebbe più volte la direzione del governo. A nulla valgono gli accorti giudizi del principe di Canosa, il quale denuncia l’ambigua Restaurazione seguita al Congresso di Vienna (1814-1815) e tenta invano di mettere in guardia il sovrano contro l’operato delle forze sovversive, che continuano a cospirare nell’ombra. Nominato due volte ministro di polizia, nel 1816 e nel 1821, in entrambe le situazioni verrà sacrificato sull’altare del cedimento e del compromesso.

    Durante le due brevi esperienze di governo il nobile napoletano cerca di condurre un’azione politica fondata sulla propaganda e sulla polemica, anche satirica, con l’ideale rivoluzionario. Si preoccupa di usare "il minimo della forza e il massimo della filosofia" e raccomanda un’intensa opera d’informazione sulle ideologie: "Dai pergami, sopra le scene dei teatri, nelle pubbliche piazze, nelle gazzette, da mille fogli periodici fare si doveva la guerra ai settari. Essi dovevano essere perseguitati dalla penna e non già dalla spada, col ridicolo e non col tuono serio: da’ comedianti e non dal carnefice. Unica loro pena esser doveva quella di essere esclusi perpetuamente da ogni carica". In quel periodo compone L’Isola dei Ladroni o sia La Costituzione Selvaggia, opera teatrale che costituisce esempio concreto della pratica polemica da lui auspicata. L’uso del teatro per la formazione di una corretta opinione pubblica — a conferma della costanza della riflessione canosiana sulla prassi contro-rivoluzionaria — sarà tema anche di una corrispondenza del 1833 con il conte Monaldo Leopardi (1776-1847), al quale propone di dedicarsi alla stesura di testi teatrali.

    4. Guida della Contro-Rivoluzione in Italia

    Accompagnando la sua azione politica istituzionale e quella propagandistica alla riflessione politico-religiosa, il principe di Canosa pubblica, nel 1820, la sua opera più nota, I Piffari di montagna, dove ribadisce le linee fondamentali del suo pensiero. Negli anni seguenti, percorrendo la penisola in esilio volontario, cerca di coordinare l’azione di quanti, laici e religiosi, intendono dare un carattere di maggiore profondità e incisività alla Restaurazione: fra questi, il padre teatino Gioacchino Ventura (1792-1861), il quale fonda a Napoli nel giugno del 1821 l’Enciclopedia Ecclesiastica e Morale, che vagheggia per prima una nuova forma di apostolato laicale; il marchese Cesare Taparelli d’Azeglio (1763-1830), che anima in Piemonte prima le Amicizie Cattoliche e poi il periodico l’Amico d’Italia; l’apologista modenese monsignor Giuseppe Baraldi (1778-1832), fondatore della rivista Memorie di Religione, di Morale e di Letteratura; il conte Monaldo Leopardi, il quale a Pesaro dà vita al periodico La Voce della Ragione, che aveva una tiratura di duemila copie, stupefacente per i tempi. Da questi cenacoli, però, non si sviluppa una struttura laicale organizzata, soprattutto a causa del persistente giansenismo e del regalismo diffusi presso il ceto colto, della tradizione giurisdizionalistica ancora viva nelle maggiori corti, in particolare a Napoli e a Torino, della diffidenza di alcuni monarchi verso gli esponenti della classe dirigente saldamente ancorati a princìpi contro-rivoluzionari. L’unico sovrano apertamente a favore delle posizioni legittimistiche è Francesco IV d’Asburgo-Este (1779-1846), duca di Modena, dotato di una forte personalità, nonché di notevole chiarezza di vedute e di grande coerenza di princìpi. "È forse l’unico Stato d’Italia — scriveva il principe di Canosa nel 1822 —, in cui il buon partito della monarchia ha qualche energia, ed ove si parla e si scrive in favore della buona causa. Questo fenomeno assai singolare dipende dalla fermezza e decisione di cui si vede rivestito il cuore del sovrano, il quale non transige coi rivoluzionari, ma mostra intrepido loro il petto e il volto, perseguitando i nemici della religione e della monarchia".

    Alla corte di Modena il principe di Canosa trascorre gli anni dal 1830 al 1834, collaborando a La Voce della Verità, diretta dallo storiografo Cesare Carlo Galvani (1801-1863), guardia d’onore di Francesco IV, e affrontando, fra i primi in Italia, la crisi di alcuni intellettuali cattolici, che apre la strada al liberalismo cattolico. Passa quindi nello Stato Pontificio, dove cerca di promuovere la costituzione di volontari armati legittimisti, e finalmente, nel 1835, fissa la sua dimora a Pesaro, dove si sente ormai "stanco lione" cui gli asini liberali avrebbero ardito tirare calci come nella favola di Esopo. Tuttavia, reagisce con il consueto vigore alle accuse mossegli, con la Storia del Reame di Napoli, da Pietro Colletta (1775-1831), contro il quale scrive un’Epistola in cui contrappone la verità dei fatti a una mendace storiografia e i suoi ideali incontaminati all’ipocrisia dei liberali. Dopo essersi battuto fino all’estremo, muore a Pesaro il 4 marzo 1838.

    Per approfondire: fra le opere di Antonio Capece Minutolo ripubblicate di recente vedi l’Epistola ovvero Riflessioni critiche sulla moderna storia del reame di Napoli del generale Pietro Colletta, in Silvio Vitale, Il Principe di Canosa e l’Epistola contro Pietro Colletta, Berisio, Napoli 1969, pp. 73-249; il Discorso sulla decadenza della Nobiltà, a cura di S. Vitale, Krinon, Caltanissetta 1992; L’Isola dei Ladroni o sia La Costituzione Selvaggia. Commedia ridicola divisa in tre atti, e scritta nel mese di Gennaio e metà di Febbraio dell’anno 1821, con una prefazione di S. Vitale, Krinon, Caltanissetta 1993; sulla figura del nobile napoletano vedi Walter Maturi, Il Principe di Canosa, Le Monnier, Firenze 1944; S. Vitale, Il Principe di Canosa e l’Epistola contro Pietro Colletta, cit., pp. 7-72; e Idem, Il pensiero del Principe di Canosa. Le dissertazioni sulla religione, L’Alfiere, Napoli 1991; nonché Nicola Del Corno, Gli "scritti sani". Dottrina e propaganda della reazione italiana dalla Restaurazione all’Unità, Franco Angeli, Milano 1992, pp. 31-51.

    Accompagnando la sua azione politica istituzionale e quella propagandistica alla riflessione politico-religiosa, il principe di Canosa pubblica, nel 1820, la sua opera più nota, I Piffari di montagna, dove ribadisce le linee fondamentali del suo pensiero. Negli anni seguenti, percorrendo la penisola in esilio volontario, cerca di coordinare l’azione di quanti, laici e religiosi, intendono dare un carattere di maggiore profondità e incisività alla Restaurazione: fra questi, il padre teatino Gioacchino Ventura (1792-1861), il quale fonda a Napoli nel giugno del 1821 l’Enciclopedia Ecclesiastica e Morale, che vagheggia per prima una nuova forma di apostolato laicale; il marchese Cesare Taparelli d’Azeglio (1763-1830), che anima in Piemonte prima le Amicizie Cattoliche e poi il periodico l’Amico d’Italia; l’apologista modenese monsignor Giuseppe Baraldi (1778-1832), fondatore della rivista Memorie di Religione, di Morale e di Letteratura; il conte Monaldo Leopardi, il quale a Pesaro dà vita al periodico La Voce della Ragione, che aveva una tiratura di duemila copie, stupefacente per i tempi. Da questi cenacoli, però, non si sviluppa una struttura laicale organizzata, soprattutto a causa del persistente giansenismo e del regalismo diffusi presso il ceto colto, della tradizione giurisdizionalistica ancora viva nelle maggiori corti, in particolare a Napoli e a Torino, della diffidenza di alcuni monarchi verso gli esponenti della classe dirigente saldamente ancorati a princìpi contro-rivoluzionari. L’unico sovrano apertamente a favore delle posizioni legittimistiche è Francesco IV d’Asburgo-Este (1779-1846), duca di Modena, dotato di una forte personalità, nonché di notevole chiarezza di vedute e di grande coerenza di princìpi. "È forse l’unico Stato d’Italia — scriveva il principe di Canosa nel 1822 —, in cui il buon partito della monarchia ha qualche energia, ed ove si parla e si scrive in favore della buona causa. Questo fenomeno assai singolare dipende dalla fermezza e decisione di cui si vede rivestito il cuore del sovrano, il quale non transige coi rivoluzionari, ma mostra intrepido loro il petto e il volto, perseguitando i nemici della religione e della monarchia".

    Alla corte di Modena il principe di Canosa trascorre gli anni dal 1830 al 1834, collaborando a La Voce della Verità, diretta dallo storiografo Cesare Carlo Galvani (1801-1863), guardia d’onore di Francesco IV, e affrontando, fra i primi in Italia, la crisi di alcuni intellettuali cattolici, che apre la strada al liberalismo cattolico. Passa quindi nello Stato Pontificio, dove cerca di promuovere la costituzione di volontari armati legittimisti, e finalmente, nel 1835, fissa la sua dimora a Pesaro, dove si sente ormai "stanco lione" cui gli asini liberali avrebbero ardito tirare calci come nella favola di Esopo. Tuttavia, reagisce con il consueto vigore alle accuse mossegli, con la Storia del Reame di Napoli, da Pietro Colletta (1775-1831), contro il quale scrive un’Epistola in cui contrappone la verità dei fatti a una mendace storiografia e i suoi ideali incontaminati all’ipocrisia dei liberali. Dopo essersi battuto fino all’estremo, muore a Pesaro il 4 marzo 1838.



    Per approfondire: fra le opere di Antonio Capece Minutolo ripubblicate di recente vedi l’Epistola ovvero Riflessioni critiche sulla moderna storia del reame di Napoli del generale Pietro Colletta, in Silvio Vitale, Il Principe di Canosa e l’Epistola contro Pietro Colletta, Berisio, Napoli 1969, pp. 73-249; il Discorso sulla decadenza della Nobiltà, a cura di S. Vitale, Krinon, Caltanissetta 1992; L’Isola dei Ladroni o sia La Costituzione Selvaggia. Commedia ridicola divisa in tre atti, e scritta nel mese di Gennaio e metà di Febbraio dell’anno 1821, con una prefazione di S. Vitale, Krinon, Caltanissetta 1993; sulla figura del nobile napoletano vedi Walter Maturi, Il Principe di Canosa, Le Monnier, Firenze 1944; S. Vitale, Il Principe di Canosa e l’Epistola contro Pietro Colletta, cit., pp. 7-72; e Idem, Il pensiero del Principe di Canosa. Le dissertazioni sulla religione, L’Alfiere, Napoli 1991; nonché Nicola Del Corno, Gli "scritti sani". Dottrina e propaganda della reazione italiana dalla Restaurazione all’Unità, Franco Angeli, Milano 1992, pp. 31-51.


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    L'ETA' DI RE FERDINANDO
    INTERVISTA A MAURIZIO DI GIOVINE

    Lo scrittore ed esponente del tradizionalismo ci racconta il suo ultimo libro dedicato a Ferdinando II di Borbone mescolando passato, presente e futuro. Del nostro Sud, naturalmente.

    Il titolo esatto è “L'età di Re Ferdinando. 1830-1859”: perché l’età?

    Perché, secondo me, è l’età delle occasioni mancate. Cioè, in questi ventinove anni di regno Re Ferdinando secondo lanciò le basi o, se vogliamo, il programma ideale che si sarebbe dovuto realizzare nella seconda metà dell’ottocento nel Sud della penisola: lo sviluppo industriale, la costruzione di una nuova borghesia imprenditoriale, di una piccola borghesia che stava crescendo attorno ai suoi progetti.
    Sfortunatamente, Re Ferdinando morì, e penso che il pregio del mio libro è quello di gettare anche le ipotesi di tuttociò che non si realizzò e che si sarebbe dovuto realizzare.
    Ad esempio, il mio cruccio più grande è che la morte di questo re, avvenuta a quarantanove anni, determinò due conseguenze gravissime: la prima fu la distruzione del regno indipendente, mentre la seconda fu la distruzione di questa borgh imprenditoriale che determinò la conseguente nascita di un proletariato perché questa borghesia, in maniera naturale ostile ai piemontesi, finì per diventare uno strumento destinato all’emigrazione.
    Furono, infatti, abbattuti tutti i progetti industriali ferdinandei, tutte le fabbriche costruite nel regno, in Calabria, e costruite queste grandi ferrovie Sud-Nord che portarono all’emigrazione e, quindi, alla distruzione di un tessuto trainante per l’economia meridionale.
    Lo scopo fondamentale del mio ultimo libro è proprio quello di far conoscere la figura di questo re, dal punto di vista sociale ed economico.

    Aldilà della cornice temporale, qual è la sua idea di questo monarca?

    Fu il re che ando oltre il suo tempo. Capì i mali provenienti dal liberismo, cioè lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, quindi nascita del proletariato, nascita del comunismo, e gettò le basi per una società diversa, non capitalistica, ma basata sullo sviluppo industriale in armonia con il rispetto della dignità dell’uomo. Questa fu la sua grandezza, i liberali lo capirono e lo demonizzarono, distruggendo anche la sua memoria, costruendo una leggenda nera attorno alle pretese cattiverie di questo grande sovrano.
    Com’è avvenuto, fino a qualche tempo fa, per tutti i sovrani della Real Casa di Borbone; ma, da qualche tempo, sembrano sempre più in aumento le persone che vogliono accostarsi a questa riscoperta di quello che fu il vero passato del nostro Sud. Come giudica l’allargarsi di questo movimento d’opinione che sembra desideroso di acquisire una diversa consapevolezza di sé stesso?
    E’ la forza delle nostre ragioni! Noi non facciamo una battaglia politica di tipo parlamentare che ha per obiettivo il conquistare un seggio elettorale e, quindi, vivere di una tornata elettorale di voto. Noi partiamo da lontano e vogliamo arrivare lontano, guardiamo al recupero della memoria storica quale premessa per lo sviluppo e il riscatto della nostra gente senza inutili vanaglorie.
    Fin dal settecento (ed anche prima) abbiamo assistito allo scontro tra le sette giacobine, impegnate a costruire l’uomo nuovo senza passato e, probabilmente senza futuro, e le forze del tradizionalismo a difendere l’uomo dei valori, delle radici e delle tradizioni.

    Quali possono essere, secondo lei, gli esiti di questo scontro nella società di oggi?

    Il problema è semplice: si tratta della ristrutturazione dell’uomo. Solo il tradizionalismo può ridare complezza organica all’uomo che ha smarrito sé stesso. L’uomo contemporaneo è un uomo disperato, nevrotico, è un uomo pieno di ansie. Noi vogliamo dargli sicurezza perché sulle nostre spalle abbiamo l’eredità della tradizione, non del passatismo, ma di tutto ciò di sano e di buono che ci deriva dal passato. Non lo abbiamo buttato via: lo abbiamo sulle spalle e lo vogliamo attuare, riflettendo sul bene che possiamo aver ereditato e che vogliamo realizzare per i nostri figli. Vogliamo vivere nella serenità, e, per farlo, ripartiamo dagli stessi punti: rispetto dell’uomo, rispetto della dignità umana, no alla sopraffazione dell’uomo sull’uomo o sulla natura, che è la stessa cosa.

    Gino Giammarino

    http://www.ilbrigante.com/modules.php?name=News&file=article&sid=13343

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    Carlo Alianello

    LA NEGAZIONE DI DIO


    « ... ed io non pensavo che i tuoi editti avessero tanta forza, che un mortale potesse infrangere le leggi non scritte e immutabili degli dèi; poiché non sono di oggi ne di ieri, ma sono eterne » (Sofocle, Antifone, 433-437).


    Da cosa nasce cosa; magari da una passeggiata, da un matrimonio sbagliato o da un affare di zolfo, zolfatare e bizze patronali.

    Questa storia comincia ufficialmente (ma già aveva messo radici e qualche germoglio prima) con la troppo famosa lettera di lord Gladstone, inviata, per la precisione, a lord Aberdeen in data 17 luglio 1851, e diffusa largamente nei mesi successivi in ogni angolo d’Europa, soprattutto per opera dei rifugiati all’estero dal Regno delle Due Sicilie, i cosiddetti emigrati: mazziniani, ex carbonari, massoni, murattiani e via dicendo, spalleggiati e sostenuti dalla stampa inglese e piemontese. Ma la diffusero soprattutto le varie ambasciate e legazioni britanniche, sparse per tutta Europa e per ogni Paese che non fosse patria soltanto di illetterati.

    La centrale di diffusione era nella stessa Napoli, proprio nelle intime stanze dell’ambasciata (o legazione che fosse) di Gran Bretagna presso il Rè delle Due Sicilie. [...]

    Che cosa diceva quella lettera tremenda? In verità, in luogo di accuse precise e prove irrefutabili, si lasciavan cadere notizie vaghe, insinuazioni sottili, ma esagerate, artefatte, gonfiate. Tutto un nebuloso «si dice», confermato e sostenuto come verità sacrosanta.

    Il Gladstone doveva avere inteso, o tramite biglietti furtivi o a voce, fra sussurri e fiati mozzi e incerti, di segrete sotterranee, di torture, di celle sepolte sotto il livello del mare, di aguzzini bastonatori e di galantuomini bastonati. Immaginando forse d’esser tornato per magia ai tempi di Tiberio e di Diocleziano, così concludeva la sua missiva: «II governo borbonico rappresenta l’incessante, deliberata violazione di ogni diritto; l’assoluta persecuzione delle virtù congiunta all’intelligenza, fatta in guisa da colpire intere classi di cittadini, la perfetta prostituzione della magistratura, come udii spessissimo volte ripetere; la negazione di Dio, la sovversione d’ogni idea morale e sociale eretta a sistema di governo».

    Oggi si sa che il Gladstone non visitò mai ne una prigione ne una segreta, e non ebbe modo di parlare con nessuno dei prigionieri. Si sa soltanto, anzi si dice, che passasse in barca al largo di un’isola, forse Ponza, forse Nisida, in compagnia di carissimi amici, tutti più o meno registrati nei libri della polizia.

    Purtroppo nessuno, tranne s’intende il governo napoletano, mise in dubbio quelle fantasie traboccanti d’indignazione puritana [...].

    C’eran dei torbidi in Italia? Bene. C’erano incomprensioni e ostilità fra governo e governo? Benissimo. Interessi contrastanti? Ottimamente. Tra mazziniani e monarchici? Meglio di così! Tra Torino e Napoli? Era tutta provvidenza; provvidenza protestante, si capisce. Dagli dunque sotto ad accendere zolfanelli, a metter fiamme, a suscitare odi e sdegni. Invano il governo napoletano, rappresentato a Napoli dal Fortunato e a Londra dal Castelcicala, aveva smentito a voce e per scritto tutte quelle smerlettature narranti di bieca ferocia; invano aveva invitato chiunque lo volesse a guardar bene nelle sue istituzioni carcerarie, nelle sue leggi, nei codici, nelle grazie. Non era valso a nulla: Gladstone dixerat.

    Se poi si considera che il medesimo era fratello [massone, ndr] di lord Palmerston, il grande, l’immenso statista che nessuno osava contraddire, la faccenda si fa più chiara. [...]

    Quest’uomo si guardava bene dal togliersi la trave conficcata nel suo occhio, mentre accusava implacabilmente il fuscello tra le ciglia del suo prossimo d’oltre Manica. [...]

    In Irlanda il boia funzionava a dovere. Riferirò una delle tante notizie, che allora erano note in tutta Europa: soltanto qualche anno prima della lettera di Gladstone, «in seguito alla cosiddetta cospirazione di Donesaile, il solicitor-general [procuratore generale di Stato] John Doberty non esitava a far condannare a morte da una giuria attonita e tremante quattro disgraziati, e poi due, e altri due ancora, accusati solo da falsi testimoni messi su dalla polizia. [...]

    Le notizie di come si istruisse un processo fasullo il buon Gladstone aveva agio di conoscerle perfettamente dai brogli di casa sua, perciò molto probabilmente non esitò ad applicarle integralmente ai fatti di casa nostra. Soprattutto contro l’odiato Reame di Napoli, così poco corretto verso l’Inghilterra da non volerle concedere con appassionata dedizione il monopolio degli zolfi di Sicilia, industria che allora fruttava molto, essendo la Sicilia l’unica (o quasi) terra conosciuta che giacesse su quella gialla e maleodorante coltre, della quale il nuovo progresso, allora ai primi passi, voleva e doveva giovarsi, e molto.[...]

    Nell’Italia meridionale non c’era da scialare, ma nessuno moriva di fame, almeno a quei tempi. Diremo più innanzi delle provvidenze borboniche per i bisognosi, per i contadini, per gli zappaterra, mentre non solo in Irlanda ma in tutta l’Inghilterra l’uomo del terzo stato, il plebeo, conduceva un’esistenza infinitamente più squallida e miserabile, quale mai lazzarone napoletano o pastoriello di Calabria o Basilicata conobbe. In Irlanda, invece... [...]: «Gli anni della carestia non erano davvero tempo adatto a preparare ribellioni in mezzo a un popolo che aveva appena la forza di stendere la mano per il cibo. Per due stagioni successive mancò il raccolto di patate; nel 1846 e nel 1847 il primo compito era quello di salvare otto milioni di vite irlandesi. I contadini, abbandonato l’inutile lavoro dei campi, si accasciavano per le strade, provandosi a spaccare pietre per ottenere qualche sussidio, ma spesso venendo a morire lentamente di fame... Il continuo tributo di emigrazione in America, che era divenuto un costume di quel popolo, ridusse la popolazione dell’Irlanda da otto milioni nel 1841 a sei milioni e mezzo nel 1851 e a meno di quattro e mezzo nel 1901... L’esodo economico, se era in gran parte necessario, avvenne in tali condizioni politiche e sociali che i discendenti degli immigrati in America divennero necessariamente nemici ereditari della Gran Bretagna... ».

    E con questo mare di guai in casa loro, o appena fuor dell’uscio, i signori Palmerston e Gladstone si lasciavano intenerire dalle situazioni un po’ difficili dell’avvocato Poerio o del professor Settembrini! E il signor Gladstone si regalava un bel viaggio a Napoli per prendersi cura di quattro intellettuali rimasticanti qualche dottrina illuministica rinsecchita, o magari qualche brandello del secentesco duello giurisdizionalista tra Chiesa e Stato! Questi intellettuali accusavano il Rè di non voler rispettare un trattato che essi, per quanto li riguardava, avevano già dichiarato di non voler rispettare a nessun costo, a meno che non fosse loro concesso ogni privilegio, tutto il potere. Poiché il Rè aveva fatto sapere che egli non stava al gioco, lo dichiararono traditore della patria. Bene faceva dunque il Gladstone a correre in diligenza sulla via di Napoli: era giunta l’ora che all’emigrazione irlandese dei villani si accodasse quella meridionale dei cafoni. Non a caso un bei giorno i nostri zappaterra fuggirono di casa e riempirono di nostalgia e di fatica città e campagne d’America dietro gli irlandesi; ma ciò non avvenne mai finché sul trono di Napoli regnarono re indigeni; furono i piemontesi sopraggiunti che vi portarono la fame e la miseria. [...]

    Certo è che il diplomatico inglese si dette un gran da fare. Quando scese in Italia correvano i giorni in cui si iniziava il processo, presso la Gran Corte Criminale di Napoli, contro la setta dell’Unità d’Italia e gli imputati dei moti del 15 maggio 1848. Il Gladstone non si recò a corte, dove pure era stato invitato, ne interrogò a proposito i ministri e funzionari; il suo covo era la legazione inglese e i carissimi amici o complici, lo sparuto gruppetto dei liberali o, se si vuole, dei congiurati ancora in attività di servizio. Con sulle spalle quel grosso debito verso l’umanità, l’onesto Gladstone si permetteva di chiamare niente-popodimeno che negazione di Dio un pacifico Stato dove tutti più o meno vivevano in un mediocre benessere o, se si preferisce, in un mediocre bisogno, almeno negli ultimi anni di re Ferdinando II, uno Stato che si faceva - è il caso di dirlo - i fatti suoi, unico tra gli Stati italiani!

    E che cosa era mai l’Inghilterra? Che cosa faceva in Irlanda? Che cosa andava facendo in India? [...] quando il Gange si tingerà di sanguigno e quando a Cawnapore nel 1857, dopo la sconfitta dei sipoys, il sangue salirà fino al ginocchio? E in patria? E nei quartieri poveri delle città, nel lurido intrico dei vicoli presso il Tamigi a Londra, nelle campagne sparse di miseri casolari di strame dai quali i lords cacciavano i contadini per crearsi comode e ricche riserve di caccia?

    Ma tutto ciò non interessava Gladstone; lui si occupava soltanto del regno borbonico e degli amici liberali o mazziniani. Fu lui stesso a confessarlo candidamente: «Gladstone, tornato a Napoli nell’anno 1888-1889, fu ossequiato e festeggiato dai maggiorenti del così detto Partito Liberale, i quali non mancarono di glorificarlo per le sue famose lettere con la negazione di Dio, che tanto aiutarono la nostra rivoluzione; ma a questo punto il Gladstone versò una vera secchia d’acqua gelata sui suoi glorificatori. Confessò che aveva scritto per incarico di lord Palmerston, con la buona occasione che egli tornava da Napoli, che egli non era stato in nessun carcere, in nessun ergastolo, che aveva dato per veduto da lui quello che gli avevano detto i nostri rivoluzionari».

    [...] Palmerston aveva avuto motivi, e gravi, di astio se non proprio di odio contro Ferdinando II. Si era illuso che sua nipote, Penelope Smith, sposata a un Borbone, e precisamente a Carlo, principe di Capua, fratello minore di Ferdinando e un po’ (o molto) scavezzacollo, fosse ammessa, quale regale parente o almeno quale regale affine, alla corte di Napoli, col rango di principessa reale. Ma Ferdinando non volle in casa propria una borghese, bella o brutta che fosse. A parte tutto, era una straniera. Qualche sussurro poi alitava qua e là, e la parola «avventuriera» era stata pronunciata, magari sommessamente, in alto loco.[...]

    In ogni caso, questo probabile rancore s’intrecciava con un rancore certo e feroce, nato quando Ferdinando aveva detto di no alle pretese avanzate sulle miniere di zolfo in Sicilia.

    La questione degli zolfi, per chi non la conoscesse, è presto detta. Fin dal 1816 vigeva tra Londra e Napoli un trattato di commercio, dove l’una nazione accordava all’altra la formula della «nazione più favorita». Subito ne approfittarono i mercanti inglesi per accaparrarsi l’intera, o quasi, produzione degli zolfi, allora fiorente in Sicilia.

    Compravano per poco e rivendevano a prezzi altissimi. Di questo traffico poco o nulla si avvantaggiava il reame e meno ancora i minatori e i lavoranti dello zolfo. Ferdinando II volle reagire a questo sfruttamento, tanto più che, avendo sollevato la popolazione dalla tassa sul macinato, aveva bisogno di ristorare le casse dello Stato in altro modo. Fece perciò un passo forse audace: diede in concessione il commercio degli zolfi a una società francese che lo avrebbe pagato almeno il doppio di quanto sborsavano gli inglesi. Inde irae. Palmerston nel 1836 mandò la flotta nel golfo di Napoli, minacciando bombardamenti, sbarchi e peggio. Ferdinando II non si smarrì, e ordinò a sua volta lo stato d’allarme nei forti della costa e tenne pronto l’esercito nei luoghi di sbarco. [...]

    Ci si mise fortunatamente di mezzo Luigi Filippo e la Francia prese su di sé la mediazione. Il risultato fu che lo Stato napoletano dovette annullare il contratto con la società francese e pagare gli inglesi per quel che dicevano d’aver perduto e i francesi per il guadagno mancato. È il destino delle pentole di terracotta costrette a viaggiar tra vasi di ferro. [...] ma l’Inghilterra se la legò al dito come oltraggio supremo.[...]

    Dunque, [...] il nobile Lord se ne venne a Napoli e si ritrovò col Temple, cioè con don Riccardo, e insieme con i cospiratori e i liberali del luogo preparò la famosa lettera.

    Ci andò o non ci andò il Gladstone nelle famigerate regie galere?

    II Nisco ne è sicuro: « Eravamo da una settimana a Nisida... allorché l’illustre statista che oggi governa la Gran Bretagna, fattosi accompagnare da una giovinetta napoletana, plebea di nascita e nobilissima di anima e di costumi, Pasqualina Proto, la quale aveva a Nisida un fratello, pur per politica condannato, entrava inosservato nel bagno. Ivi, senza alcun sospetto della polizia e dei guardiani, avemmo col Gladstone man mano stretto colloquio».

    Belle e piacevoli quelle prigioni dove entra chi gli pare e ne esce chi vuole! Gentili quei guardiani, simpatica quella polizia che lascia celle spalancate e permette colloqui di congiurati! Già, si dirà, ma i poliziotti non sapevano che colui che entrava con lo scappellotto era nientedimeno che un altissimo personaggio inglese, dal tenero cuore per i ribelli napoletani, duro e insensibile per quelli delle isole Jonie, dell’Irlanda e via dicendo. [...]

    E che cosa riferì quest’uomo che avrebbe voluto con la sua lettera rivoltare il bel Regno delle Due Sicilie? Voci raccolte a caso, pettegolezzi. E di quale gente? Di uomini onorati che, una volta in prigione, naturalmente non ci volevano restare ad ammuffirsi e perciò si proclamavano innocenti... Poteva dire altra cosa il Nisco, altra ragione portare lo Spaventa? Si crede a quello che si vuoi credere, anche se quel che si dice non collima perfettamente con la verità oggettiva... A guardar bene, nessuna verità umana e non trascendente può essere del tutto oggettiva. È vero soprattutto quel che ci fa comodo, specialmente quando una «spiritosa invenzione » può farci balzare da una scomoda cella al parlamento, alle università, alle cariche, agli agi, agli onori, in una parola, al potere. [...]

    A Napoli l’uomo era stato alacre e perfino pignolo, se non in prima persona, almeno attraverso l’amico e congiunto sir Temple, ministro d’Inghilterra a Napoli. Qui è necessario fare un passo indietro e tornare al tempo del processo contro la setta dell’Unità d’Italia. Erano accusati di cospirazione e di atti violenti Filippo Agresti, Salvatore Faucitano, Luigi Settembrini, il prete Barilla ed Emilio Mazza, Francesco Catalano, Lorenzo Vellucci, Michele Pironti, Carlo Poerio, Gaetano Romeo, Cesare Braico, Francesco Nardi, Francesco Cocozza ed altri meno importanti; quarantuno in tutto. Capo della polizia era allora il predecessore del Mazza di cui già si è detto, e cioè il ministro di Stato della polizia generale, comm. Gaetano Peccheneda, di fosca memoria per i liberali, giacché faceva il dovere suo e non s’intrigava con i supposti affossateti del regno. Era presidente della Gran Corte il consigliere Navarra, del quale il Settembrini (sincero spesso nel giudicare le persone quanto disonesto e mendace nel giudicare le istituzioni) parla con una certa comprensione, senza negargli un pizzico di umanità, mentre più tardi la cosca liberale verserà sulla sua non ingrata memoria tonnellate di stereo, di sangue e di oltraggi. [...]

    La maggioranza dei quarantuno fu condannata ai ferri. Agresti, Settembrini e Faucitano furono condannati a morte. La bontà di Ferdinando tramutò la pena capitale in ergastolo, il quale da condanna a vita fu poi accorciato a sei anni o poco meno.

    [...]



    --------------------------------------------------------------------------------

    Carlo Alianello, La conquista del Sud, Rusconi Editore 1982

    dal capitolo primo: LA NEGAZIONE DI DIO

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    Le sette e la propaganda liberale nella dissoluzione delle Due Sicilie


    Mentre sembra ai più che la storia segua strade impreviste e imperscrutabili, alcuni studiosi ritengono che in realtà gli avvenimenti imprevisti siano davvero pochi. Gli sconvolgimenti maggiori e di più lungo effetto, quelli che sembrano generarsi spontaneamente e condurre le persone in strada a protestare o a lottare, sono in realtà troppo spesso il frutto di una attenta orchestrazione invisibile.

    Ovviamente non bisogna lasciarsi prendere la mano ed esaminare un avvenimento storico solo alla luce delle teorie complottiste sottovalutando i fattori economici, politici, sociali e culturali che ne sono alla base. Non è neppure possibile vedere in ogni avvenimento storico un complotto, dietro ogni burattino un burattinaio che tira abile i fili delle sue azioni ma pochi storici ormai negano, per esempio, il ruolo delle «società di pensiero» nel preparare il terreno all’esplosione rivoluzionaria francese del 1789. Qualcosa di simile si può affermare anche per la rivoluzione bolscevica, nella cui preparazione è storicamente acquisita l’influenza dei servizi segreti tedeschi.

    Si parla – nei due casi precedenti – di microcomplotti per definire il carattere specifico e la portata limitata degli eventi e, soprattutto, per distinguerli da teorie complottiste poco condivisibili – i cosiddetti complotti metafisici – che invece non sono sostenuti da nessuna prova empirica.

    In questa sede analizzeremo il lavorio occulto e sotterraneo delle sette nella dissoluzione del Regno delle Due Sicilie ma, per farlo, è necessario partire almeno da una breve disamina del complotto nella Rivoluzione Francese.

    Come scrive lo storico della Académie Francaise, Pierre Gaxotte «la miseria può suscitare tumulti, ma non può scatenare le rivoluzioni».1

    Nessuna rivoluzione è mai stata avviata dalle masse, dai poveri, dai diseredati. Nessuna rivoluzione è possibile in uno stato la cui autorità è intatta. Una rivoluzione può riuscire solo se esiste un numero sufficiente di uomini che preparino lentamente e minuziosamente il crollo dello Stato. È il rivoluzionario Mirabeau a ricordarci che dieci uomini che agiscano insieme possono farne tremare centomila disuniti.

    A preparare il crollo della monarchia francese contribuì l’abile lavorio delle società di pensiero, della letteratura ribellistica politica che polarizzò l’opinione pubblica contro la monarchia. Nel corso di tutto il Settecento la filosofia dei lumi aveva già demolito, mattone dopo mattone, la società organica, ne aveva riformato le strutture esteriori in campo politico, giuridico, economico. Aveva sostituito alla società reale le «società di pensiero», aveva fondato un altro mondo basato su principi differenti da quelli operanti nel mondo reale. Nella radicale alterità stava prendendo forma la città dell’utopia, il regnum hominis in contrasto con il regno di Dio.

    Il deismo, il culto della Natura, l’esaltazione dell’homo triumphans, caratterizzavano il pensiero dell’Enciclopedismo e delle logge massoniche che sognavano una civiltà tutta umana, basata esclusivamente sulla ragione, divinità di una nuova religione.

    La razionalità della Gnosis, doveva sostituirsi alla ingenua credulità della Pistis, la fede.

    Il culto del divenire della Natura, ridiventata divinità, costituiva il sottosuolo panteistico di un umanesimo che era, in prima istanza, umanesimo ateo e anticristiano.

    Il ritorno alla natura risuonava nei pensieri degli Enciclopedisti e nelle logge massoniche che precedettero e fomentarono il fermento della Rivoluzione Francese. Gli Illuminati di Baviera guidati da Weishaupt riuscirono ad inserirsi come retro-loggia nella massoneria e a manovrare il convegno di Wilhelmsbad nel 1782, un prestigioso congresso della società segrete che precedette lo scoppio della rivoluzione.


    L’illuminatismo mirava alla distruzione degli abusi: primo tra tutti la proprietà privata, attentato contro l’uguaglianza e, naturalmente, si proponeva di liberare i popoli dalla tirannia dei principi e dei preti. Concetto espresso nella nota frase di Condorcet, che si proponeva di strangolare l’ultimo prete con le budella dell’ultimo re.

    È stato il gesuita francese Augustin Barruel il primo ad aver esaminato la rivoluzione francese alla luce delle macchinazioni dei circoli illuminati e massonici.

    È lui il primo a mettere in evidenza come tutti i Riti massonici, sebbene divisi al loro interno, perseguissero un disegno finale metapolitico, che aveva come fine ultimo la distruzione del Cristianesimo e il ritorno dell’umanità ad un’età precristiana, pagana, gnostica. E questo disegno trovava spazio in una vera e propria congiura ordita da tre gruppi distinti ma operanti al medesimo fine: i filosofi, i massoni e gli illuminati di Baviera, a dal Barruel accomunati sotto il medesimo appellativo di setta.

    Va ricordato anche il lavoro di Cretineau-Joly, lo storico della Compagnia di Gesù incaricato dal papa Gregorio XVI e da Pio IX di scrivere una presentazione dei documenti dell’Alta Vendita giunti in possesso della Santa Sede. A partire dal 1874 tali documenti vennero pubblicati sulla «Civiltà Cattolica», tacendo però i veri nomi dei congiurati, per una scelta del papa funzionale a proteggere le famiglie dal discredito.

    «Il nostro scopo finale – si legge nel documento dell’Alta Vendita denominato Istruzione permanente – è quello di Voltaire e della rivoluzione francese: cioè l’annichilimento completo del cattolicismo e perfino dell’idea cristiana».2

    Anche l’abate siciliano Nicola Spedalieri, studiando la rivoluzione francese, ritenne che un evento di così vasta portata non potesse non «corrispondere a un disegno ragionato, a un piano concordato» all’esistenza dunque, di una vera e propria «congiura».3

    Il potere della massoneria si rafforzò ulteriormente con Napoleone, con cui l’attacco alla Chiesa di Roma divenne sempre più palese fino all’annessione del 10 giugno 1808 dello Stato pontificio all’Impero francese.

    Il convegno massonico di Strasburgo del 1847 organizzò i moti rivoluzionari dell’anno successivo che si propagarono contemporaneamente a Parigi, Vienna, Berlino, Milano, Roma e Napoli. La più nota ma, al contempo, impenetrabile società segreta dell’Ottocento fu la Carboneria. Organizzata in Vendite, operava in stretto contatto col Rito Scozzese, era diretta da un vertice chiamato Alta Vendita composta a livello internazionale da quaranta membri.

    Mazzini fu iniziato alla Carboneria fra il 1827 e il 1829. I Carbonari appartenevano agli Illuminati di Baviera e vi apparteneva anche Mazzini che – tra l’altro – credeva fermamente nella reincarnazione. Conobbe la Blavatsky, fondatrice della Società Teosofica, e fu molto amico di John Yarker, Gran Jerofante di Memphis e Misraim.

    Carboneria e Alta Vendita entrarono in gioco per l’unificazione dell’Italia: alla prima spettava il compito di rovesciare il Trono, alla seconda quello di assalire il Papa e disgregare il clero.

    Garibaldi – sotto il nume tutelare della massoneria britannica - rivestì un ruolo di rilievo nell’esoterismo italiano. Si interessò allo spiritismo e alla massoneria dei riti, partecipando all’Ordine Riformato di Memphis. Nominato «Primo massone d’Italia» divenne anche Gran Jerofante del Rito egiziano di Memphis-Misraim nel 1881.

    Perfino lo storico ufficiale della Massoneria italiana Aldo Alessandro Mola scrive «la spedizione dei Mile si svolse dall’inizio alla fine sotto tutela britannica: o, se si preferisce, della Massoneria inglese».4

    A Garibaldi furono inoltre fatti pervenire, per l’organizzazione della spedizione, tre milioni di franchi francesi, tutti convertiti in piastre turche per occultarne la provenienza.

    «Gli spiritisti e gli occultisti parteciparono a bandiere spiegate alla maggiore manifestazione anticlericale del secolo, l’Anticoncilio di Napoli del 1869 per il quale Giosuè Carducci ristampò il suo A Satana»5 .

    Insomma, nel salotto buono della borghesia italiana si incontrarono, liberali, progressisti, socialisti, illuministi e naturalmente massoni: tutti impegnati, tra una seduta spiritica e una levitazione, a farsi propugnatori presso il popolo rozzo, la massa ignorante, del nuovo verbo di verità.

    Antonio Capace Minutolo Principe di Canosa si schierò tutta la vita contro le sette mettendo in guardia i governi della Restaurazione sull’estrema pericolosità e sulla subdola capacità di penetrazione delle associazione segrete, tanto i Carbonari quanto la Giovine Italia erano impegnate nell’unico obiettivo della sovversione.

    Ma lo studioso che più di ogni altro ha sottolineato l’importanza della «setta» - come da lui stesso più volte definita – nella dissoluzione del Regno della Due Sicilie è stato Giacinto de’ Sivo: la «setta che da ottant’anni va minando i troni e gli altari, guadagnava a’ nostri tempi un re, nato re, nato cristiano e cattolico» e ne ha fatto sua «vittima e strumento», inducendolo a spargere la corruzione nel Regno delle Sicilie, a fornire oro e legittimazione all’orda garibaldina, a colpire egli stesso alle spalle il monarca delle Sicilie, quando questi era ormai sul punto di fermare l’invasione.6
    Continua il de’ Sivo «il Piemonte co’ suoi ambasciatori sparse tra noi il veleno delle sette; corruppe con oro e promesse i duci e i ministri napoletani; metteva in armi sulle genovesi terre un capitano di ventura, al quale con bugiarde mistificazioni aveva preparato immeritata rinomanza, gli dava oro, navi e bandiere, gli dava seguaci d’ogni nazione e d’ogni linguaggio, e il lanciava famelico e sitibondo sulle nostre terre felici.»7

    Questo dunque, il complotto che ha corrotto il Regno: inglesi e piemontesi corruppero e comprarono gran parte del governo di Francesco II, compreso il primo ministro Liborio Romano e con lui, larga parte degli stati maggiori militari e della burocrazia.

    Lo studioso Silvio Vitale sottolinea come nelle pagine del de’ Sivo «la setta non s’acquieta in nessun regime. Reclama costituzioni, ma, ottenutele, colpisce i re che le hanno concesse; vanta plebisciti in Italia, ma poi attenta alla vita di Napoleone III uscito da un plebiscito; esalta la nazionalità, ma la contrasta in Irlanda; vuole l’unità ma altrove promuove la divisione; poi vuol cacciare il papa e il cattolicesimo, qui protegge i protestanti e nella Germania protestante predica l’ateismo; segue il vessillo di Vittorio Emanuele, ma in altre monarchie grida morte ai re, dovunque e comunque promuove la rivoluzione perché ciò che veramente vuole è la roba altrui».8

    Il de’ Sivo si sofferma a lungo nelle sue pagine sulla «setta» denominandola anche «setta mondiale» proprio per sottolinearne il carattere, la potenza e la portata internazionale del complotto che colpisce il Trono per arrivare a distruggere l’Altare. Rintraccia le origini della setta nel diciottesimo secolo, seguendone le tracce dagli illuminati, ai massoni fino agli unitari senza lasciarsi neppure ingannare dai neocattolici o «neoguelfi». Accusa anche il suo Re, Ferdinando II – come ricorda compiaciuto Benedetto Croce - di «essersi volentieri circondato di uomini di provenienza impura, ossia settaria, antichi giacobini, antichi murattiani; e se non giunge a sospettarlo di illecita tresca con la setta, questo sospetto non risparmia mai ai suoi ministri e ai suoi generali.»9

    Al di là dell’ironia, neppure troppo velata del Croce, è chiaro che il de’ Sivo avverte e mette in guardia contro la minaccia dei settari, svelandone il disegno ultimo di attacco alla Chiesa «la guerra che oggi si fa, non è al Papa come Re di Roma solamente, non si limita solo al potere temporale, non è contro la dominazione pontificia che si scaglia la bava velenosa dei settari: è anche direttamente contro i principi della religione, che vorrebbe farsi sostituire dal vantato razionalismo.»10

    E, a distanza di più di un secolo, non possiamo che riconoscere la perspicacia dello storico di Maddaloni che nutriva la consapevolezza del carattere intrinsecamente rivoluzionario dell’aggressione al Regno delle Due Sicilie. Un episodio del ben più ampio scontro fra religione e ateismo.

    La setta iniziò dalla soppressione degli ordini religiosi per passare all’incameramento dei beni ecclesiastici, sempre in nome della libertà e della costituzione.

    La Massoneria ha scatenato in Italia una vera e propria guerra alla Chiesa cattolica, utilizzando i Savoia e i liberali, come avanguardia della rivoluzione.

    Si dichiararono soppresse «tutte le corporazioni e gli stabilimenti di qualsivoglia genere degli Ordini monastici e delle corporazioni regolari o secolari esistenti» e si impose a tutti i religiosi di lasciare i conventi. A distanza di un mese, seguì la soppressione degli ordini religiosi e la confisca dei beni.

    La persecuzione anticattolica fece intascare all’élite illuminata e liberale circa un milione di ettari di terra e migliaia di edifici, tra conventi e romitori. La popolazione perse gli usi civici per secoli garantiti dalla Chiesa e insorse ovunque guadagnandosi l’appellativo di briganti.

    I decreti del 18 ottobre 1860, sulla abolizione dei privilegi del clero,11 e quelli del 17 febbraio 1861, che abrogarono il concordato del 1818 fra il Regno delle Due Sicilie e la Santa Sede, comportarono la laicizzazione delle opere ecclesiastiche, la soppressione di numerosi ordini religiosi oltre all’impedimento di celebrare messe e alla chiusura di alcuni luoghi di culto12 spinsero all’opposizione anche quella parte del clero ancora indecisa nei confronti della rivoluzione. In una lettera del Sindaco di Vietri, testimone dei fatti, rinvenuta nell’Archivio di Stato di Potenza, si legge, il brigantaggio è «opera di militari sbandati e del pretismo rispettato come santo e tenuto come inevitabile dal governo. Lo dimostrano le fucilazioni di sacerdoti, gli arresti e le persecuzioni dei vescovi, la devastazione degli ordini religiosi, lo spoglio degli enti ecclesiastici, le calunnie che tutti sanno. […] Le fucilazioni dei Cialdini e dei Pinelli, il terrorismo dei governatori, lo sfrenamento dei loro adepti a danno dell’onore, o delle robbe delle oneste persone, e quante arti si potettero adoprare ad impiantare il Regno dell’empietà, serviranno a rovinarlo al più presto.»

    Anche le rivendicazioni sociali sviluppatesi con il brigantaggio, in particolare la divisione delle terre demaniali illegittimamente usurpate, non erano che la manifestazione più evidente di un complesso di fattori che nutrivano una resistenza che era, in primis, di tipo culturale e religioso. Le parole d’ordine dei briganti non potevano essere che quelle della loro identità culturale, cioè quelle della loro fede.

    Negli atti dei processi, infatti spesso i liberali venivano chiamati giacobbini; la bandiera bianca simbolo dei Borbone, veniva innalzata accanto al vessillo della Madonna delle Grazie, nelle chiese delle città liberate veniva cantato il Te Deum e recitata la preghiera pro rege Francesco.
    Numerosi frati e sacerdoti, militarono nelle fila della reazione, i vescovi incoraggiavano gli insorti con le loro pastorali e rinnovavano le scomuniche della Santa Sede che definiva sacrilego il Governo italiano.

    Si fronteggiarono dunque, come già era stato nel 1799 e durante le invasioni napoleoniche, due idee del mondo, l’una che trovava nei simboli sacri della religione e della chiesa la sua bandiera, l’altra che riecheggiava e diffondeva le idee propugnate dalla massoneria, quella “setta” che, per dirla ancora una volta con il de’ Sivo, tanto ha inciso nelle vicende del Risorgimento italiano.

    D’altra parte la stessa massoneria non nasconde, anzi rivendica orgogliosamente l’apporto al Risorgimento italiano. Il Gran Maestro Armando Corona, in un Convegno dell’88 sul tema La liberazione d’Italia nell’opera della massoneria, così conclude «la liberazione d’Italia – opera eminentemente massonica – fu sorretta, in ogni suo passaggio fondamentale, dalle iniziative delle Comunioni massoniche d’oltralpe». La massoneria «fu il vero ispiratore e motore del Risorgimento».13

    Un motivo in più per contestare il trionfalismo risorgimentalista o la retorica delle celebrazioni garibaldine che trovano oggi tanto spazio mediatico. Un motivo in più per affermare categoricamente che le sette con l’Unità d’Italia portarono avanti un vero e proprio attacco alla Chiesa e dunque, il Risorgimento deve essere analizzato più attentamente e criticamente non solo per gli effetti deleteri che ha prodotto in tutto il Regno ma anche per la filosofia settaria, massonica e anticattolica che ne ha costituito il principio ispiratore.



    1 Pierre Gaxotte, La rivoluzione francese, Biblioteca Universale Rizzoli, Milano 1949, p. 29
    2 Ora in Angela Pellicciari, L’altro Risorgimento, Piemme, Casale Monferrato (Al) 2000, p. 21.
    3 Nicola Spedalieri, De’ diritti dell’uomo, Stampatore Storti, Venezia 1797, libro VI anche in introduzione di Silvio Vitale a Giacinto de’ Sivo, L’Italia e il suo dramma politico nel 1861, Editoriale Il Giglio, Napoli 2002, p. XV.
    4 Aldo A. Mola, Storia della Massoneria italiana dalle origini ai nostri giorni, Bompiani, Milano 1992, p.822
    5 Cecilia Gatto Trocchi, Storia esoterica d’Italia, Piemme, Casale Monferrato (AL) 2001, p. 24.
    6 Introduzione di Silvio Vitale a Giacinto de’ Sivo, L’Italia e il suo dramma politico nel 1861,cit., p. XII.
    7 Giacinto de’ Sivo, op. cit., p.70.
    8 Introduzione di Silvio Vitale a I napoletani al cospetto della nazioni civili, Il Cercio, Rimini 1994,pp.11-12.
    9 B. Croce, Uno storico reazionario:Giacinto de’ Sivo anche in Introduzione di Silvio Viatale, op.cit., p.XIV.
    10 Giacinto de’ Sivo, op. cit.,p. 21.
    11 La Chiesa risponde con le Istruzioni del 16 novembre e del 18 dicembre 1860 che sanciscono l’assoluta incompatibilità delle leggi sabaude con il magistero cattolico.
    12 Le manifestazioni di odio religioso durante il Risorgimento furono molteplici: veri e propri assalti a convegni cattolici, processioni disperse dai militari, giovani francescani incarcerati per renitenza alla leva, santuari e luoghi di culto incendiati. Cfr.Marco Invernizzi, I cattolici contro l’Unità d’Italia?, Ed. Piemme, Alessandria 2002.
    13 In Angela Pellicciari, op. cit.,pp. 264-265.


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    La monarchia tradizionale nel regno di Francesco II di Borbone

    di Marina Carrese


    Il breve e drammatico regno dell’ultimo re delle Due Sicilie, Francesco II di Borbone, ben al di là delle considerazioni di ordine storico, offre notevoli spunti di riflessione sul significato della monarchia e sulla concezione tradizionale della relazione che lega il Re ai propri popoli.

    È doveroso soffermarsi sul regno di Francesco II, inoltre, anche per un motivo di giustizia, essendo egli il sovrano che più pesantemente ha subito gli oltraggi della storiografia di matrice ideologica. L’ultimo re della Casa Borbone, infatti, solitamente viene rappresentato attraverso una serie di luoghi comuni che ne forniscono un’immagine davvero poco lusinghiera. Il repertorio, piuttosto ristretto in verità, va dal bonario “re giovane ed inesperto” al critico “re senza adeguata preparazione militare e politica”; dallo psicologico “re eternamente indeciso” all’offensivo “re inetto ed imbelle”.

    In realtà non si può ricostruire un’immagine veritiera di Francesco II prescindendo da una lettura in chiave tradizionalista di alcune sue scelte, di Stato e personali, che analizzate altrimenti più facilmente si prestano ad interpretazioni ingiuriose; tralasciando i principi, religiosi, etici e politici, che lo hanno guidato nell’intero arco della vita, anche durante l’esilio, e sui quali si fondarono le sue scelte.

    Per riflette e comprendere, dunque, bisogna riandare ai principi informatori della monarchia tradizionale.


    Nazione e Tradizione

    Un proverbio medioevale diceva «come il padre è re dei figli, così il Re è il padre dei padri».
    In questa breve frase è racchiuso l’intero significato della monarchia tradizionale, che si configurava non come espressione di un potere estraneo, “imposto” al popolo e alieno ad esso, ma al contrario come la forma propria, l’incarnazione dei fondamenti stessi che di quel popolo facevano una nazione.

    Il termine nazione travalica ampiamente i confini dello Stato, senza identificarsi necessariamente con essi e a volte divergendone drammaticamente.
    La nazione è l’insieme di quei legami naturali che profondamente uniscono e permettono, potremmo dire, una genesi reciproca tra una terra, le genti che la abitano e le vicende che nel tempo vi si alternano, cioè la storia vissuta da quella terra e da quelle genti.

    La Nazione è un’entità viva, che nasce, cresce e si sviluppa nel tempo; è un’entità organica che sopravvive ed esprime la propria identità attraverso la tradizione, cioè attraverso tutto ciò che viene tramandato nel tempo, tutto ciò che una generazione consegna alla generazione successiva (l’etimo latino tradere significa appunto consegnare). «Quando nasciamo non nasciamo astrattamente, ma possedendo elementi vitali trasmessi dai nostri padri e che costituiscono ciò che chiamiamo la nostra cultura e la nostra Tradizione; perciò dice superbamente Donoso Cortés che ‘i popoli senza tradizione diventano selvaggi’» .
    Essa è l’eredità di un popolo, la sua lingua, i suoi usi, la sua fede, le sue leggi; delinea le caratteristiche che lo distinguono dagli altri e che permettono a ciascun individuo di riconoscersi come parte di esso.
    La tradizione raccoglie quanto di meglio una generazione ha saputo costruire nell’alveo della propria eredità. «Quel che riceviamo dagli avi non è lo stesso patrimonio culturale che trasmettiamo ai discendenti, perché nel nucleo culturale che trasmettiamo inseriamo il nostro apporto personale, il frutto delle nostre azioni. Questo apporto che ogni generazione aggiunge a quello che ha ricevuto dalle generazioni precedenti, è il progresso […], giacché non esiste progresso senza tradizione né tradizione senza progresso. Progredire è naturalmente cambiare e moralmente migliorare ciò che costituisce la Tradizione ricevuta.»

    L’ordine sociale tradizionale

    La tradizione, dunque, è “la continuità della vita” di una Nazione e questa, come tutti gli organismi viventi, è formata da organi diversi, i corpi sociali intermedi.

    Con le parole del grande filosofo del diritto Francisco Elías de Tejada diremo che «ognuna di queste società intermedie serve per dare alla società maggiore la sua natura organica; esse posseggono una vita particolare ed indipendente nella loro sfera rispettiva; comprendono l’individuo dalla nascita alla morte; non sono create dal potere supremo ma riconosciute da esso. Alcune provengono direttamente dal diritto naturale, come la famiglia; altre sono il risultato della storia, come i popoli; a volte posseggono vita pubblica, altre sono limitate a sfere private. In determinate occasioni sono autosufficienti, e abbisognano solo di tutela e di coordinamento con le società vicine, come le città; non mancano quelle che agiscono al pari dello Stato, ma con mire superiori e più alti diritti, come la Chiesa Cattolica […], servono come misura dell’agire dell’uomo concreto e, data la loro indipendenza dallo Stato, sono fonte sicura di equilibrio umano» .

    Ogni organo sociale svolge, quindi, una funzione vitale che gli è propria, che non può essere delegata ad altri né può essergli sottratta da altri. Ogni squilibrio nel funzionamento dei diversi organi porta inevitabilmente alla malattia o alla morte del corpo sociale.

    Primo e basilare corpo intermedio è la famiglia, comunità naturale nella quale l’uomo nasce e cresce, della quale ha bisogno per sopravvivere. Nella società tradizionale era riconosciuta anteriore e superiore al potere politico, tanto che, in epoca medioevale, l’importanza di un paese era data dal numero di “focolari” e non dal numero degli individui che vi abitavano. Anche all’interno della famiglia, ciascuno svolge un ruolo specifico e quello del padre è di esserne l’amministratore, ma «invece dell’autorità di un capo egli ha piuttosto l’autorità di un gestore responsabile, direttamente interessato alla prosperità della casa, ma che in questo adempie un dovere piuttosto che esercitare un diritto. Il suo incarico è proteggere i deboli, le donne, i bambini e i servitori. Se vi sono beni patrimoniali, egli non ne ha che l’usufrutto: come li ha ricevuti dagli antenati, così li dovrà trasmettere a coloro che gli succederanno per nascita. Il vero proprietario è la famiglia, non l’individuo».
    Compito insopprimibile della famiglia è l’educazione dei figli, cioè la trasmissione della tradizione . Soltanto in famiglia, infatti, e nei primi anni di vita, si possono apprendere e fissare i principi che daranno senso e direzione a tutta la nostra esistenza. È per questo motivo che i regimi totalitari sottraggono alle famiglie l’educazione di bambini e giovani, inquadrandoli al più presto in organizzazioni formative statali.

    Le aggregazioni di famiglie, a loro volta, danno luogo ad altri corpi intermedi che compongono l’impalcatura della società. Sono, ad esempio, le comunità territoriali minori e maggiori, a partire dal municipio fino alle entità sovranazionali come le federazioni e gli imperi; oppure le associazioni volontarie, costituite dai singoli sulla base di interessi comuni di tipo professionale, religioso o anche soltanto ricreativo.

    I legami che originano l’intero organismo sociale, a partire dalla famiglia fino al regno o all’impero, sono tanto profondi che ognuno li porta radicati dentro di sé, indipendentemente dalle vicende personali o storiche.
    Due esempi di grande forza ci sono stati offerti da Paesi dall’Est europeo, all’indomani della caduta dei regimi comunisti, avvenuta nel 1989, dopo circa cinquant’anni di totalitarismo.
    In Bulgaria, nel 2001, l’ex re Simeone II di Sassonia-Coburgo-Gotha, costretto all’esilio nel 1946 e tornato in patria dopo 43 anni, è stato eletto alla carica di primo ministro con un voto plebiscitario: al partito da lui fondato, infatti, è mancato un solo seggio per la conquista della maggioranza assoluta.
    Altro esempio è stata la divisione pacifica e in totale accordo della Cecoslovacchia, paese costituito artificialmente a tavolino dopo la seconda Guerra Mondiale, in due Stati diversi, la Repubblica Ceca e quella Slovacca, ritornati ai propri confini tradizionali.

    Eventi come questi si spiegano soltanto riconoscendo la forza del senso di appartenenza: ognuno, infatti, “sente” di appartenere ad una famiglia, ad un luogo, ad un popolo, ad una tradizione, di essere parte di una Patria (che deriva da pater = padre). Al tempo stesso, ognuno “sente” di essere diverso da chi appartiene ad un’altra Patria, il che non vuol dire essergli ostile ma essere consapevole di avere un retaggio diverso, che va rispettato, preservato, tramandato.

    La monarchia tradizionale

    È all’interno di questa concezione, che vedeva nei legami naturali il proprio fondamento e nello spirito di corpo il collante sociale, che va collocata l’istituzione monarchica tradizionale.
    Un antico aforisma dice che lo Stato è il vestito di un popolo e, appunto come un vestito, deve essere adatto a quel corpo per farlo sentire a proprio agio. La forma istituzionale dello Stato, quindi, deve essere organica alla nazione per appartenerle veramente, pena il rischio di “crisi di rigetto” proprio come avviene ad organi trapiantati in un corpo estraneo.

    Il carattere della monarchia tradizionale si fondava, appunto, sugli identici elementi degli altri corpi sociali: «Il re posto a capo della gerarchia, come il padre alla testa della famiglia, è insieme amministratore e giudice, come simboleggiano i suoi due attributi: lo scettro e la mano della giustizia. […] Essenzialmente il re esercita un diritto di controllo: sorvegliare che quanto è stabilito dai costumi sia normalmente eseguito, e mantenere la tranquillità dell’ordine» .

    Poiché, come affermò San Tommaso d’Aquino “il popolo non è fatto per il principe, ma il principe per il popolo”, nello svolgere il proprio ruolo sociale, accanto ad un numero limitato di diritti, il sovrano aveva molti doveri. Come ricorda un antico poema: «primo, deve amare Dio e la Chiesa; abbia buon cuore, pietà e compassione; deve preferire il bene comune sopra ogni cosa, avere il suo popolo in grande benevolenza, essere saggio e diligente; sia veritiero e sappia comandare, lento a punire, non ostacoli i buoni e ai malvagi renda un giusto giudizio perché si veda in lui ogni bontà» .

    Il potere monarchico si reggeva su patto tacito tra re e popolo - che traeva origine dal vincolo di fedeltà e protezione che legava re e vassallo ed era suggellato da un solenne giuramento sui Vangeli - e poteva essere esercitato soltanto nei limiti posti da usi e leggi alle quali il re era sottoposto al pari di tutti gli altri. Il suo governo doveva essere informato ai due grandi principi politici tradizionali:
    - il principio di solidarietà, per il quale ogni individuo ed ogni corpo sociale, popolano o principe, singolo o Istituzione, deve svolgere il proprio specifico compito, deve compiere la propria parte, deve concorrere al bene comune, fine ultimo di ciascuna attività;
    - il principio di sussidiarietà, in base al quale ciascun corpo sociale - famiglia, municipio, associazioni, autorità statale - deve poter compiere il ruolo che gli è proprio fin dove gli sia possibile, senza delegarlo ad altri; d’altro canto, nessuno può sostituirsi ad esso, invaderne il campo d’azione, prevaricarne diritti, prerogative e doveri; l’azione sussidiaria, cioè di supporto, deve essere fornita soltanto nel caso di una concreta impossibilità a svolgere il proprio compito dell’organo preposto, o di una situazione oggettiva che richieda un impegno eccessivo per le sue possibilità.

    Entrambi questi principi si fondano sull’assunzione della responsabilità del proprio ruolo sociale e, compenetrati dal sentimento religioso, mutuati come sono dal diritto naturale alla luce della fede, si possono riassumere efficacemente in una sola parola: servizio.

    La monarchia tradizionale era appunto servizio, al quale il Re era chiamato; un servizio che egli doveva rendere con spirito di paternità verso i propri popoli, rispettandone le libertà, le specificità culturali, le forme di autonomia locali, gli usi, i privilegi.

    La monarchia tradizionale di Francesco II

    I principi di questo modello regale, universalmente validi a partire dall’Alto Medioevo fino al XVII secolo circa, appartennero anche ai re Borbone, sia pure con le trasformazioni, e deformazioni, che l’istituto monarchico aveva subito, scivolando nell’assolutismo o subendo la corruzione illuministica.

    A questo modello regale si ispirò Francesco II, o meglio la sua formazione, la sua educazione e il profondo senso religioso che lo animava, fecero di lui un re sul modello delle grandi figure del Medioevo. Paradossalmente, proprio le scelte e le vicende storiche che gli sono imputate come colpe e inadempienze, rappresentano in realtà i momenti in cui più significativamente dimostrò di aderire a questo modello di Re-Padre della nazione, nelle cui mani è la vita dei propri figli.

    Una testimonianza diretta di quanto fortemente egli sentisse questa responsabilità altissima ci è data dal ministro Pietro Calà Ulloa che, riportando il brano di una conversazione riferisce le parole di Francesco: «Se io non fossi Re, se non fossi responsabile della mia corona, verso i miei popoli e verso la mia famiglia, già da lungo tempo ne avrei deposto il fardello» .

    Francesco si mostrò Re-Padre quando fermò i suoi soldati a Palermo, dopo l’invasione garibaldina, nel momento in cui avrebbe potuto forse chiudere la partita con pochi colpi, ma a prezzo della distruzione della città.
    O quando lasciò l’amatissima Napoli, per evitarle lo scempio di un feroce bombardamento e di una guerra combattuta casa per casa. Il sua proclama di addio è quasi un compendio dei valori tradizionali che ispirarono tale scelta: «Da quali sentimenti era compreso l’animo mio per tutti i miei popoli e per questa illustre città: garantirla dalle rovine della guerra, salvare i suoi abitanti e le loro proprietà, i sacri templi, i monumenti, gli stabilimenti pubblici, le collezioni d’arte e tutto quello che forma il patrimonio della sua civiltà e grandezza e che appartenendo alle generazioni future è superiore alle passioni di un momento».
    Sentimenti confermati anche dal fatto che partendo, Francesco non portò con sé neppure il patrimonio privato, ad indicare che la partenza era un momentaneo allontanamento imposto da necessità superiori e non una fuga verso la salvezza, lasciando la capitale in balia del nemico.

    Quella di Francesco II fu una concezione medioevale, cioè cavalleresca, della guerra, certo estranea ai suoi nemici che combatterono per lo più senza onore. Una concezione che imponeva al Re di evitare il coinvolgimento della popolazione civile nella battaglia tra eserciti contrapposti, che gli imponeva anche di ridurre al minimo lo spargimento di sangue dei soldati stessi, in nome della sacralità della vita e della regalità come paternità.
    Può sembrar strana oggi, abituati come siamo a guerre con centinaia di migliaia di morti, che si combattono facendo schiantare aerei nei grattacieli, o bombardando le città, o imbottendo di tritolo i “kamikaze” e facendo saltare in aria decine di civili, bambini compresi, sugli autobus o nel metrò.
    Invece, era una concezione diffusa nel Medioevo, quando combattevano “in campo aperto” soltanto gli eserciti, formati da professionisti o volontari, e la popolazione civile non era “chiamata alle armi”. Una concezione che diede illustri esempi passati alla storia e rimasti nelle coscienze dei popoli, come re Venceslao di Boemia, che nell’anno 1000, sotto attacco da parte del re di Baviera, propose a quest’ultimo di sfidarsi in duello per evitare un’inutile carneficina. Il re di Boemia rinunciò a combattere, colpito da tanto valore e nobiltà. Re Venceslao salvò se stesso e il proprio Regno, ma nulla poté contro il tradimento, che di lì a poco lo uccise. Oggi è ricordato dalla Chiesa come santo e fu nella piazza a lui dedicata, sotto la sua statua, che i ragazzi di Praga si raccolsero per chiedere libertà nel 1968.

    Francesco II fu sovrano di uguale statura morale. Soltanto un re, preoccupato più per i mali materiali e morali che possono abbattersi sul popolo che per la conservazione del proprio trono, avrebbe potuto indirizzare all’esercito, alla vigilia della battaglia decisiva contro il nemico, parole come queste: «Soldati! Poiché i favorevoli eventi della guerra ci spingono innanzi e ci dettano di oppugnare paesi dall’inimico occupati, obbligo di re e di soldato m’impone di rammentarvi che il coraggio ed il valore degenerano in brutalità ed in ferocia quando non siano accompagnati dalla virtù e dal sentimento religioso. Siate adunque generosi dopo la vittoria; rispettate i prigionieri che non combattono ed i feriti e prodigate loro, come il 14° Cacciatori ne ha dato esempio, quegli aiuti che è in vostro potere di apprestare. Ricordatevi che le case e le proprietà nei paesi che occupate militarmente sono il ricovero e il sostegno di molti che combattono nelle nostre file: siate adunque umani e caritatevoli con gli infelici e pacifici abitanti, innocenti certamente delle presenti calamità. L’obbedienza agli ordini dei vostri superiori sia costante e decisa; abbiate infine innanzi agli occhi sempre l’onore e il decoro dell’esercito napoletano» .

    Che dire poi di un Re che, insieme alla giovane sposa, affronta i pericoli e le privazioni della resistenza sugli spalti di Gaeta? Il suo esempio destò clamore ed ammirazione in tutta Europa e riempì le cronache dei giornali: «L’ammirazione, e son per dire l’entusiasmo, che desta in Francia il nobile contegno del Re di Napoli, vanno crescendo ogni giorno in proporzione dell’eroica resistenza del giovane monarca, assediato dalla rivoluzione sullo scoglio di Gaeta. Così un bellissimo indirizzo degli abitanti di Avignone, con parecchie migliaia di firme, venne spedito al Re, in cui gli Avignonesi manifestavano la speranza loro ferma che il suo trionfo sarà misurato dalla grandezza del suo pericolo» .

    Fondatamente lo storico Pier Giusto Jaeger ha riconosciuto l’onore, la fierezza, l’eroicità di Francesco II ed anche il suo altissimo senso religioso, una pietas cristiana vicina alla santità . Fede profonda che lo guidò anche nelle vicende private dell’esilio. Ben nota è la vita ritirata e tutta volta alla pratica religiosa e alla carità condotta dal Sovrano fino alla fine, ma nelle sue lettere private si possono trovare elementi di altissima spiritualità. Come in uno scritto al cognato, Roberto I di Parma, nel quale, ricordando le morte dell’amatissima figlioletta, Francesco II scrisse: «A me sembra che il Signore voglia dare, in ciascuna famiglia che predilige, qualche speciale intercessore nel cielo, ove parte quasi di noi stessi già si trova e speriamo che come potente calamita ci attragga» .

    Sentimenti come questi non sono frutto di “superstizione religiosa” come alcuni hanno voluto intendere, ma rivelano una profondità di fede che fa vedere la vita, la storia e i tempi con occhi più acuti. Infatti, contrariamente all’immagine di Re inesperto e incapace, in molte sue lettere Francesco II dimostrò di avere ben chiara la situazione europea e di prevedere perfettamente gli sconvolgimenti che sarebbero stati causati dalle ideologie scientiste e socialiste che si andavano diffondendo in quegli anni.

    Paternità regale, servizio, tradizione e fede furono i principi che guidarono Francesco II, ultimo esempio di monarca tradizionale che abbia incarnato veramente i fondamenti della nazione alla quale appartenne. «Io sono napolitano, nato in mezzo a voi, io non ho respirato altra aria, non ho veduto altri Paesi, non ho conosciuto che solo la mia terra natale. Ogni affezione mia è riposta nel Regno, i costumi vostri sono pure i miei, la vostra lingua è pure la mia, le ambizioni vostre son pure le mie […]. Mi glorio di essere un principe che, essendo vostro, ha tutto sacrificato al desiderio di conservare ai sudditi suoi la pace, la concordia e la prosperità» sono le sue parole dettate nel manifesto dell’8 dicembre 1860, redatto a Gaeta.

    Conclusione

    Secondo Benedetto Croce, il Regno napoletano cadde perché non riuscì ad afferrare la “nuova cultura”. Forse è vero, ma si trattava di una “cultura” aliena, troppo lontana dai principi naturali e cristiani che costituivano la tradizione della nazione napoletana ed il Re non poteva accettarli senza tradire se stesso, il proprio popolo e la propria storia.

    Con Francesco II non scomparve soltanto un nobile Regno. Si interruppe la linea di continuità che permetteva ad una secolare nazione di riconoscersi nel proprio Re: iniziava l’età dell’estraneo, dello straniero.
    Una nuova epoca inaugurata con il bombardamento di Gaeta, continuato per giorni e giorni e non interrotto neppure durante le trattative per la resa, perché Cialdini, l’uomo nuovo, sosteneva che “sotto il fuoco si cede di più”.

    Cominciava una nuova era e fu salutata dalla cannonata che fece saltare la batteria Transilvania, nel momento in cui veniva firmato l’atto di resa.
    Gli allievi della Nunziatella, eroi giovinetti di 16 anni uccisi dalla deflagrazione, non furono gli ultimi morti di una guerra persa ma le prime vittime del mondo nuovo.

    Bibliografia

    de Tejada Francisco Elías, La monarchia tradizionale, Controcorrente, Napoli 2001
    Di Giovine Francesco M. (a cura di), L’Equatore, Editoriale Il Giglio, Napoli 2005
    Diario di Francesco II di Borbone 1862-1894, Arte Tipografica, Napoli 1988
    Insogna Angelo, Francesco II Re di Napoli, Grimaldi, Napoli 2004
    Jaeger Pier Giusto, Francesco II di Borbone l’ultimo Re di Napoli, Mondadori, Milano 1988
    Manifestazione sovrana del 30 settembre 1860
    Manifesto dell’8 dicembre 1860 dato in Gaeta
    Pernoud Regine, Luce del Medioevo, Volpe, Roma 1978


    Il testo raccolto in questo fascicolo è stato presentato alla Festa Onomastica di S. M. Ferdinando II, organizzata dal Giglio a Gaeta, nel maggio 1995.

    Marina Carrese è giornalista e collaboratrice dell’Editoriale Il Giglio.


    www.ilgiglio.it

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    MARIA SOFIA, LA REGINA CHE NON SI ARRESE MAI
    di Cesare Linzalone


    In breve Cesare Linzalone ci presenta le tappe più salienti della vita di quell'indimenticabile sovrana che la gente del Sud considera ancora oggi l'ultima sua Regina, le cui vicissitudini si ascrivono legittimamente a imperitura vergogna dei Savoia, falsi, bugiardi e usurpatori.
    Ma mentre la Storia (quella vera, non quella dei Savoia e dei massoni) esalta l'Eroina di Gaeta, che con regale coraggio non teme le bombe dei vili parenti piemontesi, dei Savoia scrive che son famosi solo per i loro tradimenti e per le loro vergognose fughe.


    II 19 gennaio del 1925 cessava di vivere l'ultima Regina di Napoli, Maria Sofia Wittelsbach-Borbone.
    Di questa meravigliosa donna, detta I' Eroina di Gaeta è raro che se ne parli, mentre tutti conoscono la vita e le vicende della sorella Elisabetta, l'indimendicata Sissy, imperatrice d'Austria, moglie di Francesco Giuseppe d'Asburgo.
    La storia, scritta dai savoiardi e dai risorgimentalisti liberali, dopo aver calunniato Maria Sofia, attribuendole ogni sorta di nefandezze, ha coperto con un velo d'oblio la figura e le gesta dell'ultima impavida nostra Regina, che difese letteralmente a "spada tratta" dagli spalti di Gaeta i diritti della Monarchia Napoletana e di tutto il Sud, contro il sopruso e la criminale aggressione piemontese dell'Antico Regno delle Delle Due Sicilie.
    Maria Sofia Amalia era nata il 4 ottobre del 1841 nel Castello di Passenhofen in Baviera dai Duchi Massimiliano Wittelsbach e Ludovica, figlia del re di Baviera, Luigi I.
    Terza delle cinque figlie dei duchi di Baviera, Maria Sofia somigliava molto a Elisabetta. Era "alta, slanciata, dotata di bellissimi occhi di color azzurro-cupo e di una magnifica capigliatura castana; Maria Sofia aveva un portamento nobile ed insieme maniere molto graziose" (1).
    Elisabetta, chiamata Sissy in famiglia, era la sorella alla quale si ispirava Maria Sofia e costituiva per lei l'esempio da imitare nel modo di vestirsi, di comportarsi, in una parola, di vivere. Le due sorelle erano le più affiatate e somigliavano molto al padre, il Duca Max, come esuberanza di carattere e spirito d'avventura.
    Erano esperte cavallerizze, bravissime nel nuoto, nella scherma, nell'uso della carabina e amavano la vita all'aperto, a contatto della natura. Non di rado seguivano il padre nel bosco in lunghe galoppate a caccia di animali selvatici. Certo per l'epoca in cui vissero e per il ceto a cui appartenevano, i loro modi non risultavano consoni al ruolo che esse avrebbero avuto nella società di allora. La madre Ludovica prodigò ogni suo sforzo per frenare l'esuberanza delle figlie che a Possy (Passenhofen), dispiegavano il loro spirito libero.
    Più allegra e più portata all'azione era Maria Sofia, rispetto a Sissy, il cui animo era piuttosto incline a una velata malinconia.
    Non ancora diciottenne, per la duchessina Maria Sofia giunse la richiesta di matrimonio. Il "principe azzurro" tante volte sognato era l'erede al trono delle Due Sicilie Francesco di Borbone, Duca di Calabria. L'unione fra i due fu ovviamente stabilita dalle rispettive famiglie Borbone-Wittelsback. Maria Sofia conobbe lo sposo attraverso una miniatura che mostrava Francesco in divisa da Ussaro rimanendone favorevolmente sorpresa, nonostante che le voci a lei giunte sull'aspetto del futuro sposo non fossero entusiasmanti. In vero la miniatura era stata notevolmente abbellita.
    Secondo l'uso dei tempi il matrimonio fu celebrato per procura l'8 gennaio del 1859 a Monaco di Baviera e dopo Maria Sofia volle recarsi dalla sorella Sissy a Vienna per un breve soggiorno.
    Successivamente la nuova duchessa di Calabria si imbarcò a Trieste per raggiungere il suo sposo a Bari, dove giunse il 3 febbraio.
    Le accoglienze della popolazione furono entusiastiche, ma la malattia del Re già gettava un'ombra funesta sul lieto evento.
    Durante la permanenza a Bari la famiglia reale soggiornò nel palazzo dell'Intendenza, attuale sede della Prefettura.
    Maria Sofia, col suo fascino e la giovanile bellezza si attirò subito le simpatie di quanti la conobbero. Primo fra tutti fu il Re a rimanere favorevolmente impressionato dalla figura della nuora. Le sue giornate si dividevano fra il teatro e le escursioni nelle vicinanze di Bari, in compagnia dei giovani cognati con i quali aveva subito fraternizzato, avendo in comune con essi spirito d'avventura e atteggiamenti goliardici.
    L'aggravarsi della malattia del Re che lo costrinse a letto per tutta la durata del suo soggiorno a Bari, accellerò il rientro a Caserta. Il 7 marzo, il Re costretto su una lettiga, la Regina Maria Teresa, Francesco, Maria Sofia e tutto il loro seguito si imbarcarono sulla pirofregata "Fulminante" e partirono alla volta di Napoli. Finalmente per Maria Sofia, lasciato il grigiore del Palazzo intendentizio barese, si aprivano nuovi orizzonti. Il mare che ella tanto amava le dava il senso dell'avventura e del mistero; man mano che il vascello s'avanza tra le onde, la futura regina ripassa nella mente i racconti e le descrizioni della sua nuova dimora apprese dal suo sposo e dalla sua dama di compagnia, la marchesa napoletana signora Nina Rizzo. Di certo non poteva immaginare la giovanissima Duchessa quali trame stesse tessendo il destino per il suo futuro.
    Sopra coperta, Maria Sofia scrutava l'orizzonte e sognava: sarebbe stata la regina di uno Stato mediterraneo considerato il giardino d'Europa.
    Francesco, invece, non si staccava dal capezzale del Re, suo padre; in lui crescevano l'angoscia e, di pari passo, l'ansia ed i timori per le gravi responsabilità che lo attendevano. Tutto ciò può aver avuto un peso sull'atteggiamento poco ardente tenuto dal Principe nei confronti della sua giovanissima moglie. La sua profonda religiosità, un'innata timidezza non disgiunta da soggezione, frenavano Francesco che pure era rimasto affascinato e travolto dalla esuberante bellezza di Maria Sofia.

    Inizi del periodo napoletano

    Giunti finalmente a Napoli, Maria Sofia rimase colpita dallo splendore della capitale, ma ancor più rimarrà ammirata dalla magnificenza della Reggia di Caserta e del grande parco, esteso ben centoventi ettari. Inevitabilmente tornarono alla sua mente le giornate in allegra libertà trascorse a Passenhofen, nella sua amata terra. Ma in più a Caserta, i profumi, il calore e la luminosità meridionali le infondevano una gioiosa frenesia.
    Con la nuova numerosa famiglia napoletana si trovò presto a suo agio; i giovani cognati l'accolsero con calore e simpatia. La sola Regina Maria Teresa manteneva nei suoi confronti un atteggiamento severo e diffidente, tipicodel suo carattere, mentre con suo suocero, Re Ferdinando, si era stabilita una subitanea intesa.
    Durante l'ultimo breve periodo della sua vita, Ferdinando riceveva quasi tutti i giorni nella sua camera i Principi ereditari per istruirli sulle cose del Regno, e a Maria Sofia, in particolare, raccomandava di non fidarsi mai dei "parenti di Torino", definiti : "piemontesi falsi e cortesi".
    Dopo la morte di Ferdinando II, passato il periodo del lutto, la giovane sovrana può finalmente liberarsi della soggezione della Regina-madre e riprendere liberamente le sue abitudini sportive come le lunghe cavalcate, la scherma, il nuoto.
    Ripresero le feste a corte in sintonia con la gioiosità napoletana così gradita alla nuova Regina che già riscuoteva le simpatie del popolo.
    Maria Sofia non perse tempo ed impose con fermezza il suo ruolo, neutralizzando la residua autorità di sua suocera Maria Teresa e l'influenza dei suoi amici, da lei definiti ironicamente "potenza delle tenebre" (2).
    Questo tempo di relativa tranquillità già volgeva alla fine. Le prime avvisaglie della bufera in arrivo si ebbero con la sanguinosa rivolta degli Svizzeri, anch'essa provocata ad arte da agenti piemontesi (con la propaganda e la corruzione) allo scopo di privare l'esercito borbonico di reggimenti che erano sempre stati esempio di disciplina e fedeltà alla Corona.
    In questa occasione Maria Sofia fu l'unica a tenere un comportamento coraggioso; non ebbe paura di salire sul terrazzo della reggia per assistere a cosa stesse accadendo.
    Dopo questi gravi eventi, conclusisi con l'allontanamento degli Svizzeri, i liberali e gli altri nemici occulti della Corona gioirono ritenendo un loro successo lo scioglimento dei reggimenti. I fedeli della Monarchia, invece, videro in esso una grave iattura.
    A colmare la grave carenza militare determinatasi, per iniziativa di Maria Sofia, furono costituiti tre battaglioni con soldati bavaresi prontamente inviati nel reame da suo zio, Re Massimiliano di Baviera.
    Intanto capo del governo veniva nominato il vecchio Carlo Filangieri, "l'uomo dei momenti perduti", come lo aveva definito Ferdinando.
    Maria Sofia presto si rese conto di quale coacervo di interessi multiformi e contrastanti era composto l'ambiente di Corte. Un fatto appariva chiaro: la morte di Ferdinando II sembrava avesse sciolto tutti dal vincolo di fedeltà alla Corona e, anziché stringersi intorno al Trono e sostenere il giovane sovrano, tutti si sentivano liberi di fare e disfare, non nutrendo nessuna fiducia nel nuovo Re e non avendo di lui alcun timore.

    Governo Filangieri e riforme

    Il nuovo governo guidato da Filangieri emanò un condono per i condannati per reati politici ed abolì le "liste degli attendibili". Inoltre, non solo consentì il rientro nel Regno di liberali e fuorusciti, bensì diede loro posti importanti nella Pubblica Amministrazione togliendoli a funzionari di provata fedeltà per dare un messaggio di "pacificazione". Ma gli
    irriducibili nemici della Monarchia napoletana che agivano all'interno del paese erano fermamente decisi a "non lasciare al nuovo Re, di cui era nota la correttezza morale, il tempo si assestarsi sul trono e di coagulare intorno alla monarchia, grazie anche alla simpatia che riscuoteva la giovane Regina, nuove adesioni e consensi con un pericoloso (per loro) recupero di legittimazione " (3)
    Nei pochi mesi del soggiorno napoletano, Maria Sofia seppe imporre la sua personalità e dimostrare il suo già forte legame con la nazione. La sua risolutezza e determinazione sembravano compensare la debolezza e le incertezze del Re.
    Per quanto riguarda la pretesa adesione di Maria Sofia ai principi costituzionali, data per certa da quasi tutti i suoi biografi, solo perché nella sua patria d'origine tali principi erano già in atto, non v'è una documentazione sufficiente per dimostrarla. Ammesso, comunque, che tale fosse il suo pensiero, non poteva sfuggire alla Regina, donna di acuta intelligenza, che le contingenze del Regno non erano tali da consentire una riforma in senso costituzionale da molti ritenuta rovinosa per il paese, né poteva aver dimenticato gli ammaestramenti dati in punto di morte da Re Ferdinando, per il quale Costituzione significava rivoluzione.
    Era tempo, invece, di "serrare i ranghi", chiamando i fedelissimi a raccolta e dare precisi segnali di energia e risolutezza. Così non fu. E i nemici interni ed esterni intensificarono ogni azione per condurre il Regno alla rovina.
    "Lentamente cresceva nel Regno la tensione politica che né i numerosi decreti di clemenza, né la buona volontà dimostrata dal giovane Re potevano esorcizzare. Anzi, sembrava che ad ogni provvedimento positivo gli eventi accelerassero il loro corso" (4).
    Maria Sofia, assisa su uno dei più bei troni d'Europa, già ne avvertiva lo scricchiolio. Il Re era praticamente prigioniero della larga cerchia di collaboratori e consiglieri che lo avevano indotto, col nemico già alle porte, a prendere quei provvedimenti libertari che risulteranno esiziali per il Regno: già allignava negli ambienti governativi e nelle alte sfere militari l'ombra del tradimento.
    Sfuggiva agli onesti ed ai fedeli alla Monarchia che ai liberali ed ai fuorusciti napoletani non interessava affatto una trasformazione dello Stato borbonico in senso liberale, volevano semplicemente e solamente la fine del Regno napoletano e l'annessione al Piemonte.
    Dice lo storico Ruggero Moscati che per i liberali ed i massoni il "porro unum" era la "cacciata" dei Borbone, per il resto, poi si sarebbe visto. (5)

    Dissoluzione dell'esercito e abbandono della Capitale

    Nel clima di generale disorientamento che dominava a Corte, solo Maria Sofia era determinata a seguire qualunque strategia che fosse d'attacco e di efficace contrasto ai nemici invasori.
    Ella non si stancava di incitare il Re a mettersi a capo dell'esercito e passare all'azione, sicura che tutto il popolo l'avrebbe sostenuto e seguito. Ma Francesco II, a parte la sua naturale indolenza, irretito e condizionato com'era, da una selva di ministri e collaboratori di dubbia fede non riusciva a prendere quelle decisioni che la situazione richiedeva.
    Dopo la perdita della Sicilia e la dissoluzione dell'esercito in Calabria, tutti a Napoli furono presi dallo scoramento.
    La tragedia era ormai incombente e il Re non sapeva a chi votarsi. Chiedeva consiglio ai maggiorenti del Regno, ma riceveva suggerimenti contrastanti. Il vecchio generale Carrascosa, interpellato rispose : "Vostra Maestà monti a cavallo, e noi saremo tutti con Vostra Maestà; o cadremo da valorosi, o butteremo Garibaldi in mare" (6).
    Ovviamente questo tipo di consigli trovavano la Regina consenziente ed entusiasta.
    Altri, invece, sostenevano che se il Re si fosse allontanato da Napoli ci sarebbe stata la rivolta.
    Intanto era già iniziata la lunga serie di dimissioni di ministri e generali. Dopo le dimissioni di Pianell il Re offrì l'incarico di capo del governo al generale Ischitella, ma questi dopo vari tentativi, rimise l'incarico sostenendo che "ognuno si rifiutava di essere ministro in quel momento, in cui si vedeva la dissoluzione del Regno, e nessuno voleva compromettersi." (7)
    Appariva, invece, determinato e risoluto il ministro Liborio Romano (che meriterà poi l'aureola di primo grande traditore). Costui consigliò il Re di affidare la Reggenza temporanea ad un "ministro forte e fidato" (cioè lui) e lasciare Napoli, reputando ormai impossibile fermare Garibaldi. Consiglio che poi, funestamente, il Re seguirà, essendo venuto nella determinazione di rifugiarsi a Gaeta e apprestare poi una difesa fra il Volturno e il Garigliano.
    Il pomeriggio del 5 settembre i Sovrani uscirono dalla reggia per mostrarsi al popolo napoletano e ai soldati per risollevarne gli animi; anche in questa occasione il piglio battagliero di Maria Sofia si manifestò con l'intenzione di mostrarsi a cavallo insieme al Re, ma prevalse il consiglio di uscire in una carrozza scoperta.
    Il giorno dopo, nel pomeriggio, i Sovrani lasciarono la reggia e si imbarcarono per Gaeta, dove erano già stati preceduti dalla Regina madre con i figli minori.
    Dopo la decisiva e sfortunata battaglia del Volturno, il Re, insieme ai principi reali, avvilito, ritornò a Capua e fu convinto dal Maresciallo Ritucci dell'impossibilità di riprendere la battaglia, ma al suo ritorno a Gaeta, la stessa notte, ancora una volta, incitato dalla moglie e da altri, mutò parere e comunicò telegraficamente al Ritucci la sua decisione di riprendere la battaglia, ma costui tergiversava, non avendo ormai nessuna intenzione di combattere. Né si decise a riprendere l'offensiva quando il Re, appreso che Vittorio Emanuele aveva varcato il confine del Regno, gli intimò di marciare verso Napoli. Inevitabile fu allora la sua sostituzione col generale Salzano, il quale già nel consiglio di guerra del 31 ottobre, appoggiato da Ulloa, invitava Francesco II a intraprendere una guerra partigiana conducendo l'esercito sulle montagne.
    Molto esplicito a questo proposito fu il generale Salzano: "Si facciano rivivere i Fra Diavolo, i Pronio, i Mammone ed i tanti altri condottieri di masse del 1799 ; in una parola il Reame intero deve essere chiamato alle armi. Imitiamo il popolo spagnolo che seppe umiliare la potenza di Napoleone I" (8).
    Ma il Re preferiva ripiegare su una lunga resistenza a Gaeta nella convinzione che le potenze europee non avrebbero tollerato oltre i soprusi del Piemonte e sarebbero intervenute.
    Dopo gli scontri sul Garigliano inevitabile fu il ripiegamento in Gaeta.

    Il tempo di Gaeta

    E' il tempo di Gaeta quello in cui Maria Sofia si guadagna l'aureola di "eroina". E proprio a Gaeta, durante quel memorabile assedio, fra inenarrabili patimenti e angustie, troverà il suo humus e dispiegherà tutte le sue energie.
    Dice di lei Amedeo Tosti, uno dei suoi biografi: "Fin dal giorno del suo arrivo a Gaeta, la Regina Maria Sofia aveva preso ad esplicare una grande, inconsueta attività: visita ai reparti delle caserme, sopraluoghi sui lavori di afforzamento, predisposizioni per le cure ai feriti ed agli ammalati, contatti con la popolazione, tra la quale la giovane Sovrana non tardò a diventare popolarissima" (9). I soldati la chiamavano:"Bella Guagliona nuosta".
    Nei momenti più gravi Maria Sofia non si perdeva d'animo, lo sprezzo del pericolo era una costante del suo comportamento; sapeva affrontare ogni rischio col sorriso sulle labbra, quasi a sfidare il destino. Per questo i soldati l'adoravano ed anche in punto di morte invocavano il suo nome.
    Quando a Gaeta la situazione diventerà sempre più tragica a causa dell'epidemia del tifo, del terribile freddo di quell'anno, della scarsità di cibo, la Regina risponderà sempre no all'invito del marito di lasciare la roccaforte.
    In una lettera a Napoleone, Francesco II a questo proposito, non senza compiacimento, dirà della moglie : "Ho fatto ogni sforzo per persuadere S.M. la Regina a separarsi da me, ma sono stato vinto dalle tenere sue preghiere, dalle generose sue risoluzioni. Ella vuol dividere meco, sin alla fine, la mia fortuna, consacrandosi a dirigere negli ospedali la cura dei feriti e degli ammalati; da questa sera Gaeta conta una suora di carità in più" (10).
    Ciò che destava ammirazione, soprattutto fra i combattenti, era la continua sfida del rischio da parte di Maria Sofia sempre presente dove più infuriava al battaglia.
    Non da meno si dimostrò il Re che ogni disagio e privazione volle dividere con i suoi soldati e la popolazione. In non poche occasioni sembrò che Egli cercasse la morte fra i suoi soldati, ma evidentemente il destino gli riservava altre angosce.
    Man mano che il tempo passava, andavano scemando le speranze del Re in un intervento militare da parte di qualche potenza europea (Austria, Spagna, Russia) per ristabilire il diritto. Tali possibili interventi, viceversa, erano temuti dagli assedianti piemontesi, che perciò erano determinati ad intensificare il fuoco e le operazioni di assedio per espugnare quanto prima la cittadella.
    Per la festa dell'Immacolata dell'otto dicembre, il Re fece sospendere le ostilità per le celebrazioni religiose. In questa occasione anche gli assedianti sospesero il fuoco, non per motivi religiosi, ma per consentire al vice ammiraglio francese de Tinan di consegnare al Re una lettera di Napoleone con cui si annunziava l'imminente ritiro della squadra navale francese da Gaeta, e si consigliava Francesco II di desistere dalla ormai inutile resistenza.
    Tale avviso fu per i reali napoletani un colpo ferale e se ne dolsero con i sovrani di Francia. Ciononostante erano determinati a combattere fino alla fine.
    La Regina continuò con maggior sprezzo del pericolo ad aggirarsi fra le batterie rincuorando gli impavidi soldati.
    Il 19 gennaio, con l'allontanamento della squadra navale francese, tutto il fronte di mare rimarrà scoperto ed in balia della flotta piemontese. Cesserà da questo momento la possibilità di rifornimento della Piazza, ormai condannata ad una rapida agonia.

    Isolamento della Piazza e fine delle ostilità

    Non si erano del tutto allontanate le navi francesi, che già comparvero come funesti avvoltoi, le prime tre navi piemontesi dell'ammiraglio Persano.
    L'isolamento della Piazza era ormai completo.
    Dappertutto in Gaeta ben visibili apparivano segni di distruzione e di morte: macerie e cadaveri disseminati, animali morti di stenti, feriti e moribondi. Ritenendo ormai imminente la resa, Napoleone, il 27 gennaio fece informare Francesco II che all'occorrenza era già pronta nel golfo di Napoli la nave a vapore "Mouette" a disposizione dei reali napoletani , quando avessero deciso di abbandonare Gaeta. Ma il Re, dopo aver ringraziato l'Imperatore, fece sapere ancora una volta, che era "deciso a difendere fino agli ultimi estremi questa piazza, isolata dal resto del mondo".
    Completamente ignorata fu, invece, l'oltraggiosa offerta fatta da Vittorio Emanuele, l'invasore, tramite Cavour, che informava di aver messo a disposizione di Re Francesco la nave da guerra "Vittorio Emanuele" per lasciare Gaeta.
    Ancora la sera dell'otto febbraio dal consiglio di guerra convocato dal Re venne fuori la decisione di resistere ad oltranza, ma ormai tutto rovinava, anche le ultime muraglie. Ogni residua speranza ed illusione cessava la sera del 10, quando una lettera autografa dell'Imperatrice Eugenia, inviata a Maria Sofia, riferiva dell'impossibilità di un ulteriore intervento francese ed invitava a cedere al destino.
    Sotto l'incalzare degli avvenimenti, soltanto il giorno 11 il Consiglio Supremo dello Stato, convocato da Re Francesco, riconobbe la necessità di una pronta ed onorevole capitolazione.
    Ormai rassegnati a quella sorte iniqua, ma non domi, i reali napoletani si aggiravano come fantasmi fra le macerie fumanti di Gaeta.
    La mattina del 14 febbraio Francesco II e Maria Sofia, lasciata la loro residenza, si avviavano verso il molo per imbarcarsi sulla motonave "Mouette" che li avrebbe condotti nello Stato Pontificio.
    Particolarmente toccante è la descrizione della scena di partenza fatta dal generale Pietro Ulloa : "I soldati laceri e defaticati, con gli occhi abbattuti, presentavano le armi, e le musiche dei reggimenti suonavano la marcia reale. Quest'inno, opera del Paisiello, durante i bombardamenti si suonò continuamente; ed allora questo pezzo d'armonia faceva un contrasto doloroso col rumore spaventevole delle artiglierie, ma in questo momento solenne queste note, così armoniose e tenere, fecero alta impressione, poiché ricordavano ben altri tempi; talché l'emozione divenne generale e le lagrime sgorgarono dagli occhi di tutti. I soldati, gridando: "Viva il Re", non facevano sentire che suoni rauchi, misti a singulti, e la popolazione, esposta a dure prove durante l'assedio, si precipitò allora sui passi del Re per baciargli chi le mani e chi gli abiti, e parte di essa dall'alto dei balconi, convulsa, agitava i bianchi fazzoletti come affettuoso segnale dell'estremo addio. I soldati si prostravano, singhiozzando, dinanzi al Re, e gli uffiziali, oppressi dallo stesso dolore, si gettavano nelle braccia dei loro soldati, scambievolmente abbracciandosi; e di questi ultimi vi furono molti che, strappandosi le spalline, ruppero le spade e le gittarono al suolo.
    La commozione era intensa: il Re a stento si potè aprire il varco fra i suoi soldati, fra la popolazione che lo serrava come in un abbraccio: per la prima volta si videro spuntare dagli occhi della Regina le lagrime. Finalmente il Re potè raggiungere la porta di mare e il porto, dove s'imbarcò sulla "Mouette"; quando lasciò il porto, una batteria rese gli ultimi onori al Re.
    Il rumore del cannone s'innalzò per l'aere come il singhiozzo del moribondo... Le grida di "Viva il Re", innalzate dai connonieri sul momento in che abbassavasi la bandiera napolitana, ci stringevano il cuore; poiché sembravaci quella bandiera un funereo lenzuolo, che si gittava sulla Monarchia di Carlo III, e gli stessi francesi della "Mouette erano commossi come i napolitani" (11).
    Al passaggio della nave reale davanti alla batteria borbonica Santa Maria " fu eseguita la salva reale di ventun colpi di cannone ed, in segno di saluto, per tre volte fu ammainata la bandiera gigliata sulla Torre d'Orlando. Per sempre".

    Periodo romano e organizzazione della guerriglia

    Al suo arrivo a Roma, Maria Sofia, pur con l'angoscia nel cuore, non era per nulla rassegnata alla sorte; il legittimo risentimento e l'inimicizia contro i Savoia la rendevano ancora più determinata a continuare la lotta con tutti i mezzi.
    La sua fama per le gesta di Gaeta l'aveva preceduta, ed i romani furono presto conquistati dalla sua leggiadra figura.
    Dopo le festose accoglienze, il Papa aveva messo a disposizione dei reali napoletani il Palazzo del Quirinale.
    Il Re allora, volle dare subito un segnale di continuità ricostituendo in esilio il governo borbonico sotto la presidenza di Pietro Calà Ulloa. Compito primario di questo governo era innanzi tutto quello di organizzare la resistenza contro i piemontesi nel Regno e dispiegare un'attività diplomatica di coinvolgimento delle nazioni europee.
    Della parte organizzativa militare, con beneplacito del Re, se ne volle occupare Maria Sofia.
    Volontari da tutta Europa giungevano a Roma per prendere parte alla resistenza contro gli invasori piemontesi, in una vera e propria crociata per la liberazione del Sud.
    Focolai di rivolta si diffusero in tutto l'ex Regno, organizzati e diretti da "comitati" borbonici in ogni provincia. "La stampa internazionale dedicava ampio spazio alla guerriglia che si combatteva nel Mezzogiorno d'Italia, prendendo spesso le difese delle popolazioni locali" (12).
    Maria Sofia era la " vera ispiratrice della resistenza".
    L'atmosfera romantica di quel tempo ben si accordava con gli ideali dei legittimisti, che pur sapendo di rischiare la vita, con entusiasmo si davano alla macchia con l'intimo convincimento di operare per una giusta causa: la riconquista del Regno.
    Ai facili entusiasmi si alternavano periodi di scoramento, ma la giovane Regina non si sarebbe mai sognata di abbandonare la lotta, anzi ne aveva fatto lo scopo principale della sua vita.
    Ricordava ed idealizzava sempre di più l'epico periodo di Gaeta e lo considerava il più bello trascorso fino allora.
    Il suo intenso attivismo attirò l'odio dei circoli liberali romani che cominciarono ad osteggiarla in tutti i modi. Da loro partì la vergognosa e infame operazione dei fotomontaggi in cui appariva la testa di Maria Sofia montata sul corpo nudo di una prostituta in pose lascive. Tali foto furono inviate a tutti i reali d'Europa, compreso il Papa. La polizia pontificia scoprì ed arrestò gli autori di tali vergogne: i coniugi Antonio e Costanza Diotallevi (13). I mandanti erano i membri del Comitato nazionale o "partito piemontese" e il "Comitato d'Azione" (liberali), i quali avevano anche organizzato un'aggressione mortale a Maria Sofia, fortunatamente fallita per caso. Senza nessuno scrupolo e con ogni più turpe mezzo i liberali continuavano a calunniare ed osteggiare l'amata Regina, che decise di allontanarsi per qualche tempo da Roma per recarsi a Monaco.
    Di ritorno, dopo le preghiere del Re, nella primavera del 1863, Maria Sofia e Francesco si trasferirono a Palazzo Farnese, antica proprietà dei Borbone.
    La grigia realtà dell'esilio romano cominciava a incidere negativamente sull'umore della giovane Regina, anche a causa degli intrighi e dei contrasti che si sviluppavano fra le diverse fazioni dei legittimisti esuli a Roma, i quali si perdevano in vane discussioni senza produrre concrete azioni di guerriglia nei territori dell'ex Regno.
    Non paghi erano i detrattori di Maria Sofia, che continuavano a tessere trame calunniose nei suoi confronti allo scopo di distruggere il simbolo stesso della resistenza da lei rappresentato. Ma nonostante tutto, Maria Sofia era ancora e fermamente convinta di poter, un giorno, riconquistare il trono alla guida dei suoi fedeli soldati e rientrare a Napoli.
    Fra speranze e delusioni, fino al 1866, la vita dei sovrani napoletani era trascorsa più o meno tranquilla fra Roma e la Baviera.
    Ma i venti di guerra che già soffiavano in Europa mettevano in apprensione gli esuli borbonici che temevano l'occupazione di Roma da parte dei piemontesi. Viceversa, i governanti italiani non nascondevano il timore per eventuali sollevazioni popolari nell'ex Regno.

    Guerra del 1866 e speranze borboniche

    Scoppiata la guerra, i borbonici speravano in una sconfitta italiana che avrebbe rimesso tutto in discussione. E la notizia della disfatta di Custoza riaccese le speranze degli esuli napoletani a Roma e fece pensare a un non lontano rientro in patria.
    Invece, ancora una volta le loro speranze andarono deluse. Infatti la sconfitta degli austriaci a Sadowa ed il successivo trattato di pace che non teneva conto delle aspettative dei Borbone relative alla restituzione dei loro beni privati, raggelò l'ambiente legittimista romano, ma la rivolta siciliana del settembre 1866 repressa nel sangue dimostrò ancora una volta come fosse ancora viva l'avversione delle popolazioni dell'ex Regno contro lo Stato unitario che produceva solo miseria e morte.
    Dopo tali episodi, man mano che il tempo passava aumentava l'indifferenza dell'opinione pubblica internazionale verso la causa della restaurazione dei Borbone.
    Maria Sofia, stanca e sfiduciata ritornò nella sua nativa Baviera, ma non vi soggiornò per molto; infatti la sorella prediletta, Elisabetta d'Austria la convinse a ritornare a Roma dove, ansioso, l'attendeva suo marito e la Corte, che temeva l'abbandono degli ex sovrani.
    Nella primavera del 1869, finalmente un lieto evento veniva annunziato: la Regina era in stato interessante e nella notte di Natale dello stesso anno diede alla luce una bambina alla quale furono imposti i nomi di Maria Cristina Pia.
    Grande fu la gioia del Re e di Maria Sofia, anche se tutti aspettavano l'erede al trono.
    Ma per gli ex sovrani di Napoli non v'erano gioie durature: dopo appena tre mesi , la sera del 28 marzo, la piccola principessa, già di gracile costituzione, morì per improvviso malore, tra lo strazio dei genitori.
    Così descrive il Tosti la scena dell'addio: " quando la Regina dovette distaccarsi per sempre dalla sua creatura, resa quasi folle dal dolore, si prese la piccola cassa tra le braccia e la portò al Re, perché desse alla figlia l'ultimo bacio; poi, cadde priva di sensi" (14).
    Dopo questa tragedia Maria Sofia non fu più la stessa, e questo fu solo il primo di una serie di lutti che colpirà la sfortunata "Spatz" (Passero), così veniva anche chiamata la Regina del Sud.
    Le vicende politiche-militari ormai incalzavano, facendo temere prossima anche l'invasione di Roma da parte delle truppe italiane.
    Quanto ad una possibile restaurazione nel Sud, cadevano le ultime illusioni. Erano trascorsi poco meno di dieci anni nell'esilio romano e gli ex Sovrani di Napoli nulla avevano trascurato per organizzare e promuovere la resistenza e la ribellione, definite "brigantaggio" dagli invasori.
    Ora bisognava lasciare Roma. E ad aprile del 1870 Maria Sofia parte per Vienna, seguita poco dopo da Francesco.

    L'esilio fuori d'Italia

    Inizia allora per i sovrani napoletani, un triste pellegrinaggio in varie parti d'Europa, ma la loro residenza per la maggior parte dell'anno è a Parigi, in una villetta acquistata da Francesco nel sobborgo di Saint Mandé. La loro fama, e specialmente quella di Maria Sofia, "l'Eroina di Gaeta", era così grande che, ancora da poco tempo a Parigi, già veniva pubblicato da Alfonso Daudet il suo romanzo "Les rois en exil", divenuto presto notissimo, dove è adombrata la vicenda degli ex re in esilio.
    Nel lungo periodo parigino la Regina di Napoli coltivò soprattutto la sua grande passione per i cavalli, e per seguirne le gare si recava spesso in varie città d'Europa e a Londra, dove si appassionò alla caccia alla volpe.
    Non si pensi per questo che Maria Sofia si sia rassegnata ed abbia abbandonata la lotta contro gli usurpatori Savoia; per tutta la vita continuerà a combattere e non perderà occasione per ribadire i diritti della monarchia napoletana e osteggiare in ogni modo il governo italiano. L'inimicizia per coloro che avevano distrutto la sua "favola" fu come una fiaccola che, continuamente alimentata, si spegnerà solo con la sua morte. "Impavidum ferient ruinae", dice Orazio nelle sue "Odi”, e nessun motto più di questo si attaglia perfettamente alla personalità di Maria Sofia: Ella resisterà impavida a tutti i colpi del destino. Nessuna sciagura riuscirà mai a piegarla.
    E di sciagure familiari ne ebbe tante, a cominciare dalla perdita della figlioletta di cui abbiamo parlato. Il 14 novembre 1888 le morì il padre, l'amato Duca Max, a poco più di un anno di distanza, il 26 gennaio del 1889, morì anche la madre Ludovica. Il 13 giugno 1886, nel lago di Starnberg trova la morte lo zio, il Re di Baviera Luigi II, forse suicida; il 30 gennaio 1889 segue la tragedia di Mayerling con la morte dell'Arciduca ereditario d'Austria, Rodolfo, suo nipote, figlio di Sissy, insieme alla sua giovane amante Maria Vetsera, anch'essi suicidi.
    Nell'autunno del 1894, mentre Maria Sofia era a Parigi, Francesco che soggiornava ad Arco, località termale del Trentino, vide improvvisamente aggravarsi le sue condizioni di salute, tanto che, nonostante le premurose cure, il 31 dicembre del 1894 cessava di vivere. Appena in tempo Maria Sofia riuscì a raggiungere Arco per i funerali che si svolsero con tutti gli onori dovuti all'ex Sovrano delle Due Sicilie.
    Le salve di cannone all'occorrenza esplose, riportarono Maria Sofia ai giorni di Gaeta, da lei considerati, nonostante tutto, i più belli della sua vita.
    Anche la sorella più piccola, Sofia Carlotta periva tragicamente a Parigi nell'incendio del Bazar de la Charité il 4 maggio 1897; l'anno dopo, l'opera nefasta del destino, sembra concludersi con l'assassinio dell'Imperatrice Elisabetta (Sissy), pugnalata a morte lungo la riva del lago di Ginevra da un "macabro idiota ", purtroppo italiano". (15)

    I disordini sociali e l'attentato a Umberto I

    Maria Sofia, pur oppressa dal dolore, prestava sempre viva attenzione alle vicende italiane.
    Ormai conclusa l'epica stagione del "brigantaggio", si andava accentuando nel nuovo Stato un malessere generale che, a causa della miseria diffusa e del governo oppressore, sfociava in frequenti disordini sociali, domati nel sangue, come nel caso di Milano, dove il gen. Bava Beccarsi fece sparare sulla folla inerme.
    Naturale fu l'intesa fra anarchici, rivoluzionari e legittimisti borbonici, in quanto tutti speravano che un crollo del novello Stato unitario avrebbe determinato, insieme alla cacciata dei Savoia, un nuovo assetto politico in Italia e la possibilità per i borbonici di ricostituire l'antico Stato.
    E' facilmente intuibile come questo vento rivoluzionario rinfocolasse le speranze e rinnovasse gli ardori di Maria Sofia e della sua corte di Neuilly a Parigi. Fra i fedelissimi dell'ex Regina, c'è Angelo Insogna, napoletano, ex direttore di giornali legittimisti, autore di una biografia di Francesco II, vero uomo di punta del legittimismo borbonico. Egli coordina le azioni di anarchici e di quanti avversano la monarchia sabauda. Nella primavera del 1898 promuove da Parigi una campagna di stampa contro lo Stato italiano con cui viene denunziata una situazione veramente allarmante: al malessere sociale diffuso dappertutto si risponde con gli stati d'assedio e la repressione più violenta.
    Così scriveva il giornale parigino "Petit Parisien": "Ci si domanda perché manovali, operai italiani dovrebbero essere partigiani di una Unità che non seppe affatto migliorare la loro sorte" (16).
    In questo clima esacerbato maturò il progetto dell'attentato al Re Umberto I.
    L'esecutore, già schedato dalla polizia italiana come "anarchico pericoloso" era Gaetano Bresci, già emigrato in America a Paterson, dove fu ingaggiato e fatto tornare in Europa. Sbarcò in Francia, a Le Havre e di lì raggiunse l'Italia, dove a Monza, il 29 luglio del 1900 compì il regicidio.
    Anche se non v'è certezza, non sono pochi gli indizi che conducono a Maria Sofia quale ispiratrice dell'attentato.
    Dopo questo grave fatto il governo italiano cominciò a temere ancora di più le trame anarchico-legittimiste ed i convegni segreti che periodicamente si svolgevano presso la dimora parigina di Maria Sofia.
    Pare che, secondo le informazioni in possesso del primo ministro Giolitti, si stesse preparando la liberazione di Bresci e la contemporanea sollevazione popolare in molti centri dell'ex Reame di Napoli. E' per questo che Maria Sofia era continuamente sorvegliata da agenti dei servizi segreti italiani.
    La risposta del governo italiano a tali progetti non si fece attendere: Gaetano Bresci fu trovato "suicidato" nella sua cella del penitenziario dell'isola di Santo Stefano il 22 maggio del 1901. Pochi giorni prima, in missione segreta nel penitenziario era stato inviato dal Primo Ministro Giolitti tale Alessandro Doria, un losco figuro, funzionario del Ministero dell'Interno, non nuovo a "soluzioni" di tal genere.
    La morte di Gaetano Bresci, comunque, pare tornasse utile a molti e non dispiacesse agli ambienti anarchici che oppressi dalla pressione poliziesca, si andavano orientando verso forme diverse di lotta politica.
    D'altronde, dopo il regicidio non c'erano state le auspicate rivolte popolari e l'anarchismo rivoluzionario cominciò a perdere terreno, anche perché la politica giolittiana apriva nuovi orizzonti con l'istituzione del suffragio universale, e quindi, la temuta e per altri versi auspicata involuzione reazionaria del governo (che avrebbe potuto scatenare la reazione popolare) non ci fu.
    Col trascorrere degli anni i governanti italiani sempre più si andavano convincendo della diminuita pericolosità dell' "Aquiletta bavara" (17), anche a ragione delle ormai cessate sue frequentazioni di personaggi dell'anarchia.
    Si sbagliavano.
    Sebbene fossero trascorsi circa cinquant'anni dalla fine del regno meridionale e Maria Sofia avesse ormai settant'anni, con alle spalle una lunghissima serie di delusioni e angosce, non rinunciava affatto a tessere le sue trame contro i Savoia e a sperare nei mutamenti della politica europea.
    Alla corte di Vienna l'Arciduca Francesco Ferdinando, nipote di Francesco Giuseppe (18) e suo erede, nell'ottica di una politica anti-italiana, apertamente auspicava il ricongiungimento del Lombardo-Veneto all'Austria e, in un futuro riassetto della penisola, il ripristino del Regno delle due Sicilie.
    Come si vede, le speranze di Maria Sofia non erano del tutto illusorie e traevano alimento da precisi fatti politici. Fosche nubi si addensavano sui cieli d'Europa che preludevano alla prima guerra mondiale.
    L'Italia, che aveva aderito alla Triplice Alleanza già mostrava segni di "cedimento". E non è un mistero che buona parte del paese era avversa a quell'alleanza ritenuta "innaturale" dai nazionalisti.
    Dopo l'attentato di Sarajevo contro l'Arciduca Francesco Ferdinando e il successivo scoppio della guerra, l'Italia dei Savoia si dichiarerà "neutrale" non rispettando i patti sottoscritti con gli alleati della Triplice.
    Per questa ragione a Vienna gli Stati Maggiori dell'esercito già pensavano ad una "spedizione punitiva" contro i "traditori" italiani.
    Maria Sofia, il cui interesse coincideva con i neutralisti, quando il "voltafaccia" italiano si manifestò chiaramente con l'intervento in guerra a fianco di Francia e Inghilterra, non potè che gioire, ritenendo che finalmente i Savoia avrebbero avuta la "lezione" che meritavano, e la loro sconfitta avrebbe determinato gli auspicati rivolgimenti nella penisola.
    Nel frattempo, a causa della sua attività in favore degli Imperi Centrali, l'ex Regina di Napoli era stata costretta a lasciare la Francia e si era rifugiata a Monaco, dove continuò, intensa, la sua battaglia.


    Periodo di Monaco ed epilogo

    La disfatta italiana di Caporetto dell'autunno del 1917 sembrò l'inizio della catastrofe che poteva culminare nella fine della monarchia degli esecrandi Savoia, tanto agognata da Maria Sofia. Il suo sogno sembra concretizzarsi, ma la gioia e il gusto inebriante della vendetta, a lungo desiderata, per poco tempo acquietarono il suo spirito.
    Infatti i ragazzi-fanti, per buona parte meridionali, con l'eroica resistenza sulla linea del Piave fermarono gli Austriaci. E, ironia della sorte, l'artefice della vittoria italiana fu un generale napoletano: Armando Diaz.
    Gli ultimi mesi di guerra videro l'ex Regina di Napoli nei campi dei prigionieri italiani prodigarsi nell'assistenza. "Fra quei soldati laceri ed affamati, lei cerca i suoi napoletani. Distribuisce, come a Gaeta, bombon e sigari". (19)
    Inevitabile per Maria Sofia il pensiero a Gaeta , il cui ricordo le struggeva il cuore.
    Erano trascorsi ben 56 anni e il suo ardente amore per la terra napoletana non si spegneva.
    Negli anni che seguirono Maria Sofia fu spettatrice di avvenimenti che cambieranno il corso della storia, come la fine del glorioso Impero austro-ungarico, il sorgere in Italia del Fascismo che molto la incuriosiva, i primi movimenti che in Germania porteranno Hitler al potere.
    Si trattava del crollo del suo mondo e lei ne era consapevole.
    Aveva ottant'anni l'ex Regina di Napoli , e tutte le mattine faceva ancora la sua consueta passeggiata a cavallo.
    Il destino volle che un'altra principessa nelle cui vene scorreva il sangue dei Wittelsbach sarà per brevissimo tempo Regina d'Italia, l'ultima: Maria Josè, pronipote di Maria Sofia, figlia di Elisabetta, Regina del Belgio.
    Non avrebbe mai immaginato Maria Sofia che una sua consanguinea avrebbe sposato un discendente dell'esecrando "usurpatore" (Vittorio Emanuele II).
    La morte la colse in tempo [19 Gennaio 1925] per risparmiarle quell'ennesimo dolore.


    Cesare Linzalone




    NOTE

    1 Tosti A., Maria Sofia, ultima regina di
    Napoli, Milano 1947, p. 10.
    2 Castiglione F.P., Una Regina contro il Risorgimento, Maria Sofia delle Due Sicilie, Manduria (Le) 1996, p. 55.
    3 Op. cit., p. 52.
    4 Op. cit., p. 61.
    5 Moscati R., La fine del Regno di Napoli Firenze 1960.
    6 Tosti A., op. cit., p.162.
    7 Op. cit., p.165.
    8 Citato in Jaeger P. G., "Francesco II di Borbone, l'ultimo Re di Napoli", Milano 1982, p. 166.
    9 Op. cit., p. 194.
    10 Op. cit., p. 204.
    11 Ulloa Pietro G., Lettere Napolitane, Roma 1864.
    12 In Castiglione F.P., op. cit., p.165.
    13 Diotallevi è un cognome tipico, inventato, che si attribuiva ai figli di nessuno, già menzionati come "Esposti" o "Bastardi".
    14 In Tosti A., op. cit., p. 322.
    15 Così lo definisce il Tosti nella sua opera (p. 332).
    16 Citato in Petacco A., La Regina del Sud..., Milano 1992, p. 220.
    17 Appellativo dato a Maria Sofia da Gabriele d'Annunzio.
    18 L'Arciduca Francesco Ferdinando, poi assassinato a Saraievo, era figlio di Ludovico d'Austria e di Maria Annunziata, sorella di Francesco II, nelle sue vene, quindi, scorreva sangue borbonico.
    19 In Petacco A. op .cit., p.255.

    Fonte: il Carlino, inserti 9 e 10

    http://www.salpan.org/GRANDI%20TEMI/GRANDEZZA%20DEL%20SUD/Maria%20Sofia%20Regina.htm

 

 
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