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    Predefinito Aiutiamo il povero Tonino

    È un po’ giù di Tonino.
    Bisogna capirlo, povero Di Pietro: per la seconda volta in due settimane, colto con le mani nella marmellata, è costretto a innestare la retromarcia, procedura piuttosto complicata, per altro, per chi è abituato a viaggiare sul trattore.
    La prima retromarcia è stata quando ha chiesto e ottenuto le dimissioni del figlio Cristiano dall’Idv.
    La seconda ieri quando ha annunciato con una lettera a Libero di voler modificare lo statuto del partito nel capitolo in cui, come avevamo denunciato, si prevede una gestione discutibile dei contributi elettorali.

    La campagna del Giornale, evidentemente, sta lasciando il segno e l’ex eroe delle ex Mani pulite è sempre più nervoso.
    Tanto per dire: pubblica sul suo sito il romanzo (12.539 battute) delle sue case, senza trovare un angolo per rispondere davvero alle nostre domande. Così come non ha ancora risposto alla questione centrale che emerge da Napoli: come faceva a sapere dell’inchiesta su Mautone?
    E perché all’Ansa dice che Mautone «non è mai stato il mio uomo di fiducia», e addirittura lo definisce «un certo Mautone», quando abbiamo dimostrato che se lo portava dietro a Montenero, definendolo «il mio direttore generale», quello che «mi sta sempre appresso»?

    Se Di Pietro provasse a rispondere in modo non obliquo agli interrogativi, forse ne trarrebbe beneficio lui per primo.
    Per esempio: se ha cambiato lo statuto, vuol dire che, evidentemente, s’è accorto che quel modo di gestire i contributi elettorali non andava bene. L’avrebbe cambiato senza la nostra denuncia? No.
    Dunque siamo lieti di aver aiutato l’Italia dei Valori ad avere un piccolo valore in più.
    Tonino ce ne sarà grato, ma non si preoccupi: ci sono tante altre cose su cui vogliamo aiutarlo.
    E non perderemo l’occasione.

    la redazione del www.ilgiornale.it 10 01 09

    saluti

  2. #2
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    Predefinito Quando Tonino si faceva la dar la casa....

    ....dai suoi inquisiti.

    Antonio Di Pietro, verso la fine degli anni Ottanta, non aveva una fama stupenda.
    Certi suoi trascorsi l’avevano accompagnato sin lì.
    «Tu gli giri sempre intorno, ai politici, ma non li prendi mai» gli diceva per esempio Elio Veltri, che lo conobbe in quel periodo e che scriverà di lì a poco: «Confesso che qualche volta ho dei dubbi, perché nelle inchieste non arriva mai ai politici. I loro furti sono così evidenti e la loro certezza di impunità così sfacciata, che si fatica a pensare che non si possa incastrarli».
    Le perplessità, condivise da molti cronisti giudiziari, erano legate perlopiù alla rumorosissima inchiesta sull’Atm (Azienda trasporti milanesi) di cui presidente era il democristiano Maurizio Prada e vicepresidente il socialista Sergio Radaelli.
    Tra le sigle di un libro mastro delle tangenti spiccavano in particolare «Riva» (che i più ricollegarono a Luciano Riva Cambrin, uomo di Prada) e poi «Radaelli» e «Rad» che era associato spesso a certo «Lupi» (che i più ricollegarono ad Attilio Lupi, uomo di Radaelli).
    Dunque Prada e Radaelli, pensarono tutti: si era profilato dunque il rischio che Di Pietro incontrasse di giorno gli amici che già frequentava la sera.
    Prada e Radaelli, infatti, facevano parte di un giro di frequentazioni ad ampio raggio (il sindaco Pillitteri, l’ex questore Improta, l’industriale Maggiorelli, il capo dei vigili Rea tra moltissimi altri) che aveva fatto tappa anche nella casa di Curno dell’allora magistrato.
    Non mancava, ovviamente, l’industriale Giancarlo Gorrini e tantomeno «Dadone», ossia il costruttore Antonio D'Adamo: che fanno insieme, più di duecento milioni «prestito» beneficiato da Di Pietro. E son valori.

    Morale: tre giorni dopo che l’impaziente Repubblica aveva esplicitato i nomi che tutti aspettavano (Prada e Radaelli) Di Pietro decise di stralciare le loro posizioni dalla sua inchiesta. La posizione di Radaelli, in particolare, sarà poi archiviata su richiesta di Di Pietro. Le responsabilità del cassiere socialista saranno appurate solo qualche anno dopo. Per farla breve: Di Pietro archiviò, ma Radaelli era colpevole.

    Perché questo racconto?
    Per delineare, quantomeno, un conflitto d'interesse: proprio in quei giorni, quando il gip non aveva ancora accolto l’archiviazione chiesta da Di Pietro per Radaelli, l’allora magistrato ebbe a disposizione un appartamento concesso a equo canone dal Fondo pensioni Cariplo per 234 mila lire il mese, comprese le spese di ristrutturazione: questo in Via Andegari, dietro Piazza della Scala.
    Un sogno.
    L’ex sindaco Paolo Pillitteri ha raccontato che Di Pietro si rivolse dapprima a lui, senza successo, ma che gli consigliò di chiedere a Radaelli che allora era consigliere della Cariplo in predicato di vicepresidenza.
    Di fatto andò così: il direttore della Cariplo ebbe la dritta per trovare casa a Di Pietro (non si sa ufficialmente da chi) e incaricò un funzionario di provvedere. Quest’ultimo accompagnò Di Pietro in via Andegari, e tutto bene. Venne preparato il contratto che poi venne chiuso in cassaforte.
    Come si dice: alla luce del sole.
    I 20 milioni circa delle spese di ristrutturazione vennero ricaricati sull’equo canone, che salì da poco più di 100mila il mese a 234mila.
    L’assegnazione fu anomala a dir poco: non tanto perché venne ignorata ogni graduatoria d’attesa (nell'Italia dei favori è normale, anche se illecito) ma perché venne saltata di netto l’apposita commissione affittanze, che si limitò a ratificare una decisione calata dall’alto.
    Il rapporto è ancora lì, anche se non reca il nome del destinatario: è rimasto in bianco.
    Parentesi: agli appartamenti del Fondo pensioni Cariplo, allora più di oggi, accedevano solo i raccomandati di ferro.
    Tra i magistrati, per dire, ne ebbe uno solo il procuratore generale della Repubblica Giulio Catelani.
    La maggior parte dei magistrati normali (quelli che non ritengono di dover pagare un affitto normale, cioè) a Milano sono raggruppati nelle case comunali di viale Montenero 8.
    Il Fondo pensioni, inoltre, è pubblico.
    È regolato con decreto del presidente della Repubblica.
    Insomma: fu un privilegio da signori concesso dalla Cariplo di Radaelli, grande miracolato dell’inchiesta Atm.
    È un fatto. Penalmente irrilevante, direbbe Di Pietro.

    Quella dell’appartamento è una vecchia polemica.
    Di fronte alle prime malizie, nel luglio 1993, il procuratore capo Borrelli replicò che al Tribunale di Milano esisteva un ufficio che procurava case «ai magistrati che vengono da fuori».
    Tale ufficio risulta inesistente, e vi è comunque da escludere che fosse adibito a trovar casa ai figli dei magistrati: difatti in via Andegari c’era andato a stare Cristiano Di Pietro, e questo nonostante il contratto vietasse tassativamente qualsiasi tipo di subaffitto.
    Il magistrato risiedeva appunto a Curno e nel bilocale dormiva solo ogni tanto, quando non tornava dalla moglie o quando non preferiva la pur disponibile garçonnière di D’Adamo, distante poche centinaia di metri.
    In sostanza, Di Pietro aveva tre case.
    La sua difesa, nella circostanza, è stata davvero goffa. «Radaelli», disse in un libro, «non c’entra nulla nella storia della casa... è abitudine, qui alla Procura, che quando viene un nuovo magistrato gli si cerchi una casa». Falso, come visto: Di Pietro ufficialmente stava a Curno. Di seguito ammise di essersi rivolto a Pillitteri e poi alla Cariplo (senza menzionare Radaelli) ma per una casa dove potesse abitare il figlio:
    «A diciotto anni decisi di prendergli una casa, non potendola comprare». Strano anche questo: proprio in quel periodo si era fatto «prestare» i famosi cento milioni dall’ex inquisito Giancarlo Gorrini sempre per comprare una casa al figlio: Di Pietro l’ha messo a verbale.
    Difatti la comprò: un lotto a mutuo agevolato a Curno (accanto alla sua, in via Lungobrembo) per centocinquanta milioni in contanti, mai passati per banca: alla luce del sole anche questo.
    In sintesi, le case sono quattro.
    Una, a Curno, la pagava la moglie, perlomeno allora.
    Un’altra, in via Andegari, la pagava la Cariplo di Radaelli.
    Un’altra ancora, utilizzata da altri come rifugio per scappatelle, era la garçonnière di via Agnello 5, con entrata anche da via Santa Radegonda 8, sopra la Edilgest di Antonio D’Adamo: quaranta metri quadri al sesto piano, all’interno di una torretta piazzata in mezzo a un terrazzone con vista sul Duomo. All’interno, una boiserie rivestita in legno, camera da letto, soggiornino e zona pranzo semicircolare.
    D’Adamo è l’ex inquisito che «prestò» a Di Pietro altri cento milioni, oltreché elargirgli vestiti alla boutique Tincati di corso Buenos Aires, un telefono, una Lancia Dedra e altri infiniti privilegi della D’Adamo card.
    Aggiungiamo (e fanno cinque) la disponibilità di una suite al residence Mayfair di via Sicilia 183, Roma, dietro via Veneto: roba da cinque o sei milioni al mese pagati da D’Adamo che staccava assegni anche per i relativi biglietti aerei Milano-Roma-Milano (una quindicina) acquistati all’agenzia Gulliver di via San Giovanni sul Muro.

    «La Cariplo», si legge in un vecchio memoriale di Antonio Di Pietro, «ha reso pubblico, con il mio consenso, l’entità effettiva del canone, a dimostrazione della falsità delle accuse di favoritismo».
    E queste sono balle spaziali.
    I dati sull’appartamento, in realtà, sono noti solo perché tre giornalisti (lo scrivente tra questi) ci scavarono per mesi.
    Non fu certo Di Pietro a rendere noto lo schedario degli immobili Cariplo a pagina 531: contratto intestato a Di Pietro Antonio, 65 metri quadri calpestabili (70 commerciali), 230 metri cubi a un canone annuo di 2.817.039, ossia 234.753 il mese.
    Infine: non è mai stato chiaro perché Di Pietro, se tutto era davvero lecito o normale, non appena la storia prese a circolare abbandonò l’appartamento in fretta e furia.
    Per usare il gergo del suo amico Travaglio: come un ladro.

    Filippo Facci su www.ilgiornale.it 11 01 09

    saluti

  3. #3
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    Predefinito Riassunto delle puntate precedenti

    Indietro tutta. Cominciamo dalla fine.
    Di Pietro ha deciso di presentarsi in procura a Napoli per «fornire testimonianza», spiega, sull’appaltopoli partenopea.
    E non è finita: venerdì ha cambiato statuto all’Idv. «Si ripulisce», scrive Libero, quotidiano al quale l’ex pm ieri ha inviato copia dell’atto notarile con cui la gestione dei rimborsi elettorali dell’Idv viene assegnata non più alla triade formata da Tonino, sua moglie e la Mura, ma all’ufficio di presidenza, finalmente composto da sette persone.
    Eppure l’aver riparato a una delle anomalie che il Giornale da più tempo metteva in evidenza non gli impedisce di attaccare ancora questo quotidiano. E di definirsi vittima di un’«azione criminale portata avanti scientificamente da persone e mass media di proprietà del presidente del Consiglio Berlusconi».
    Davvero curioso che da un lato Di Pietro lanci violenti strali contro il Giornale e dall’altro, pur eludendo le domande che gli sono state poste, finisca per dimostrare con i fatti che erano, per dirla alla sua maniera, azzeccate.

    Cominciando da quelle intercettazioni tra suo figlio Cristiano e l’ex provveditore alle opere pubbliche di Campania e Molise Mario Mautone. Minacce di querele, smentite, e poi quando saltano fuori le trascrizioni ecco che il leader Idv prende le distanze dal delfino: «Niente di penalmente rilevante, ma Cristiano ha sbagliato».
    Seguono dimissioni dal partito del giovane Di Pietro (che mantiene la poltrona di consigliere provinciale) e nuove versioni difensive «locali» del papà, che per esempio al quotidiano Primo piano Molise sulla vicenda di Cristiano dichiara: «Si è occupato del suo Molise, magari facessero tutti così».
    Stessa storia sulla fuga di notizie.
    Cristiano nell’estate del 2007 smette da un momento all’altro di parlare con Mautone al telefono, Di Pietro, allora ministro, trasferisce l’ex provveditore e, scrive la Dia, «fa una riunione politica dove chiede ai suoi collaboratori di tenere fuori il figlio poiché “ritenuto troppo esposto”».
    Per gli inquirenti la presunta fuga di notizie è un «episodio inquietante».
    E qualche dubbio lo sollevano pure le dichiarazioni di Di Pietro che, prendendo le distanze da Mautone, pensa bene di spiegare di averlo trasferito apposta, appena avute le «prime avvisaglie» dell’inchiesta.
    Chi gliel’aveva date quelle avvisaglie su un’indagine, quella sugli appalti napoletani, all’epoca in pieno svolgimento e assolutamente riservata?
    Finora Di Pietro ha risposto come suo solito annunciando querele, e sostenendo di aver «appreso dalle agenzie di stampa», che naturalmente di quell’indagine nell’estate 2007 non avevano mai fatto cenno.
    Avevamo anche chiesto chiarezza sui suoi rapporti con Mautone, dal quale lui ha preso le distanze dopo l’arresto ma che ancora a dicembre 2007 trattava con familiarità a un convegno, definendolo «il mio direttore generale che ha tanta pazienza da venire appresso a me».
    E anche qui, invece di chiarire, Di Pietro ha replicato minacciando querele.
    Eppure adesso, dal suo blog e dalle colonne di Libero, Di Pietro annuncia che la prossima settimana andrà a Napoli a parlare con i magistrati della Dda «per fornire loro la mia testimonianza di cittadino, di parlamentare e di ex ministro delle Infrastrutture».
    Buon ultimo.

    Francesco Rutelli, come Di Pietro tirato in ballo indirettamente dalle intercettazioni (ma sul quale non ci sono dubbi su fughe di notizia di sorta), aveva voluto essere ascoltato dai magistrati il giorno stesso della pubblicazione dell’ordinanza, precipitandosi a Napoli per spiegare la sua posizione.
    C’è da ricordare che i pm, interrogando Mautone, avevano glissato quando l’ex provveditore stava accennando ai motivi del suo trasferimento ordinato dall’ex ministro: «Non ci interessa».
    E a Panorama che domandava a Mautone «che cosa le hanno chiesto i pm su Di Pietro» il funzionario ha risposto: «Non mi è stata fatta alcuna domanda sull’argomento».

    L’ultima retromarcia di Di Pietro, appunto, è sulla struttura del suo partito e sulla gestione dei finanziamenti e dei rimborsi elettorali.
    Il Giornale per primo ha rimarcato quella anomala dicotomia, che vedeva accanto al «Movimento Italia dei valori» un’«Associazione Italia dei valori» dove i soci erano solo tre (l’ex pm, sua moglie e la tesoriera Silvana Mura) e dettavano legge per tutti, visto che Di Pietro aveva mantenuto per sé i poteri statutari. L’associazione tra l’altro introitava i rimborsi elettorali per conto dell’Idv (20 milioni di euro, soldi pubblici) e certificava i rendiconti. Lo abbiamo scritto, Libero ci ha dato ragione, e Di Pietro ha dato ragione a Libero. Chissà perché, però, il Giornale sarebbe parte di - parole sue - un’«associazione a delinquere vera e propria che opera nell’ottica di un unico disegno criminoso» e utilizza «soprattutto l’arma della denigrazione e della disinformazione». Questo per aver messo in evidenza una serie di punti sui quali, nei fatti, Di Pietro ha finito per darci ragione, seppure per «interposta testata».

    G.M.Chiocci www.ilgiornale.it 11 01 09

    saluti

  4. #4
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    Citazione Originariamente Scritto da mustang Visualizza Messaggio
    Indietro tutta. Cominciamo dalla fine.
    Di Pietro ha deciso di presentarsi in procura a Napoli per «fornire testimonianza», spiega, sull’appaltopoli partenopea.
    E non è finita: venerdì ha cambiato statuto all’Idv. «Si ripulisce», scrive Libero, quotidiano al quale l’ex pm ieri ha inviato copia dell’atto notarile con cui la gestione dei rimborsi elettorali dell’Idv viene assegnata non più alla triade formata da Tonino, sua moglie e la Mura, ma all’ufficio di presidenza, finalmente composto da sette persone.
    Eppure l’aver riparato a una delle anomalie che il Giornale da più tempo metteva in evidenza non gli impedisce di attaccare ancora questo quotidiano. E di definirsi vittima di un’«azione criminale portata avanti scientificamente da persone e mass media di proprietà del presidente del Consiglio Berlusconi».
    Davvero curioso che da un lato Di Pietro lanci violenti strali contro il Giornale e dall’altro, pur eludendo le domande che gli sono state poste, finisca per dimostrare con i fatti che erano, per dirla alla sua maniera, azzeccate.

    Cominciando da quelle intercettazioni tra suo figlio Cristiano e l’ex provveditore alle opere pubbliche di Campania e Molise Mario Mautone. Minacce di querele, smentite, e poi quando saltano fuori le trascrizioni ecco che il leader Idv prende le distanze dal delfino: «Niente di penalmente rilevante, ma Cristiano ha sbagliato».
    Seguono dimissioni dal partito del giovane Di Pietro (che mantiene la poltrona di consigliere provinciale) e nuove versioni difensive «locali» del papà, che per esempio al quotidiano Primo piano Molise sulla vicenda di Cristiano dichiara: «Si è occupato del suo Molise, magari facessero tutti così».
    Stessa storia sulla fuga di notizie.
    Cristiano nell’estate del 2007 smette da un momento all’altro di parlare con Mautone al telefono, Di Pietro, allora ministro, trasferisce l’ex provveditore e, scrive la Dia, «fa una riunione politica dove chiede ai suoi collaboratori di tenere fuori il figlio poiché “ritenuto troppo esposto”».
    Per gli inquirenti la presunta fuga di notizie è un «episodio inquietante».
    E qualche dubbio lo sollevano pure le dichiarazioni di Di Pietro che, prendendo le distanze da Mautone, pensa bene di spiegare di averlo trasferito apposta, appena avute le «prime avvisaglie» dell’inchiesta.
    Chi gliel’aveva date quelle avvisaglie su un’indagine, quella sugli appalti napoletani, all’epoca in pieno svolgimento e assolutamente riservata?
    Finora Di Pietro ha risposto come suo solito annunciando querele, e sostenendo di aver «appreso dalle agenzie di stampa», che naturalmente di quell’indagine nell’estate 2007 non avevano mai fatto cenno.
    Avevamo anche chiesto chiarezza sui suoi rapporti con Mautone, dal quale lui ha preso le distanze dopo l’arresto ma che ancora a dicembre 2007 trattava con familiarità a un convegno, definendolo «il mio direttore generale che ha tanta pazienza da venire appresso a me».
    E anche qui, invece di chiarire, Di Pietro ha replicato minacciando querele.
    Eppure adesso, dal suo blog e dalle colonne di Libero, Di Pietro annuncia che la prossima settimana andrà a Napoli a parlare con i magistrati della Dda «per fornire loro la mia testimonianza di cittadino, di parlamentare e di ex ministro delle Infrastrutture».
    Buon ultimo.

    Francesco Rutelli, come Di Pietro tirato in ballo indirettamente dalle intercettazioni (ma sul quale non ci sono dubbi su fughe di notizia di sorta), aveva voluto essere ascoltato dai magistrati il giorno stesso della pubblicazione dell’ordinanza, precipitandosi a Napoli per spiegare la sua posizione.
    C’è da ricordare che i pm, interrogando Mautone, avevano glissato quando l’ex provveditore stava accennando ai motivi del suo trasferimento ordinato dall’ex ministro: «Non ci interessa».
    E a Panorama che domandava a Mautone «che cosa le hanno chiesto i pm su Di Pietro» il funzionario ha risposto: «Non mi è stata fatta alcuna domanda sull’argomento».

    L’ultima retromarcia di Di Pietro, appunto, è sulla struttura del suo partito e sulla gestione dei finanziamenti e dei rimborsi elettorali.
    Il Giornale per primo ha rimarcato quella anomala dicotomia, che vedeva accanto al «Movimento Italia dei valori» un’«Associazione Italia dei valori» dove i soci erano solo tre (l’ex pm, sua moglie e la tesoriera Silvana Mura) e dettavano legge per tutti, visto che Di Pietro aveva mantenuto per sé i poteri statutari. L’associazione tra l’altro introitava i rimborsi elettorali per conto dell’Idv (20 milioni di euro, soldi pubblici) e certificava i rendiconti. Lo abbiamo scritto, Libero ci ha dato ragione, e Di Pietro ha dato ragione a Libero. Chissà perché, però, il Giornale sarebbe parte di - parole sue - un’«associazione a delinquere vera e propria che opera nell’ottica di un unico disegno criminoso» e utilizza «soprattutto l’arma della denigrazione e della disinformazione». Questo per aver messo in evidenza una serie di punti sui quali, nei fatti, Di Pietro ha finito per darci ragione, seppure per «interposta testata».

    G.M.Chiocci www.ilgiornale.it 11 01 09

    saluti
    -------------------
    Dieci domande in attesa di risposta

    Perchè:
    1) Non spiega la doppiezza fra associazione Idv e movimento partito Idv, che come stabilito dal Tribunale di Roma sono soggetti diversi?

    2) Non spiega come mai l'associazione Idv fu fondata il 26 luglio del 2004, proprio il giorno prima del piano di pagamento per i rimborsi delle Europee del 2004?

    3) Sostiene che la Camera e la magistratura hanno dato ragione a Idv sui rimborsi del 2004 quando invece la Camera si è dichiarata incompetente mentre il Tribunale di Milano, il 19 Ottobre del 2007, ha dato atto della "gravità dei fatti denunciati dal Cantiere"?

    4) Non spiega chi ha incassato i contributi elettorali del partito e come sono stati gestiti?

    5) Il conto-corrente Idv è intestato all'associazione e dunque gestito da n organismo costituito da appena tre soci, Di Pietro stesso, la moglie e l'on. Mura?

    6) Finora è stato lui stesso ad approvare i rendiconti Idv, senza controlli?

    7) Non spiega come potè acquistare all'asta dell'Inail la casa di Bergamo se la legge glielo impediva?

    8) Idv a Roma pagava l'affitto alla famiglia Di Pietro per la sede nazionale del partito in via Principe Eugenio?

    9) Non dice chi lo avvisò che l'allora provveditore alle Opere pubbliche Mario Mautone era sotto inchiesta a Napoli?

    10) Non spiega come mai, se non si fidava più di Mautone, lo ha trasferito in un ruolo chiave del ministero?

    in fiduciosa attesa....saluti

    www.ilgiornale.it di oggi

  5. #5
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    Predefinito Le "non risposte" del Di Pietro senior

    Da settimane questo quotidiano incalza il deputato Antonio Di Pietro, leader-padrone dell’Italia dei valori, con una serie di domande sul suo patrimonio immobiliare, sulla gestione privatistica dei fondi pubblici destinati al suo partito, su comportamenti non precisamente commendevoli di alcuni suoi deputati, sui rapporti apparentemente non troppo limpidi tra suo figlio Cristiano e il funzionario dipietrista Mautone, sul misterioso modo («inquietante», lo definisce la Direzione investigativa antimafia) in cui è venuto a conoscenza che lo stesso Mautone era sottoposto a indagine ed ha quindi provveduto a trasferirlo e a proibirgli ogni contatto telefonico con l’inguaiato rampollo.
    Domande legittime, ci pare.
    A maggior ragione considerando il fatto che «l’onestà» è l’unica ragione sociale del partito dell’ex pm, la sola giustificazione della sua presenza nel panorama politico italiano.
    Come ha ben scritto Michele Brambilla qualche giorno fa, «non c’è altro, nel pensiero di Di Pietro. Non un’ideologia, non una strategia economica, non una visione sulla politica internazionale, sulla scuola, sulla cultura, su qualsiasi questione etica che non attenga al settimo comandamento».
    Nulla: solo «mani pulite» e «trasparenza» attribuite a se stesso in contrapposizione agli intrallazzi, quando non alla pratica delle tangenti che, a suo dire, caratterizzano praticamente ogni altro soggetto fuori e dentro il Parlamento.
    Come poi possa avere la faccia tosta di sostenere questa parte uno che ha tanti scheletri nell’armadio (Mercedes, scatole di soldi, strani giri di case e favori, ambigui rapporti con alcuni inquisiti, inspiegabile e inspiegato abbandono improvviso della toga per buttarsi in politica) e come tanti italiani possano dargli credito, è ovviamente un altro paio di maniche.
    Ma questa è l’immagine che Di Pietro, aiutato dai suoi cantori, proietta costantemente di sé: il puro, l’immacolato.

    Capirete bene che l’Incorruttibile è ancor più soggetto degli altri politici all’analisi del sangue sulla correttezza delle sue azioni.
    E quando sorgono ombre, più di altri avrebbe il dovere, oltreché l’interesse, di chiarire.
    Di qui i nostri quesiti. Che però hanno trovato un iniziale muro di silenzio. Abbiamo insistito, ma non siamo andati oltre qualche risposta obliqua e abborracciata.
    Sul caso Mautone, per esempio: «Ho saputo dalle agenzie», ha buttato lì il prode Tonino.
    «Falso!», ha dimostrato il Giornale.
    «Anzi no, è stato il mio fiuto», ha cercato di rimediare l’ex poliziotto, «e comunque è una stupidaggine mostruosa sostenere che qualcuno mi abbia rivelato segreti d’ufficio».
    Più che una spiegazione, una provocazione.
    Così, tirati a cimento, siamo andati avanti. Scoprendo altre cose non proprio nitide sull’operato di Di Pietro e del suo entourage, e chiedendogliene conto. Il risultato? Promesse di querele; insulti (il senatore dell’Idv Luigi Li Gotti ha definito il nostro direttore «un paranoico pericoloso»); minacce di morte: «finirai appeso a testa in giù» hanno preconizzato a Mario Giordano i seguaci dell’Uomo tutto d’un pezzo.
    Il quale, giusto l’altro ieri, ha deciso di esibirsi in prima persona.
    Dev’essergli costato, perché come è noto con la lingua italiana non ha questa gran consuetudine, ma si è messo davanti al computer e ha scritto sul suo blog: ha definito la nostra campagna giornalistica «una ben orchestrata azione criminale».
    Ma non gli sembrava abbastanza e così è andato a frugare ancora nel suo repertorio: «un’associazione a delinquere vera e propria che opera nell’ottica di un unico disegno criminoso portato avanti da più persone a più livelli».
    Che volete farci: questo è il suo concetto di libertà di stampa.

    Da qualche giorno, però, sta succedendo una cosa bizzarra.
    Anzi due.
    La prima è che non siamo più soli: anche altri giornali, da Libero all’Economist, hanno iniziato ad accorgersi che il leader dell’Idv è debitore di qualche chiarimento agli italiani.
    La seconda è che l’ex pm si è finalmente degnato di rispondere.
    No, al Giornale no.
    Ma a Vittorio Feltri, che gli poneva alcuni dei nostri stessi quesiti, sì.
    E ha risposto con grande gentilezza, quasi cerimonioso: caro direttore, grazie, lei mi ha dato l’opportunità di spiegarmi e anche un buon consiglio, ora modifico subito lo Statuto del partito; ecco qua, vede, d’ora in poi non sarò più solo io a maneggiare tutti quei milioni di finanziamento pubblico, perché l’ho fatto fino ad ora non lo so e comunque non glielo dico, però sono appena stato dal notaio e insomma: anno nuovo, vita nuova, come si dice, e se ha ulteriori consigli da darmi eccomi qua, pronto a riceverli.
    Da quel gran giornalista che è Feltri, naturalmente, non si è fatto pregare e su Libero di ieri ha sottoposto a Di Pietro, «per aiutarlo a ripulirsi bene», altre sei questioni portate alla luce dal lavoro dei cronisti e dai commentatori del Giornale.
    Le riassumiamo.
    1) Come si spiega la doppiezza fra l’associazione Idv (composta da Di Pietro, moglie Susanna Mazzoleni e fedelissima deputata Silvana Mura), che da anni incassa il finanziamento pubblico, e il partito Idv?
    2) Come si spiega la gestione dei contributi elettorali del partito?
    3) Come si spiega che fino a ieri fosse Di Pietro ad approvare i rendiconti Idv, senza altri controlli?
    4) Come poté Tonino acquistare la casa di Bergamo all’asta dell’Inail se la legge glielo impediva?
    5) Come si spiega il giallo dell’Idv che pagava l’affitto della sede di Roma alla famiglia Di Pietro?
    6) Come si spiega che Di Pietro seppe in anticipo che il provveditore alle opere pubbliche Mario Mautone era sotto inchiesta a Napoli?

    Ora, noi non sappiamo se l’ex pm risponderà. Ma qualche considerazione ci sembra vada fatta.
    Innanzi tutto, se Feltri vuole «aiutare Tonino a ripulirsi bene» significa che a suo giudizio tanto pulito non è, e quindi anche lui ritiene che la campagna condotta per settimane in solitario dal Giornale ha un suo fondamento.
    Ci fa piacere. Ma attenzione: rispondere alle domande non è condizione sufficiente per «sbiancare» (come diceva Pacini Battaglia riferendosi all’allora magistrato) Di Pietro. È essenziale valutare che cosa risponde.
    E qui la faccenda si fa un tantino più complicata e forse si comprende anche perché l’ex pm sia disposto a fornire spiegazioni a tutti tranne all’unico quotidiano che gliele sta chiedendo da settimane.
    Non è che Tonino ha paura?
    Paura che noi - che ormai abbiamo fatto della questione un punto d’onore - non ci accontentiamo di qualche brandello di trasparenza allestito in fretta e furia e condito da pacche sulle spalle.
    Paura che servano risposte vere e, quindi, scomode, scomodissime per il Grande Moralizzatore.

    Finora, per esempio, l’unica medaglia che si è davvero appuntata sul petto è la sbandierata modifica dello Statuto dell’Italia dei valori.
    Ma è una medaglia di ottone. Chi lo dice?
    Non noi «criminali», ma l’insospettabile Corriere della Sera, sotto l’eloquente titolo “Cambia poco”:
    «Dal triumvirato familiare a un organo politico ristretto ben lontano dal blind trust... I poteri sulla cassa passano all’ufficio di presidenza: Di Pietro e quattro fedelissimi».
    Non è con provvedimenti all’acqua di rose (vogliamo parlare del figlio Cristiano che si dimette dal partito ma conserva gli incarichi di consigliere provinciale e comunale?) o con risposte evasive che l’Incorruttibile può sperare di cavarsela.
    E a proposito: noi avremmo anche altre curiosità.
    Come mai ha fondato l’associazione Idv proprio il 26 luglio 2004, guarda caso il giorno prima del piano di pagamento dei rimborsi delle elezioni europee? Perché non spiega come mai se non si fidava più di Mautone, come ha dichiarato ai quattro venti, lo ha trasferito in un ruolo chiave del ministero e poi l’ha presentato in almeno due occasioni come il suo braccio destro?
    Ha niente da dire sulle sue spericolate manovre sulle autostrade del Nordest di cui parliamo in queste pagine?

    Coraggio, Tonino: il lavacro l’attende. Ma è qui, in via Negri.

    Massimo De Manzoni www.ilgiornale.it 12 01 09

    saluti

  6. #6
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    Ha risposto alle domande.

    http://www.politicaonline.net/forum/...d.php?t=487941

    Mi piacerebbe a questo punto che anche Berlusconi rispondesse alle domande poste a suo tempo dall'Economist.

 

 

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