L’avvio della discussione nell’aula del Senato della legge sul federalismo
fiscale non consente ancora di capire se l’iniziativa di dialogo con il Partito democratico, avviata soprattutto dalla Lega, è destinata a ottenere qualche risultato.
Il Pd ha chiesto di rinviare tutto in commissione e, bocciata questa richiesta
dilatoria, continua a chiedere approfondimenti, nonostante però i suoi emendamenti siano già stati inseriti nel provvedimento e il ministro Roberto Calderoli abbia confermato che saranno mantenuti anche se le opposizioni alla fine decidessero di votare contro.
Dando l’impressione di giocare una partita solitaria nei rapporti con il Pd, la Lega ha aperto spazi per manovre di segno opposto, che trovano sostegno soprattutto nell’asse tra Massimo D’Alema e Pier Ferdinando Casini.
L’Udc ha interesse, per recuperare un minimo di peso, a creare tensioni tra il Pdl e la Lega, e ha quindi sostanzialmente deciso di battersi contro il
federalismo, per poter denunciare una subalternità del centrodestra a Umberto
Bossi.
Realizzando un raccordo con la fondazione di D’Alema su temi delicati come quello della giustizia, contemporaneamente, fa balenare la possibilità di intese che interessano settori rilevanti della maggioranza.
Si tratta di manovre che potrebbero essere spezzate solo da una capacità di decisione del vertice Pd, che invece mostra di non essere in grado di compiere scelte impegnative, sul federalismo come sulla legge elettorale per le europee o il rinnovamento delle rappresentanze locali.
In questa situazione, le questioni di merito che riguardano il decentramento
fiscale finiscono con il passare in seconda linea e gli sforzi della Lega per
ampliare il consenso sulla riforma, di per sé lodevoli, rischiano di impantanarsi
sul terreno scivoloso delle relazioni politiche particolari, che offre spazio alle manovre nel campo delle opposizioni mentre fa apparire meno rilevante la solidarietà tra gli alleati di governo.
Alla fine, con ogni probabilità, i giochi di modesto cabotaggio mostreranno
la corda e ognuno dovrà assumersi una responsabilità chiara al momento del voto parlamentare.
Per un accordo più ampio su un processo che inevitabilmente porta a modifiche della forma dello stato, e che quindi comporta modifiche costituzionali, è giusto sacrificare qualche aspetto di autosufficienza della maggioranza, ma se questa operazione viene svolta in modo solitario finisce coll’essere meno efficace e per qualche aspetto pericolosa.
G.F. www.ilfoglio.it di oggi
saluti




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