Ringrazio il Presidente del MIS, Prof. Salvatore Musumeci, per avermi inviato questo Suo articolo sul Medioevo musicale siciliano.

“Alla Corte panormitana dello Stupor Mundi, non solo Scuola Poetica, ma anche Scuola Musicale”

Volendo abbozzare una analisi della storia della musica siciliana nel Medioevo, non si può non prendere in particolare considerazione quell’epoca definita tardo Medioevo e in particolare la Sicilia del 1200 dominata dalla figura di FedericoII il Grande (1194-1250) di Svevia, re di Sicilia e imperatore del Sacro Romano Impero, che interessato ad ogni aspetto della cultura, radunò intorno a sé scienziati, filosofi, letterati, artisti e musicisti, dando un contributo rilevante allo sviluppo della cultura laica, testimoniato altresì da Dante e Petrarca (che fu anche musicista).
Dal punto di vista musicale, infatti, la scuola poetica panormitana ebbe una grande importanza perché, secondo l’uso dell’arte trovadorica francese, i poeti usavano trasformare i loro versi in canzoni che in seguito furono riunite nei cosiddetti “Canzonieri”.
Di queste raccolte poetico-musicali sono giunti a noi diversi testi, mentre la musica ci è pervenuta in notazione neumatica difficilmente decifrabile. Tuttavia abbiamo degli esempi di trascrizioni in notazione moderna di brani consistenti in “Siciliane” e “Contrasti” in dialetto siciliano attribuite, tra l’altro, allo stesso Federico.
Alcuni passi della narrativa storica, ci danno diverse informazioni sui poeti-musicisti più famosi e sulla prassi esecutiva vocale e strumentale. Un esempio tratto dal romanzo storico “II Vespro Siciliano” di Luigi Natoli in arte William Galt narra delle capacità musicali del giovane Giordano de Albellis, paggio di madonna Macalda Scaletta (poi cavaliere ed eroe del Vespro): «Come tutti i giovani di gentil lignaggio di quel tempo. Giordano sapeva suonare e accompagnarsi sul liuto qualcuna di quelle canzoni in volgare che correvano da una trentina d’anni fra le genti di corte nei castelli. Ora ne aveva imparata qualcuna dell’Imperatore Federico II, di messer Jacopo da Lentini, di messerDelle Vigne e di qualche altro poeta di quel fecondo e animoso gruppo detto siciliano, sebbene non accogliesse soltanto poeti siciliani, il quale pur senza aver creato una poesia vera e calda di passione, tuttavia affermava la capacità della lingua del popolo ad assumere atteggiamenti letterari e inaugurava la storia della poesia d’arte siciliana (...) Madonna che, come tutte le dame di quel tempo si dilettava di rime e suoni, faceva spesso cantare a Giordano qualcuna delle liriche più amorose (...) - Canta Giordano, canta - Cosa volete che vi canti? Una canzone dell’imperatore ere Federico? O una di messereJacopo da Lentini, o di messerRinaldo D’Acquino? Vi canterò “Ohi Lassa innamorata” di messerOdo delle Colonne? - Questa si! Disse madonna. Giordano arpeggiò un poco e cominciò a cantare con la sua bella voce d’argento l’appassionata canzone del vecchio rimatore siciliano, morto già da un ventennio».
Nel Decamerone, Giovanni Boccaccio racconta: «... E appressandosi lora della cena, verso il palagio tornatesi, con diletto cenarono; dopo la qual cena, fatti venir gli strumenti, comandò la reina che una danza fosse presa, e quella menando la Lauretta, Emilia cantasse una canzone dal leuto (liuto) di Dionee aiutata. Per lo qual comandamento Lauretta prestamente prese una danza e quella menò, cantando Emilia la seguente canzone amorosamente...».
Per quanto riguarda, quindi, la musica siciliana medievale e l’influenza che ebbe su di essa l’arte trovadorica francese bisogna, dire che gli sviluppi delle canzoni cosiddette “Siciliane” furono rilevanti per la grande diffusione che questa forma poetico-musicale fece registrare nella versione popolare e, nei secoli seguenti nelle forme polifoniche, che sono state riscoperte. Dagli studi effettuati dal musicologo palermitano Nino Pirrotta apprendiamo dell’esistenza delle Siciliane come canzoni medievali diffuse in tutta l’Italia in forma di ballate e chiamate “Siciliane” o “Ceciliane” con riferimento alla presenza nei testi di termini in siciliano duecentesco. Un’altra forma di Siciliana fu il “Tribulus” sorta di canto patetico talvolta utilizzato dalle prefiche come lamentazione funebre di cui può essere un esempio la canzone riportata dal Boccaccio nel Decamerone “Quale esso fu lo malo cristiano”. Ancora il Pirrotta ci informa sulle fonti dalle quali ha attinto per la ricostruzione delle siciliane: si tratta del Codice Reina conosciuto anche come Codice di Parigi, del Codice Vaticano 3793, del Codice Palatino, del Codice Squarcialupi e di altre raccolte e trattati medievali dell’epoca pubblicati a Venezia, come Il Paradiso degli Alberti, Le Giustiniane, Il Sollazzo e il Thesaurus Musices unico trattato musicale pubblicato a Messina verso la fine del 1400.
Due esempi di Siciliane a 2 due voci, ricostruite dal Pirrotta, vengono attribuite a Federico II, almeno per quanto riguarda i testi poetici. Non si conoscono gli autori della musica, ma non si può escludere che la melodia sia stata composta dallo stesso imperatore in collaborazione con un musicista di corte come il Frate Pacifìcus, incoronato “Musice Magister” da Costanza d’Altavilla.
Le notizie riguardanti il canto di Siciliane ci giungono già dal Trecento, ma sono i trattati del Quattrocento che ci chiariscono molti aspetti di questa forma poetico-musicale.
Nel suddetto Paradiso degli Alberti si legge: «Andreuolo Dandolo, giovane non meno di costumi, che di generazione nobile e famoso, fu comandato che quale delle sue leggiadre contesse a lui piacesse, in compagnia una canzonetta delle sue leggiadrissime siciliane .. .eleggesse a cantare». Si tratta di un banchetto di fiorentini esuli a Venezia che cantano delle Siciliane. E ancora, alla fine del banchetto si eseguirono varie altre musiche cantate da una «giovane donna di nome Cosma, proveniente dalla Sicilia, la quale alcune Sinfonie e cantilene modulò e cantò». La stessa Cosma ci informa del “Siculus Fletus” uno dei vari esempi di canzone medievale popolare alla Siciliana.
Nei secoli seguenti la Siciliana ebbe interessanti sviluppi: a partire dal ‘600 si trasformò in musica strumentale dal caratteristico tempo in sei ottavi con la prima croma puntata, mantenendo sempre il suo originario carattere patetico e appassionato. Alcuni grandi compositori ne hanno creato delle pagine di sicura bellezza; citiamo la Siciliana inserita da Antonio Vivaldi nel famoso concerto Il Cardellino, la Siciliana di Johann Sebastian Bach nel Concerto in Mi minore per flauto e orchestra e la Siciliana dello stesso compositore tedesco inserita nella terza Sonata per flauto e clavicembalo curiosamente chiamata “Siciliano” forse per un errore di stampa.
Ricordiamo, inoltre, due esempi di Siciliane cantate: la prima inserita nell’opera Saffo dal catanese Giovanni Pacini e la seconda in dialetto siciliano composta da Mascagni per l’opera Cavalleria Rusticana.
Tra gli autori della “Scuola Medievale Siciliana” annoveriamo Cielo D’Alcamo. Nessuna notizia ci è giunta sulla vita e anche il suo nome è incerto, infatti, in diverse fonti viene chiamato anche Ciullo che sarebbe il diminutivo di Vincenzo, mentre Cielo può essere il diminutivo di Michele; il cognome, invece, rivelerebbe la sua provenienza dalla cittadina siciliana (Alcamo) ed anche la poesia popolaresca “Rosa fresca aulentissima” è composta in una lingua che lo stesso Dante definì genericamente siciliana. Si tratta di un componimento poetico dialogico, cioè una vera e propria rappresentazione tra un giullare innamorato e una bella ritrosa, con soggetto e risposta. In questo contesto pare che la musica abbia avuto un ruolo molto suggestivo anche se non sappiamo se i versi fossero intonati o se si eseguisse soltanto un sottofondo musicale.
L’ipotesi, molto realistica, ci permette di potere indicare questa recitazione come una delle prime forme di teatro musicale siciliano del quale troviamo un corrispondente esempio nella composizione “Il giuoco di Robin e Marion” del troviere francese Adam De Las Halle.
Infine, un chiaro esempio di come la poesia popolare si trasformasse in musica sin dai tempi di Cielo D’Alcamo è il contrasto poetico-musicale, di autore ignoto, in dialetto siciliano “Lu tuppi tuppi”. Dal confronto tra il contrasto di Cielo D’Alcamo “Rosa fresca aulentissima” e “Lu tuppi tuppi”, si evidenzia come l’andamento dialogico dei due brani e l’argomento amoroso presenti in entrambi i casi la stessa impostazione e lo stesso stile.
Salvatore Musumeci
Presidente Naz. Mis - Docente Storia
della Musica e Storia Contemporanea
Dip. Storico Università di Camerino